A colloquio

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“Mother, buone notizie da scuola!”

“Davvero? Dimmi, dimmi! Vi hanno restituito la temutissima verifica di francese? Sei stato interrogato in geografia che avevi studiato così bene? Hai letto qualcosa di bello in letteratura?”

“Mother, e ti sembrano cose belle? Boh. No, una notizia strepitosa. È arrivato un nuovo prof di motoria”

“Ah. È cambiato anche l’insegnante di ginnastica. A posto. Non fai in tempo a memorizzare un nome che zac! Se ne va”

“Comunque è una lei. È bravissima e simpaticissima e si può parlare di tutto insieme. Si chiama Sonia”

“Beh mi sembra una bella cosa trovare un insegnante aperto, col quale confrontarsi con fiducia. Si può chiedere si cosa avete parlato?”

“Certo. Della sua macchina. Ne ha una fighissima”

“Ehm..la macchina? Nel senso dell’automobile? Io pensavo a qualcosa di un po’ più profondo, di sentimenti, emozioni..”

“Eh?? No mother, con la prof puoi parlare di tutto quello che NON riguarda la scuola. Da oggi è il mio idolo. Addio”

“Perché, prima ero io il tuo idolo?”

“No, lo dicevo solo per farti contenta”

“…”

“Mother, non fare quella faccia, sto scherzando! Mi sa che dovresti andare anche tu a chiacchierare con Sonia”

E niente, chiederò un colloquio alla professoressa Sonia. Chissà che mi possa aiutare.

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Noi siamo piccoli ma cresceremo

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Va bene piccola. Adesso siediti e ascoltami. No, silenzio perché adesso io parlo e tu ascolti. Diciamocelo chiaro, che è meglio. Il voler tornare a casa da sola dallo scuolabus, i buchi alle orecchie alla fine della terza e il primo campeggio estivo che aspetti come fosse Natale. Cos’è tutta questa fretta di crescere? Ti rincorre qualcuno? Come dici? Ah, sei tu che devi rincorrere gli altri. Capisco. Però non è del tutto vero, sai? Essere piccoli ha dei grandi vantaggi e, particolare non secondario, ti capita una sola volta nella vita. Quando sei grande sei grande, e ciaone all’infanzia. Certo, puoi giocare anche da adulto. Sicuro, puoi mantenere vivo il bambino che è in te. Vero, avere dei figli ti fa un po’ rivivere il tuo essere piccolo. Ma credi alla mamma, non è la stessa cosa. Io voglio ancora la tua mano nella mia mentre camminiamo, coccolarci sul lettone come gli innamorati pazzi, vedere il tuo sorriso illuminarsi quando mi vedi fuori da scuola. Voglio spargere la polvere magica sui tuoi occhi chiusi per farti addormentare, mettere sul camino latte e biscotti per babbo natale, farti la coda alta tutte le mattine prima di andare a scuola. Voglio ridere quando mi chiedi se hai sangue blu perché le linee della tua mano formano una emme, ascoltarti mentre mi racconti di come sei arrivata in questa famiglia e ammirarti mentre fai ruote e capriole a ginnastica artistica. L’erba voglio però non cresce neanche nel giardino del re e forse la tua mamma deve lasciarti diventare grande, come i tuoi fratelli. Ma sai, è come quando vai al cinema a vedere un film bellissimo. E ti dispiace quando si accendono le luci. Ecco, io sono lì seduta e non voglio che le luci si accendano, almeno per un altro po’. Con te seduta fianco a me, che sgranocchi pop corn col tuo sorriso furbetto.

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Domani è già qui

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Il vento forte dell’estate di San Martino ha spazzato via ogni nuvola dal cielo, lasciandoci sopra la testa un cielo turchese quasi imbarazzante da tanto bello.
Una soffiata di Eolo sarebbe servita anche a noi, per sgombrare la confusione al Salone dell’orientamento, tappa fissa per i giovani liceali del domani. Tante le persone in fila ad aspettare che l’istituto aprisse e svelasse la meravigliosa offerta formativa delle scuole superiori della provincia. Tra tutta quella gente una mamma e un ragazzino, io e il preadolescente adorato. Il quale si è presentato all’appuntamento col destino spettinato e sbrindellato, sua cifra stilistica da un po’ di tempo a questa parte. Alla ricerca disperata di un Wi-Fi, con il cavo usb pendente dalla tasca, novello cordone ombelicale e fonte di nutrimento digitale. Lo sguardo distratto, le chiacchiere con gli amici. L’interesse si è risvegliato al cospetto della scuola dei suoi sogni, da sempre rivale di quella frequentata dalla sua mamma un certo numero di anni fa. Il ragazzo ha ascoltato in silenzio le parole del dirigente, osservato le slide con le statistiche e emesso mugugni di approvazione per i numerosi laboratori. Rimettendosi la giacca ha sentenziato che avrebbe passato lì i prossimi cinque anni della sua vita, e che non era necessario perdere altro tempo. Io, che alla sua età ero incerta pure sul maglioncino da mettermi la mattina, ammiro in silenzio tanta determinazione. E forse posso passare sopra pure alla sciatteria.

