Suona il telefono

Ora di cena. Il suono del cellulare mi distrae dal risotto allo zafferano che sta attaccando miseramente sul fondo della pentola.
Uno sguardo allo schermo, numero sconosciuto.

“Pronto?”

“Barbara?”

“Si, chi parla?”

“Adesso mi dici chi ti dà il diritto di impicciarti nella mia vita? Nella mia famiglia?? Chi ti ha chiesto niente, che neanche ci conosciamo?? Chi?”

“..ehm.. appunto, neanche ci conosciamo e credo che lei abbia decisamente sbagliato numero. Ad ogni modo le consiglierei di darsi una calmata”

“Ma come ti permetti?? Prima mi dai il numero per chiamarti e poi mi fai passare per scema??”

“Io avrei cosa? Guardi, facciamo che attacco e la chiudiamo qui. È evidente che c’è un errore, che lei lo voglia ammettere o meno. Addio”

“Eh no, bella. Mio figlio e il tuo vanno nella stessa scuola, in classi diverse, e proprio oggi è tornato a casa col tuo numero scritto su un foglio e mi ha detto di chiamarti, perché di lavoro fai mettere pace tra i genitori. Hai capito adesso?”

No, non ho capito. Diciamo che ho cominciato a intuire. Come si è poi appurato, il ragazzino aveva davvero il mio numero e a darglielo era stato davvero mio figlio, che in una libera interpretazione del mio ruolo e della mia professione ha ritenuto potessi fare qualcosa per i genitori del suo amico. Il colpo di genio è arrivato al termine di un’ora di lezione in cui, per mancanza dell’insegnante, lui e i suoi compagni sono stati smistati in altre classi. Una chiacchierata e qualche confidenza da parte del suo amico, il racconto di una situazione familiare un po’ complicata e per lui probabilmente faticosa. Da qui in poi, la serie di fraintendimenti che hanno portato a questa folle telefonata. Che, una volta svelato il mistero, si è conclusa con toni decisamente più miti e qualche scusa. Più complesso spiegare al primogenito di fare un uso corretto del mio numero di cellulare, dove il termine “corretto” sta a indicare l’importanza di chiedermi il permesso prima di scriverlo su un foglio di carta o muro del bagno che si trovi davanti. Anche se, lo ammetto, io l’ho trovato bello. Avere in primo luogo ascoltato un compagno, poi pensato a un aiuto possibile, mi è parso un gesto buono, attento, partecipe. Scrivere un numero di telefono sul retro di una pagina di espressioni è stato, nella sua ingenuità, un passo nella direzione giusta. E una professione che fa “mettere pace tra i genitori” mi piace parecchio.
Nonostante la varietà di insulti che mi sono piovuti addosso all’inizio della telefonata. Il risotto, pazienza. Sarebbe bruciato comunque.

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Ribellione

“No, ho detto no. Non ci vengo. Tutti i miei amici possono stare a casa da soli, perché non io? Mi annoierei a morte, lo so già. Non puoi costringermi, anche io ho dei diritti.”

Capita che una domenica pomeriggio di dicembre si debba andare a lavorare, anche se partecipare a una gara di torte con degustazione potrebbe non sembrare esattamente un duro lavoro; capita che i tuoi figli debbano venire con te perché, oltre alla responsabilità penale nel lasciarli da soli, sei contenta di averli vicini in queste occasioni. Capita che un dodicenne preferirebbe studiare per la verifica di grammatica che passare la sua domenica con mamma, sorelle e una dozzina di altre famiglie. Capita che si debba ricorrere a doti di negoziazione che neanche all’alto commissariato delle Nazioni Unite, per evitare di cadere nel tranello insidioso del “comando io”. Volendo analizzare con piglio scientifico le obiezioni del preadolescente, potremmo dire che in un unico periodo è riuscito a far stare comodi tutti i capisaldi della protesta giovanile: “ho detto di no/tutti i miei amici lo fanno/non puoi costringermi”. Roba che, dovessi dar retta alla mia pancia risponderei: “e invece sì che vieni/dei tuoi amici non mi interessa un tubo/eccome se posso costringerti/pensa ai tuoi doveri prima che ai diritti, va.”
Ma non è andata così, ho zittito la pancia e dato spazio al cervello, trasformando la frase in un più diplomatico:
“capisco il tuo punto di vista, ma devi sapere che la mamma ci terrebbe molto che tu ci fossi”. Alla fine il giovane ha acconsentito a partecipare, portando con sè la miglior espressione da funerale di solito riservata alla sconfitta in campionato dei San Antonio Spurs. Non posso dire che si sia divertito ma perlomeno non ci ha funestato la giornata. Che sarà poco ma di questi tempi è già qualcosa. Dimenticavo. La frase sopra non è stata l’unica. A determinare in modo significativo il suo si credo sia stata l’aggiunta “e sabato pomeriggio andiamo solo tu e io a vedere Star Wars al cinema”.

