Si, viaggiare

“Mamma, posso stare davanti?”

“Va bene, piccola. Basta che non cominci a trafficare con l’autoradio e alzare il volume sulle canzoni tamarre”

“Uffi, che pizza”

“Ah, dimenticavo: guai a te se tiri giù il finestrino di fianco a un ciclista urlando “ciao belle chiappette” come hai fatto questa estate dopo averlo visto in una puntata dei Simpson”

“Vaaaa beneeeee”

Comincia così, accendendo la macchina e facendo manovra. Senza pensarci, prendi una manina piccola con le unghie da tagliare, la metti sul cambio, ci appoggi sopra una mano più grande, con lo smalto da ritoccare, e fai finta che alla guida ci sia lei, la più piccola. E ti accorgi che quel gesto lo hai imparato tanti e tanti anni fa, quando il tuo papà, all’arrivo dal lavoro, ti faceva sedere in braccio a lui mentre metteva in garage la macchina e tu stringevi fiera il volante, diventata grande tutta in un colpo. O quando, anni dopo, la domenica all’alba nel parcheggio dello stadio, a parti invertite stavi al posto di guida con la mano sul cambio, e la mano grande di papà, appoggiata sulla tua, ti guidava nel primo guidare.
Gesti che sono ricordi, insegnamenti replicati a fare una tradizione. Che se per qualcuno (me) è commovente, per altri (i fratelli seduti dietro) è sconcertante.

“Fratelli! Sto guidando! Vi porto io dalla nonna!”

“Io scendo qui, grazie”

“Guarda! Un ciclista!”

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Papà

Vent’anni sono tanti o sono pochi?
Sono pochi per la mia giovane nipote e il suo ragazzo, che si affacciano ora alla vita, sono tanti se passati in prigione, sono incerti e fuggevoli se misurano un’assenza.
La tua assenza, papà, oggi compie vent’anni. Un’assenza che ho combattuto con ostinazione e cecità, fin quando, non so bene in che momento, si è fatta ricordo. E se il tempo è una distanza, di strada ne abbiamo fatta tanta, papà. Metà della mia vita adulta e’ ufficialmente trascorsa senza te.
Ho perso memoria della tua voce, del tuo odore e della stretta delle tue mani, così simili alle mie.
Ho nella memoria i tuoi occhi buoni, l’amore per i libri e per la montagna, i sorrisi e gli angoli bui. Ma la memoria, sai, è un dispositivo strano: seleziona, ripone, ordina, ammassa, archivia e nasconde, come quando l’armadio è pieno di cose e ti dimentichi di quel bellissimo vestito magenta, fin quando sposti una giacca pesante, scorgi un lembo colorato e indossi felice il tuo abito. Anche i ricordi sono bravi a nascondersi, ma basta un profumo, una parola o un luogo perché escano dal fondo dell’armadio e si facciano di nuovo indossare.
Tu papà sei nelle mie parole, quelle che uso per raccontarti ai miei bambini che non hanno potuto conoscere il nonno che saresti stato; sei nei gesti e nelle scelte che inconsapevolmente faccio, sei nei periodi in cui il mio pensiero va a te meno frequentemente, in quelle due sillabe uguali e vicine che non ho più potuto dire a nessuno. Sei in questa memoria fallace, che non riesce a conservarti completamente. Sei nelle foto e nelle lettere, ma soprattutto nel mio cuore. Ci sei nei miei occhi grandi e nei capelli ricci, che erano anche i tuoi, ci sei nella tua bellissima grafia, su una lettera che è forse il mio tesoro più prezioso.
La verità è che non ho fatto del tutto pace con la tua assenza, papà. Forse oggi sono più capace a maneggiare i ricordi, custodendoli come doni e sfogliandoli, come con un album di vecchie fotografie, quando sento che è il momento giusto. Solo ogni tanto, ormai, mi assale a tradimento l’istinto di chiamarti per raccontarti cosa mi è successo o quello che sto facendo. Oggi è uno di quei giorni. Qualcuno una volta mi ha detto che anche gli addii vanno celebrati e ricordati.
E allora auguri, papà, perché anche se ci ho messo tanto tempo adesso so dove sei. In tutto quello che di bello vedo, scrivo, faccio o incontro, c’è sempre una traccia di te.
E mi manchi.

