Che colore ha la felicità

“Sei felice?”

Ieri è arrivata, inaspettata e inattesa, questa domanda da un vecchio amico. Pochi grammi di parole, nove lettere e un punto interrogativo che da soli spalancano abissi.
Un quesito impegnativo, impossibile da liquidare con un sì o con un no. Io non so neanche se ce l’ho, una risposta. Più che altro sono piena di domande. Felice adesso, ieri, di recente, sempre? Allora la risposta è no. La felicità, almeno a casa mia, è frutto della sorpresa e dell’inaspettato. È figlia della meraviglia, della capacità rara di essere in pace con ciò che in quel preciso momento sta intorno a noi. Non che sia semplice, direi. Si tratta di indossare uno sguardo diverso, un po’ come gli occhiali per correggere la miopia. Io ho dovuto correggere l’incapacità, talvolta, di non dare il giusto valore a quello che stavo vivendo, come se dietro l’angolo ci fosse sempre qualcosa di meglio, ma io fossi un passo indietro o sulla strada sbagliata.
Chiedo spesso ai miei bambini se sono felici. Per due motivi: il primo è che misurare il livello di felicità di un bambino o di un ragazzo dovrebbe essere obbligatorio come misurare la febbre quando è malato; il secondo è che mentre glielo chiedo insegno loro a domandarselo, perché è una buona abitudine per la vita. Ogni tanto chiedersi se si è felici ci ricorda che dobbiamo trovare anche un modo per esserlo, o di aggiustare il tiro se la risposta è negativa.
Ecco, io che non amo i buoni propositi per il nuovo anno, le diete del lunedì e la palestra a settembre, ho un impegno da prendere per i prossimi trecentosessantacinque giorni a venire. Domandare agli altri e chiederlo a me stessa, “sei felice?”
Una domanda che sia augurio, per tutti.

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Bilanciate esperienze

E visto che l’anno volge al termine, è tempo per tutti di bilanci.
Per qualcuno, invece, di bilance. Ieri mattina il simpatico trio di fratelli è stato accompagnato dalla mamma dal saggio pediatra di famiglia, per il consueto bilancio (!) di salute e per qualche piccolo accertamento. Va da sé che la salute accertata è quella fisica, ché su quella mentale ci sarebbe molto da raccontare. Nello specifico le dolci sorelle, approfittando di un momento di distrazione del dottore, impegnato nella non facile impresa di capire l’origine dei malanni del primogenito da sempre molto fantasioso anche nella salute, si sono ricoperte le mani di timbri con nome e cognome del medico. Una volta appurata la natura misteriosa del malessere del grande, è stato il turno della sorella di mezzo, alla quale il paziente dottore ha preso le misure di rito, che hanno decretato la fine di un’era: quella in cui spettava alla mamma essere la più alta. Da ieri è ufficialmente testa a testa con la secondogenita, che cresce più veloce di un bambù e che è facile immaginare la supererà a breve. L’ultima a salire il temuto gradino della bilancia è stata la più piccola, ormai tale solo per età. Qualche sospetto si era già affacciato quando il fratello grande, questa estate, ha battezzato con un nome di persona il pancino prominente della sorella o quando ne aveva diagnosticato la dipendenza patologica da carboidrati. Anche l’amore viscerale per le lasagne è stato un campanello d’allarme da non sottovalutare.
Di certo c’è solo che il nuovo anno ci porterà qualche tagliatella in meno e qualche mela in più, un arrivederci alle gocciole a colazione e un benvenuto alla nuotata tutti insieme al sabato mattina, un addio ai bis di primo e un primo passo verso la pista ciclabile, possibilmente di corsa.
Ma la golosa fanciulla non si smentisce mai e, una volta a casa, ha gettato le braccia intorno alla vita della mamma per abbracciarla. E per misurarla. “Beh mamma, ci assomigliamo proprio: anche la pancetta l’ho presa da te”
Come non amarla.

