Piccole ossessioni

“Buongiornissimo, caffè?”

No, non è Pasquale che come ogni domenica mi invita a bere una tazzina di caffè su Messenger e nemmeno Ivano con le sue romantiche immagini di pulcini e albe infuocate.

Non è neppure Silvana che vuole propormi una bevanda purificante detox che mi farà perdere cinque chili e uno stipendio.

È lei.

La piccola.

Da quando, pochi giorni fa, ha fatto il suo ingresso in cucina una fiammante macchinetta per il caffè, dono del fidanzato, non c’è requie.

L’ultimogenita appare inspiegabilmente attratta dal funzionamento della macchinetta. Ha chiesto e ottenuto che le fosse spiegata la procedura e ora la preparazione del caffè non ha più segreti per lei.

Il problema qui è che, acquisita questa fondamentale abilità, ogni momento è buono per esercitarla.

“Mami, vuoi un caffè?”

E senza avere il tempo di articolare una risposta voilà! Ecco pronta una bella tazzina fumante di caffè. A colazione, dopo pranzo, per merenda, dopo cena, prima di dormire. La signora delle cialde entra in azione all’improvviso, e piuttosto che sprecare finisco per assumere la quantità mensile di caffeina in un unico fine settimana.

Poi mi chiedo come mai fatico a prendere sonno e mi stupisco se rispondo isterica al saluto del postino.

Non cedo al sonno e alla disperazione solo perché stamattina ho trovato la piccola impegnata in una istruttiva lettura: le istruzioni della friggitrice ad aria.

Se la compulsione continua, dormirò a breve sonno tranquilli.

Su un cuscino di patatine fritte.

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Panta rei

La mezzana ha partecipato al primo ballo della sua giovane vita, organizzato dall’instancabile nonché inaffondabile associazione genitori, che è stata capace di trasformare la palestra puzzolente della scuola media in una discoteca a tutti gli effetti.

La fanciulla e le sue compagne si sono preparate con cura, trucco, parrucco e bastone del selfie.

Sotto l’occhio discreto dei genitori chiamati a vigilare su quella bolgia adolescenziale, hanno ballato e cantato, rigorosamente divisi in maschi da una parte e femmine dall’altra, come ogni festa delle medie che si rispetti.

Al suo rientro, la mezzana ha fornito risposte laconiche al mio pacato e discreto interrogatorio, lamentando di non aver mangiato pizza ma pasta al pesto.

La sorella minore, dal basso del letto a castello ha sentenziato che dove c’è una pasta al pesto c’è festa, roba che George Clooney spostati proprio.

E se la sorella è andata al ballo, la piccola ha partecipato alla dimostrazione di ginnastica artistica al parco, durante la festa della scuola, zompettando e piroettando per il pomeriggio intero, felice come non mai.

Il grande è stato in ritiro spirituale per il mistico appuntamento di domani, l’arrivo dell’ennesimo rapper, l’ennesima coda oceanica e l’ennesimo cd che prenderà polvere insieme agli altri.

L’amato frigorifero ha deciso di salutarci per sempre di domenica mattina, spegnendo luci e motori e rischiando di mandare in malora la spesa settimanale. La mezzana ha proposto, con la saggezza che la contraddistingue, di mangiare pizza e kebab fino all’arrivo del nuovo frigo, previsto per dopo Pasqua.

La ricostruzione dopo i danni da permanente selvaggia procede con lentezza, ma avanza. Continuando di questo passo ho speranza di andare al mare senza sembrare Tina Turner negli anni ottanta.

Perché non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, e qui non si passa mai una giornata uguale a un’altra.

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Ma come ti vesti?

“Ecco il primo. Mamma! Vieni a vedere e dimmi cosa ne pensi”

“Amore, ma sei bellissima! Intanto l’azzurro della maglia ti fa risaltare il viso, poi questi pantaloni sono proprio perfetti. Non troppo stretti né troppo larghi. Guarda lì che meraviglia”

“Va bene, grazie. Adesso provo le altre cose. Aspetta lì”

“Son qui apposta”

“Rieccomi! Che dici?”