Barbara

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Bentornato lunedì

La mattina del sabato ha presenziato alla festa di una scuola elementare in un palazzetto e di una media in una palestra, di due comuni dove non vive, per raccontare di affido familiare; ha assistito a canti, concerti, recite e premiazioni, ha ammirato cento bambini con il cappello rosso di babbo natale in fila ordinata, ha osservato sgomenta l’assembramento di genitori accalcato davanti alle porte in attesa di entrare a prendere posto, come atleti ai blocchi di partenza, si è riconosciuta in quelle madri arrivate in anticipo per stare sedute davanti e un po’ si è vergognata.

Il pomeriggio, armata come Darth Vader e con la stessa sorridente espressione sulla faccia, ha affrontato il traffico della città nell’ultimo fine settimana prenatalizio per l’imperdibile visione di Star Wars VII, come promesso al figlio maggiore prima di trascinarlo alla gara di torte la scorsa settimana, strappandolo ai suoi affetti più cari: amici, palla e canestro. Alla fine e contro ogni previsione si è anche appassionata alla saga stellare, compatibilmente col fatto di non avere mai visto i sei episodi precedenti e capendone quindi meno della metà. Ma è stata talmente la felicità e l’orgoglio di essere insieme al suo giovane accompagnatore che ha tollerato volentieri, ben consapevole di quanto sia un tempo prezioso e col conto alla rovescia innescato, perché fra non molto non sarà più lei la prescelta per sedergli accanto in un cinema buio di sabato pomeriggio.

La sera, accompagnata da una stanchezza cosmica e dalla figlia mezzana, per l’occasione elegantissima, si è trascinata alla cena povera delle quinte elementari nella sontuosa cornice del salone dell’oratorio femminile. Immancabile il dopo cena con tombolata, che in questo periodo sembra essere un must oltre che un gioco parecchio misterioso, si direbbe, vedendo la moltitudine di persone che non hanno ancora capito bene cosa sia un ambo. Le due sono rincasate quasi all’ora di Cenerentola, senza principe ma con un terno e una cinquina che hanno fruttato un libro e l’oggetto misterioso della foto. Chiunque indovini cosa sia lo riceverà a casa in regalo.

La domenica, giorno universalmente dedicato al riposo-fatta eccezione per quella precedente al Natale- ha fatto il tifo nel palazzetto del suo paese per le figlie minori in divisa bianca e blu, impegnate nel torneo di minivolley insieme ad altri trecento bambini, un numero incalcolabile di parenti e un tasso di umidità inversamente proporzionale alla mancanza di ossigeno, dalle quattordici alle diciotto e trenta.

Ha accolto il lunedì mattina con le occhiaie e la assoluta certezza di aver dimenticato qualcosa di importantissimo, che si è rivelato essere la maglietta bianca senza disegno alcuno come previsto dal dress code del saggio di musica. Già, perchè oggi pomeriggio tocca alle quinte e alle seconde celebrare a reti unificate la magia del Natale. E noi, in ritardo su tutto, almeno in qualcosa abbiamo primeggiato: mancano ancora tre giorni ma i cioccolatini del calendario dell’avvento li abbiamo già finiti.

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Vortici natalizi

Saggio di flauto. Recita di Natale. Torneo natalizio di minivolley. Cena povera con pesca di beneficienza. Pandoro e biscotti per la festa in seconda media. Serata di saluti con la cooperativa. Auguri con i gruppi di famiglie. Per lavoro, festa di una scuola media e di una materna, con canti e visita di Babbo Natale. Tutto in una sola settimana, anzi in sei giorni. Un turbinio di socialità che neanche a diciotto anni potevo vantare. E a quarantuno mi guardo bene dal desiderare. Ma, come mi dice sempre mia madre quando provo a lamentarmi, se ho voluto la bicicletta ora devo pedalare, anche se al momento dell’acquisto non avevo ben chiaro la moltitudine di chilometri che avrei dovuto percorrere. È soprattutto non immaginavo l’impegno e la pace interiore richiesti per tollerare le prove casalinghe del saggio di musica, ché il flauto da strumento celestiale passa ad arma di distruzione di massa nello spazio di un solfeggio. E poi regali, pensieri, idee che non vengono -o che verrebbero anche, sorrette da un altro budget- menù natalizi:

“mamma, mangiamo pandoro per cena?”

