Aspettando

“Grado di sovraffollamento: grave”
Queste parole, scritte in rosso sullo schermo luminoso di un pronto soccorso, sono l’equivalente giuridico del “fine pena: mai”.
Era da tempo, per fortuna, che non mi capitava di frequentare l’ospedale con i bambini. Va detto che in passato abbiamo ampiamente assolto questo dovere, eh. Grazie a un primogenito probabilmente montato al contrario che, come diceva il buon Elio, ha il gomito che fa contatto col ginocchio. Ed è proprio col fantasioso figlio che mi sono trovata, in una mattina uggiosa, in piedi davanti a quella scritta rossa che gettava un’ombra inquietante sulla nostra giornata. Il pronto soccorso è innanzitutto un luogo di lamentazione: si dolgono i malati -a ragione-, si lagnano i parenti in attesa, si lamentano i medici del sovraffollamento, degli spazi insufficienti, della frenesia. Da parte nostra abbiamo cercato di limitare le rimostranze, a parte il giovane infortunato che non si è fatto una ragione di non avere una connessone wi-fi. La disperazione si è impossessata di lui -e un po’ lo ammetto, anche di me- quando ha realizzato che entrambi i nostri cellulari erano al due per cento di batteria. Ci eravamo seduti nella sala d’attesa da non più di quindici minuti. Per trascorrere il tempo -sarebbero state sei ore, ma fortunatamente non ce lo immaginavamo neanche- ci siamo dedicati a piacevoli attività: con una moneta da cinque centesimi l’illusionista in erba ha intrattenuto i nostri compagni di attesa, con apparizioni, sparizioni e magie. Ci siamo poi raccontati delle storie buffe, per sorridere un po’ e alla fine, a corto di argomenti e stremati dalla fame, abbiamo spudoratamente origliato le conversazioni delle persone intorno. E’ arrivato così il nostro turno di appoggiare il piede malconcio del ragazzo sul freddo tavolo del reparto radiologia, accompagnati da un simpatico tecnico.

“Signora, entri anche lei. Devo chiederle se è in stato di gravidanza”

“Per carità. No, grazie, ho già dato”

“Ci metterebbe la mano sul fuoco?”

“Mi dica dov’è la fiamma”

Siamo usciti così, con un nulla di fatto e un nulla di rotto, delle nuove amicizie e gli stessi dubbi diagnostici di quando siamo entrati. Affamati e vicini, finalmente col sole, siamo tornati a casa.

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Befana in offerta

Sembra impossibile, ma anche la Befana è arrivata e se ne è andata.
Portando con sé, si spera, gli originali auguri che tutti gli uomini del pianeta si sentono in dovere di fare ogni benedetto sei gennaio. Mio papà, che avrebbe compiuto gli anni proprio in questo giorno, si diceva fortunato di esser nato uomo, altrimenti sai che ridere.
A casa mia il copione assomiglia molto a quello della notte di natale. Si appoggiano le calze davanti al camino, si lascia un bicchier d’acqua (chissà perché poi, a Babbo Natale latte e biscotti. Pure la Befana deve stare a dieta) e si va a dormire speranzosi.
Per essere più precisi, è speranzosa la piccola, mentre il grande è ormai a conoscenza della verità e la mezzana la va cercando. Abbiamo sfiorato il disvelamento già a Natale, quando vicino al piattino dei biscotti ha appoggiato un foglio con la scritta: “caro Babbo, se esisti metti una crocetta qui. E una firma, grazie”. Inutile dire che ho compilato io il modulo, proprio come quello lasciato per la Befana. La mattina, prima ancora di guardare nella calza, la giovane investigatrice ha preso entrambi i fogli, confrontandone le grafie come un consumato perito calligrafico. Durante la giornata si è comportata normalmente, solo ogni tanto sentivo il suo sguardo su di me, che distoglieva non appena incrociava il mio. La sera, a casa silenziosa e fratelli addormentati, si è presentata ai piedi del mio letto.
Mi ha fissato a lungo, poi si è decisa a parlare.

“Mamma, smettila di fingere. Senza offesa, che la Befana sei tu l’ho capito ormai. Quella vera non avrebbe lasciato l’etichetta sulla mia giacca nuova. Almeno, la prossima volta togli l’adesivo “settanta per cento di sconto” così la piccola può continuare a crederci”.

