Lo zen e l’arte della cassa veloce

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“Vogliooooo la maaaammaaa!!”

Dalla corsia della verdura a quella dei surgelati, passando per pasta e passate, un solo grido riecheggia.

“Vogliooooo la maaaammaaa!!”

È alle casse fai da te, sdraiato per terra. Non più di tre anni. Maglioncino a v, jeans e scarponcini blu. Sciarpetta di moda al collo. Capelli tagliati a spazzola. Rosso come un pomodoro biologico.

“Voglioooo la maaaammaaa!!”

L’apoteosi del capriccio, l’Oscar della sceneggiata, il Grammy per gli acuti. Nemmeno una lacrima, singhiozzi convulsi, colpi di tosse modello soffocamento.

“Vogliooooo la maaaammaaa!!”

Nel mentre il padre estrae un prodotto alla volta dal piccolo carrello con la bandierina, con la calma e la pace dell’eremita buddista. Latte, biscotti, bastoncini di pesce, spinaci surgelati, carta da cucina. A ogni prodotto passato si intervalla il grido di dolore del suo giovane erede, sempre sdraiato a pancia all’aria.

“Vogliooooo la maaaammaaa!!”

Il padre zen estrae la carta di credito e paga, imbusta la spesa e prende lo scontrino. L’intero supermercato lo osserva. L’ascetico genitore raccoglie da terra sacchetti e bambino dirigendosi verso le porte automatiche dell’uscita.

Qualsiasi sostanza assuma il signore, la voglio anch’io.

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Non è tempo per noi

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Tic, tac. Tic, tac.
Quando sono diventata mamma non è cambiato solo il mio peso, lo stato sociale o la responsabilità.
Mi è stato assegnato anche un nuovo orologio con tre lancette un po’ speciali. Ore, minuti, secondi. Grande, mezzana, piccola. Da quel giorno la parola tempo ha cambiato significato, ha smesso di essere tempo mio per diventare tempo per loro.
Sono diventata il metronomo delle loro giornate, puntuale a scandire ritmi, tempi e pause. La sveglia, il mangiare, la nanna. L’asilo, la scuola, lo sport.
Un buffo bianconiglio in affanno, sempre di corsa senza sempre sapere dove andare. Padrona di un tempo corale, la somma del mio con il loro. Proprietaria di una differenza, il tempo totale meno il loro.
Il tempo del conto fino a tre, il tempo da ritagliare come fosse un decoupage, il tempo di qualità o la quantità del tempo. Il dormi ora che poi non avrai più tempo, le banche del tempo, ché è tanto prezioso da doverlo custodire.
Il tempo che non basta mai per correre da una scuola a un allenamento, da una fermata del pullman a un supermercato, da una compagna di classe al pediatra.
Un tempo che non passa mai la domenica pomeriggio, davanti a un cartone animato per piccoli o un libro di geografia da ripassare.
Illudersi di passare il tempo quando è sempre lui che passa.
E poi succede che ne avanza sempre un po’ di più, un giorno alla volta, un anno dopo l’altro. Loro, i ladri del tempo, crescono e imparano da soli, tra tentativi ed errori, ad amministrarlo.
Lo occupano senza che ci sia perenne bisogno della tua presenza. E allora quel tempo libero, che ti viene riconsegnato come un ostaggio dopo il riscatto, torna a essere tuo. Si spalanca davanti come un prato verde o un deserto. Ti lascia così, tra l’euforia della vertigine e la paura del vuoto. Si impara così, poco alla volta, a riappropriarsi di quel tempo che non pensavi di ritrovare.

Finché non arrivano i nipoti, mi dicono.

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Non ho l’età

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Arriva col passo spedito e la faccia arrabbiata, col pigiama preferito, quello con le orecchie dell’orso. Attraversa il corridoio di corsa travolgendo il piccolo gatto, che preferisce rintanarsi nella cesta dei panni sporchi. Il tono di voce acuto come il trillo del campanello alle sette della domenica mattina.

“Mami, quando toccherà a me?”

“Piccola, ancora col pigiama? Santo cielo, tra dieci minuti passa lo scuolabus!”

“È più importante questo. Devo sapere”

“Ma cosa devi sapere?”

“Devo sapere quando farò anche io come mia sorella”

“Sì ma quale delle cose che fa tua sorella? Giocare a pallavolo? Mangiare le verdure? Truffarmi sui compiti?”

“Io sui compiti truffo già, vado a ginnastica e le verdure non mangerò mai”

“E quindi??”

“Voglio sapere a che età si comincia a dire ‘girati che mi sto vestendo’. Mia sorella fa così e non vuole che guardo. Che cosa ci sarà mai da nascondere?”

“Oh piccola! Questo? Ma è normale, è come quando tu ti vergognavi a togliere il costume alle docce della spiaggia. Si chiama pudore ed è cosa buona e giusta”

“Sì ma lei ha qualcosa da nascondere che io non ho”

“Amore crescerai e arriverà tutto, te lo prometto. Adesso vai a vestirti che saremo gli ultimi alla fermata”

“E allora? Tanto io sono sempre l’ultima in questa casa”

Otto anni e tanta voglia di crescere. Che fatica essere sempre medaglia di bronzo.

