Game over

E così appendi al chiodo il fischietto, metti nel cassetto la divisa, maglia grigia e pantaloni neri.

Via anche la Bibbia delle regole, falli e passi che io anche dopo tutti questi anni mi ostino a non capire.

Via i sabati e le domeniche in palazzetti sconosciuti, dove entrare dalla porta sul retro rigorosamente in borghese, di corsa a cambiarsi in uno spogliatoio riservato.

Via l’ansia della mamma sugli spalti, sempre preoccupata che qualcuno ti dicesse una parola di troppo e pronta a saltare alla giugulare di fronte a genitori e nonni incapaci di guardare serenamente una partita di pallacanestro under tredici.

Via i referti che hai imparato a compilare e inviare alla fine di ogni incontro, alle serate di formazione in qualche posto sperduto della provincia.

Hai deciso che farai altre cose, ma non l’arbitro.

Un po’ mi dispiace, perché al netto delle parolacce e dei fischi sono convinta che questa esperienza ti abbia dato tanto.

Attenzione, spirito di osservazione, disciplina, impegno, fiducia in te stesso.

In ultimo, non per importanza, un gran coraggio.

Io, che sono grande, vaccinata e con un discreto bagaglio di esperienze non penso che ce l’avrei mai fatta, a scendere in campo con un fischietto in bocca.

Però mi è piaciuto guardare te.

E quando mi chiedevano per quale delle due squadre tifassi, rispondere “l’arbitro”.

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Penso che un sogno così non ritorni mai più

Il sogno è bellissimo.

Ci sono le terme, l’acqua alla giusta temperatura, mi sento così rilassata.

In lontananza, delle voci.

Apro un occhio, grazie alla parte del cervello rettiliano tipico delle madri, e vedo delle luci provenire dalla sala.

Qualcuno si è alzato? Sono le quattro del mattino.

A fatica mi alzo e mi trascino fuori dal letto, per scoprire che tutti dormono -tranne me- e la televisione si è accesa da sola, come talvolta accade.

Deve essere posseduta.

Un passo stanco alla volta mi dirigo alla ricerca del telecomando per spegnere, accorgendomi troppo tardi che il gatto ha vomitato davanti al divano. Divano dove il piccolo felino giace acciambellato, dormendo sereno.

Deve essere posseduto anche lui.

Valuto la possibilità di cuocerlo lentamente tipo porceddu sullo spiedo. Alla fine pulisco il vomito, il mio piede, spengo la televisione, non cucino il gatto e torno a dormire.

Dopo quello che sembra un attimo, suona la sveglia.

In cucina metto in tavola la maionese al posto della marmellata.

Dopo avere visto la mia faccia, nessuno osa lamentarsi.

È lunedì.

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Lettera aperta

Caro Facebook,

Vengo oggi a te con una pacata recriminazione.

Io lo so che tu ci ascolti, tracci i nostri spostamenti e basta che io pensi “toh guarda, è un po’ che non chiamo V” che tu subito me lo proponi tra “persone che potresti conoscere”.

So che non me la devo prendere perché è il prezzo da pagare per vivere nel mondo social e, in generale, non me ne frega un granché. Spiare la mia vita deve essere abbastanza noioso, ne convengo.

Tuttavia c’è un limite, e quel limite l’abbiamo ahimè superato.

È possibile mai che io mi trovi solo sponsorizzazioni di mutande da uomo col lupo che ammicca dal pisello, rotoli di carta igienica perlata, ragni giganti da attaccare sui muri di casa, un anti stress dove per smorzare l’ansia si schiacciano finti brufoli, tutine in lattice con aperture in zone che sarebbe meglio restassero riservate.

Non pretendo che tu mi proponga l’opera omnia di Tolstòj, il pensiero di Bauman, l’arte del Caravaggio.

È vero che le mie ricerche spaziano da “come staccare le dita incollate con l’attak”, se una parola si scrive con o senza la i, ché io alla grammatica ci tengo e ho sempre paura di sbagliare, fino ad arrivare a chiedere in che regione sta Teulada.

Però ti prego, un po’ di rispetto per la mia intelligenza.

Mi merito di più della mascherina sado maso per gatti.

Grazie.

Barbara

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Il mio turno

La piccola ha realizzato il suo desiderio più grande, da che è finita la scuola elementare.

In barba alle più moderne teorie pedagogiche e al più antico buonsenso, è stata dotata di telefono cellulare con sim funzionante.