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Caffè e latte

Al bar vicino a casa, tra la scuola materna e la chiesa. Una pioggerella sottile, freddo pungente, madre e figlio che fanno colazione seduti a un tavolino. Sorseggiano succo e cappuccino pronti per l’ennesimo controllo pediatrico.
Nel locale poche persone, tutti uomini, eccezion fatta per la biondissima barista e me.
Un giovane beve il caffè con un bambino di qualche mese in braccio, un fagotto di ciniglia arancione. Con tranquillità e perizia, tiene in equilibrio il figlio sgambettante mentre allunga un braccio verso la borsa appoggiata sulla sedia al suo fianco. Ne estrae un biberon con l’acqua, lo porge alla barista per farselo scaldare “trenta, quaranta secondi e non di più, mi raccomando che poi sennò si scotta”.
Una volta alla giusta temperatura, aggiunge quattro misurini di latte in polvere, un biscotto e agita il tutto finché non si è ben sciolto. Nel mentre descrive al bimbo impaziente e affamato ogni sua azione: “adesso scuotiamo forte forte, ecco! È pronto il lattino del mio ometto!”.
Il piccolo apre la bocca con un sorriso sdentato, pronto per la sua colazione e il papà finisce di bere il caffè ormai freddo. Due tavoli più in giù, un uomo sulla cinquantina appoggia gli occhiali, chiude il giornale dalle pagine rosa di sport che stava leggendo e sorride al bambino.

“Che bel mangione abbiamo qui! E le pappe le prende già?” Chiede al giovane papà.

“Si sì, dovresti vedere quanta! Metto duecento grammi di acqua, duecento di passato di verdure, omogeneizzato, una spruzzata di parmigiano e un giro d’olio et voilà! Non ne avanza un cucchiaio!”

“Anche il mio nipotino mangia volentieri, ha cominciato a Natale a gattonare, adesso va come una scheggia!”

Un uomo in piedi accanto al bancone, in tenuta da lavoro, sta aspettando di pagare col portafoglio in mano il suo bicchiere di bianco. Chiede un pacchetto di MS morbide, un gratta e vinci da dieci euro e si volta verso i due.

“E si, poi quando camminano bisogna stare attenti e mettere in sicurezza la casa, si capisce”

I tre annuiscono seri, in silenzio, quasi non ci fosse bisogno di aggiungere altro.
Sono capitata in un universo parallelo, non c’è altra spiegazione. Un mondo dove i papà sono capaci e partecipi tanto quanto le mamme. E sembrano anche contenti.

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Il tempo passa e se ne va

“Mamma, quanto manca per arrivare?”

“Ancora un’ora, più o meno”

“Si, ma quanto dura un’ora?”

“Mmm.. dunque.. Ecco! Come due puntate di Violetta”

“Ma con la pubblicità o senza? Non capisco”

“Allora, vediamo. Come quando al lunedì arrivi a scuola, c’è la maestra di italiano, poi vi saluta e arriva quella di matematica”

“Ma mamma, la maestra di matematica arriva al pomeriggio dopo la mensa. È così lunga una sola ora??”

Spiegare il tempo ai bambini è una sfida con se stessi, perché ti chiama a mettere in parole un concetto astratto che per i grandi è ben chiaro e condiviso. Sebbene i bambini qualche certezza in proposito già ce l’abbiano.

“Tra un mese si parte per il mare!”

“Così tantoooo?? Noooo”

“Tra un mese ricomincia la scuola”

“Di già?? Ma se ho appena cominciato le vacanze! Mondo infame”

“Bene, puoi giocare con il Nintendo ma tra mezz’ora si spegne”

“Cosa? Ma tra mezz’ora avrò appena cominciato”

“Manca solo mezz’ora alla fine della messa”

“Non ce la posso fare: è troppo per me”

Ciò che i bambini imparano da subito è che quando sei felice il tempo corre via veloce, se sei triste le lancette dell’orologio sono più pesanti e lente e se ti annoi sono inchiodate lì senza muoversi. Io, pur essendo al terzo tentativo, non ho ancora trovato le parole giuste per spiegare quanto è lunga un’ora.
E come spesso accade è la saggezza della piccola a venirmi in aiuto.

