Coi se e coi ma

Saresti sceso dall’auto più o meno a quest’ora, la giacca tenuta con un dito sulla spalla, la camicia con le maniche corte, il sorriso soddisfatto di chi ha finito di lavorare.

Avresti guardato in su, forse, per vedere se alla finestra del quinto piano una di noi fosse affacciata.

Avresti chiamato l’ascensore e fatto un sospiro, perché nell’atrio del palazzo, l’ultima casa che abbiamo vissuto insieme, c’era un bel freschetto d’estate.

Saresti entrato in sala di buon umore, sollevato di essere finalmente arrivato al momento delle ferie.

Le vacanze sarebbero state probabilmente in montagna, tua grande passione insieme alla lettura, e magari ci sarebbero state discussioni perché la mamma voleva cambiare, forse andare al mare.

Ti saresti seduto sulla poltrona, quella a sinistra, forse con una sigaretta, e guardando le notizie al telegiornale avresti commentato che su quel ponte, a Genova, c’eravamo passati anche noi.

Avresti avuto caldo, tu che tanto lo soffrivi, ma forse un po’ meno perché in vacanza ci si sente più freschi.

Avresti avuto sul comodino un libro da leggere e in testa uno da comprare.

Buon ferragosto, papà

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Noi, quattro.

Il grande che passa dal tre contro tre del campetto al ristorante giapponese all you can eat-e a quell’età il can è notevole- organizzando grigliate ferragostiane e dormendo dagli amici, tanto da avere stabile solo la residenza, a casa.

Che si prepara a tornare al mare con mestizia, lui che vivrebbe con i suoi coetanei fino a Natale se solo potesse.

La mezzana che, in ottemperanza del decreto degli sdraiati, occupa il suo posto nel mondo spalmata sul divano rosso della sala, quello vicino alla presa per il caricabatterie, con la sua onnipresente appendice tecnologica fra le mani. Che legge solo dietro minacce per nulla velate e aspetta con ansia settembre per ricominciare gli allenamenti di pallavolo, mentre i compiti delle vacanze vanno alla deriva senza più nessun controllo.

La piccola che legge Road Dahl, gioca con le Barbie in camera sua ma ammira il vincitore di amici su YouTube, seduta sul mio letto in canotta e calzoncini.

Che basta guardarla per capire quanto sia cresciuta e osservarne i cambiamenti, ma io per fortuna o disgrazia la guardo con gli occhi della mamma e la vedo sempre piccola.

Il lavoro che ad agosto sembra non finire mai, lo squalo da vedere al cinema e la cena fuori perché comunque è vacanza, i temporali che rinfrescano aria e pensieri.

Che bello, essere di nuovo in quattro.

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Su e giù per le montagne

Ha la faccia abbronzata e il segno della maglietta tatuato sulle braccia.

Il labbro inferiore così gonfio che sembra essere andato in un low cost di chirurgia plastica dell’est Europa anziché in Valfurva.

È più alto è più magro, nonostante racconti di grigliate luculliane.

Dopo un silenzio di qualche ora, per riabituarsi alla famiglia biologica e rimpiangere di aver lasciato la famiglia di amici, ha regalato un abbraccio e una serie di racconti a metà strada tra un libro di Stephen King e un saggio di Mauro Corona.

Ha varcato i tremila metri, visto trincee, camminato su un ghiacciaio inondato di luce. Ha fotografato montagne altissime e silenziose, conosciuto un uomo che ha scalato tutti gli ottomila che è riuscito a trovare, nonostante il gelo gli abbia compromesso per sempre un piede.

Un uomo che gli ha raccontato di non mollare mai, ma anche che la montagna è più forte e ha sempre ragione lei.

Ha cucinato, dalla pizza al pane, persino le ostie, ballato, corso in piena notte, pulito i bagni e lavato i piatti.

Ha camminato e giocato ai quoti, una complessa serie di sfide e penitenze alle quali gli adolescenti campeggiatori si sono sfidati con slancio, allegria e totale follia.