“No”

“Allora vanno bene le lasagne”.

Ma poi c’è lei, il mio personalissimo elfo, lo spirito del Natale incarnato nel corpicino rotondo di una bimba di sette anni, che mi fa andar giù con un sorriso anche i canditi del panettone.

“Mamma, ho dimenticato di chiedere alcune cose a Babbo Natale. Dobbiamo chiamarlo”

“A me sembra che tu abbia chiesto abbastanza, compresi i biglietti per New York che, francamente, non penso proprio il caro Babbo ci possa portare. E comunque non ho il suo numero, dovrà accontentarsi della letterina.”

“Va bene, niente telefonata allora. Whatsapp??”

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Scheletri nell’armadio

“Mamma non ho più calze pulite, prendo le tue che tanto mi vanno”

“Che gioia. Va bene, guarda lì, secondo cassetto”

“Mamma? Cos’è questa??”

Che nessuno pensi male. O forse sì, non so. Come per tante altre donne al mondo, lo shopping è per me un’attività benefica, piacevole, soddisfacente e talvolta salvifica. Certo, la deriva nella compulsione e dipendenza è sempre in agguato, ma al limite ci sono i gruppi di aiuto per uscire dal tunnel. Nel corso degli anni sono passata da uno shopping “ad minchiam” che prevedeva l’acquisto indiscriminato di qualunque capo di abbigliamento che stesse bene sul manichino, fin quando ho realizzato la drammatica verità: certi abiti sono portabili solo da un manichino, pure se li vendono anche della tua taglia. Col tempo ho affinato la tecnica e raddrizzato il tiro, così bene che ora è un’impresa trovare qualcosa che mi piaccia e contemporaneamente mi stia bene. Il mio armadio porta indelebili le tracce di questa mia schizofrenia modaiola. Nello stesso ripiano stanno vicini le felpe termiche per correre col freddo, i jeans presi all’outlet all’imperdibile settanta per cento di sconto, anche se di due taglie più piccoli -con un po’ di dieta e ginnastica vuoi che non ci entri? (frase pronunciata quattro anni fa, pantaloni mai indossati)- e poi lei, che ha scatenato la curiosità della figlia di mezzo: la guaina. La guaina contenitiva è, per i fortunati che non lo sapessero, un’invenzione che mi immagino risalire al periodo della Santa Inquisizione, visto che la sua caratteristica primaria è di essere una tortura, una volta indossata. A mia discolpa posso dire di essere stata tratta in inganno dalle abili strategie pubblicitarie di un famoso marchio di lingerie, che naturalmente prometteva miracoli. Ma per questo genere di miracoli neanche Lourdes può far qualcosa, figuriamoci un pezzo di stoffa elasticizzata color carne. Inutile aggiungere che non ho mai avuto il coraggio di indossarla (altrimenti non credo sarei viva per raccontarlo) ma neanche di buttarla (per la spropositata cifra sborsata) e che lo strumento di tortura giaccia appunto nel secondo cassetto. O dovrei dire giaceva, perché l’orrida guaina ha finalmente trovato pace, trasformata dalle figlie in amaca per il cicciobello. Tanto lui, il fortunato, di pancia non ne ha.

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Umanità in offerta

Ore otto e quindici, in piedi al freddo sul marciapiede, davanti alla porta ancora chiusa dell’ufficio postale. Saltello da un piede all’altro per riscaldarmi, le mani affondate nelle tasche e la nuvoletta di fiato davanti alla bocca. Insieme a me tre pensionati, due uomini e una donna, che si raccontano simpatici aneddoti natalizi del loro comune paese di nascita. Ne sopraggiunge un quarto, col cappello sormontato da un grosso pon pon, forse preso in prestito dal nipotino che sarà andato all’asilo con la coppola del nonno. Con un unico sguardo ci squadra attentamente, per poi chiedere, guardandomi in faccia:

“signorina, è lei l’ultima?”