“Mamma, ho capito: le ore che passo con te hanno meno minuti, quelle di scuola di più. Bisognerebbe fare solo mezz’ora, di lezione”

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Bibidi, bobidi, bu!

È importante per un genitore saper riconoscere le individualità e valorizzare le peculiarità di ogni figlio, assecondare le inclinazioni e accoglierne i bisogni.
È con questo spirito che ieri, madre e figlia mezzana hanno affrontato un rito di passaggio tutto al femminile che traghetta ogni bambina dalla fanciullezza all’intricato mondo delle donne adulte. Le due, sfidando il freddo e un cielo grigio senza neve, avvolte in sciarpe calde e colorate hanno trattenuto il fiato per immergersi nel grande mare dei saldi invernali. Un mondo parallelo che può essere paradisiaco come un atollo della Polinesia Francese o insidioso come una tempesta tropicale, profondo come la fossa delle Marianne o infestato di squali pronti a divorarti per aggiudicarsi l’ultimo paio di scarpe al settanta per cento di sconto. L’occasione è stata la necessità di acquistare una nuova giacca per la fanciulla che coprisse per bene le sue lunghe braccia, in costante divenire. Sfortuna ha voluto che, nonostante le due non si siano risparmiate nel girare, cercare, osservare e valutare taglie, colori e materiali, non si sia trovato nulla che facesse al caso loro. O meglio, al caso della figliola perché la mamma, invece, è uscita dall’outlet con un nuovo nonché assolutamente necessario (!) paio di stivaletti nuovi.
Non è stato tempo perso, tuttavia. Aggirarsi tra vestiti e scarpe, tubini e tute, minigonne e leggings con la propria figlia, ancora bambina ma non per molto, che mantiene per il momento come orizzonte di stile la sua mamma, che ascolta i suoi consigli si spera ancora per un po’ è un’esperienza istruttiva e profonda. Ti mostra l’immaginario di una bambina che diventa una giovane ragazza, e si confronta con ideali di bellezza veri e presunti. Che si interroga sui modi diversi di essere una donna, e lo fa osservando la sua mamma.
“Non penserai di prendere questo, vero? È trasparente!”
“È pizzo amore e no, non intendo prenderlo. È questo? Cosa ne dici?” “Mmm.. Troppo stretto, si vede la pancia”
“Ecco appunto, sii pure sincera, non farti problemi, eh”
“Mamma, ci vorrebbe una fata per te. Come in Cenerentola, che arriva con la sua bacchetta e zac! Ti cuce addosso un abito su misura. Per togliere la pancia mi sa che serve proprio una magia”

Eccole, le ragazze di oggi, che al posto del principe azzurro aspettano la fata madrina.

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Anno bisesto, anno di corsa

Anche se non lo dice a voce alta e fa finta di niente, ogni benedetto primo dell’anno lei sente la necessità e l’esigenza di fare qualcosa di buono che serva come traccia per i restanti trecentosessantacinque giorni, specialmente quando nell’anno ce n’è pure uno in più, di giorno. Questa volta, come altre a dire il vero, ha scelto di uscire, consegnando i bambini alla nonna e lasciandoli impegnati a spiegarle il funzionamento del suo primo e nuovo smartphone (“mamma, se noi siamo nativi digitali la nonna è preistorica digitale?”)
Ha chiuso la porta sentendosi energica e leggera, ed è andata a correre in una pista ciclabile che fa il giro del lago (la pista, ovviamente, lei potrebbe morirne qualora ci provasse) avvolta in una felpa troppo grande e nemmeno sua, che la avvolge e la riscalda con un ricordo buono e lontano. Oltre a lei, insieme al freddo e qualche raggio di sole, poche persone, qualche famiglia con i passeggini e le giacche pesanti, alcune coppie per mano con grandi sorrisi, quasi che il nuovo anno avesse svelato a loro soltanto qualcosa di bello; qua e là dei gruppetti di persone fermi a farsi gli auguri, come un capodanno alternativo che si festeggia quando i botti e le bottiglie sono andati a dormire. Ha incrociato un uomo che l’ha salutata con calore e ha pazientemente spiegato alla sua faccia perplessa che si, era proprio lui, il bambino che abitava nel suo stesso palazzo quando erano piccini e a casa del quale andava con gli altri bimbi del vicinato dopo aver giocato a palla in cortile (“non c’è ruga che tenga, hai la stessa faccia di quando bevevi la cioccolata nella mia cucina a merenda” ha detto, immaginando forse fosse un complimento).
Lei ha finito la sua corsa e le sue energie in un parco, si è seduta su una panchina e ha scritto tutto questo, pensando che una cioccolata calda l’avrebbe bevuta volentieri.