A casa nostra vige la legge del primo fratello, cioè ogni figlio deve fare le cose -buchi alle orecchie, colore ai capelli, uscite serali- con le stesse tempistiche del precedente. Questo precetto è figlio della loro libera interpretazione, non certo della mia.

I fratelli maggiori hanno ricevuto il telefono in prima media e lei, dall’otto giugno -ultimo giorno di quinta elementare- aspettava il suo legittimo turno.

Avrei voluto procrastinare ancora un po’, ma non ci si può opporre al destino, fermare un uragano o non seguire il dogma del fratello maggiore.

In questi primissimi giorni la piccola ha scaricato un numero imprecisato di applicazioni inutili, perseguitato famiglia, amici e parenti con molesti whatsapp nonché scattato un trilione di foto a mamma, gatti, stanze, fratelli, vicini di casa e ignari passanti.

Sullo sfondo la sua foto, con la frase “io, di me farò una rivoluzione”.

Forse non prenderò il premio pedagogista dell’anno, ma una denuncia per stalking stiamo sereni che non ce la toglie nessuno.

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+14

Io non so come esca la statua dal marmo.

Non sono una scultrice, ho fatto fatica pure a mettere i chiodi nel muro per la bacheca della piccola, infatti cade sempre.

Però so osservare, se sto attenta.

E da quel blocco prezioso di marmo della tua infanzia sto osservando, un po’ preoccupata e un po’ trepidante, la creatura che sta venendo fuori.

Le scalpellate della vita, mezzana mia, non sempre sono carezze ma anche quelle aiutano a definire le linee che saranno.

Oggi compi quattordici anni che mi sembra un numero bellissimo, proprio come te. Hai smesso di crescere in altezza e ci si augura che il tuo piede non riservi grosse sorprese, con quello che costano le scarpe che ti piacciono.

Si sta definendo la donna che sarai, e come ogni donna su questo pianeta a volte non ti piace quello che vedi nello specchio, vorresti essere diversa, con qualcosa in più o qualcos’altro in meno.

Si comincia a intuire un talento specifico, un’attitudine particolare, un’attenzione speciale agli altri e al mondo che ti circonda.

Tu che un po’ come me sai osservare, quando stai attenta. Che ancora ti perdi nell’iperuranio e a volte bisogna tirare forte per farti tornare tra noi.

Che hai cominciato una scuola nuova con più impegno di quanto me ne sarei aspettata e non sai quanto io sia felice ricredermi.

Tu che non vai mai a letto arrabbiata e ancora ti fai massaggiare dalla mamma la schiena di sera, sul divano.

Tu che hai sempre fame, svaligi il frigorifero e conosci i miei nascondigli, che comprendi guardandoci se stiamo bene o siamo tristi.

Tu che mi costringi a ripetere le cose cento volte e poi non le fai, ma per cento volte dici quanto mi vuoi bene.

È un talento un po’ paraculo, ma pur sempre un talento.

Buon compleanno, amore mio grande.

Vederti crescere non smette di emozionarmi.

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Domenica è sempre domenica

Una passeggiata di appena dodici chilometri, ché la settimana è stata lunga e il tempo è poco.

Un film al cinema che racconta la nuova era geologica che stiamo vivendo, e che non lascia proprio tranquilli visto i disastri che siamo riusciti a combinare.

Una cena nel ristorante tanto desiderato, sotto il naso una ciotola di ramen fumante e davanti un fidanzato che sarebbe stato più felice con una carbonara.

Un pigiama party per l’ormai imminente quattordicesimo compleanno della mezzana. Quattro ragazze con l’appetito di otto camionisti, che a mezzanotte hanno pensato bene di anticipare la colazione con brioche, latte caldo e pane e nutella.

Che a colazione si sono mangiate il fabbisogno alimentare di un piccolo stato. La mezzana si è travestita da maschio con la felpa del fratello, per inscenare un selfie con la sua amica destinato a fare ingelosire un ragazzo che le piace.

Non è che sembra tortuoso e malefico, lo è proprio.

Comunque poi è arrivata la domenica, e fortunatamente sono andata a lavorare.

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Connessi

La piccola ha scaricato sul cellulare un’app per parlare da sola.

Più che parlare, scrivere.

Nella pratica, chatta con se stessa raccontando storie, simulando surreali conversazioni o dispute.

La mezzana tiene d’occhio la Samara Challenge, una delle sfide più idiote degli ultimi anni: travestirsi da bambina del celebre horror the ring -un delizioso outfit composto da una tunica bianca e una parrucca di lunghissimi capelli neri- e terrorizzare ignari passanti. In alcune città sono dovute intervenire le forze dell’ordine.

