Sì o no

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“Mami, che disastro!”

“Piccola, che succede? Cosa mai può essere accaduto nell’ora e mezza di catechismo?”

“Una tragedia, te l’ho detto”

“Cosa amore mio? Devi di nuovo colorare quattro pagine di cielo della Galilea? Ci siamo dimenticate la consegna di qualcosa d’altro oltre Vangelo e croce? Dimmi, su”

“Ho alzato la mano”

“Come scusa?”

“Ho alzato la mano. La catechista stava chiedendo chi si voleva offrire volontario per il balletto e io ho alzato la mano. Ma io non voglio farlo!”

“Ma scusa, allora perché hai alzato la mano?”

“Perché dovevo andare in bagno, ovvio!”

“Capisco. E non bastava spiegarlo alla catechista?”

“No! Lei era tutta contenta, ha scritto i nostri nomi e poi dovevamo andare. Insomma, una tragedia”

“Magari non è così drammatico, potresti anche divertirti”

“Boh, forse dovrei provare…”

“Allora è un sì?”

“Sì, no. Che confusione che ho dentro. Diciamo che è un ni”

E niente, lo smarrimento referendario colpisce anche le bambine di otto anni.

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In cammino

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“Eccoti! Bentornata amore!”

“Ciao mami! Come è andato il tuo lavoro stamattina?”

“Molto bene, grazie. E il tuo?”

“Ma io non lavoro, mami!!”

“Certo che sì. È la scuola il tuo lavoro”

“Uh. Non ci avevo pensato. Allora sì, il mio lavoro è andato molto bene”

“Mi racconti qualcosa?”

“Sì, ma tu prima dimmi cosa si mangia”

“Pasta al pesto”

“Evviva! Posso mangiare davanti ai cartoni?”

“No”

“Uffa. I miei fratelli ci sono?”

“Non ancora”

“Olè! Allora faccio la figlia unica e tu sei tutta mia”

“Ma stai ballando la macarena?”

“Sì, l’ho imparata a scuola”

I cento metri a piedi dalla fermata dello scuolabus a casa sono il cammino più bello del mondo.

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Incontri ravvicinati

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Ha il grembiule a quadretti bianchi e azzurri della scuola materna che sbuca sotto la giacca, il cappello peruviano multicolore calato sugli occhi, gli stivali da pioggia come se dovesse dragare un fiume. Ha la bocca sporca di sugo rosso ed è alto come lo sportello di un auto. Ed è proprio lo sportello della mia auto che picchietta lievemente ma incessantemente col suo piccolo ombrellino rosso di Saetta McQueen. Tuc, tuc, tuc. La madre, una giovane signora coi capelli scuri sopra e biondissimi sotto, se la racconta allegramente con una qualche amica al cellulare, davanti alla farmacia dove ho appena parcheggiato. Ignara che il suo erede si stia esercitando per diventare campione regionale di atti vandalici. Tiro giù il finestrino per non travolgere il piccolo vandalo con la portiera.

“Ciao, bambino. Puoi smettere di picchiettare l’ombrello sulla mia macchina per favore?”

“No. Tuc, tuc, tuc”

“Ehm…forse non hai capito. Ti ho detto che devi smettere. Così rovini la macchina”

“No. Tuc, tuc, tuc”

“Bambino, fallo sulla macchina di mamma”

“Maaaaaammmma!!!!!”

“E poi lui mi ha detto, cioè, che non se la sentiva di impegnarsi…che vuoi Filippo che la mamma sta parlando al telefono?”

“La signora mi sgridaaaa”

“Come? Cosa? Scusa Adele che ti richiamo dopo che ho problemi. Sì. Baci anche a Assunta. Ciao ciao ciao. Che succede?”

“Buongiorno signora, ho semplicemente chiesto a Filippo di finirla col prendere a ombrellate la mia macchina, ma non mi è stato granché a sentire”

“Tutto qui? Ah, e io chissà che mi immaginavo! Filì, sali in macchina che dobbiamo andare dalla zia che fa le unghie alla mamma”

È così dicendo si infila nel Suv, lascia salire davanti Filippo che mi guarda con un sorriso da un orecchio all’altro, senza ovviamente allacciargli la cintura. La pedagogista che abita in me valuta seriamente la possibilità di scendere e prendere a ombrellate il cofano della loro macchina, ma è meno veloce della signora, che parte decisa lasciando una scia di pneumatico sull’asfalto.