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Tre, due, uno…

Nonostante e sebbene passeranno nella (mia) storia familiare come le parole che hanno concluso questo faticoso ma entusiasmante duemilaquindici.
Mi spiego.
Nonostante la mattina del trentuno sia cominciata decisamente troppo presto, con i bambini svegli dall’alba al grido di “quanta manca al capodanno?” e sebbene due elettrodomestici su tre abbiano scelto di smettere di funzionare nello stesso maledetto momento, la mattina è riuscita chissà come a trasformarsi in qualcosa di molto bello, probabilmente perché sono uscita lasciando a qualcun altro le allegre incombenze casalinghe.
Nonostante il pomeriggio io abbia fatto rientro a casa e il primogenito si sia esibito ininterrottamente nei più famosi trucchi di magia attualmente scaricabili da youtube, smazzando mazzi, leggendo il pensiero e provando invano a far scomparire le sorelle, che a loro volta mi hanno allietato con spettacoli teatrali da loro scritti, diretti e interpretati con una colonna sonora di prim’ordine: le note di cinquanta sfumature di grigio sapientemente suonate alla pianola dal talentuoso primogenito (dove e perché lui l’abbia imparata, non me lo voglio nemmeno chiedere).
Sebbene fosse l’ultimo posto dove sarei voluta andare, nel tardo pomeriggio sono riuscita a rimediare il solito giro al supermercato, per assicurare la colazione alla famiglia almeno il primo dell’anno. Ma è stata l’occasione per fare gli auguri a un’amica all’entrata e ammirare all’uscita un anziano signore acquistare tutto il mazzo di rose da un venditore ambulante nel parcheggio e donarlo alla bella signora al suo fianco (che spero con tutto il cuore fosse la sua legittima compagna) incurante delle macchine, dei carrelli, dei sacchetti gialli pesanti di cotechino e lenticchie.
Nonostante le rigide restrizioni pediatriche, per cena la piccola si è goduta la sua porzione di lasagna con l’espressione grata e beata tipica dei neonati allattati al seno, mentre il dopocena è stato all’insegna della cultura cinematografica di alto livello: una maratona di Cenerentola, Avengers e per chiudere in bellezza i Goonies. Il conto alla rovescia ha trovato tre fratelli svegli e una madre così così.
E la mezzanotte è arrivata e se ne è andata, anche per quest’anno, nonostante tutto.

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Che colore ha la felicità

“Sei felice?”

Ieri è arrivata, inaspettata e inattesa, questa domanda da un vecchio amico. Pochi grammi di parole, nove lettere e un punto interrogativo che da soli spalancano abissi.
Un quesito impegnativo, impossibile da liquidare con un sì o con un no. Io non so neanche se ce l’ho, una risposta. Più che altro sono piena di domande. Felice adesso, ieri, di recente, sempre? Allora la risposta è no. La felicità, almeno a casa mia, è frutto della sorpresa e dell’inaspettato. È figlia della meraviglia, della capacità rara di essere in pace con ciò che in quel preciso momento sta intorno a noi. Non che sia semplice, direi. Si tratta di indossare uno sguardo diverso, un po’ come gli occhiali per correggere la miopia. Io ho dovuto correggere l’incapacità, talvolta, di non dare il giusto valore a quello che stavo vivendo, come se dietro l’angolo ci fosse sempre qualcosa di meglio, ma io fossi un passo indietro o sulla strada sbagliata.
Chiedo spesso ai miei bambini se sono felici. Per due motivi: il primo è che misurare il livello di felicità di un bambino o di un ragazzo dovrebbe essere obbligatorio come misurare la febbre quando è malato; il secondo è che mentre glielo chiedo insegno loro a domandarselo, perché è una buona abitudine per la vita. Ogni tanto chiedersi se si è felici ci ricorda che dobbiamo trovare anche un modo per esserlo, o di aggiustare il tiro se la risposta è negativa.
Ecco, io che non amo i buoni propositi per il nuovo anno, le diete del lunedì e la palestra a settembre, ho un impegno da prendere per i prossimi trecentosessantacinque giorni a venire. Domandare agli altri e chiederlo a me stessa, “sei felice?”
Una domanda che sia augurio, per tutti.