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X che?

Serata di finale musicale, tutti e quattro col pigiama d’ordinanza stretti stretti sul divano, mentre il gatto dorme lungo e disteso sul muschio del presepe, suo nuovo habitat.
“Mamma, cosa vuol dire x factor?”
“Dunque, vediamo.. È una capacità, qualcosa che sai fare benissimo e che non hanno tutti, che ti rende un po’ speciale. Insomma, un talento”
“Capito. E tu ce l’hai un talento, mamma?”
“Che domanda impegnativa, piccola. Vediamo.. Penso che il mio talento siano le parole e le emozioni. Quando poi sono insieme, sono contenta.”
“E il mio talento?”
“E il mio?”
“E io??”
“Allora, tranquilli. Andiamo per ordine, dal più piccolo al più grande. Non è semplice rispondere, sapete? Io ci ho messo un sacco di tempo a scoprire il mio, di talento, e ancora a volte ho qualche dubbio. Voi avete appena cominciato, possedete tutti i colori ma non so ancora che quadro uscirà. So solo che sarà bellissimo.”
“È come avere tutti gli ingredienti buoni per una torta ma non sapere che dolce fare?”
“Brava amore, si. Sai che questo potrebbe essere il tuo talento? Le parole e la fantasia, ne hai da vendere di entrambe”
“E io, mamma?”
“Tu, invece, potresti avere un talento per le persone, perché sei capace di sentire quello che non viene detto e intuire se dietro quelle parole c’è una persona felice o triste”
“Insomma, una strega”
“Ecco, mancava il fratello scemo”
“Visto caro mio? Anche l’ironia è un talento, ma bisogna imparare a gestirlo, altrimenti arrivano mazzate. Potrebbe essere il tuo.”
“Ma il talento si impara?”
“Ma non c’è verso di sentire una canzone, stasera?”
“Mamma, dici sempre che la televisione ci spegne la fantasia! Quindi non lamentarti adesso.”
“Va bene, hai ragione piccola. No, il talento non si impara, al massimo si coltiva. È un dono, nasce con noi insieme agli occhi verdi o i capelli ricci, solo che è un po’ più difficile da vedere”
“E tu come fai a vederlo, mamma?”
“Ehm.. Diciamo che, fra tutte le cose che una mamma deve fare per i suoi bambini, dare la caccia ai talenti è forse la più bella e appassionante.”
“Sai una cosa mamma? Secondo me il tuo talento è fare le lasagne. Domani le mangiamo?”

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Oroscopi e mozzarelle

“Ariete: giornata pesante, la salute tiene, ma il sistema nervoso risulta piuttosto scosso: provate con un bagno rilassante ai fiori di tiglio, ottimi anche come tisana”
Eh già, caro il mio astrologo, faccio bene a non credere all’oroscopo e a confondermi con i segni zodiacali dei miei figli, se queste sono le previsioni. Perché sarà pur vero che i miei nervi sono stati meglio e che un bagno rilassante ieri me lo sarei fatto volentieri, non fosse che al risveglio ho trovato la casa ghiacciata e senza acqua calda, un idraulico irreperibile, pinguini e orsi polari che si facevano una tisana -probabilmente al tiglio-nella mia cucina. Ma si sa, lo canta anche il sempre bello Ligabue, il meglio deve ancora venire. Giudicate voi se è arrivato. Il pomeriggio era destinato al dentista che, guarda la fortuna, è dalla parte opposta della città. In macchina, il figlio grande seduto a fianco a me, in via eccezionale senza sorelle. Lui stava appoggiato pigramente al finestrino con lo sguardo del condannato al patibolo e i sospiri dell’innamorato deluso: innamorato della pallacanestro, deluso perchè quella sadica di sua madre ha preso appuntamento proprio nell’orario di allenamento. E visto che ha lagnato più del necessario e consentito, lei ha nascosto in borsa i pacchetti di figurine Nba comprati per sollevarlo dalle sofferenze ortodontiche e meditava di non darglieli mai più. Tutto taceva dunque, a parte la radio. Terminata una bellissima ma straziante canzone che passa ormai su ogni stazione eccezion forse per radio Maria, che se non sei oltremodo felice ti ispira pensieri mortiferi, una voce squillante ha invaso l’abitacolo annunciando un evento epocale: sabato sera, in una discoteca della provincia, sarà guest star una signorina dal nome esotico e impronunciabile, meglio conosciuta come la “mozzarellona” che ha lanciato l’emblematico hastag “escile”.