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Ma che bella sorpresa

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Un’aquila nobile in un panorama maestoso, il silenzio delle montagne e il verde scuro delle foreste. Un ragazzino senza parole e con un dolore grande, un padre che non capisce e non sa ascoltare, nemmeno i silenzi. La magia del cinema e lo sguardo attento di un dodicenne, nel buio rassicurante di una sala  di domenica pomeriggio.
Una cena fuori, noi due soli, stretti in un piccolo tavolo, nel tempio degli hamburger con patatine. Chiasso e risate intorno, pensieri e parole tra noi.
Che bella sorpresa accorgersi che il tuo primogenito osserva il mondo con spirito critico, rilegge la realtà con un’ironia che somiglia alla tua, mette in discussione com’è giusto che sia a quell’età.
Che bella sorpresa accorgersi di avere un canale aperto, una fiducia nuova, non più quella cieca del piccolo ma quella scelta del grande.
Che bella sorpresa accorgersi di divertirsi così tanto, fuori dai consueti schemi di doveri, obblighi, divieti, fai i compiti, lascia in pace tua sorella, sistema la tua stanza. Che bella sorpresa chiacchierare fino a tardi, rispondere a domande difficili che diventano facili per come sono poste.
Che bella sorpresa tornare in macchina cantando forte una canzone dei tempi della mamma che piace anche a lui.
Passare da tanti a due è un bisogno, un’opportunità e, in ultima analisi, un gran divertimento.

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A me i denti (atto secondo)

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“Oh, bentornata piccola! Ti stavamo aspettando”

“Io mica tanto, dovevo andare a giocare dalla mia amica oggi”

“Ma faremo delle cose divertenti oggi, sai? Tante belle fotografie alla tua faccia e alla tua bocca”

“Vuol dire le radiografie?”

” Eh? Si, certo, bravissima”

“Anche mia sorella le ha fatte”

“Bene. E poi useremo una pasta speciale tipo il pongo per prendere la forma dei tuoi denti”

“Le impronte?”

“Esattamente”

“Ma mi fa vomitare mettere quella pasta in bocca. Lo sai che mia sorella una volta ha vomitato sulla poltrona del dentista? Si è sdraiata giù così e..bleah! Tutto fuori. Pastasciutta, carote, pure il budino. E guarda che l’aveva detto alla mamma che aveva mal di pancia, ma lei non le ha creduto perché pensava fosse una scusa. Sai, ogni tanto usiamo questa scusa per non andare a scuola. Comunque la mamma era imbarazzata e il dottore un po’ arrabbiato”

“Molto interessante piccola, ma se continui a parlare non posso fare niente”

“Appunto”

Questa volta è andata meglio. Non ci sono stati morsi alla mano della gentile dottoressa. Il dubbio però è che la piccola abbia scambiato lo studio dentistico per un confessionale.

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Io Barbie, tu Ken

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“Mamma, che bello, sei tornata!”

“Sorella mia, nostra madre è arrivata!”

“Abbracciatemi, su!”

“È stato un inferno senza di te. Ci sei mancata moltissimo. Perché ci hai affidato alle cure di quel disgraziato di nostro fratello? A lui non importa niente di noi!”

“È vero! Pensava solo ai suoi amici e al cellulare. E fumava, per di più in casa! Quanto abbiamo sofferto..”

“Non ci lasciava nemmeno mangiare, l’aguzzino”

“E si teneva tutte le merendine per sé”

“Ma tu non ci lascerai mai più, vero? Resti con noi per sempre”

“No bambine, riparto subito. Mi hanno offerto un lavoro in Africa. Vi scriverò spesso. Vostro fratello si occuperà di voi. Gli dirò di non fumare per casa”

La piccola gioca con le Barbie. Inventa, scrive e sceneggia personalmente tutti i dialoghi. Le bambole sono nude, ad eccezione della mamma che indossa un cappello da cowboy. Il maschio è interpretato da una Barbie alla quale sono stati tagliati i capelli a spazzola. È una fase evolutiva, ne sono consapevole. Ma la consapevolezza non basta a scacciare l’inquietudine.

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A Zacinto

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Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque

“Mother? Mother!! abbiamo un problema. Non so cosa vuole questo tizio da me. Che significa tutto questo?”

“Intanto questo tizio si chiama Ugo Foscolo e porta rispetto, che è stato un grandissimo poeta”

“Dici così per solidarietà, perché anche lui aveva i capelli rossi. Siete complici fra voi. Ah no, tu però non sei mica rossa naturale eheheheh”

“Continua così e ti faccio studiare anche I Sepolcri e le ultime lettere di Jacopo Ortis, da ammazzarsi dalle risate”

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque

“Si riferisce alle onde? Ha fatto le vacanze in Grecia?”

“Sii serio e vai avanti”

cantò fatali, ed il diverso esilio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse

“Ulisse!”