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Tutti in coro

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“Che confusione
Sarà perché tifiamo
Uno squadrone
Chi è il capitano
Urliamo forte
Per starvi più vicino
Se vinceremo
Sarà perché tifiamoooo”

Quando la sveglia suona la domenica mattina alle sette, più beffarda che insistente.
Quando il ritrovo è in un paese poco lontano, e dopo un appello veloce si parte tutti verso un palazzetto sconosciuto.
Quando devi seguire le altre macchine perché non sai assolutamente la strada, e poche cose ti mettono così ansia come star dietro a un’altra vettura. Forse solo la cassiera velocissima, la spesa che si accumula, la gente in fila e tu che non riesci nemmeno a separare i lembi di plastica del sacchetto.
Quando assisti emozionata all’esordio in campo della secondogenita, in una squadra di fanciulle altissime dove finalmente non si sente un gigante.
Quando speri e preghi che non ti abbiano portato via la macchina, abbandonata dodici strade più in là tra un marciapiede e un cancello, per non far tardare l’atleta.
Quando la piccola accompagnatrice ripete per la centesima volta “quando andiamo?”
Quando le giornate vanno così, serve un tifo da stadio.

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Dica trentatrè

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“Ma davvero non riesci a toccarti la punta dei piedi con le dita? Ma hai undici o centoundici anni? Ahahaha”

“Pedala pedala che la meta è vicina! Forza! Andale! Ahahaha”

“Bene signora, sono lieto di annunciarle che i suoi due figli hanno brillantemente superato ogni controllo, quindi sono abili e arruolati. Una per la canoa su lago ghiacciato a temperature proibitive, l’altro per la lotta greco romana. Ahahaha”

I due fratelli maggiori sono stati sottoposti alla annuale visita per l’idoneità sportiva. A condurre un dottore altissimo e con un senso dell’umorismo di difficile lettura. Tra una battuta e l’altra, sotto lo sguardo rassegnato dell’infermiere ha pesato, misurato e verificato il buon funzionamento dei due giovani atleti. I quali, in competizione fin dalla culla, si sono dati battaglia ognuno dalla sua parte del separé. È stata guerra per chi avesse la pressione più alta, il cuore più veloce, la resistenza allo sforzo migliore. Solo sull’altezza non c’è stata gara, al cospetto della sempre più lunga mezzana che appare ormai irraggiungibile. Né vinti né vincitori, dunque. Solo le abituali, consuete e rassicuranti mazzate.

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Un sorriso smagliante

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“Oh, eccola qua! Visto che bella?”

“Ehm..uhm..dunque..veramente”

“È nuova nuova appena fatta! È mia! Non ne avevo mai avuto una così bella”

“Signora per favore la metta via”

“Ma è così bella!”

“Sì, davvero. Ehm..bella. È solo che mi fa un po’ impressione. Avevo una prozia che faceva sempre così e ho ancora gli incubi”

“Lella! Che fa? Vado via un attimo e guarda te. Si rimetta subito in bocca i denti e lasci in pace la signorina!”

Tardo pomeriggio, al controllo dentatura della figlia mezzana. Facce stanche da sala d’aspetto, molti cellulari, qualche sbadiglio.
Al mio fianco, sulle sedie di plastica, una anziana signora, tutta di leopardo vestita. Appoggiata a una stampella solitaria e accompagnata dalla badante, giovane dell’est con la passione per la permanente e i tessuti zebrati. Insomma, una giungla, dove per farsi rispettare è necessario mostrare i denti. La signora ha così esibito con orgoglio la sua nuovissima dentiera, come un trofeo o un bel voto, certa di suscitare negli astanti lo stesso entusiasmo.
Ma non posso lamentarmi: almeno non ha cercato di farmela provare.

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Sarà femmina?

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“Mamma, cos’è? Un pacco! Cosa c’è dentro?”

“Shhhhh!! Parla piano e nascondiamoci”

“Mamma, ti senti bene?”

“Shhhhh!! Benissimo”

“Ma il pacco..”

“Shhhhh!! E chiudi la porta, che la piccola ha il radar per i segreti”

“Uh! Che bella! La bambola preferita della piccola! Ma perche l’hai già presa? Non ha ancora scritto la letterina di natale, e se poi non la chiede?”

“La chiederà. La desidera da tanto. Non potevo rischiare di non trovarla in tempo”

“E se non la chiede??”