“Mamma, cosa ha detto? Cosa c’entrano le mozzarelle con la discoteca?”

“Ehm.. Non ho capito, non si sentiva tanto bene”

“Che dici? Si sentiva perfettamente! Fa niente, guardo su Instagram”

“No no aspetta! Ho capito. È.. È una degustazione! Prodotti tipici, formaggi, affettati, cose così”

“Mi prendi in giro? E l’hastag allora che vuol dire? Lascia stare, prendo il telefono e vedo”

“Fermo! Ho una sorpresa per te! Guarda un po’ nella mia borsa quanti pacchetti di figurine ti ho comprato!”

“Oh! Grazie mamma! Li apro subito”

E anche per stavolta è andata. Perché io, giuro, non so quali siano le parole giuste per spiegare una cosa del genere a mio figlio preadolescente. (chi non sapesse a cosa mi riferisco avrà liete sorprese su google immagini)

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Uomini e donne

Conosco una donna con tanta pazienza, capacità e buon senso, che una sera d’inverno ha detto alla sua figlia cinquenne di prepararsi per fare la doccia. La bambina, che altro aveva in animo piuttosto che lavarsi, si è presa di nascosto il pigiama pulito e lo ha indossato furtivamente, presentandosi alla madre con il sorriso soddisfatto di chi tiene la vittoria in pugno. La madre, che da ormai troppo tempo combatteva la cocciutaggine e la determinazione della sua bambina con alterne fortune e perpetue grida, ha capito di trovarsi di fronte a un bivio: urlare e soccombere o affermare la sua autorevole posizione. Prendendo fiato e sorridendo, è andata in bagno, ha aperto e regolato l’acqua della doccia, è tornata calma e tranquilla in camera e ha preso in braccio la sua piccola. La ha accompagnata in bagno e, nello stupore generale, l’ha appoggiata così, in pigiama celeste e calzine, sotto il getto d’acqua tiepido. La bambina ha avuto bisogno di qualche istante prima di articolare l’urlo più potente che avessero mai udito in famiglia, vicini compresi. La madre, sorridente e imperturbabile, si è fatta scivolare addosso le colorite proteste della giovane fanciulla insieme al bagnoschiuma e allo shampoo. Arrivate al balsamo, tolto il pigiama ormai zuppo, la bambina aveva smesso di piangere e la madre smesso di trattenere il fiato. Si racconta che, da quella sera, non ci furono più capricci per lavarsi, né la sera né il mattino.

Conosco un’altra donna che è entrata in un affollato supermercato insieme al suo bambino di quattro anni, ha lasciato che prendesse il piccolo carrello con la bandierina riservato ai giovani consumatori, ha pazientemente aspettato che si infilasse il guanto troppo grande, scegliesse con cura certosina le mele per la torta da fare insieme e lo ha sollevato prendendolo sotto le ascelle affinché potesse pesare il sacchetto ormai colmo. I due hanno proseguito il loro percorso fra le corsie, ognuno spingendo il proprio carrello, sereni e sorridenti. Fino al reparto giocattoli, dove l’attenzione e il cuore del piccolo sono stati rapiti da un dinosauro grosso, feroce e con un tasto da premere per ascoltarne il potente richiamo. La madre, fiutato come un predatore il pericolo nell’aria, ha cercato di distrarre il figlio verso le entusiasmanti casse fai da te, ma a quel punto il maleficio si era già compiuto e tutte le energie della creatura convogliate in un unico obiettivo: ottenere il preistorico rettile chiuso nella scatola di fronte a lui. Il capriccio è esploso lì, dietro l’espositore del cibo per animali e davanti a un folto pubblico di ignari clienti. La madre, come spesso accade in questi momenti, si è vista passare davanti le immagini della sua intera esistenza e ha dovuto decidere lì, su due piedi e un carrello, cosa fare. Si è legata i capelli sciolti con l’elastico che porta sempre sul polso, ha sollevato l’urlante creatura da terra e l’ha appoggiato nel suo piccolo carrellino, come fosse una confezione da sei di latte parzialmente scremato. Si è poi diretta verso le casse spingendo con una mano il suo grande carrello e trascinando con l’altra il piccolo. L’urlo primordiale è andato scemando solo al momento del pagamento, quando anche il bambino ha compreso che quel dinosauro non sarebbe andato a casa con loro.
I due sono stati poi avvistati in un bar, lei con un caffè (mi immagino corretto) e lui con i baffi di cioccolato e una tazza fumante di fronte.

