A settembre

Corro molto, in questi giorni.

Tre città diverse in tre giorni, i treni e le autostrade, gli autogrill e la metropolitana.

Le strade, ché se si può vado a piedi, dove non conosco.

Il nuovo lavoro, che mi fa sentire al posto giusto, come quando ti metti un vestito che non ti andava più e invece tiri su la cerniera e non si impiglia nel fianco e magari riesci anche a sederti.

Ho lasciato andare un po’ di fatica, quest’estate, qualche chilo che mi fa anche l’anima più lieve, ho ascoltato molto e camminato anche di più.

Mentre adesso fuori corro cerco una qualche forma di lentezza dentro, anche se per stare bene ho sempre bisogno delle mie liste di cose da fare e una teglia di lasagne nel congelatore per ogni evenienza.

Preparo libri e quaderni per i nuovi grandi inizi, che portano dubbi, smuovono paure e insicurezze.

Del resto il cambiamento è più facile da dire che da maneggiare.

Io ne sono grande teorica e impacciata praticante.

Accompagno la mezzana al primo torneo della stagione, un sabato mattina troppo presto -che Dio benedica gli organizzatori- e ascoltiamo Gianna Gianna Gianna che aveva un coccodrillo e un dottore, evviva la vita.

Con la piccola si gira per sagre, da qui a sabato saranno solo panini con la salamella, patatine e la temuta pesca di beneficenza.

Settembre, che bella fatica.

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Ci siamo

La piccola sistema i libri nello scaffale della sua stanza, lo fa con ordine e metodo, attenta che non se ne pieghi neanche un angolo.

Consulta le liste per vedere se manca qualcosa, se il righello è lungo abbastanza, i margini nei quaderni sono come dovrebbero, le righe misurano la giusta distanza.

Spolvera lo zaino che fu della sorella, felice che sia toccato a lei.

Mi commuove.

La mezzana sistema i libri del liceo nella sua libreria, mentre chatta col gruppo whatsapp di prima A, la sua futura classe.

Questi giovani studenti, che ancora non si conoscono, hanno già cominciato a lamentarsi della pesantezza dei programmi, la lunghezza dei libri e del l’insostenibile leggerezza dell’essere.

Lo sguardo della fanciulla prende vita solo quando chiede di acquistare gomme, penne, evidenziatori, quaderni e l’intera cartoleria del paese.

Mi preoccupa.

Il primogenito non ha ancora tirato fuori i libri dal baule della mia macchina, nel vano tentativo di farli sciogliere col caldo.

Quando non è coi suoi amici fissa il vuoto con aria spiritata e ripete a bassa voce, come un mantra o una maledizione, “sta per ricominciare, sta per ricominciare, sta per ricominciare”

Assapora ogni istante di vacanze e libertà come fosse l’ultimo, cosa tra l’altro non lontana dal vero.

È altalenante, molesto, adolescente.

Mi stanca.

Qualcosa mi dice che sarà un lungo anno scolastico.

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Femminile singolare

“Sì, ti chiamo per dirti che la Giulia sabato viene a vivere con me, allora dobbiamo rivedere le tue ore a casa mia.

Direi che possiamo portare il tuo monte ore a otto la settimana, mi sembra il minimo per mantenere un decoro.

Comunque se non bastano le ore ci capiamo: se non riesci a fare tutto possiamo fare anche noi qualcosa, tipo le lavatrici, ma le fa la Giuly che è donna, chiaro, anche la pulizia dei balconi può farla lei, tu vai di fino coi vetri e taaac!

I nostri ottanta metri quadri brillano che è un piacere, io son contento, la Giuly è contenta e te sei contenta, giusto?

Ti annuncio già che la Giuly è più rompi di me, vuole pulizie anche sui lampadari e sotto il letto, mica come me che potevi farli anche una volta all’anno e io muto.