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Amori in coda

Di nuovo, in coda alla cassa del supermercato con la tigre.
Davanti a me una giovane e bella ragazza che ammazza il tempo chattando sul suo enorme smartphone glitterato, avvolta in una nube di profumo dolciastro e una sovrana indifferenza per il mondo circostante.
Nel cestino ai suoi piedi -avvolti in un meraviglioso paio di scarpe dal tacco impossibile che invidio terribilmente, incapace come sono di camminarci sopra, figuriamoci di fare la spesa- i prodotti tipici del single gaudente: crema corpo all’argan, maschera per capelli alla vaniglia del Madagascar, scatola fucsia di preservativi.
Prima di lei un giovanotto che appoggia sul nastro i tipici prodotti del single infelice: quattro salti in padella, insalata già lavata busta piccola, mono porzione di tiramisù.
Lui la osserva già da un po’, quasi grato che la vecchina davanti a tutti noi non riesca a trovare il bancomat nella borsa e che abbia allungato di molto la fila.
La ragazza, ignara, sorride allo schermo luminoso e digita parole veloci con dita agili e dalla perfetta french manicure. Lui la guarda con intensità, prende fiato e le dice “vorrei essere la frase che ti fa sorridere” con uno sguardo a metà tra speranza e disperazione. Lei inarca un sopracciglio e, senza smettere di scrivere, lo neutralizza con un “non potresti essere neanche uno starnuto, grazie” affossando probabilmente per anni l’autostima dello sventurato ragazzo.
Io, dal mio posto e dalla mia età non so se essere inorridita o ammirata e nemmeno se quello che ho sentito sia coraggio o crudeltà bella e buona. Propendo per la seconda, ma non si può mai dire.

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Ancora renne

Aveva preparato e piegato con cura i pantaloni e la maglietta termici, la felpona extralarge, appoggiando sulla cima ordinata i guanti e l’iPod con le cuffiette, mentre sotto la sedia aspettavano con ansia le colorate anche se malconce scarpe da running. La sveglia accanto al letto era programmata per dare il via a una domenica pensata, studiata e disegnata all’insegna dell’attività fisica prima e della bellezza poi, attingendo a piene mani dal cesto natalizio dono della mamma, che ha pensato per la sua unica figlia un assortimento di creme, fiale e prodotti vari rigorosamente anti age, tanto per tirarla un po’ su di morale (questa cosa poi che tua madre, per la quale dovresti essere una eterna bambina, ti faccia poco velatamente capire che hai urgente bisogno di una buona crema contorno occhi dovrebbe far riflettere). E invece.
Non c’è stato bisogno della sveglia, perché a destarla da un sonno inquieto è stato un raffreddore epico, come non succedeva da molto, contagioso regalo delle figlie minori. Riposti dunque nell’armadio indumenti termici e sogni di relax, consapevole che l’unico trattamento di bellezza sensato per la giornata sarebbe stato forse un aerosol, si è trascinata in cucina dove ha trovato le due figlie minori festanti, pronte a ricordarle un impegno che lei non ricordava di avere mai preso. Così, per onorare una promessa (probabilmente estorta in un momento di debolezza) nel pomeriggio si è trovata con le suddette ragazze davanti alla cassa di un cinema, a pagare tra uno starnuto e l’altro un intero e due ridotti per l’imperdibile quarto episodio degli scoiattoli che cantano in falsetto.
Al bar ha ordinato due pop corn medi, un’acqua frizzante, una naturale e per lei un termos di tè bollente, che ha sorseggiato cercando di non addormentarsi durante la proiezione del cartone animato. Sono ritornate canticchiando -loro-, tossendo -lei- e giunta a casa ha finalmente potuto fare ciò che aspettava fin dalla mattina, ovvero rimettersi in pigiama. E subito dopo accorgersi, con orrore, che la pappa del gatto era finita e lo schizzinoso felino non aveva intenzione di mangiare la scatoletta di tonno aperta invano. Ha concluso la giornata così, in coda alla cassa del solito supermercato, con un aspetto che, come ha commentato con amore e delicatezza la piccola, non può vantare neanche la renna protagonista della storia natalizia più amata, dal profetico titolo “Rudolph dal naso rosso”.

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A Natale puoi

00.05
“Mamma, è ora di alzarsi?”

01.47
“Mamma, adesso si può?”

02.58
“Mamma, è già passato Babbo Natale?”

03.50
“E adesso????”