E poi conosco un uomo, che doveva prendere un aereo con il suo bambino di sei anni, per andare a trovare i nonni. La mamma li aveva accompagnati fin dove aveva potuto e i controlli di sicurezza consentito, e dietro una transenna aveva dato l’ultimo bacio ai suoi due uomini. Il piccolo, che fino ad allora era apparso allegro e baldanzoso, con il suo trolley di Peppa Pig e l’inseparabile peluche di Saetta McQueen, ha mostrato i primi segnali di cedimento quando il cappotto colorato della mamma è scomparso dietro le porte girevoli dell’uscita. Gli occhi si sono inumiditi, il naso ha preso a pizzicare e la nostalgia si è aperta un varco dentro di lui. Ed è esploso il pianto. Il papà è stato colto di sorpresa ma non si è fatto contagiare dallo sconforto. Sulle prime ha provato, senza successo, a distrarre il piccino con promesse di cieli, nuvole rosa e case minuscole viste dall’alto. Resosi conto ben presto che far transitare un minore in lacrime attraverso il controllo documenti gli avrebbe riservato, oltre gli sguardi pietosi degli altri viaggiatori, un approfondito controllo della polizia di frontiera, si è giocato il tutto per tutto. Ha estratto dal suo zaino una bottiglietta d’acqua ancora sigillata, ne ha forzato leggermente il tappo perché si aprisse senza fatica e, con l’aria di chi sta facendo un enorme sforzo ha chiesto al suo bambino di aiutarlo, perché aveva sete ma non riusciva ad aprire la bottiglia. Il figlio, stupito e incuriosito, ha tirato su col naso, si è pulito con la manica della giacca e ha provato a girare il tappo, riuscendoci.
Pare che, tendendo fiero la bottiglia d’acqua al suo papà, abbia ricevuto tanti complimenti e ringraziamenti, e i due si siano avviati una mano nell’altra verso l’imbarco.

La pedagogia è una scienza, ma per educare ci vuole il colpo di genio.

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Crescita miracolosa

“Ecco, non ho più niente da mettermi! Con cosa vado a scuola??”

“Non è possibile tesoro, hai un armadio pieno zeppo di vestiti, pure nuovi, mica come tua sorella che si prende solo roba di terza mano, quando va bene. Poi ho anche stirato, escludo dunque che tu non abbia vestiti mettibili.”

“È vero! La mamma ha stirato ieri! La nonna ha detto che allora presto nevicherà!”

“Ah sì, non mi credi? Guarda allora! I fuseaux mi arrivano sopra le caviglie, le magliette a maniche lunghe sembrano canotte e se riesco a entrare nella felpa poi in classe mi devono aiutare in tre per toglierla”

“Mmm.. vediamo. Potresti mettere gli scaldamuscoli che ti ha fatto a maglia la nonna, una maglietta mia e le felpe vanno aderenti quest’anno, sai?”

“Piuttosto esco in pigiama”

La ragazza ha ragione, ovviamente. È che io, avendola sotto gli occhi ogni respiro che fa, non me ne rendo conto. È come stare a guardare una pianta che cresce, se continui a fissarla non te ne accorgi mica. E io non mi accorgo finché lei non me lo fa notare, o per strada le dicono quanto è diventata grande, o forse un po’ lo so quando la abbraccio e la sua testa è vicino alla mia, ma non me lo voglio raccontare.
Ora solo due drammatiche certezze mi accompagnano: devo correre a comprarle un guardaroba nuovo e, ben più grave, ho stirato tutti quei vestiti per niente.
O forse no, vado a metterli via per la piccola.