Ma d’altronde lei è donna, no? Mica per niente si dice “donna” e non uomo delle pulizie, giusto?”

Il treno è il Milano Varese, tardo pomeriggio.

Lui è un giovane uomo calvo con una folta barba, quasi che il karma lo volesse punire per le parole che escono dalla sua bocca.

E forse è meglio che ci pensi il karma, anziché le numerose donne sedute in questo scompartimento.

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Le famiglie

Se tutte le famiglie felici si somigliano, quelle infelici sono disgraziate ognuna a modo suo, quelle non convenzionali si devono proprio reinventare.

Il primogenito, la mezzana e la piccola sono al mare da quasi quindici giorni.

È un periodo che aspetto come gli osservanti la fine del Ramadan, gli speranzosi l’arrivo di Babbo Natale e gli studenti l’ultimo giorno di scuola.

Lo aspetto perché ho bisogno, per quelle due settimane, di trovare quello che ho perso durante l’anno, fuori e dentro di me.

Lo aspetto perché essere madre è il viaggio più affascinante che mi potesse capitare, ma non è una vacanza.

Lo aspetto perché a casa ritrovo l’ordine che ho inseguito tutto l’anno, tra vestiti buttati, zaini abbandonati, borsoni sportivi puzzolenti e quaderni che non si trovano. E all’improvviso quell’ordine non sembra poi così importante, solo spazio vuoto.

Mi ritrovo a preparare e cuocere teglie di lasagne, polpettoni e minestroni da surgelare neanche fossimo in attesa della Grande Guerra, ché alla fine ci si lamenta di quello che invece ci tiene insieme.

Io vivo questo spazio vuoto di figli come quando dormi per la prima volta nel lettone da sola: all’inizio a stella marina, nel centro, per poi tornare lì, nel posto che occupi sempre.

Non è nostalgia, forse una esaltante malinconia. Difficile mancarsi con l’incessante invio di messaggi, foto e video su whatsapp.

L’attesa sta per finire e io sono felice, emozionata e pronta per riabbracciarli.

E per ricominciare ad aspettare i quindici giorni del prossimo anno.

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Google maps

Il mio fidanzato è uomo di talenti e peculiarità.

Dotato di una capacità organizzativa fuori dal comune, riesce a pianificare un viaggio dal nulla incastrando voli, noleggio auto, bed and breakfast.

Valuta locali incrociando i dati e le recensioni, studia con attenzione menù, posizione, rapporto qualità prezzo e difficilmente sbaglia.

Trova la strada giusta come se fosse un autoctono, guidato da un senso dell’orientamento che io -ancora in difficoltà a distinguere la destra dalla sinistra- mai possederò.

Su un sentiero sperduto riconosce i segni, il passaggio di un umano, studia impronte e riesce sempre a tornare a casa.

Unisce intelligenza e intuito, problem solving e attenzione.

È per desiderio e necessità un uomo tecnologico, e il più delle volte la tecnologia gli è amica e fedele compagna.

Tuttavia nessuno è perfetto e la misura di questa imperfezione -oltre la passione per i negozi di souvenir tamarri- è il rapporto con Google Maps, ogni volta che dobbiamo andare in un luogo diverso.

La dinamica di questa complessa e controversa relazione è sempre la stessa. Lui apre l’app e osserva la strada che ci viene consigliata.

E comincia con “Google, ma che stai a dì”.

Sì, perché la polemica è necessariamente in viterbese, sua lingua madre, con verbi troncati delle desinenze.

“E mò dove mi fai ‘annà” “ma qui bisogna scende, mica salì”.

In un crescendo di polemica e recriminazione.

Alla fine, in un modo o nell’altro, raggiungiamo sempre la nostra destinazione.

Finché un giorno, temo, Google non ci risponderà “ma vedi di ‘annà a piedi”

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In cammino

Dalla finestra entra il sole, anche se è mattino presto.