“No, veramente sono la prima”

“Hai capito? E poi dicono dei pensionati che vengono presto a prendere il posto! Non è che è così gentile da cedermi il suo? C’è mia moglie che mi aspetta alla Coop per la spesa, sa vengono i figli a Natale”

“Guardi, io gentile lo sarei pure, ma anche io ho gente che mi aspetta al lavoro e sono anche piuttosto in ritardo. Mi spiace, non posso proprio.”

“Vabbè, fa niente, ma perché non aprono? C’è scritto otto e venti!”

Dice estraendo un orologio a cipolla dalla tasca del giaccone, neanche fosse il bianconiglio. Interviene dunque un altro dei signori in attesa, inforcando gli occhiali a metà naso e guardando lo schermo del cellulare:

“Ma quel coso va a petrolio! Metti via! Sono le otto e diciannove, e se fai la spesa oggi per il giorno di Natale chissà che bella roba fresca porti in tavola!”

“Zitto te che hai il NOCCHIA 120! Che è buono solo come fermacarte! E poi mia moglie fa un tacchino che resuscita!”

“Eh già, ma prima ti ammazza”

Finalmente si aprono le porte dell’ufficio, entro velocemente per pagare quel che devo. Ma l’amico pensionato non ha ancora finito, e ci regala un’ultima perla di saggezza prima di allontanarsi con il suo stravagante berretto:

“Basta, me ne vado. Io con questa gente che non capisce di tecnologia e cortesia non ci rimango. Vado alla Coop, a trovare un po’ di umanità”

Chissà in che scaffale pensa di trovarla.

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Suona il telefono

Ora di cena. Il suono del cellulare mi distrae dal risotto allo zafferano che sta attaccando miseramente sul fondo della pentola.
Uno sguardo allo schermo, numero sconosciuto.

“Pronto?”

“Barbara?”

“Si, chi parla?”

“Adesso mi dici chi ti dà il diritto di impicciarti nella mia vita? Nella mia famiglia?? Chi ti ha chiesto niente, che neanche ci conosciamo?? Chi?”

“..ehm.. appunto, neanche ci conosciamo e credo che lei abbia decisamente sbagliato numero. Ad ogni modo le consiglierei di darsi una calmata”

“Ma come ti permetti?? Prima mi dai il numero per chiamarti e poi mi fai passare per scema??”

“Io avrei cosa? Guardi, facciamo che attacco e la chiudiamo qui. È evidente che c’è un errore, che lei lo voglia ammettere o meno. Addio”

“Eh no, bella. Mio figlio e il tuo vanno nella stessa scuola, in classi diverse, e proprio oggi è tornato a casa col tuo numero scritto su un foglio e mi ha detto di chiamarti, perché di lavoro fai mettere pace tra i genitori. Hai capito adesso?”

No, non ho capito. Diciamo che ho cominciato a intuire. Come si è poi appurato, il ragazzino aveva davvero il mio numero e a darglielo era stato davvero mio figlio, che in una libera interpretazione del mio ruolo e della mia professione ha ritenuto potessi fare qualcosa per i genitori del suo amico. Il colpo di genio è arrivato al termine di un’ora di lezione in cui, per mancanza dell’insegnante, lui e i suoi compagni sono stati smistati in altre classi. Una chiacchierata e qualche confidenza da parte del suo amico, il racconto di una situazione familiare un po’ complicata e per lui probabilmente faticosa. Da qui in poi, la serie di fraintendimenti che hanno portato a questa folle telefonata. Che, una volta svelato il mistero, si è conclusa con toni decisamente più miti e qualche scusa. Più complesso spiegare al primogenito di fare un uso corretto del mio numero di cellulare, dove il termine “corretto” sta a indicare l’importanza di chiedermi il permesso prima di scriverlo su un foglio di carta o muro del bagno che si trovi davanti. Anche se, lo ammetto, io l’ho trovato bello. Avere in primo luogo ascoltato un compagno, poi pensato a un aiuto possibile, mi è parso un gesto buono, attento, partecipe. Scrivere un numero di telefono sul retro di una pagina di espressioni è stato, nella sua ingenuità, un passo nella direzione giusta. E una professione che fa “mettere pace tra i genitori” mi piace parecchio.
Nonostante la varietà di insulti che mi sono piovuti addosso all’inizio della telefonata. Il risotto, pazienza. Sarebbe bruciato comunque.