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Bilanciate esperienze

E visto che l’anno volge al termine, è tempo per tutti di bilanci.
Per qualcuno, invece, di bilance. Ieri mattina il simpatico trio di fratelli è stato accompagnato dalla mamma dal saggio pediatra di famiglia, per il consueto bilancio (!) di salute e per qualche piccolo accertamento. Va da sé che la salute accertata è quella fisica, ché su quella mentale ci sarebbe molto da raccontare. Nello specifico le dolci sorelle, approfittando di un momento di distrazione del dottore, impegnato nella non facile impresa di capire l’origine dei malanni del primogenito da sempre molto fantasioso anche nella salute, si sono ricoperte le mani di timbri con nome e cognome del medico. Una volta appurata la natura misteriosa del malessere del grande, è stato il turno della sorella di mezzo, alla quale il paziente dottore ha preso le misure di rito, che hanno decretato la fine di un’era: quella in cui spettava alla mamma essere la più alta. Da ieri è ufficialmente testa a testa con la secondogenita, che cresce più veloce di un bambù e che è facile immaginare la supererà a breve. L’ultima a salire il temuto gradino della bilancia è stata la più piccola, ormai tale solo per età. Qualche sospetto si era già affacciato quando il fratello grande, questa estate, ha battezzato con un nome di persona il pancino prominente della sorella o quando ne aveva diagnosticato la dipendenza patologica da carboidrati. Anche l’amore viscerale per le lasagne è stato un campanello d’allarme da non sottovalutare.
Di certo c’è solo che il nuovo anno ci porterà qualche tagliatella in meno e qualche mela in più, un arrivederci alle gocciole a colazione e un benvenuto alla nuotata tutti insieme al sabato mattina, un addio ai bis di primo e un primo passo verso la pista ciclabile, possibilmente di corsa.
Ma la golosa fanciulla non si smentisce mai e, una volta a casa, ha gettato le braccia intorno alla vita della mamma per abbracciarla. E per misurarla. “Beh mamma, ci assomigliamo proprio: anche la pancetta l’ho presa da te”
Come non amarla.

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Amori in coda

Di nuovo, in coda alla cassa del supermercato con la tigre.
Davanti a me una giovane e bella ragazza che ammazza il tempo chattando sul suo enorme smartphone glitterato, avvolta in una nube di profumo dolciastro e una sovrana indifferenza per il mondo circostante.
Nel cestino ai suoi piedi -avvolti in un meraviglioso paio di scarpe dal tacco impossibile che invidio terribilmente, incapace come sono di camminarci sopra, figuriamoci di fare la spesa- i prodotti tipici del single gaudente: crema corpo all’argan, maschera per capelli alla vaniglia del Madagascar, scatola fucsia di preservativi.
Prima di lei un giovanotto che appoggia sul nastro i tipici prodotti del single infelice: quattro salti in padella, insalata già lavata busta piccola, mono porzione di tiramisù.
Lui la osserva già da un po’, quasi grato che la vecchina davanti a tutti noi non riesca a trovare il bancomat nella borsa e che abbia allungato di molto la fila.
La ragazza, ignara, sorride allo schermo luminoso e digita parole veloci con dita agili e dalla perfetta french manicure. Lui la guarda con intensità, prende fiato e le dice “vorrei essere la frase che ti fa sorridere” con uno sguardo a metà tra speranza e disperazione. Lei inarca un sopracciglio e, senza smettere di scrivere, lo neutralizza con un “non potresti essere neanche uno starnuto, grazie” affossando probabilmente per anni l’autostima dello sventurato ragazzo.
Io, dal mio posto e dalla mia età non so se essere inorridita o ammirata e nemmeno se quello che ho sentito sia coraggio o crudeltà bella e buona. Propendo per la seconda, ma non si può mai dire.

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