Saremo pure sperduti nell’oceano Atlantico, ma le buone abitudini vengono nel trolley con noi e così dopo colazione si parte a piedi, per un anello di otto chilometri tra il bosco e la costa.

La meraviglia attraversa una vegetazione ipertrofica che sembra tropicale, mucche che pascolano e spiagge di sabbia nera.

Di ritorno ci si ferma in una piscina naturale, dove l’oceano è racchiuso tra la pietra lavica. L’acqua è tanto gelida quanto rinvigorente.

C’è gente ma non c’è caos, poco lontano un ristorante dove il polpo è buonissimo e sei proprio di fronte agli scogli.

L’isola non è grande e nel giro di poco la attraversi, fino a scoprire la rota do vinho, una coltivazione di vite patrimonio nazionale dell’unesco.

Camminiamo su una scogliera di lava, nera con pennellate di verde. La natura fa ciò che vuole, qui.

Arriviamo fino a una chiesetta, dove c’è gente. Ci avviciniamo per scoprire che è la festa del Cabrero, e stanno ultimando i preparativi.

Una signora stira le tovaglie sull’altare, ma non credo che il Signore ne avrà a male.

Ancora un giorno, qui sotto il vulcano.

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Faial

Da Pico si prende un traghetto la mattina, dopo aver lasciato il nostro bed and breakfast che per architettura ricorda una baita di montagna.

Piove, quella pioggerella sottile e bastarda che ti entra nelle ossa e nelle scarpe, ancora non completamente asciutte dopo il mancato avvistamento di balene dell’altro giorno.

Ma qui non ci si fa fermare dal meteo avverso e si viene così ricompensati da Faial, un’isola piena di sole.

Il porto è uno spettacolo di colori. Qui si fermano le imbarcazioni che attraversano l’oceano, solitari navigatori o gruppi di avventurieri. Ognuno lascia il suo ricordo sulla pietra del molo, con una grandissima varietà di murales.

Tradizione vuole che si vada a bere un gin tonic da Peter, storico bar dell’isola, appena arrivati dalla traversata.

Noi, che abbiamo solo traghettato per mezz’oretta scarsa e siamo anche astemi optiamo per una più sobria sopa do dia, che consumata in un locale così ricco di storia ti fa sentire comunque un po’ lupo di mare.

Camminiamo per Horta, la cittadina più popolosa, scoprendo la fabbrica delle balene, il luogo dove venivano portate dopo essere state catturate e uccise. Visitiamo l’acquario, che sembra lo sgabuzzino del più famoso simile di Genova, ma dove gli animali vengono curati e riportati a casa, nell’oceano.

Riprendiamo il traghetto nel tardo pomeriggio, sulla nostra isola c’è la settimana dei balenieri, evento che mobilita un paese intero con street food, bancarelle e danze popolare azzorriane.

Nel mentre il cielo si apre e lui, Pico, il vulcano da scalare, esce dalle nuvole al tramonto come una vera star.

Senza controllo e previsioni, quest’isola è meravigliosa.

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L’amore è

Dopo un volo breve ma intenso degno della Albatross Airlines di Bianca e Bernie, nella mattinata siamo atterrati sulla selvaggia isola di Pico.

Lussureggiante, verdissima, con viali contornati di ortensie e poche case. Una montagna, il monte Pico appunto, che persone indomite vengono a scalare per ammirare la vista che, da lassù, dicono sia bellissima. Io temo non la vedrò finché non metteranno una funivia per arrivarci.

Il fidanzato organizzato si è subito adoperato per realizzare uno dei miei desideri e uscire in mare alla ricerca di balene, complice il mio attuale libro in lettura, Moby Dick.

Incuranti della pioggerella, del mare mosso e dell’incerta imbarcazione siamo saliti fiduciosi (io) e rassegnato (lui) sul gommone rosso che ci aspettava.

