Ritorni

È scesa dal pullman con un grande chignon sulla testa, qualche ciuffo disordinato sugli occhi, il borsone a tracolla.

La voce rauca per il tanto incitare in campo e cantare in viaggio, il sorriso di sempre, forse un po’ più luminoso.

Gli abbracci alle compagne di squadra, quelli che solo le femmine amiche sanno darsi, che sembrano non lasciarsi mai e sprofondano una nell’altra, così diverse dalle pacche sulle spalle dei maschi.

È salita in macchina è ha detto “è stato bellissimo”, ripetendolo più e più volte durante il racconto di questi giorni lontana da casa, ma forse non c’è altra espressione, se davvero è stato tutto bellissimo.

Camminare sul mare e raccontarsi, sdraiarsi in silenzio e prendere il sole, poco perché hai la pelle chiara e ti bruci, perdersi con la tua amica per le stradine e correre indietro prima che l’allenatrice se ne accorga.

Mangiare le gocciole che ti sei portata da casa, la notte, in camera, mentre sei al telefono con quel ragazzino tanto carino che viene da Firenze, e come te partecipa al torneo, che ti trova simpatica e guarda un po’, anche tu lo trovi simpatico.

Vincere la finale e salutare tutti, promettere di rivedersi, guarda caso proprio a Firenze.

La mezzana è scesa dal pullman e c’era un tramonto viola, mi veniva anche un po’ da piangere.

Perché a tredici anni e mezzo puoi essere ciò che vuoi: anche immensamente felice.

Buona Pasqua, a tutti

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Chanche

È imperscrutabile, sorride poco e parla ancora meno.

A tavola legge le chat di Instagram e io vorrei dirgli che non è cosa né buona né giusta, ma il primogenito dice che in America si usa così e allora taccio, anche se a malincuore.

Non mangia nulla di quello che gli preparo, pare che la mia fama di ottima cuoca sia giunta oltreoceano. A mia discolpa posso dire che non ha voluto toccare nemmeno affettati e formaggio.

Ha sviluppato una insana passione per i biscotti orociock, che ha assaggiato qui per la prima volta. Ne tiene una scatola sul comodino e dei pacchetti sparsi nel borsone.

Le sue scarpe numero quarantotto e mezzo aspettano fuori dalla porta, e ieri ci ha trovato due lucertole omaggio del piccolo gatto. Ci sarebbe stata anche un’iguana, considerata la grandezza.

Soffre di improvvise narcolessie, forse per il jet lag, forse per l’età, fatto sta che di pomeriggio non siamo riusciti a svegliarlo neanche con le urla della piccola.

Gioca a pallacanestro come un campione e da grande vuole entrare nell’esercito, laggiù in Ohio.

Noi speriamo che diventi un giocatore famoso di NBA, per dire che è stato a casa nostra e rivendere su ebay i palloni che ci stiamo facendo autografare.

Insomma, ci portiamo avanti.

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Welcome

L’è proprio un gran bel fioeu, come direbbe mia nonna.

Il suo nome significa opportunità, e la mezzana ne ha viste parecchie nei cinque minuti di conoscenza prima di essere spedita in convento.

È alto, molto alto, mediamente scuro di pelle e viene da una famiglia assai numerosa, tanto da non scomporsi minimamente davanti al caos generato dalla nostra casalinga moltitudine.

Lo aspettavamo per pranzo, ma deve essere stato avvisato delle mie scarse virtù culinarie perché si è presentato con un sacchetto di McDonald in una mano e la valigia nell’altra.

La nostra fluente padronanza di google traduttore ci ha consentito di chiedergli qualunque cosa, peccato non capire le risposte. Le questioni fondamentali sono state affrontate subito, come la password per la connessione wi fi.

C’è da dire che lui per il momento non parla molto, forse frastornato dal viaggio, dalla mezzana che cerca di fargli foto di nascosto per mostrarlo alle sue amiche e la piccola che con un inglese tutto suo gli chiede se voglia un lecca lecca, una fetta di pizza, una porzione di lasagna.