“Mmm…non so. Non mi convince. Ma sono jeans? Non sono troppo stretti? Riesci a sederti? La maglietta rosa è carina, forse il colore ti spegne un po’ e…”

“Va bene mamma ho capito. Mi rivesto e andiamo alla cassa che devo ancora lavare e sistemare i capelli”

Essere madre di una figlia femmina è una grande responsabilità. Devi essere un modello, lasciarle lo spazio per esprimersi liberamente e cercare se stessa, restando coerente con le scelte che fai.

Pur essendo ormai prossima all’adolescenza, la mezzana ha ancora il bisogno di confrontarsi con la sua mamma, di chiederne pareri e approvazione.

“Pronta! Ecco i vestiti, andiamo!”

“Certo, ma…questa è la maglietta rosa e…hai preso i jeans stretti?”

“Sì! Mi piacciono un sacco. Grazie per i consigli, mamma. Sei stata di grande aiuto”

Essere madre di una figlia femmina è una grande responsabilità.

Forse non fa per me.

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Tanto rumore per nulla

“Allora, li avete sentiti stamattina?”

“Sì mami! Che paura! Uno dopo l’altro! Sembrava un’esplosione. Ci hanno evacuati, come quando c’e un terremoto o una esercitazione anti incendio, tutti in fila al punto di ritrovo e poi in giardino. Ma c’era il sole e ci siamo divertiti fuori”

“Lascia perdere, mamma. Noi li abbiamo sentiti, io e la mia compagna ci siamo abbracciate perché sembrava l’apocalisse ma ci hanno lasciato in classe, accidenti”

“Mother si è sentita pure da noi, fortissima! Noi pensavamo a una scoreggia gigante ahahahah. Un mio compagno si è alzato e ha gridato “attentato!” Però niente, nessuna evacuazione purtroppo. Però abbiamo guardato su internet e abbiamo capito cos’era successo e ci siamo pure dovuti sorbire la spiegazione scientifica”

“Io ero dalla parrucchiera a cercare rimedio ai danni della permanente selvaggia. E poi li abbiamo sentiti, una gran paura! Ho chiamato subito la scuola della piccola per chiedere se andava tutto bene. La bidella ha detto che pensava fossero i bambini che sbattevano forte le porte”

“Mami, non abbiamo l’incredibile Hulk in classe! Non è mica sempre colpa dei bambini, eh”

“Vero. Poi ho chiamato la scuola media. Prima di darmi informazioni ho dovuto dare nome cognome e generalità varie. Una volta identificata come la mamma della mezzana mi hanno detto “ah sì, li abbiamo sentiti anche noi ma la scuola è ancora in piedi”

“E poi hai chiamato il mio liceo, giusto?”

“No, ho guardato internet, ho scoperto cos’era e mi sono tranquillizzata”

“Ecco, io non conto niente. La scuola poteva essere crollata, esplosa, disintegrata ma niente. Tu pensi solo alle sorelle”

Questa mattina, mentre ognuno svolgeva le sue attività più o meno liete, due boati hanno scosso i cieli della lombardia.

Pochi attimi di paura prima di scoprire la causa di tanto rumore.

Insomma, è più facile che due jet infrangano il muro del suono piuttosto che il primogenito passi una intera giornata senza lamentarsi.

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Una sola certezza

È tra il dentista del primogenito, che al controllo annuale ci dice di stare tranquilli e aspettare che cresca, sperando che il pezzo montato al contrario resti lì senza dare fastidio.

È tra il cartoncino colorato settanta per cento che dimentichi di acquistare perché prima ancora ti sei dimenticata di guardare gli avvisi sul diario, la verifica sugli Assiri e le decisioni da prendere per le vacanze estive in autonomia.