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Ribellione

“No, ho detto no. Non ci vengo. Tutti i miei amici possono stare a casa da soli, perché non io? Mi annoierei a morte, lo so già. Non puoi costringermi, anche io ho dei diritti.”

Capita che una domenica pomeriggio di dicembre si debba andare a lavorare, anche se partecipare a una gara di torte con degustazione potrebbe non sembrare esattamente un duro lavoro; capita che i tuoi figli debbano venire con te perché, oltre alla responsabilità penale nel lasciarli da soli, sei contenta di averli vicini in queste occasioni. Capita che un dodicenne preferirebbe studiare per la verifica di grammatica che passare la sua domenica con mamma, sorelle e una dozzina di altre famiglie. Capita che si debba ricorrere a doti di negoziazione che neanche all’alto commissariato delle Nazioni Unite, per evitare di cadere nel tranello insidioso del “comando io”. Volendo analizzare con piglio scientifico le obiezioni del preadolescente, potremmo dire che in un unico periodo è riuscito a far stare comodi tutti i capisaldi della protesta giovanile: “ho detto di no/tutti i miei amici lo fanno/non puoi costringermi”. Roba che, dovessi dar retta alla mia pancia risponderei: “e invece sì che vieni/dei tuoi amici non mi interessa un tubo/eccome se posso costringerti/pensa ai tuoi doveri prima che ai diritti, va.”
Ma non è andata così, ho zittito la pancia e dato spazio al cervello, trasformando la frase in un più diplomatico:
“capisco il tuo punto di vista, ma devi sapere che la mamma ci terrebbe molto che tu ci fossi”. Alla fine il giovane ha acconsentito a partecipare, portando con sè la miglior espressione da funerale di solito riservata alla sconfitta in campionato dei San Antonio Spurs. Non posso dire che si sia divertito ma perlomeno non ci ha funestato la giornata. Che sarà poco ma di questi tempi è già qualcosa. Dimenticavo. La frase sopra non è stata l’unica. A determinare in modo significativo il suo si credo sia stata l’aggiunta “e sabato pomeriggio andiamo solo tu e io a vedere Star Wars al cinema”.

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X che?

Serata di finale musicale, tutti e quattro col pigiama d’ordinanza stretti stretti sul divano, mentre il gatto dorme lungo e disteso sul muschio del presepe, suo nuovo habitat.
“Mamma, cosa vuol dire x factor?”
“Dunque, vediamo.. È una capacità, qualcosa che sai fare benissimo e che non hanno tutti, che ti rende un po’ speciale. Insomma, un talento”
“Capito. E tu ce l’hai un talento, mamma?”
“Che domanda impegnativa, piccola. Vediamo.. Penso che il mio talento siano le parole e le emozioni. Quando poi sono insieme, sono contenta.”
“E il mio talento?”
“E il mio?”
“E io??”
“Allora, tranquilli. Andiamo per ordine, dal più piccolo al più grande. Non è semplice rispondere, sapete? Io ci ho messo un sacco di tempo a scoprire il mio, di talento, e ancora a volte ho qualche dubbio. Voi avete appena cominciato, possedete tutti i colori ma non so ancora che quadro uscirà. So solo che sarà bellissimo.”
“È come avere tutti gli ingredienti buoni per una torta ma non sapere che dolce fare?”
“Brava amore, si. Sai che questo potrebbe essere il tuo talento? Le parole e la fantasia, ne hai da vendere di entrambe”
“E io, mamma?”
“Tu, invece, potresti avere un talento per le persone, perché sei capace di sentire quello che non viene detto e intuire se dietro quelle parole c’è una persona felice o triste”
“Insomma, una strega”
“Ecco, mancava il fratello scemo”
“Visto caro mio? Anche l’ironia è un talento, ma bisogna imparare a gestirlo, altrimenti arrivano mazzate. Potrebbe essere il tuo.”
“Ma il talento si impara?”
“Ma non c’è verso di sentire una canzone, stasera?”
“Mamma, dici sempre che la televisione ci spegne la fantasia! Quindi non lamentarti adesso.”
“Va bene, hai ragione piccola. No, il talento non si impara, al massimo si coltiva. È un dono, nasce con noi insieme agli occhi verdi o i capelli ricci, solo che è un po’ più difficile da vedere”
“E tu come fai a vederlo, mamma?”
“Ehm.. Diciamo che, fra tutte le cose che una mamma deve fare per i suoi bambini, dare la caccia ai talenti è forse la più bella e appassionante.”
“Sai una cosa mamma? Secondo me il tuo talento è fare le lasagne. Domani le mangiamo?”