Non si separa dal suo cellulare, forse per chiamare aiuto in caso di bisogno o forse perché, anche se americano, resta pur sempre un adolescente.

A fianco del primogenito mette paura, perché è alto abbastanza da essere la sua custodia.

Chissà che gli danno da mangiare, laggiù in Ohio.

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Come in una favola

“Mamma, mi manderai delle foto?”

“No”

“Video?”

“Nemmeno”

“Ma devo farlo vedere alle mie amiche! Abbiamo stalkerato il suo profilo Instagram e lo vogliono conoscere”

“Adesso basta e prepara la borsa, su”

“Uffa, perché io non ci devo essere quando succede qualcosa di bello in questa casa?”

“Qualcosa o qualcuno? Comunque sei in partenza con la tua squadra, andate al mare, giocate a pallavolo e state senza genitori. Il paradiso per te, o sbaglio?”

“Beh, sì, però anche voi non starete male qui. Però quando torno lo vedo! Abbiamo due giorni ancora prima che parta per vivere sotto lo stesso tetto!”

“Tu no. Vai dalla nonna quei due giorni. Rinchiusa in una torre, possibilmente. Fatti crescere i capelli, con Rapunzel ha funzionato”

“Mamma, sei perfida”

Domani sarà giorno di arrivi e partenze, in questo circo Barnum che è diventato casa mia. Parte la mezzana, per la consueta trasferta con la pallavolo, e arriva lui, l’ospite, dal lontano Ohio, col suo metro e novantotto, i capelli afro e la passione della pallacanestro.

Si fermerà a casa nostra il tempo necessario a giocare e probabilmente vincere il torneo pasquale delle Giovani leggende.

La mezzana e le sue amiche hanno già avuto modo di osservarlo e analizzarlo sul suo profilo Instagram.

La torre è quasi pronta, comunque.

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Cantami, o Diva

L’inizio non è stato del tutto promettente, questo va detto.

Certo, l’aula magna era piena e i partecipanti carichi di energia, come si confà a un nutrito gruppetto di decenni della quinta elementare.

Certo, la poesia è un’arte nobile e alta, e a volte si fa un po’ fatica a calarla nel quotidiano.

Certo che però ci siamo messi tutti di impegno, ascoltando per quasi un’ora l’appassionata descrizione della storia dei poeti, accompagnate da citazioni leggendarie come Baudelaire coi Fiori del male, Dante con il suo inferno, Ulisse e il suo peregrinare perché sì, anche un sabato pomeriggio di aprile è buono per chiedersi se sia più importante la meta o il viaggio.

Certo, siamo stati buoni anche se un po’ impazienti quando tutti i componenti della giuria, tutti e sei, uno per uno, hanno letto una delle loro opere. Ci siamo chiesti un po’ infastiditi come mai fossero solo uomini, ché la poesia è pure femmina, a voler ben guardare.

Certo, è valsa la pena anche l’ascolto della poesia in napoletano, un capolavoro sulla fiducia, non avendone purtroppo capito neanche una parola.

Perché dopo gli applausi dovuti è arrivato finalmente il momento della premiazione, preceduto dall’ingresso della busta come in ogni competizione che si rispetti.

E la prima ad essere chiamata, insieme alla sua compagna, amica e coautrice è stata proprio lei, la piccola poetessa di casa.

Che si è alzata di scatto quando ha sentito pronunciare il suo nome -storpiato, ma siamo abituati- come Leonardo di Caprio la sera dell’Oscar, mani sul viso, incredulità negli occhi.

È salita sul palco rapida e sicura, ha stretto la mano al presidente della giuria e ai giudici tutti, ha ricevuto trionfante il buono Coop da cinquanta euro di premio.