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Connessioni sicure

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Un sabato mattina finalmente di sole trascorso con una frizzante figlia mezzana nell’aula magna della scuola media. Genitori e ragazzi riuniti ad ascoltare pregi e difetti dei social network, vizi e virtù della rete, criticità e opportunità di una vita connessa. Questi incontri generano in me uno strisciante senso di inadeguatezza, un generale stato di fatica e l’inesorabile consapevolezza di essere vecchia pur avendo generato tre nativi digitali. Per i ragazzi un’occasione per conoscere un po’ meglio quella rete da cui tanto sono attratti, senza però ben comprendere la responsabilità che la accompagna. Per i genitori l’opportunità di aggiornare le proprie competenze pedagogiche in versione due punto zero. Eh già, perché non bastava il mondo reale a generare preoccupazioni e paure. Gli incontri, le brutte compagnie, le esperienze al limite. I genitori di oggi hanno l’onore e l’onere di presidiare anche un altro mondo, quello virtuale. E così, come non lasceresti entrare in casa uno sconosciuto, dovresti vigilare sulle amicizie virtuali dei tuoi figli. Così, come mai ti verrebbe in mente di lanciare da un aereo un milione di foto del tuo bambino, devi stare attento che non postino immagini troppo private o personali. Così, come non vorresti che tutti sapessero i fatti tuoi, devi controllare che whatsapp non diventi un gigantesco telefono senza fili.
Io, con una figlia aspirante youtuber, un figlio a un passo dalla dipendenza da Clash Royal e patito di Instagram, una piccola a cui è vietato ancora tutto ma non so per quanto, mi interrogo e tematizzo. Mi chiedo quale sia il giusto limite, perché non c’è educazione senza un limite. Io, che uso i social e fatico talvolta a comprenderne i meccanismi. Io, che mai potrò controllare, vagliare e verificare tutti gli accessi on line dei miei figli. Cosa che, onestamente, nemmeno ho voglia di fare. Il virtuale ha delle regole tanto quanto il reale, e forse l’unica via è insegnare il rispetto, di quelle regole. Nel liquido mondo della rete tanto quanto nella solida quotidianità. Perché educazione, rispetto, attenzione e garbo sono come il nero: vanno con tutto.

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Terapia di gruppo

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“Sono trentacinque euro e diciotto centesimi, signora”

“Come? Così tanto? Ci dev’essere un errore. Ho comprato poco o niente”

“Signora, controlliamo. È il salmone che costa, vede?”

“Ma io non ho comprato nessun salmon… oh ma che stordita! Mi scusi tantissimo eccolo qui. Che figura. Oggi non so dove ho la testa”

“Oh, ma si figuri! Pensi che io stamattina ho sbagliato strada per venire al lavoro. La stessa strada che faccio ogni mattina da sette anni”

“Io ho preso l’uscita sbagliata dell’autostrada e ho dovuto fare un giro che se andavo a piedi facevo prima”

“Io l’altra settimana ho lasciato l’arrosto in forno quattro ore. Alla fine sembrava estratto dalle rovine di Pompei”

“Io ho lasciato i figli fuori da scuola ad aspettarmi per quasi un’ora, mica ci pensavo che dovevo andare a prenderli”

“Io ho mandato la mail per il regalo di Natale alle maestre a tutti i colleghi del mio ufficio”

“Ah, se vi raccontassi cosa combino io su whatsapp..”

La coda alla cassa è un luogo di ritrovo, un momento terapeutico, un gruppo di auto mutuo aiuto.

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In rete

pag10-copia-e1428671945313C’è una rete per pescare, una per la pallavolo e una virtuale. C’è una rete per saltare d’estate, una per chiudere i capelli nello chignon, una per delimitare un giardino.
C’è una rete satellitare, una telefonica e quella del letto.
C’è una rete che protegge dalla grandine, una per le racchette da tennis, una wi-fi. C’è la rete idrica, elettrica e quella che sta intorno al canestro e quando la palla scivola dentro perfetta si chiama ciuffo.
Poi c’è ne è un’altra, fatta di fili che non si vedono. Di persone che si fanno fili, legati fra di loro e con te. È una rete che somiglia a quella tesa sotto il cammino incerto dell’equilibrista sul filo, pronta a prenderti evitando il peggio. Le reti amicali sono fatte di segni a volte impercettibili, maglie strette, intrecci insospettabili. Sono fatte di messaggi buffi la mattina presto, così che il giorno inizi con un sorriso. Sono fatte di cappuccini con la cannella e una bustina di dolcificante, perché non usi lo zucchero. Sono fatte di telefonate in viva voce in macchina mentre si va a lavorare, per raccontarsi le novità e ridere e piangere. Ci sono dei giorni in cui bisogna ringraziare che quella rete sia sempre lì, tesa sotto di te. Oggi è uno di quei giorni.

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Quiete

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La finestra socchiusa della piccola cucina, gocce di vapore su un lato del vetro, gocce di pioggia sull’altro. Una pentola poggiata sul fornello al centro, acceso. Rumori sommessi che sanno di buono. Il tavolo della colazione, del pranzo e dei compiti, delle confidenze e dei caffè. La tazza bianca, sbeccata sul manico. Un decoro in rilievo davanti, su cui passare le dita mentre si aspetta. Il bordo consumato, più visibile in un punto. Il tè caldo, troppo. Una mamma stanca dentro una felpa non sua, che scalda pancia e cuore. La quiete della sera, che si avvicina alla notte. Una bambina col pigiama da gatto e un grosso libro sulle ginocchia, che parla di dinosauri. La copertina non più rigida, alcune pagine staccate alcune perdute, dopo essere state sfogliate negli anni dal fratello maggiore prima e dalla sorella poi. Una ragazzina con due pollici veloci si scambia messaggi con le compagne di classe. Un ragazzino dalle dita agili mischia mazzi di carte, trova assi, indovina numeri, compie magie. Il rumore del pacco di biscotti aperto giunge dalla cucina, un suono secco e crepitante. Dei capelli lunghi fanno capolino. Il primo biscotto. Si accomoda con grazia mentre lo intinge nel tè della mamma. Un mazzo di carte appoggiato sul tavolo. Il secondo biscotto. Un sorriso metallico arriva per ultimo, attirato dall’andirivieni in cucina. Il terzo biscotto. In cerchio, tutti intorno a una tazza di tè una sera di novembre.
La serenità, a volte, profuma di bergamotto e macine.

