Due etti di pedagogia, grazie

pag10-copia-e1428671945313“…e poi ha detto che così non si può andare avanti, era arrabbiata nera”

“Ossignur”

“Che poi non aveva mica fatto niente, povero figlio. E quel gatto non piaceva neanche a me. Rosso, diabolico”

“Perché, cosa ha fatto al gatto?”

“Ma niente, cose da bambini, gigionerie! Lo ha solo appoggiato nella lavatrice per vederlo dall’oblò. Mica l’ha accesa, non sa ancora come si fa”

“Ossignur! E poi?”

“E poi niente, il gatto miagolava e mia nuora l’ha tirato fuori”

“Ah, tutto è bene quel che finisce bene”

“Magari fosse finita! Non hai ancora sentito la parte più grave!”

“Dimmi, dimmi”

“Adesso mia nuora lo vuole mandare dallo pissicologo. Ti rendi conto?”

“Ossignur! Solo per avere provato a lavare il gatto??”

“Ma chi lo sa. Lei dice che il bambino è agitato, morde i compagni all’asilo e non riesce a dormire di notte. E allora? Passerà! Anche mio figlio era così e adesso guarda che bell’ometto che è diventato. Se l’è pure sposato!”

“Ossignur queste madri di oggi. Noi mica ci inventavamo di portarli dal dottore per qualche marachella”

“Ma davvero Luigia. Che generazione”

“Sono due etti signora, lascio?”

Un dibattito sull’evoluzione della pedagogia negli ultimi quarant’anni, un bambino da aiutare e un gatto da mettere in salvo. Questo e molto altro in un mattino qualunque, tra un provolone e una mortadella, al banco della gastronomia del supermercato.

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Smile

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“Braccia conserte
Bocca chiusa
Stretta stretta stretta
Uno due tre
Il silenzio c’è”

Questo cantava la piccola di casa, quando era ancora un dolce angioletto alla scuola materna. Allo scuolabus si è presentata così, con la bocca stretta stretta e il cappello calato sugli occhi. Lo sguardo basso e il malumore addosso come un mantello trasparente. Nessuno sapeva, in quella fila ordinata, che dietro quelle labbra chiuse si nascondevano gattini rosa, fiorellini gialli e topini arancioni. Un tripudio di colore per piccoli elastici pronti a a tenere insieme l’apparecchio nuovo di zecca. Un sorriso di arcobaleno, che per un anno da oggi dovrà raddrizzare due dispettosi dentoni che non ne vogliono sapere di stare al proprio posto. Passata l’euforia iniziale, malgrado gli elogi dei fratelli maggiori e della famiglia tutta, la piccola è scesa dal letto con il fermo proposito di non aprire bocca. Non sono bastate le lasagne speciali preparate per cena e i mille complimenti della vicina adorata per convincere la piccola apparecchiata a mostrare al mondo il suo scintillante sorriso. Ha aperto un timido spiraglio tra le labbra asserragliate solo davanti all’entusiasmo di un’altra mamma, pronta a meravigliarsi davanti a tanto splendore ortodontico. È tornata dopo cinque ore a bocca e braccia aperte, ché per un giorno è stata la protagonista della sua classe. La felicità è dunque tornata sul bel facciano della piccola. E meno male, perché quel sorriso metallico illumina le mie giornate.

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Il triangolo no

 

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“E questa chi sarebbe?”

“Ma che tono! Datti una calmata per favore!”

“Voglio sapere tutto e lo voglio sapere ora”

“Ma tutto cosa? Non c’è niente da sapere”

“Ah no? E quelle paroline dolci, allora?”

“Ma quali parole dolci! Ho solo detto che mi sembrava simpatica”

“Bene. Allora spiegami in cosa è simpatica. Racconta barzellette? Fa battute? Mette di buonumore? Su, coraggio, io mi siedo e tu spieghi”

“Santo cielo. Mi sembra un interrogatorio della polizia. Ora basta. Non ho fatto niente di male e non ho intenzione di giustificarmi”

“Scommetto che lei non ha delle adorabili guanciotte come le mie!!!”

La sorella maggiore ha incautamente espresso un’opinione su una bambina coetanea della piccola, conosciuta da poco. L’ira funesta della gelosissima sorella minore non ha tardato a manifestarsi. Ho già compassione per il suo futuro fidanzato, che magari ora frequenta la quarta elementare e dorme beato, senza sapere cosa l’aspetta.

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A colloquio

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“Mother, buone notizie da scuola!”

“Davvero? Dimmi, dimmi! Vi hanno restituito la temutissima verifica di francese? Sei stato interrogato in geografia che avevi studiato così bene? Hai letto qualcosa di bello in letteratura?”