Dono che, appena uscite dall’aula magna, le due vincitrici si sono precipitate a spendere, acquistando ogni genere di schifezza ipercalorica per festeggiare a scuola, insieme ai compagni, l’inaspettata vittoria.

Brave, bravissime, piccole poetesse.

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B-day

Mi piace cantare Calcutta in macchina con le bambine, e fare il coro tutte insieme su “volevo solo scomparire in un abbraccio”

Io che quest’anno ho imparato a impastare la pizza e a fare le polpette, che amo pescare storie e parole come quando si cercano le calze colorate nei cestini dei negozi.

Che se cominciassi a chiedermi come faccio a tenere tutto insieme rischierei di non esserne più capace, come il millepiedi a cui domandano come faccia a muovere insieme tutte le zampe.

Io che ho bisogno di trovare un punto da fissare per stare in equilibrio, come una ballerina mentre fa i giri sulle punte, o degli occhi da guardare, come quando si parla in pubblico davanti a tanta gente.

Io che bramo un pomeriggio di pioggia sul divano e ardo per una notte tra lenzuola senza briciole e nessuno che mi chiami per la sete, gli incubi o il male di vivere.

Io che faccio sempre almeno due cose insieme sull’altare del multitasking, guido e parlo con lunghe telefonate, origlio le conversazioni degli altri mentre faccio la spesa, ascolto musica mentre leggo, cucino e cerco di non bruciare nulla.

Io che speso sono fuori sincrono, come il primo applauso a teatro quando gli altri sono fermi, troppo in anticipo o irrimediabilmente in ritardo.

Io, che fino a ieri avevo quarantaquattro anni, come i gatti, e oggi non so come mai son diventati quarantacinque.

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Primogenito’s got talent

“Mother, non puoi capire che cosa è successo oggi a scuola”

“Ma lo sai che questa frase mi terrorizza più di ‘patente e libretto’ detto da un carabiniere col mitra?”

“Su su, non essere ironica. Allora. Terza ora. Deve arrivare il professore di fisica, ma non c’è. Lui è sempre puntualissimo capisci? Praticamente vive appostato dietro la porta. Comunque, niente, se non entra vuol dire che non c’è”

“Ah, tutto qui? Per una volta mi sono preoccupata per niente”

“Ma non è mica finita, eh? Ho avuto un colpo di genio. Mi sono messo gli occhiali di un mio compagno, che sono uguali a quelli del prof, e mi sono seduto alla cattedra col libro aperto proprio come fa lui. Poi, con la erre moscia come la sua, sono andato alla lavagna e ho cominciato a scrivere delle formule assurde e nessuno capiva niente proprio come a lezione”

“Vabbè, non proprio il massimo della vita ma posso sopportarlo”

“No! Il meglio deve ancora venire! Mentre ero lì col gesso in mano e gli occhiali del mio compagno il professore è entrato!”

“E ti ha beccato?”

“No, e qui sta il bello: mi sono praticamente volatilizzato, tornato al mio posto più veloce di un Avanger. Ho proprio un talento”

Altro che liceo e università.

La prossima iscrizione sarà a Italia’s got talent.

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Non troppo bene

Quando il buongiorno al mattino te lo dà la lavatrice con due centimetri di acqua sul pavimento del bagno, e tutti gli asciugamani che ti servirebbero per asciugare sono, appunto, nel malvagio elettrodomestico.

Quando il gatto ti cammina tra le gambe insinuandosi furtivo e silenzioso, cercando di farti rompere l’anca anzitempo.

Quando la figlia piccola rientra in casa di corsa perché ha dimenticato il diario in camera, ma porta ai piedi le scarpe che ha messo ieri per andare a giocare nel bosco e lascia impronte fangose anche sulla coda del gatto.

Quando l’attività del mattino è “aspettare il corriere” che deve venire a riprendersi quella maglietta che sembrava così carina online, e forse è il caso di dare un taglio agli acquisti compulsivi, immotivati ma consolatori sui siti di grandi marche.