“La convinceremo. E tu mi aiuterai, ragazza”

“Mother? Che fate chiuse qua dentro? Ah! Il regalo della piccola! Secondo me è ora di dirglielo che Babbo Natale non esiste”

“Fallo e ti vendo al kebabbaro all’angolo”

“Mamma? Ci ho pensato. Se Babbo Natale esiste, è femmina di sicuro”

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La guardiana

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Antefatto

Ci sono espressioni che a casa mia sono prese alla lettera. “Cambio degli armadi” quest’anno ha significato non solo lo spostamento dei prendisole in favore del passamontagna, ma il montaggio di tre mobili nuovi di zecca, uno per figlio. A completare l’opera due divani rosso pomodoro, ché ogni tanto si devono dare delle pennellate di colore alla vita e alla casa.

Fatto
“Scendi subito da lì!”

“Ho detto no!”

“Guai a te se ti fai ancora le unghie sul bracciolo!”

La piccola di casa è stata proclamata a gran voce custode dei divani nuovi. Ha preso la nomina con la serietà e il rigore che la contraddistingue, vegliando instancabilmente sul felino incontinente. Per ora è riuscita ad evitare il peggio guadagnandosi il rispetto di gatti e familiari.

Epilogo

“Mami, non abbiamo parlato della mia retribuzione”

“Retribuzione? Caspita che parola ricercata. Complimenti”

“Sì ma non cambiamo argomento, io sto di guardia ai divani e tu in cambio cosa mi dai?”

“Un trilione di baci?”

“Preferirei cinquanta euro”

Da oggi la guardiana dei divani è in sciopero.

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Il mistero è servito

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“Urca se è buio qui dentro”

“Forza, cercate!”

“Ma qui non c’è niente!”

“Ecco! Forse ho trovato qualcosa! Lo sento sotto le dita”

“Sono le mie stringhe, stupido”

“Rimarremo qui per sempre”

“Trovata la chiave! Presto presto aprite la porta”

“Ma dove siamo capitati? Io ho paura”

“Chi ha fatto questo rumore?”

Si sa, fare esperienze è la via maestra per crescere, evolvere e raggiungere consapevolezza. L’esperienza non è ciò che succede ma il senso che siamo capaci di trovare in ciò che ci accade. Questa volta però abbiamo voluto strafare, festeggiando in ritardo il tredicesimo compleanno del primogenito in una location mai provata finora. Brancolando nel buio prima, cercando di risolvere enigmi durante. Usando la logica e la fantasia, coi nervi saldi e la mente attiva. Scovando codici, tra un lucchetto e un nascondiglio segreto, tra un gioco di specchi e stanze buie. In un pomeriggio piovoso, quattro ragazzini accompagnati da una mamma hanno provato l’esperienza della Escape Room. Un gioco immersivo dove si è chiamati a indagare sui misteri della giovane Agata, giovane fanciulla scomparsa da oltre sessant’anni. Nessuno è riuscito a risolvere il mistero finale ma il divertimento non è mancato. I tredicenni hanno dimostrato capacità logiche e prontezza di riflessi decisamente migliore della mamma quarantaduenne. Ma su questo non c’era alcun mistero.

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In salita

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I bambini amano le porte aperte, gli adolescenti quelle chiuse. I bambini si fanno abbracciare, strapazzare, sbaciucchiare. Ti consegnano corpo e anima insieme, senza distinzione alcuna dal tuo. Gli adolescenti si spostano se il corridoio dove ti incrociano è troppo stretto, fosse mai che ci si dovesse sfiorare. I bambini parlano, raccontano, spiegano, descrivono episodi della loro vita e quella degli altri, in un flusso totale di parole impossibile da arginare. Degli adolescenti ti dimentichi anche il tono di voce, a meno che non capiti di ascoltare una telefonata con gli amici.
I bambini sono per la condivisione di cose e momenti, gli adolescenti per la divisione. Dei beni.
Tra un fanciullo e un adolescente, tra un bimbo rotondo e un ragazzo spigoloso si estende quella terra di mezzo chiamata preadolescenza. Una camera di decompressione che però comprime, una porta con scritto tirare che ti ostini a spingere, un’acqua tiepida che non ti scalda né ti rinfresca. Certo, mica deve essere facile avere il copriletto di Topolino e pensare alla scuola superiore, il pigiama delle Winx in un corpo da giovane donna, la voglia di uscire con la paura del buio. Io vado in confusione per molto meno. Non è semplice abbracciare la mamma senza farsi vedere, stare connessi senza perdersi, ché la navigazione oggi è nella rete ma non in mare. La preadolescenza prelude a qualcosa di altrettanto complicato, la sorella adolescenza. È un po’ come fare una lunga gradinata prima di una salita faticosa. Non ti allena, ti strema. Io, che ho il privilegio (!) di  osservare una preadolescenza piena al maschile e una nascente al femminile non posso che rassegnarmi. E magari allenarmi, che la cima della montagna è ancora molto lontana.

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