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Fuor di metafora

“Mamma, cos’è questa musica? Cosa guardi?”
“È un video, di Rolando, dell’ultimo master di zumba a cui io -sigh- non ho partecipato. Mi consolo così, guardando”
“Uh, caspita. Che bravo è!”
“Anche la mamma balla queste canzoni a zumba, sai?”
“Ahahahahahah, stai scherzando vero? È una metafora, per caso?”
“Fai poco lo spiritoso, va, che non sai nemmeno cosa sia, una metafora”
“È la sostituzione di un termine proprio con uno figurato”
“Io non ho un figlio, abito con Wikipedia”
“A proposito, sorella, sai cosa vuol dire dipendenza patologica?”
“Ho sette anni e faccio la seconda, stupido. Cosa vuoi che ne sappia io della pendenza?”
“DIpendenza!! Patologica! Non hai sentito la pubblicità del gratta e vinci? Ah, se non ci fossi io in questa casa..”
“A me non sembra che sia così necessario istruire la tua sorellina sui problemi dei grandi”
“Come dei grandi? È anche un suo problema”
“Ma che dici? Lei al massimo è dipendente dalla mamma”
“Allora, gente di poca fede: la dipendenza patologica è quando fai qualcosa e non riesci più a smettere di farlo, anche se sai che è sbagliato e ti farà male”
“Ah, ho capito! Come quando mangio le lasagne e la pasta al ragù, giusto?”
“Visto mamma? Avevo ragione io, la piccola ha una dipendenza patologica da carboidrati. Le serve aiuto”

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Letterina

8 dicembre 2015

Caro Babbo Natale,

rieccoci qui, come ogni anno, puntuali e inesorabili. So di non essere esattamente una bimba in età da letterina, ma confido nella tua tolleranza. Comincio col chiederti scusa perché la nostra casa non è stata ancora addobbata e decorata nonostante manchi così poco al giorno x. Non è per mancanza di voglia, energia o spirito natalizio, eh. La buona notizia è che ho trovato l’albero (stava nell’armadio dei giacconi pesanti, non chiedermi perché), la cattiva che sono ancora alla ricerca del maledetto scatolone con le decorazioni, inghiottito in qualche anfratto polveroso del garage. Per rimediare la figlia di mezzo, creativa di famiglia, sta producendo a ritmo sostenuto stelle, ghirlande e addobbi di ogni genere con il solo aiuto di cartoncini colorati, colla e forbici. Nel frattempo è spuntato chissà da dove- ma la principale indiziata è la piccola- un cd di canzoni natalizie, così mentre una sorella ritaglia l’altra canta felice, con un cappello rosso sulla testa. Il maggiore, coerente con l’età, prende le distanze e fa un po’ il sostenuto, ma qua e là si cominciano a intravedere le prime crepe e ieri è andato a casa di un amico per aiutarlo a fare l’albero. Persino il gatto miracolato sembra giovare dell’atmosfera di festa e, terminata la convalescenza, ha ricominciato a uscire di casa. Insomma, che altro posso chiedere di più? Beh, un paio di idee le avrei, se sarai così paziente da ascoltarmi. Prometto che sarò breve e concisa.

1. Pazienza e tolleranza, così, in un pacchetto unico. Pazienza da usare e da regalare, ché stare vicino a me può anche essere faticoso; tolleranza verso quello che non capisco, non condivido e magari mi fa arrabbiare;
2. tempo: lo so, ventiquattro ore non sono poche e forse basterebbe usarle meglio; prometto di impegnarmi a ottimizzarle, se tu mi regali il giovedì sera per andare a zumba con la mia amica;
3. lentezza: sono stufa di correre senza arrivare veramente da nessuna parte. Voglio camminare, respirare, osservare con calma, con piacere e senza affanno;
4. questa ultima non è una richiesta ma -guarda che brava- una restituzione. Riprenditi pure il multitasking, grazie, e donalo a chi ne ha più bisogno. Io, che per anni mi sono sentita potente e fighissima nel fare il ragù mentre interrogavo una figlia in storia, coloravo un cielo infinito sul libro di religione della piccola, giocavo a carte di yu-gi-oh! col grande mentre scrivevo una mail di lavoro, ora mi interrogo sul senso di questa efficienza a tutti i costi, neanche fosse una gara alla donna e mamma più brava. Perché tanto io prima non credo di essere mai arrivata.