“Se non la smettete accendo il fuoco nel camino e poi altro che Babbo Natale, domani mattina troviamo Giovanna d’Arco”

E anche il Natale è passato, la villa di Barbie Malibu montata, le scarpe da basket indossate e il pandoro mangiato.
Come prevede la tradizione ideata dalla fantasiosa nonna, nonché mia mamma, prima di affrontare gli antipasti appoggiati sulla tovaglia rossa decorata con agrifoglio, ogni bambino ha ricevuto una candelina dorata dentro a una stella, ha ringraziato per ciò che di bello gli ha riservato quest’anno e ha formulato un desiderio silenzioso prima di soffiare sulla fiamma. La più piccola, guardando dolcemente la nonnina negli occhi mentre con una mano cercava di arraffare una fetta di salame dal vassoio, ha pronunciato solennemente le seguenti parole “io sono grata perchè tu sei ancora viva” scatenando l’ilarità generale e gli scongiuri della nonna che, ancora lontana dai settanta non sente per il momento il freddo respiro della morte accanto.
Rientrando la sera a casa, immersi in un buio illuminato da lucine intermittenti, hanno trovato il gatto che, abbandonata la capanna del presepe, ha occupato abusivamente il primo piano della lussuosa villa di Barbie.
E soprattutto, nessuna scomoda verità da svelare.
“Mamma, a questo punto poco importa chi ha portato i doni nella nostra casa. Ciò che conta è che ci vogliamo bene e, finalmente, abbiamo la villa di Barbie. Se poi a consegnarla è stato Babbo Natale, Gesù bambino, la fata turchina o la mamma, fa niente ”
La verità può aspettare, almeno un altro anno.

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24 dicembre

È la sera della vigilia, tutto tace, il gatto ha spodestato il bambinello e dorme sereno nella capanna del presepe. Lei ha finalmente concluso questa estenuante giornata, scivolata via tra antipasti, dolci e contorni, pacchetti e abbracci, cioccolata e biscotti. I regali sono nascosti, al sicuro, compresa la gigantesca villa di Barbie -che porterà gioia alle bambine e l’esaurimento nervoso alla mamma quando dovrà montarla- pronti per essere riposti sotto ciò che rimane dell’albero di Natale, diventato il parco giochi privato del felino.
Unico rumore lo scroscio benefico della doccia nella quale si è rifugiata da qualche minuto, con la speranza di lavare via la stanchezza e l’illusione di sistemarsi i capelli, che portano chiare tracce della sua permanenza tra i fornelli.
All’improvviso un rumore, dei piccoli tonfi ravvicinati. Qualcuno che bussa alla porta del bagno, che si apre appena facendo uscire il vapore e entrare due bambine in pigiama rosso. Lei sporge i ricci coperti di shampoo tra le porte del box doccia.

“E voi che fate qui? Non stavate dormendo?”

“Urca che nebbia! Non è ora di uscire?? Comunque siamo qui per una questione troppo importante, dormire è fuori discussione”

“Ma lo sapete che se non siete addormentate Babbo natale non entra in casa, giusto?”

“Proprio di lui ti dobbiamo parlare, mamma. Esiste davvero?? Vogliamo la verità, non ce ne andremo da questo bagno senza”

Ci sono momenti della vita, per esempio nella doccia di casa, con una bambina seduta sul water e l’altra appollaiata sulla lavatrice, che si capisce di non avere più vie di fuga. Ma per dire la verità ci vuole coraggio, mentre lei ora ha tra le mani solo il balsamo districante, e decide dunque di riciclare una frase di una banalità sconcertante letta qui e là su internet.

“Bimbe, se ami qualcuno, certamente esiste”

Attimi di silenzio, acqua che continua a scorrere.

“Mamma, che dici? Babbo Natale sarà pure un vecchietto simpatico e generoso ma parlare d’amore mi sembra eccessivo. Diciamo che gli voglio bene”

“Si appunto mamma, che dici? Forse è meglio se usi meno acqua calda: il vapore ti confonde”

“Va bene, va bene, proviamo così: voi due credete in Babbo Natale?”

“Certo!!”

“Allora esiste! Semplice, no? Adesso per favore passami l’asciugamano e andate subito a letto”

“Ah.. Ok mamma, buona notte allora”

E così, come sono arrivate se ne sono andate, a rintanarsi sotto i piumoni. Lei è uscita dalla doccia con la coscienza più sporca dei capelli prima di lavarli; quando ha trovato il coraggio di guardarsi in faccia ha scorto una scritta sullo specchio appannato, di quelle fatte col dito, come nei film dell’orrore di quart’ordine.
Diceva ” Babbo natale, esisti? si/no metti la crocetta sulla risposta giusta”.
Forse non le ha convinte.

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Zucchine e malmostosi

A cena, in cucina, stretti stretti intorno al tavolo. Tre piatti fumanti di pasta al pesto e uno tristissimo di zucchine e ricotta.
È la figlia media a cominciare.

“Mamma, facciamo un gioco? Ci dici chi di noi è più bravo nelle diverse categorie?”