Nel tempo libero gioca con un simulatore di vita che riproduce una casa, una famiglia, il cane e il gatto, le quotidiane attività perché, come dice lei, lì sono più simpatici che a casa nostra e posso crearmi una stanza tutta mia invece che dividerla con mia sorella e le sue bambole.

Il primogenito trasforma file pdf in word, per modificare e copiare i compiti più lunghi e complessi, ché l’impegno è un concetto soggettivo e variabile.

Per tutta la giornata, a esclusione della notte e obtorto collo, ascolta musica su Spotify attraverso gli auricolari che mi immagino ormai un tutt’uno coi suoi timpani.

Nativi digitali si nasce, completamente matti si diventa.

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Casa dolce casa

In cucina, a pelare distrattamente spicchi di mela, rubati con noncuranza un figlio dopo l’altro, a turno, finché mi accorgo di avere sbucciato quattro mele e non averne mangiata nemmeno una. Non ce ne sono più.

In sala, dopo un atto di coraggio senza precedenti e aver svuotato il cesto dei panni da stirare, ritrovare delle magliette lasciate lì da così tanto tempo di essere ormai troppo piccole pure per la piccola.

Sul terrazzo, ad aprire la porta con vergogna al corriere di Amazon. Il poveretto non solo deve consegnare pacchi di domenica, ma anche assistere all’increscioso spettacolo dell’impacco fortificante per capelli avvolto nella carta trasparente sulla mia testa.

In giro per casa, accorgersi che alle tre del pomeriggio sei ancora in pigiama.

Nelle camere i primi compiti, svolti con l’entusiasmo del condannato a morte.

In bagno, aiutare la piccola a pettinarsi come Sailor Moon perché adesso che va alle medie ha il suo stile e guai a chi la contraddice.

Le domeniche in casa a ciondolare come non ci fosse un lunedì, che belle.

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Giorno uno

La piccola ha indossato le oscene scarpe nuove comprate per l’occasione, ché per fare grandi salti servono calzature comode pur se orrende.

Baldanzosa e molesta, ha aspettato fuori dai cancelli della scuola media rifiutando foto, video o selfie ricordo che io ho comunque ottenuto con l’inganno.

La mezzana durante il tragitto in macchina verso un liceo non proprio vicino a casa e dove non conosce nessuno ha espresso il suo timore e dichiarato tutto il suo mal di pancia.

Da brava madre e pedagogista sono subito partita col pippotto educativo sul cambiamento, le possibilità e la crescita finché non mi ha interrotto dicendo “mamma, sono in pensiero per l’intervallo. Con chi parlerò?”

Il primogenito ha cercato lo zaino alle sette del mattino, si è infilato la felpa migliore ed salito mesto sul pullman, cappuccio sulla testa e cuffiette nelle orecchie. Da un momentaneo accesso whatsapp a metà giornata ho appreso che la scuola non è cambiata, fa schifo esattamente come a giugno.

Ci sono ottimi presupposti per una grande annata.

A casa di qualcun altro, però.

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E così sia

Figli miei,

avrei voluto dirvi che la scuola sta per ricominciare, e gli inizi vanno sempre celebrati anche quando sono faticosi.

Che quest’anno così ricco di prime volte sarà un impegno per tutti, una scoperta, un’avventura.

Che siete pronti per affrontare nuove sfide, maturi e responsabili. Protagonisti attivi del cambiamento.

Che è con la verifica di fisica, lo studio del latino, la lettura dei classici, che cominciate a costruire il vostro futuro. Mattone dopo mattone.

Mattina dopo mattina.

Che la curiosità deve essere amica e fedele compagna nella scoperta di ciò che non conosciamo, che la nostra anima si nutre della bellezza di una poesia, un romanzo, un’opera teatrale.

Che la storia prova ad insegnarci a non ripetere gli errori del passato, anche se sembra che non l’abbia studiata nessuno.

Che la matematica mette ordine nel caos, e un risultato giusto può dare grandi soddisfazioni.

Che la filosofia può accompagnarvi tutta la vita, quando arriveranno le domande scomode sul nostro essere umani.

Avrei voluto dirvi tutto questo e molto altro. Ma già alla seconda riga non mi avrebbe più dato retta nessuno.

Quindi studiate, mannaggia la morte.

Che le lezioni private costano.

Con amore,

Mamma

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