È tra la riunione dei genitori della classe della mezzana, dove non riesci a partecipare perché lavori anche se è domenica, e sarebbe tuo preciso dovere visto che più di un gruppo di ragazzini di seconda media questi ragazzi sono una banda di sciamannati e tua figlia non si tira indietro se c’è da far festa durante la lezione.

È tra le pieghe della sveglia alle sei del mattino che si insinua la follia e serpeggia il disagio, che ti spinge a compiere gesti scellerati per i quali si può solo prendere a testate il muro e maledire la propria stupidità.

La tragedia in questione è la scelta malata di andare dalla parrucchiera e dire “voglio una permanente” quando la sola parola ti terrorizza come tatuarsi un drago sul petto o dire “sì, lo voglio” dietro un altare e davanti a cento persone.

Il dramma è entrare immaginandosi con i ricci di Julia Roberts nel pieno degli anni ottanta e uscire una via di mezzo tra il barboncino nano di tua zia e la pantera rosa dopo la scossa elettrica.

Si annida lì, tra la stanchezza cronica e una testa piena di ricci afro, una sola certezza.

Chiudersi in casa per i prossimi sei mesi almeno.

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È una ruota che gira

È il mille novecento ottantasei.

Lei ha dodici anni, una testa di capelli ricci ed è a casa la sera da sola, per la prima volta.

I suoi genitori, tutto fuorché mondani, hanno pensato che fosse pronta per restare senza compagnia, lei li aveva ampiamente rassicurati che sarebbe stata benissimo, e ci aveva anche creduto, all’inizio.

I due l’avevano dunque salutata per andare a teatro, lasciandole il numero di telefono della biglietteria, ché all’epoca non c’erano smartphone, internet e chat di whatsapp.

Lei si era accomodata sul divano tranquilla e beata, probabilmente con un pacco di biscotti, fino a quando la fascinosa annunciatrice aveva appunto annunciato il film che stava per cominciare, vietato ai minori di quattordici anni. Lei, col biscotti di traverso e il buio fuori dalla finestra, aveva cominciato a sentire strani rumori per la casa.

Lei, coraggiosa come un coniglio e astuta come una faina, senza indugio aveva preso la cornetta e composto il numero che le avevano lasciato, raccontando a una indignata signorina di essere sola e spaventata, con un film inadatto alla sua età, il buio e i rumori.

I suoi genitori erano stati recuperati a spettacolo già iniziato, come narcotrafficanti pronti per l’estradizione.

È il duemila diciotto.

Lei ha dodici anni, una testa piena di capelli mossi ed è a casa da sola. È rientrata dall’allenamento di pallavolo e sa che il resto della sua famiglia tornerà a breve. La cena è sul tavolo e i gatti sul divano.

“Pronto, mamma, ma quando arrivate?”

“Ciao amore, sei a casa? Mezz’ora e siamo lì, la partita di tuo fratello è finita tardi e c’è un po’ di traffico”

“Ma fuori è buio, e sento dei rumori”

“Accendi la televisione che ti fa compagnia”

“L’ho accesa ma c’erano quei programmi brutti sulle persone scomparse che guarda mio fratello”

“Ti passo tua sorella?”

“Si, così facciamo una videochiamata e vedo dove siete e quanto vi manca, così sto più tranquilla”

“Eccomi qui, sorella mia! Tutto sotto controllo, adesso ci sono io. Sai com’è la mamma, che ti lascia a casa da sola”

Questa non è genitorialità.

Si chiama nemesi.

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To be or…boh

“Mami”

“Piccola”

“Mami?”

“Piccola”

“Mami!!”

“Piccola!! Adesso basta che mi mandi ai matti. Che c’è?”

“Niente, volevo vedere se eri attenta. Ho finito i compiti e vado a giocare”

“Già finito? Ma non avevi tante frasi di analisi grammaticale da fare?”