La formula è la seguente: ti sfido a fare qualcosa (solitamente di stupido), ti dico quanto sei quotato per farlo, se non lo fai c’è una penitenza.

Qualcuno ha dovuto fare flessioni nel gelido fiume che scorre dietro le tende, altri baciare chi non avrebbero baciato mai, il primogenito si è guadagnato solo di dover indossare gli scarponi da trekking per la serata elegante.

Ora la sfida si più faticosa.

Tornare a bassa quota e riprendere la quotidianità, le lezioni d’inglese, i compiti delle vacanze e le sorelle.

Altro che gli ottomila.

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Si viene e si va

Fonti che preferiscono restare anonime riferiscono che gode di buona salute e si sta divertendo come mai prima d’ora.

Le comunicazioni sono difficoltose, nonostante per la prima volta sia stato autorizzato a portare con sé il cellulare, che evidentemente serve per pubblicare storie su Instagram e non per whatsappare con la famiglia rimasta a casa.

Lo scambio di battute on line non ha superato le due sillabe- da parte sua- eccezion fatta per la frase “mother, ho bisogno della ricarica così ho trenta giga in regalo”

Leggenda racconta che i venti adolescenti dispersi in Valfurva ridano molto, camminino incessantemente, facciano grigliate come non ci fosse un domani. Immagini di repertorio li mostrano mentre corrono in fila indiana tra le tende, all’una e mezza di notte, praticamente il Full metal jacket dei campeggi.

Nell’unica telefonata ricevuta, forse partita per errore, il primogenito ha chiesto dove fosse il sacco letto, come se il potere materno di trovare oggetti smarriti avesse il dono dell’ubiquità.

La sensazione è che il figliolo non abbia alcuna fretta di tornare alla casalinga quotidianità, e preferisca scarpinare per i sentieri di montagna con gli amici piuttosto che trasportare una cassa d’acqua su per le scale a casa.

Tuttavia panta rei, tutto scorre e inevitabilmente finisce, così ci prepariamo domani a riaccogliere il figlio maggiore, la quota azzurra della famiglia, quello con gli occhi verdi e il ciuffo ribelle.

Buon rientro, ragazzo grande.

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Basta poco

Sarà il sangue in parte piemontese che mi scorre nelle vene, sarà che perdersi nelle Langhe ha un effetto di pace pressoché istantaneo, sarà che per sfuggire al caldo ci saremmo imbarcate pure su un cargo diretto in Groenlandia.

Sarà che la Reggia è un pezzo di storia recuperato con tanta cura e bellezza che viene facile immaginarsi con parrucca e andrienne a passeggiare per quei giardini che, racconta una signora sottovoce, avrebbero copiato anche i francesi a Versailles.

Sarà che su una casa sull’albero non ci eravamo mai salite, figuriamoci dormito. Sarà che dalla finestra, tra un ramo e uno scoiattolo, si aprono vigneti e colline a perdita d’occhio.

Sarà che ci sono altalene a ogni albero e la piscina nel prato, che ci siamo solo noi anche se facciamo baccano per quindici.

Sarà che la leggenda dice che il bosco sia abitato dalle Masche, creature femminili dai poteri sovrannaturali e la piccola dice che allora siamo nel posto giusto.

Sarà che la gatta trovatella che ci abita da quasi vent’anni si chiama Cosetta, come nei Miserabili.

Sarà che la cena nel giardino di un ristorante, sotto un enorme ciliegio dove assaggiare tajarin e bunet mette di buon umore.

Sarà che stare solo tra femmine è insolito e magico, regala battibecchi, confidenze e allegria, ma soprattutto pettegolezzi sulla piccante vita sentimentale del primogenito.

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Piccole trasgressive

“Voglio questi, verde acqua”

“Sicura?”

“Sì. Certo. Forse. Non so. Farà male?”