“Oh, finalmente, ti ricordi?”

“Certo, il cane di nonna”

“Forse è meglio fermarsi qui”

“No che vediamo come va a finire”

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura

“Finisce bene, vero Mother?”

Qui di illacrimata c’è solo una madre, in un pomeriggio di compiti al tavolo della cucina.

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Perdendo colpi

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“No. Così non ci siamo. Ma ci ha messo le mani lei, signora? Sia sincera che qui la sincerità è tutto”

“Io? Come? Le mani? Ma cosa va a pensare..e comunque pensavo che andasse tutto bene”

“E pensava male, signora mia. L’intervento è stato utile nell’immediato, ha superato lo shock ma presto o tardi i guai vengono a galla se non si risolve il problema alla radice”

“E quindi?”

“Niente. Deve passare qui la notte. Visto che i disturbi descritti si manifestano in modo particolare il mattino è necessario che sia già qui”

“Allora la devo lasciare. Subito, così, adesso?”

“Sì”

“E come torno a casa?”

“A piedi, no? Sarà una mezz’oretta al massimo. Arrivederci, ci sentiamo domattina”

La macchina di famiglia questa estate aveva avuto un piccolo cedimento, forse perché avevo incautamente lasciati accesi i fari per una notte intera. In quell’occasione furono i gentilissimi proprietari dell’agriturismo a farci ripartire. Questa volta è stato il turno di un meccanico burbero e barbuto che parla come un primario di neurochirurgia e analizza la situazione come uno stimato psichiatra. Io, poco avvezza alla neurochirurgia quanto alla psichiatria, mi sono messa nelle sue mani senza capire granché. Però l’indomani me ne sono tornata a casa con la macchina funzionante, questo è ciò che conta.
In fondo non è così importante capire sempre tutto.

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Party Rock

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Tutto è cominciato con una partita al bowling, tra risatine e birilli caduti. Pochi, in realtà, perché le fanciulle non sembravano particolarmente concentrate sul gioco.
Fuori dal bowling dentro una pizzeria, ché si sa, lo sport mette fame. E qui ha messo sul piatto tre pizze ai würstel e una con le patatine, due bottiglie d’acqua e due di sprite. Cinque serie di Masterchef non sono servite a farne delle buongustaie.
Fuori dalla pizzeria e dentro un pigiama, sotto una coperta vicine vicine a vedere un film che prima era un cartone.
Giù dal letto e sopra un divano, abbracciate a un bidone di patatine al formaggio, di quelle che alla fine ti lecchi le dita, ad ascoltare e commentare giovani talenti musicali di un talent show.
Dal divano ai letti, solo perché obbligate, dove sono rimaste a chiacchierare oltre ogni ragionevole orario.
La sveglia è arrivata presto sulle note stonate di una pianola, come è usanza tra le undicenni la mattina dopo un pigiama party.
La colazione è parsa di più un pranzo di Natale, tanto che il piccolo gatto è stato trovato sotto il tavolo a leccare avanzi di Nutella.
Trentatré anni in tre, amiche da sempre, hanno festeggiato il compleanno della mezzana. Tra ininterrotte chiacchiere e spedizioni di gruppo in bagno, critiche spietate verso tutto e tutti, giochi da bimbe con la musica di Alvaro Soler che usciva dai cellulari.
Un’esplosione di allegria, vivacità e pettegolezzi.
Stasera però a letto presto, che l’età avanza.

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Geometrie esistenziali

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Mentre la mattina sei a scuola, durante l’ora di tecnologia con le proiezioni ortogonali e l’amico del banco accanto ti scrive cose su un bigliettino, io sono in macchina con la mia collega. Parliamo del lavoro, dei progetti, delle scadenze e dei fatti nostri.

Intanto che sei a pallavolo, nella palestra nuova, con compagne nuove e lo sport di sempre, coi calzoncini e le ginocchiere, io sono a fare la spesa e spingo un carrello. Con dentro la pasta e i biscotti senza zucchero, il detersivo dei piatti e le cosce di pollo, la lista stropicciata e il sacchetto giallo di un altro supermercato.

Sei seduta al tavolo della cucina, con la matita in bocca già tutta rosicchiata, l’impugnatura sbagliata e la pazienza scappata. Contemporaneamente ai tuoi compiti io son lì, all’altro capo del piccolo tavolo, dietro lo schermo del mio computer. Faccio asciugare lo smalto rosso scrivendo veloce una nuova storia.

Mentre, intanto, contemporaneamente. Amo le parole della contemporaneità. Definiscono i nostri mondi quando non siamo insieme. Siamo rette parallele che ci ripensano e dopo una giornata di equidistanza decidono di incontrarsi. Per anni, quando in casa giravano ancora ciucci e pannolini si camminava tutti in fila indiana su un’unica linea. Poi siamo cresciuti ed è diventata stretta e scomoda, ci toccavamo dentro e non c’era spazio per i mondi di tutti.
È la geometria del nostro amore, il teorema degli spazi, l’assioma del nostro stare insieme. E fatta così riesce anche a piacermi .

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