“Fatte! Guarda qui”

“Oh ma che bel quaderno ordinato! E come è scritto bene! Si vede, che ti piace”

“Che mi piace cosa?”

“La grammatica, no?”

“Mami, ma ti pare? A nessuno sano di mente piace la grammatica”

“Beh, veramente, a me…ma!? Cosa leggo qui? ‘è’ congiunzione con l’accento? Piccola, ma che dici? È il verbo essere!”

“Fammi un po’ vedere…ah, sì. Non è mica così grave sai? È solo un modo diverso di esprimere la stessa idea”

“No, non è la stessa cosa, sono due significati diversi”

“Mami, su, un po’ di fantasia! Le parole sono belle da combinare insieme, bisogna giocarci, lo dici sempre anche tu! Per esempio se cambi una lettera grammatica diventa Drammatica”

“Piccola, è il verbo essere”

“Essere o non essere, questa è l’analisi grammaticale!”

Senti un po’ Shakespeare, fatti più in là.

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Tra mito e realtà

Non sono piccoli ma nemmeno grandi, fuori dall’infanzia ma ben lontani dall’essere adulti, né carne né pesce, si racconta.

E invece no, qualcosa sono, questi ragazzi e ragazze vestiti uguali con le cuffie nelle orecchie, il ciuffo sugli occhi  e il cellulare, le caviglie scoperte con la neve sotto i piedi, che abbiamo in casa, in classe o che incontriamo per strada.

L’adolescenza è un drago.

Grande, maestoso, pericoloso.

Nascosto, all’inizio.

Speventato dal suo potere, dal fuoco che sputa quando meno se lo aspetta.

Qui si sputano frasi, che bruciano come le fiamme. Parole che sanno di rivendicazione, affrancamento, polemica. Parole che mettono distanza come un fuoco che non scalda ma ustiona.

Il drago protegge qualcosa di molto prezioso.

Nella mitologia  il vello d’oro, i tesori, le principesse.

Nei ragazzi e le ragazze protegge l’adulto che sarà, ancora indefinito e incerto, e per questo così fragile. Protegge speranze, sogni, ambizioni, la costruzione di un sé che è solo un po’ più in là delle fondamenta.

Nel nuovo testamento il drago rappresenta il demonio. In Cina è portatore di saggezza e conoscenza.

Qui è l’alternanza di buono e cattivo, piccolo e grande, autonomo e dipendente, riconoscente e ingrato.

Custodisce paure silenziose e non dette,

un umore che vaga ondivago tra gli estremi, disorientando e stancando loro e chi li accompagna.

È l’inquietudine, il cambiamento e la metamorfosi.

Il drago ti protegge ma ti tiene rinchiuso, spesso lontano dagli altri, e per avvicinarti serve un’armatura, per non farsi male.

La religione ci racconta che i santi uccidono i draghi, mentre le sante li portano al guinzaglio.

E mente il drago resta un archetipo di paure nascoste, ci insegna che queste paure non vanno uccise ma maneggiate, addomesticate.

L’adolescenza è un drago, che può volare ma resta, che adesso occupa tutto lo spazio.

Aspettiamo che si rimpicciolisca, fino a stare in un angolo, mentre loro diventano grandi.

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Di fenicotteri e calcagni

In ordine sparso ma tutto nella stessa, drammatica, giornata

In farmacia, mentre aspetto che il poss mi restituisca il bancomat per andare a casa, colgo uno sguardo diverso sul volto del farmacista.

Inclina leggermente il capo e con voce bassa e suadente mi dice “signora, mercoledì sera la aspetto qui. C’è l’opportunità di misurare la densità del calcagno per individuare l’osteoporosi”

E così dicendo allunga mellifluo verso di me un opuscolo in bianco e nero, dove ancora sotto shock leggo i destinatari di questa entusiasmante campagna: le persone oltre i sessantacinque anni, le donne in menopausa e i casi di obesità grave.