“Beh, bene non fa. Senti come un forte pizzico ma finisce in fretta, tranquilla”

“E se il primo fa troppo male e non voglio più fare il secondo?”

“Allora ne avrai uno solo”

“Signorina, allora, sei pronta?”

“Sì, signora farmacista”

“Uh, ma guarda qui che bel lobo cicciottello che abbiamo!”

“I miei lobi non sono grassi”

“Uh, siamo permalosette qui? Allora, adesso carico la pistola con quello che hai scelto e…bum!”

“Aaaaaaahhhhhiaaaaa!”

“Ma…accidenti! L’ho sparato nel muro e non nel tuo orecchio! Mi tremano un po’ le mani. Forse è meglio che chiamo la collega”

“Ehm, penso anche io, non vorrei che la bambina di trovasse con un piercing al naso”

“Vero mami, quello lo facciamo più avanti, almeno in seconda media”

“Cosa?”

“E in prima superiore un tatuaggio, piccolino, magari sulla caviglia”

“Signora, mi sembra un po’ agitata, le provo la pressione?”

La piccola, dopo mesi di tentennamenti, ha deciso di farsi i buchi alle orecchie.

Ha scelto due orecchini colorati e si è offesa per i lobi cicciottelli, vaneggiando di piercing e tatoo per il futuro prossimo.

Io mi sono ripresa in fretta, fino alla seconda media dovrei farcela.

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Regali

Una Genova più simile per caldo e umidità a Kuwait city, ma d’altronde è comprensibile quando si prenota una visita guidata alle quattordici e trenta dell’ultimo pomeriggio di luglio.

Ci si trova a passeggiare liquefacendosi tra un carruggio e una piazza, scolandosi una bottiglietta d’acqua dopo l’altra e alternando visioni di oasi nel deserto a spiaggie tropicali lambite da un mare cristallino.

Si entra in tutte le chiese, cattedrali e cappelle non tanto per fervore religioso quanto per la frescura e le panche a disposizione.

Si ammira la casa di Colombo perché alle sue spalle si intravede un chiosco con le bibite e l’ombra.

Si osserva attentamente l’acquario chiedendosi se non sia possibile un tuffetto, fosse pure nella vasca degli squali.

Quando finalmente il sole è meno cattivo e sembra levarsi un refolo di vento, è ora di prendere macchina, borse e focacce, in tempo per dirigersi verso l’altra metà nonché meta del regalo di compleanno, la tenda nei boschi.

Dopo una strada a buche e tornanti, giunti nella nostra remota destinazione, veniamo accolti con calore dal proprietario fricchettone, un po’ meno dal suo piccolo e nervoso cagnolino.

Sistemiamo le nostre poche cose nel teepee romantic esperience, rosso come la passione e pieno di zanzare come il rio delle amazzoni.

Consumiamo la nostra frugale cena in compagnia di una truppa di formiche, finché tutto si spegne ed è ora di dormire.

Un cielo pieno di stelle, una luna luminosa e un esercito di cicale, che friniscono al volume di Vasco a San Siro.

“Amore, per il mio prossimo compleanno, piuttosto l’ikea”

È fatta.

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Miss mezzana

Sei stata eletta Miss Yamamay, non per il bikini ma per l’accanimento nei tornei di pallavolo.

Hai letto metà del libro che ti avevo dato, che per i tuoi standard di lettura è qualcosa di eccezionale.

Hai sostituito i braccialetti presi in ogni porto della crociera con cordini, cordicelle, cerchi di plastica colorata e le tue braccia ora nascondono la dermatite sotto un arcobaleno.

Hai camminato tanto, e tanto ancora, con lo zaino, sotto la pioggia, sopra un ghiacciaio senza mai lamentarti, tanto da farmi chiedere cosa ti sciogliessero nel latte il mattino.

Ti sei presa cura di te e anche un po’ degli altri.

Sei stata senza cellulare per undici giorni, il campeggio è meglio di un rehab.