“Mmm.. Non so se sia il caso amore. Cominciate sempre così sereni e tranquilli e poi le mie risposte non vi piacciono e volano mazzate, la piccola -che è cintura nera di permalosità- si offende e io che già non sono di buon umore per le zucchine mi arrabbio..”

“Basta mamma! Che tanto lo sappiamo tutti che la più permalosa sei tu, che al liceo avevi pure la maglietta azzurra con la scritta “tùsa malmostosa” . La nonna ce l’ha ancora in un cassetto”

“Va bene, va bene, ma se poi vi infuriate tutti a letto, chiaro?”

“Siiiiiiii”

“Allora mamma, chi di noi è il più.. mangione?”

“Beh, considerato che mentre parlavamo si è già spazzolata il suo piatto e vorrebbe il bis direi.. la piccola!”

“E il più bravo ad alzarsi la mattina?”

“Dopo anni in cui mi hai fatto trasformare nella strega cattiva ogni benedetta alba, ce l’abbiamo fatta, sei proprio tu cara”

“E chi è il più ordinato?”

“Ah, questa è facile: nessuno.”

“Senti questa: chi è il maschio più bello?”

“Certo, sei l’unico. Però anche il gatto non è male..”

“Ci sono! Fratelli: chi è la mamma più bella, brava, dolce e simpatica?”

“Oh, ma come siete carini stase..”

“La mamma di Davide!!!!!!!!”

“Tutti a letto”

ps per chi non fosse avvezzo al dialetto locale, “tùsa malmostosa” sta per “ragazza permalosa”. (mia nonna me lo diceva sempre)

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Si, viaggiare

“Mamma, posso stare davanti?”

“Va bene, piccola. Basta che non cominci a trafficare con l’autoradio e alzare il volume sulle canzoni tamarre”

“Uffi, che pizza”

“Ah, dimenticavo: guai a te se tiri giù il finestrino di fianco a un ciclista urlando “ciao belle chiappette” come hai fatto questa estate dopo averlo visto in una puntata dei Simpson”

“Vaaaa beneeeee”

Comincia così, accendendo la macchina e facendo manovra. Senza pensarci, prendi una manina piccola con le unghie da tagliare, la metti sul cambio, ci appoggi sopra una mano più grande, con lo smalto da ritoccare, e fai finta che alla guida ci sia lei, la più piccola. E ti accorgi che quel gesto lo hai imparato tanti e tanti anni fa, quando il tuo papà, all’arrivo dal lavoro, ti faceva sedere in braccio a lui mentre metteva in garage la macchina e tu stringevi fiera il volante, diventata grande tutta in un colpo. O quando, anni dopo, la domenica all’alba nel parcheggio dello stadio, a parti invertite stavi al posto di guida con la mano sul cambio, e la mano grande di papà, appoggiata sulla tua, ti guidava nel primo guidare.
Gesti che sono ricordi, insegnamenti replicati a fare una tradizione. Che se per qualcuno (me) è commovente, per altri (i fratelli seduti dietro) è sconcertante.

“Fratelli! Sto guidando! Vi porto io dalla nonna!”

“Io scendo qui, grazie”

“Guarda! Un ciclista!”

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Papà

Vent’anni sono tanti o sono pochi?
Sono pochi per la mia giovane nipote e il suo ragazzo, che si affacciano ora alla vita, sono tanti se passati in prigione, sono incerti e fuggevoli se misurano un’assenza.
La tua assenza, papà, oggi compie vent’anni. Un’assenza che ho combattuto con ostinazione e cecità, fin quando, non so bene in che momento, si è fatta ricordo. E se il tempo è una distanza, di strada ne abbiamo fatta tanta, papà. Metà della mia vita adulta e’ ufficialmente trascorsa senza te.
Ho perso memoria della tua voce, del tuo odore e della stretta delle tue mani, così simili alle mie.
Ho nella memoria i tuoi occhi buoni, l’amore per i libri e per la montagna, i sorrisi e gli angoli bui. Ma la memoria, sai, è un dispositivo strano: seleziona, ripone, ordina, ammassa, archivia e nasconde, come quando l’armadio è pieno di cose e ti dimentichi di quel bellissimo vestito magenta, fin quando sposti una giacca pesante, scorgi un lembo colorato e indossi felice il tuo abito. Anche i ricordi sono bravi a nascondersi, ma basta un profumo, una parola o un luogo perché escano dal fondo dell’armadio e si facciano di nuovo indossare.
Tu papà sei nelle mie parole, quelle che uso per raccontarti ai miei bambini che non hanno potuto conoscere il nonno che saresti stato; sei nei gesti e nelle scelte che inconsapevolmente faccio, sei nei periodi in cui il mio pensiero va a te meno frequentemente, in quelle due sillabe uguali e vicine che non ho più potuto dire a nessuno. Sei in questa memoria fallace, che non riesce a conservarti completamente. Sei nelle foto e nelle lettere, ma soprattutto nel mio cuore. Ci sei nei miei occhi grandi e nei capelli ricci, che erano anche i tuoi, ci sei nella tua bellissima grafia, su una lettera che è forse il mio tesoro più prezioso.
La verità è che non ho fatto del tutto pace con la tua assenza, papà. Forse oggi sono più capace a maneggiare i ricordi, custodendoli come doni e sfogliandoli, come con un album di vecchie fotografie, quando sento che è il momento giusto. Solo ogni tanto, ormai, mi assale a tradimento l’istinto di chiamarti per raccontarti cosa mi è successo o quello che sto facendo. Oggi è uno di quei giorni. Qualcuno una volta mi ha detto che anche gli addii vanno celebrati e ricordati.
E allora auguri, papà, perché anche se ci ho messo tanto tempo adesso so dove sei. In tutto quello che di bello vedo, scrivo, faccio o incontro, c’è sempre una traccia di te.
E mi manchi.