Ho finito, mi sembra. Adesso vado a mangiare qualche cioccolatino dal calendario dell’avvento che, ti confesso, è il vero motivo che mi spinge all’acquisto. Più che il conto alla rovescia, direi che non tengo il conto delle calorie.
A presto,

Barbara

ps se per caso ti avanza una villa di Barbie a Malibu, sull’oceano o sulla cima della montagna non farti scrupoli e lasciala pure qui, grazie.

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Come un mare in tempesta

La preadolescenza del figlio maggiore sta mettendo a dura prova i già precari equilibri di questa famiglia. Ieri pomeriggio il giovane inquieto e tormentato ha urlato tutto il suo dolore e la sua indignazione per avere ricevuto un no come risposta da sua madre. Le sue spiccate inclinazioni al dramma magari un giorno faranno di lui un grande attore, ma per il momento gli fanno guadagnare solo un pomeriggio in camera sua. La madre, che di mestiere fa l’educatrice, che per anni ha lavorato con adolescenti di ogni genere e ha sviluppato una pazienza da far invidia a Giobbe, ha chiuso in un cassetto tutta la sua competenza pedagogica e lo ha spedito, furiosa, proprio in camera sua. Questo armonioso pomeriggio ha lasciato le bambine perplesse e confuse.
“Mamma, cosa succede a mio fratello? Perché ti parla così? Perché si dispera?”
“A me sembra che si trasformi in un gremlin, come i mostri dei film”
“Tranquille bambine, è tutto sotto controllo, qui l’unico mostro si chiama preadolescenza e dobbiamo farci i conti, perché vivrà con noi ancora per un bel po’”
“Perché???”
“Perché adesso tocca a lui, ma poi sarà il vostro turno. È inevitabile. Per diventare grandi si passa anche da lì”
“Lo dicevo io che era una fregatura diventare grandi”
“Ah no, a me non succederà mai! Io non sarò mai così arrabbiata e scontrosa! Mai, te lo giuro!”
“Aspettiamo e vediamo, va bene? Tanto adesso il problema non si pone, siete ancora piccole”
“Mamma, ma non è che se lui grida così forte tu non gli vuoi più bene?”
“No piccola, tranquilla. Non esiste un urlo così forte da non farmi sentire il bene che vi voglio. È come quando il mare è in tempesta, ricordi? Tutto si fa scuro, c’è il vento, la pioggia e le onde impazzite. Ma poi pian piano si calma e il mare è sempre lì, grande e placido come prima”
“E io ci posso fare il bagno”
“Già, e tu ci puoi fare il bagno”
“Mamma?”
“Dimmi”
“Posso avere un gelato? Tutto questo parlare di mare mi ha fatto venire fame”

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Di mariti e caffè

Bar del supermercato, pausa pre-spesa.
“Mi scusi, posso offrire io il caffè?”
Ecco. Chi è già passato di qui sa che la frase in questione si è già sentita e letta altre volte, ma questa, fidatevi, è tutta un’altra storia. Lo è perché il proprietario della voce che ha pronunciato la gentile offerta non era, come al solito, un fuggitivo dal reparto di salute mentale né un anziano in gita col centro diurno, ma un giovane e affascinante uomo con un bel sorriso. Il quale ha però tenuto subito a sottolineare la vera natura della sua gentilezza, onde evitare fraintendimenti.
“Tu sei Barbara, vero? Ti ho riconosciuta dalla foto del tuo profilo Facebook. Mia moglie non ti conosce di persona ma ti legge tutte le mattine e sorride sempre un sacco. Abbiamo un bambino piccolo e lei per ora sta a casa con lui. Se le racconto che ti ho incontrata e non ti ho neanche offerto un caffè sai quante me ne dice. Quindi, pago io” ha detto portando via il suo bel sorriso e lasciandomi sola con qualche pensiero, che condivido con tutti ma soprattutto con la moglie in questione: amica che non mi conosci di persona, intanto grazie. Far sorridere qualcuno con le proprie parole è quanto di più bello si possa ottenere. E poi, soprattutto, brava. Un marito così, che sa cosa leggi, cosa ti fa sorridere e che forse intuisce la fatica di stare a casa con un bimbo piccino non è cosa di tutti i giorni. Mi immagino che te lo sia meritata, quest’uomo, che tu lo abbia educato e coltivato. Tienlo stretto, mi raccomando.

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