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Due etti di pedagogia, grazie

pag10-copia-e1428671945313“…e poi ha detto che così non si può andare avanti, era arrabbiata nera”

“Ossignur”

“Che poi non aveva mica fatto niente, povero figlio. E quel gatto non piaceva neanche a me. Rosso, diabolico”

“Perché, cosa ha fatto al gatto?”

“Ma niente, cose da bambini, gigionerie! Lo ha solo appoggiato nella lavatrice per vederlo dall’oblò. Mica l’ha accesa, non sa ancora come si fa”

“Ossignur! E poi?”

“E poi niente, il gatto miagolava e mia nuora l’ha tirato fuori”

“Ah, tutto è bene quel che finisce bene”

“Magari fosse finita! Non hai ancora sentito la parte più grave!”

“Dimmi, dimmi”

“Adesso mia nuora lo vuole mandare dallo pissicologo. Ti rendi conto?”

“Ossignur! Solo per avere provato a lavare il gatto??”

“Ma chi lo sa. Lei dice che il bambino è agitato, morde i compagni all’asilo e non riesce a dormire di notte. E allora? Passerà! Anche mio figlio era così e adesso guarda che bell’ometto che è diventato. Se l’è pure sposato!”

“Ossignur queste madri di oggi. Noi mica ci inventavamo di portarli dal dottore per qualche marachella”

“Ma davvero Luigia. Che generazione”

“Sono due etti signora, lascio?”

Un dibattito sull’evoluzione della pedagogia negli ultimi quarant’anni, un bambino da aiutare e un gatto da mettere in salvo. Questo e molto altro in un mattino qualunque, tra un provolone e una mortadella, al banco della gastronomia del supermercato.

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Smile

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“Braccia conserte
Bocca chiusa
Stretta stretta stretta
Uno due tre
Il silenzio c’è”

Questo cantava la piccola di casa, quando era ancora un dolce angioletto alla scuola materna. Allo scuolabus si è presentata così, con la bocca stretta stretta e il cappello calato sugli occhi. Lo sguardo basso e il malumore addosso come un mantello trasparente. Nessuno sapeva, in quella fila ordinata, che dietro quelle labbra chiuse si nascondevano gattini rosa, fiorellini gialli e topini arancioni. Un tripudio di colore per piccoli elastici pronti a a tenere insieme l’apparecchio nuovo di zecca. Un sorriso di arcobaleno, che per un anno da oggi dovrà raddrizzare due dispettosi dentoni che non ne vogliono sapere di stare al proprio posto. Passata l’euforia iniziale, malgrado gli elogi dei fratelli maggiori e della famiglia tutta, la piccola è scesa dal letto con il fermo proposito di non aprire bocca. Non sono bastate le lasagne speciali preparate per cena e i mille complimenti della vicina adorata per convincere la piccola apparecchiata a mostrare al mondo il suo scintillante sorriso. Ha aperto un timido spiraglio tra le labbra asserragliate solo davanti all’entusiasmo di un’altra mamma, pronta a meravigliarsi davanti a tanto splendore ortodontico. È tornata dopo cinque ore a bocca e braccia aperte, ché per un giorno è stata la protagonista della sua classe. La felicità è dunque tornata sul bel facciano della piccola. E meno male, perché quel sorriso metallico illumina le mie giornate.

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Il triangolo no

 

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“E questa chi sarebbe?”

“Ma che tono! Datti una calmata per favore!”

“Voglio sapere tutto e lo voglio sapere ora”

“Ma tutto cosa? Non c’è niente da sapere”

“Ah no? E quelle paroline dolci, allora?”

“Ma quali parole dolci! Ho solo detto che mi sembrava simpatica”

“Bene. Allora spiegami in cosa è simpatica. Racconta barzellette? Fa battute? Mette di buonumore? Su, coraggio, io mi siedo e tu spieghi”

“Santo cielo. Mi sembra un interrogatorio della polizia. Ora basta. Non ho fatto niente di male e non ho intenzione di giustificarmi”

“Scommetto che lei non ha delle adorabili guanciotte come le mie!!!”

La sorella maggiore ha incautamente espresso un’opinione su una bambina coetanea della piccola, conosciuta da poco. L’ira funesta della gelosissima sorella minore non ha tardato a manifestarsi. Ho già compassione per il suo futuro fidanzato, che magari ora frequenta la quarta elementare e dorme beato, senza sapere cosa l’aspetta.

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