Barbara

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Bentornato lunedì

La mattina del sabato ha presenziato alla festa di una scuola elementare in un palazzetto e di una media in una palestra, di due comuni dove non vive, per raccontare di affido familiare; ha assistito a canti, concerti, recite e premiazioni, ha ammirato cento bambini con il cappello rosso di babbo natale in fila ordinata, ha osservato sgomenta l’assembramento di genitori accalcato davanti alle porte in attesa di entrare a prendere posto, come atleti ai blocchi di partenza, si è riconosciuta in quelle madri arrivate in anticipo per stare sedute davanti e un po’ si è vergognata.

Il pomeriggio, armata come Darth Vader e con la stessa sorridente espressione sulla faccia, ha affrontato il traffico della città nell’ultimo fine settimana prenatalizio per l’imperdibile visione di Star Wars VII, come promesso al figlio maggiore prima di trascinarlo alla gara di torte la scorsa settimana, strappandolo ai suoi affetti più cari: amici, palla e canestro. Alla fine e contro ogni previsione si è anche appassionata alla saga stellare, compatibilmente col fatto di non avere mai visto i sei episodi precedenti e capendone quindi meno della metà. Ma è stata talmente la felicità e l’orgoglio di essere insieme al suo giovane accompagnatore che ha tollerato volentieri, ben consapevole di quanto sia un tempo prezioso e col conto alla rovescia innescato, perché fra non molto non sarà più lei la prescelta per sedergli accanto in un cinema buio di sabato pomeriggio.

La sera, accompagnata da una stanchezza cosmica e dalla figlia mezzana, per l’occasione elegantissima, si è trascinata alla cena povera delle quinte elementari nella sontuosa cornice del salone dell’oratorio femminile. Immancabile il dopo cena con tombolata, che in questo periodo sembra essere un must oltre che un gioco parecchio misterioso, si direbbe, vedendo la moltitudine di persone che non hanno ancora capito bene cosa sia un ambo. Le due sono rincasate quasi all’ora di Cenerentola, senza principe ma con un terno e una cinquina che hanno fruttato un libro e l’oggetto misterioso della foto. Chiunque indovini cosa sia lo riceverà a casa in regalo.

La domenica, giorno universalmente dedicato al riposo-fatta eccezione per quella precedente al Natale- ha fatto il tifo nel palazzetto del suo paese per le figlie minori in divisa bianca e blu, impegnate nel torneo di minivolley insieme ad altri trecento bambini, un numero incalcolabile di parenti e un tasso di umidità inversamente proporzionale alla mancanza di ossigeno, dalle quattordici alle diciotto e trenta.

Ha accolto il lunedì mattina con le occhiaie e la assoluta certezza di aver dimenticato qualcosa di importantissimo, che si è rivelato essere la maglietta bianca senza disegno alcuno come previsto dal dress code del saggio di musica. Già, perchè oggi pomeriggio tocca alle quinte e alle seconde celebrare a reti unificate la magia del Natale. E noi, in ritardo su tutto, almeno in qualcosa abbiamo primeggiato: mancano ancora tre giorni ma i cioccolatini del calendario dell’avvento li abbiamo già finiti.

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