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Oroscopi e mozzarelle

“Ariete: giornata pesante, la salute tiene, ma il sistema nervoso risulta piuttosto scosso: provate con un bagno rilassante ai fiori di tiglio, ottimi anche come tisana”
Eh già, caro il mio astrologo, faccio bene a non credere all’oroscopo e a confondermi con i segni zodiacali dei miei figli, se queste sono le previsioni. Perché sarà pur vero che i miei nervi sono stati meglio e che un bagno rilassante ieri me lo sarei fatto volentieri, non fosse che al risveglio ho trovato la casa ghiacciata e senza acqua calda, un idraulico irreperibile, pinguini e orsi polari che si facevano una tisana -probabilmente al tiglio-nella mia cucina. Ma si sa, lo canta anche il sempre bello Ligabue, il meglio deve ancora venire. Giudicate voi se è arrivato. Il pomeriggio era destinato al dentista che, guarda la fortuna, è dalla parte opposta della città. In macchina, il figlio grande seduto a fianco a me, in via eccezionale senza sorelle. Lui stava appoggiato pigramente al finestrino con lo sguardo del condannato al patibolo e i sospiri dell’innamorato deluso: innamorato della pallacanestro, deluso perchè quella sadica di sua madre ha preso appuntamento proprio nell’orario di allenamento. E visto che ha lagnato più del necessario e consentito, lei ha nascosto in borsa i pacchetti di figurine Nba comprati per sollevarlo dalle sofferenze ortodontiche e meditava di non darglieli mai più. Tutto taceva dunque, a parte la radio. Terminata una bellissima ma straziante canzone che passa ormai su ogni stazione eccezion forse per radio Maria, che se non sei oltremodo felice ti ispira pensieri mortiferi, una voce squillante ha invaso l’abitacolo annunciando un evento epocale: sabato sera, in una discoteca della provincia, sarà guest star una signorina dal nome esotico e impronunciabile, meglio conosciuta come la “mozzarellona” che ha lanciato l’emblematico hastag “escile”.

“Mamma, cosa ha detto? Cosa c’entrano le mozzarelle con la discoteca?”

“Ehm.. Non ho capito, non si sentiva tanto bene”

“Che dici? Si sentiva perfettamente! Fa niente, guardo su Instagram”

“No no aspetta! Ho capito. È.. È una degustazione! Prodotti tipici, formaggi, affettati, cose così”

“Mi prendi in giro? E l’hastag allora che vuol dire? Lascia stare, prendo il telefono e vedo”

“Fermo! Ho una sorpresa per te! Guarda un po’ nella mia borsa quanti pacchetti di figurine ti ho comprato!”

“Oh! Grazie mamma! Li apro subito”

E anche per stavolta è andata. Perché io, giuro, non so quali siano le parole giuste per spiegare una cosa del genere a mio figlio preadolescente. (chi non sapesse a cosa mi riferisco avrà liete sorprese su google immagini)

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