Sei tornata con qualche etto in meno e alcuni chili di adolescenza in più.

Sei arrivata e ti lavi la tazza, metti a posto i vestiti, fai la doccia senza che nessuno te lo imponga. Da oggi mi voto a Santa Caterina (Valfurva) protettrice di madri con figlie femmine disordinate.

Non ti siamo mancati e lo dici quasi sottovoce, invece voglio che lo gridi perché è così che deve essere: stare bene lontani ed essere felici di riabbracciarsi.

Bentornata a casa, mezzana del mio cuore.

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Come una piuma

La luna rossa, che appare e scompare in una sera d’estate, da ammirare seduti sui gradini della corte, insieme ai tuoi vicini e amici, o amici e vicini che dir si voglia e una bottiglia di limoncello che finisce prima dell’eclissi.

L’attesa di un rientro, anzi due, i preparativi di una partenza, ché qualcuno in famiglia è sempre in movimento.

La colazione in un McDonald deserto, mentre se ne vanno quelli del turno di notte.

La voglia di rivedere le fanciulle di casa, osservarne i cambiamenti, scovarne le differenze come nei giochi della settimana enigmistica.

Una chiacchierata al lavoro, con una donna dagli occhi celesti tanto minuta quanto determinata, sulla fatica e la meraviglia dell’essere genitori, del saper acciuffare al volo le cose belle che la vita ci offre, del sentirsi troppo responsabili o troppo poco meritevoli.

Le lacrime inaspettate di una emozione profonda.

Accarezzare un sogno e un passaporto che ci porterà lontano, presto.

Vivere la nostalgia come un accessorio del sentimento, la mancanza come un altro tipo di presenza.

La felicità che si posa lieve e silenziosa, come una mano sulla spalla o una piuma dal cielo.

Perché a volte ci si sente vivi in un colpo di tosse, con un morso a un pancake al cioccolato, nell’aria fresca di un mattino che prelude una giornata rovente.

Nell’indugiare in un profumo che evoca memorie, ancorare pensieri in parole, riempirsi la pancia di una canzone.

Perché la pazienza vince sul tempo, e l’estate porta colore e cambiamento.

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L’unico e il solo

Gli occhi tra il verde e l’azzurro, a seconda del tempo, l’umore o chissà che altro, le ciglia nere più lunghe e invidiate della famiglia.

Il ciuffo ribelle e solo apparentemente spettinato a nascondere i brufoli sulla fronte.

Le labbra piene, un regalo mio, che distese scoprono una fila di denti finalmente regolari dopo anni di apparecchi e sale d’attesa dal dentista.

Le spalle larghe e gli addominali a vista, ché le giornate passate tra bici, campetto e palla da basket segnano anima e corpo.

I piedi da tempo più grandi dei miei, vestiti da un paio di scarpe che ha desiderato per mesi, che la sera chiude in casa per paura del ladri mentre la bici rimane fuori.

Le dita lunghe, agili e veloci intorno a un mazzo di carte, che appare, scompare, cambia forma in un ventaglio o un serpente.

Una vita sociale intensa e regolare, tanti amici che condividono passioni, uscite, partite e stupidera.

Il ragazzo grande di casa sta vivendo appieno la settimana sorelle free, svegliandosi tardi senza che nessuno stia litigando in sala per il telecomando, finendo discorsi interi senza che qualcuno lo interrompa sul più bello.

Si prepara per la prossima partenza per la montagna con l’entusiasmo del soldato che torna dal fronte.

Traghetta beato tra un campetto e un autoscontro, va a lezione di inglese per recuperare il debito a settembre, legge un libro che gli ho consigliato e mi chiama mamma anziché mother.

La sera tardi guardiamo un film insieme, possibilmente pauroso, io mi addormento sfinita e lui mi sveglia quando è finito.

È molesto, vitale e irresistibile, come solo un primogenito adolescente temporaneamente figlio unico sa essere.

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