Quando il suddetto corriere non si fa vedere né sentire, nonostante le promesse.

Quando arriva una telefonata importante ma non riesci a rispondere perché ti sei spalmata sulla faccia la maschera ringiovanente, rilassante e reidratante al veleno d’api perché il compleanno è alle porte e l’età fa brutti scherzi.

Quando suona il campanello e tu pensi sia il corriere, ti infili di fretta i jeans che non salgono nemmeno dalle ginocchia, mediti il suicidio pensando di avere preso sette taglie nella notte, poi ti accorgi che sono quelli della piccola.

Quando invece del corriere sono i testimoni di Geova che ti lasciano un invito per la commemorazione annuale della morte di Gesù.

Ecco, quando tutto questo accade in una mattina, c’è bisogno di una vacanza.

O di un esorcista.

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Per gentile concessione

Poteva scegliere tra giapponese, pizza o piadeneria.

Ha deciso per lo street food festival nel centro della città, rumoroso, caotico e con l’odore di fritto percepibile già al piano meno quattro del parcheggio sotterraneo.

Si è divorato un hamburger delle dimensioni del nostro gatto, l’ha seppellito sotto una montagna di patatine e una volta ripulito l’angolo della bocca col tovagliolo, ché va bene mangiare in piazza ma il decoro ce lo portiamo sempre dietro, ha dichiarato di essere soddisfatto.

Non abbastanza, forse, visto che ha trovato spazio dentro di sé anche per un dolce.

Tra un morso e l’altro al panino è riuscito a giudicare impietosamente la musica anni ottanta che usciva dalle casse disseminate qua e là, e mi ha redarguito imbarazzato quando ho accennato con le mani un accordo di chitarra sulle note dei Bon Jovi.

A teatro si è guardato intorno incuriosito e ha aspettato l’inizio dello spettacolo con il libro di fisica aperto sulle ginocchia, intento a scrivere micro bigliettini da mettere nell’astuccio per la verifica del giorno dopo.

Quando le luci si sono spente ha tenuto gli occhi incollati al mentalista sul palco, che ci ha stupito e incantato per quasi due ore.

Mentre camminavamo verso il parcheggio, lui con la mia giacca perché aveva dimenticato la sua, ha sussurrato che sì, è valsa la pena passare la serata con te, Mother.

Non esattamente una dichiarazione d’amore, ma con l’adolescenza che corre posso essere soddisfatta.

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Il fagiolo magico

I fagioli piantati dalla piccola non sono spuntati, segno inequivocabile che il pollice nero è un allele dominante.

La fanciulla ha gettato via spazientita il suo esperimento di scienze, dichiarando che i fagioli in famiglia non piacciono a nessuno e che comunque esistono i supermercati, se proprio lì vogliamo mangiare.

La mezzana da quattro giorni è a pagina quattro del libro che le ho cortesemente imposto di leggere, preoccupata che cresca come alcuni adulti che conosco, incapaci di comprendere il testo di un semplice messaggio whatsapp su un gruppo.

Il primogenito si prepara per un arbitraggio d’eccezione, una gita al luna park, un’interrogazione di chimica, rigorosamente in quest’ordine.

Scrive un tema sulla musica che mi lascia senza parole per la sua capacità di esprimere, raccontare, emozionare, ché forse un figlio può ereditare anche qualche capacità positiva.

Io lavoro, organizzo la festa per la cresima della piccola, ormai alle porte, col buongusto e la sobrietà che sono diventati negli anni la mia cifra stilistica. Il palloncino con il narvalo multicolore non sarà dimenticato facilmente dagli invitati.

Mi perdo in una serie Netflix per adolescenti, forse per non pensare al l’imminenza del compleanno, dormo troppo poco e sogno vacanze impossibili.

Ogni giorno ha la sua pena, quanto basta per arrivare a sera.

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