Col tono di voce che riservo al primogenito dopo che ha preso quattro in fisica e ho già pagato le lezioni private, gli chiedo a quale categoria secondo lui dovrei appartenere per non farmi scappare questa succulenta misurazione del calcagno. Il disgraziato farmacista balbetta scuse sconclusionate e scompare per rispondere a un misterioso telefono mai squillato, salvandosi la vita.

Al supermercato.

Passeggiando tra le corsie la mia attenzione viene attirata da un portavasi da giardino, a forma di fenicottero. Così su due piedi e senza logica alcuna -non ho il giardino, odio le piante e i fenicotteri- decido che deve essere mio. Allungo la mano per prenderlo, ma lui sfugge, cade sopra al fenicottero accanto frantumandolo per finire sul televisore led trentadue pollici in offerta a centoquarantanove euro e novanta che si infrange sul pavimento dell’altra corsia.

La signora accanto a me prende il marito per la giacchetta intimandogli “Alfredo scappiamo, sennò pensano che siamo stati noi!”

Io resto pietrificata come era il fenicottero prima che cercassi di prenderlo.

Nel parcheggio, accendo la macchina quando un signore canuto mi bussa al finestrino. Abbasso sospettosa il finestrino e lui, garrulo, mi informa che ho un faro spento, il manico della borsa fuori dalla portiera e che forse è il caso di darle una bella lavata a questa macchina, eh.

Torno dalla mia friggitrice, che è meglio.

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Ehi, brother

Antefatto

Il figlio maggiore è un ragazzino dalle molte passioni e i più diversi interessi. Ama il basket, si allena, arbitra, fa magia con le carte, si interroga e ricerca.

Ma se dovessi scegliere la sua attività preferita, quella che occupa più spazio nei suoi pensieri, non avrei dubbi.

Dare fastidio alla sorella più piccola. Schivo e indifferente nei confronti della mezzana, nonostante li separino nemmeno due anni, il giovane primogenito rivolge tutte le sue più moleste attenzione alla piccola di casa. La cerca appena rientrato da scuola, la osserva mentre prova le ruote o gioca con le Barbie, si siede accanto a lei a tavola.

Più che amorevolezza fraterna parrebbe configurarsi il reato di stalking, ma tant’è.

La piccola reagisce a questa smodata e insistente attenzione con uno dei suoi cavalli di battaglia: le urla. Strilla quando lui le passa accanto e prova ad accarezzarle la pancia, ulula se sul divano vuole condividere la coperta, oltrepassa il muro del suono quando la apostrofa con uno dei molteplici nomignoli inventati per lei.

Fatto

“Mother, perché fissi da un quarto d’ora la pentola d’acqua che bolle?”

“Uh? Ah, sì, è che non sto tanto bene. Anzi, cosa ne dici di andare tu a prendere la piccola allo scuolabus? Arriva tra poco”

“E me lo chiedi? Certo che vado a prendere la mia piccolina muahahahahah”

“Ti prego, lasciala in pace. La devi solo riaccompagnare a casa. In silenzio. Non stare troppo vicino, d’accordo?”

“Sicuro Mother! Piccolina, sto arrivando muahahahahah”

Dieci minuti dopo

“Sì, e poi la maestra ha detto che sono stata brava. Non mi stare così vicino però”

“E ha tanti compiti per domani? Comunque tranquilla che la mamma ha fatto la pasta, non il polpettone. Volevo solo metterti paura”

“E ma così esageri! Uff, meno male che scherzavi. Ciao, Mami! Siamo tornati!”

Conclusioni

L’essere figlia unica non aiuta a comprendere i complessi meccanismi alla base della fratellanza.

Continuo a osservare con stupore e meraviglia gli strani legami che intercorrono fra loro, mutevoli come la primavera e imprevedibili come la febbre prima delle vacanze, cercando di comprendere.

Per ora mi sono chiari e cristallini come il quarto segreto di Fatima.

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