Armati di una giacca che di impermeabile aveva poco e di tanto entusiasmo, abbiamo affrontato le onde ricevendo in cambio secchiate d’acqua tali da inzupparci completamente, dai calzini alle mutande. Nessuna balena ci ha ricompensato per tanto coraggio, solo un branco di delfini beffardi.

Di ritorno al bed and breakfast abbiamo cercato di asciugare le scarpe tenendole fuori dal finestrino dell’auto con scarsi risultati, tanto che il fidanzato è poi uscito a cena con un elegante paio di ciabatte, uniche calzature rimaste.

Se non è amore questo, io non lo so cos’è.

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Piove, senti come piove

Piove, prendi la giacca.

Accidenti che vento, porta anche il maglione.

Ohi, ma il caldo? Togli tutto, restiamo in maglietta.

Ma quanta umidità? Sembra di stare in India.

La natura è brava a insegnarti la pazienza e a ricordarti che puoi decidere se metterti una gonna o i pantaloni, se i capelli li vuoi biondi o castani, ma per le cose più serie decide comunque lei.

Nel frattempo, se non si può camminare fuori si scende sotto, scalino dopo scalino, prima in una grotta di lava, poi all’interno di un cratere ormai spento, in fondo al quale c’è un lago.

Col casco sulla testa che non ci evita comunque grandi zuccate sulle rocce.

Con la meraviglia di scoprire dimensioni diverse, abituare gli occhi alla penombra, ascoltare in silenzio le gocce che cadono sulla pietra.

Tra una pioggia e l’altra si va a Biscoitos, dove la roccia lavica accoglie e delimita l’oceano in piscine naturali, tanto limpide quanto fredde.

Si sale a piedi al belvedere, dal quale sai che potresti ammirare tante belle cose se una fitta nebbiolina non avvolgesse pure i tuoi piedi.

Si scopre che alle Azzorre la carta igienica non si butta nel water ma in appositi cestini.

La sera si mangia l’immancabile zuppa del giorno -ottima, ma da tre giorni la stessa-e una buonissima carne cotta sulla pietra lavica da uno zelante ristoratore.

Il fidanzato scova locali e curiosità, trova sempre la strada giusta e il parcheggio in centro.

Domani si vola via, sperando di lasciare il brutto tempo qui.

Pronti per l’isola di Pico.

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Tutta vita

Terceira è la terza isola scoperta nell’arcipelago.

È la più mondana delle nove, anche detta “il parco giochi delle Azzorre”.

E infatti tutta vita, se consideriamo che in questi due giorni abbiamo incontrato più mucche che esseri umani, percorso strade senza altre automobili e trovato posto al ristorante più ambito senza prenotare.

Se qui c’è la movida, nelle altre isole rischiamo di essere soli.

Nel parcheggio vicino all’arena -qui i tori sono una cosa seria e le corride numerose- abbiamo osservato uno sparuto gruppetto di galline cacciare una schiera di gatti a suon di beccate. Ci fosse stato Sepulveda avrebbe scritto la gallina e il gatto, con buona pace della gabbianella e del felino che le insegnò a volare.

Il nostro bed and breakfast sembra gestito dalla famiglia Addams.

Pareti nere, soffitti neri, inquietanti statue -nere- disseminate qua e là, giusto per spaventarti- e un bagno dove tocca scavalcare il water per entrare in doccia e non si riesce a sedersi per fare la pipì, perché l’asse confina direttamente col muro.

Nei ristoranti si mangiano cose buonissime a prezzi giusti, e ieri sera abbiamo assistito a uno spettacolo folcloristico di canti e balli tipici, che ha riunito tutti gli abitanti dell’isola in un palazzetto.

Il tempo è mutevole come l’umore della piccola, le quattro stagioni si susseguono ogni mezz’ora.

L’oceano è tutto intorno, e fa un certo effetto pensare di essere a metà strada tra due continenti.

Qui di gira, si cammina, si è molto, molto felici.

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