“Mother, e ti sembrano cose belle? Boh. No, una notizia strepitosa. È arrivato un nuovo prof di motoria”

“Ah. È cambiato anche l’insegnante di ginnastica. A posto. Non fai in tempo a memorizzare un nome che zac! Se ne va”

“Comunque è una lei. È bravissima e simpaticissima e si può parlare di tutto insieme. Si chiama Sonia”

“Beh mi sembra una bella cosa trovare un insegnante aperto, col quale confrontarsi con fiducia. Si può chiedere si cosa avete parlato?”

“Certo. Della sua macchina. Ne ha una fighissima”

“Ehm..la macchina? Nel senso dell’automobile? Io pensavo a qualcosa di un po’ più profondo, di sentimenti, emozioni..”

“Eh?? No mother, con la prof puoi parlare di tutto quello che NON riguarda la scuola. Da oggi è il mio idolo. Addio”

“Perché, prima ero io il tuo idolo?”

“No, lo dicevo solo per farti contenta”

“…”

“Mother, non fare quella faccia, sto scherzando! Mi sa che dovresti andare anche tu a chiacchierare con Sonia”

E niente, chiederò un colloquio alla professoressa Sonia. Chissà che mi possa aiutare.

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Noi siamo piccoli ma cresceremo

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Va bene piccola. Adesso siediti e ascoltami. No, silenzio perché adesso io parlo e tu ascolti. Diciamocelo chiaro, che è meglio. Il voler tornare a casa da sola dallo scuolabus, i buchi alle orecchie alla fine della terza e il primo campeggio estivo che aspetti come fosse Natale. Cos’è tutta questa fretta di crescere? Ti rincorre qualcuno? Come dici? Ah, sei tu che devi rincorrere gli altri. Capisco. Però non è del tutto vero, sai? Essere piccoli ha dei grandi vantaggi e, particolare non secondario, ti capita una sola volta nella vita. Quando sei grande sei grande, e ciaone all’infanzia. Certo, puoi giocare anche da adulto. Sicuro, puoi mantenere vivo il bambino che è in te. Vero, avere dei figli ti fa un po’ rivivere il tuo essere piccolo. Ma credi alla mamma, non è la stessa cosa. Io voglio ancora la tua mano nella mia mentre camminiamo, coccolarci sul lettone come gli innamorati pazzi, vedere il tuo sorriso illuminarsi quando mi vedi fuori da scuola. Voglio spargere la polvere magica sui tuoi occhi chiusi per farti addormentare, mettere sul camino latte e biscotti per babbo natale, farti la coda alta tutte le mattine prima di andare a scuola. Voglio ridere quando mi chiedi se hai sangue blu perché le linee della tua mano formano una emme, ascoltarti mentre mi racconti di come sei arrivata in questa famiglia e ammirarti mentre fai ruote e capriole a ginnastica artistica. L’erba voglio però non cresce neanche nel giardino del re e forse la tua mamma deve lasciarti diventare grande, come i tuoi fratelli. Ma sai, è come quando vai al cinema a vedere un film bellissimo. E ti dispiace quando si accendono le luci. Ecco, io sono lì seduta e non voglio che le luci si accendano, almeno per un altro po’. Con te seduta fianco a me, che sgranocchi pop corn col tuo sorriso furbetto.

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Domani è già qui

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Il vento forte dell’estate di San Martino ha spazzato via ogni nuvola dal cielo, lasciandoci sopra la testa un cielo turchese quasi imbarazzante da tanto bello.
Una soffiata di Eolo sarebbe servita anche a noi, per sgombrare la confusione al Salone dell’orientamento, tappa fissa per i giovani liceali del domani. Tante le persone in fila ad aspettare che l’istituto aprisse e svelasse la meravigliosa offerta formativa delle scuole superiori della provincia. Tra tutta quella gente una mamma e un ragazzino, io e il preadolescente adorato. Il quale si è presentato all’appuntamento col destino spettinato e sbrindellato, sua cifra stilistica da un po’ di tempo a questa parte. Alla ricerca disperata di un Wi-Fi, con il cavo usb pendente dalla tasca, novello cordone ombelicale e fonte di nutrimento digitale. Lo sguardo distratto, le chiacchiere con gli amici. L’interesse si è risvegliato al cospetto della scuola dei suoi sogni, da sempre rivale di quella frequentata dalla sua mamma un certo numero di anni fa. Il ragazzo ha ascoltato in silenzio le parole del dirigente, osservato le slide con le statistiche e emesso mugugni di approvazione per i numerosi laboratori. Rimettendosi la giacca ha sentenziato che avrebbe passato lì i prossimi cinque anni della sua vita, e che non era necessario perdere altro tempo. Io, che alla sua età ero incerta pure sul maglioncino da mettermi la mattina, ammiro in silenzio tanta determinazione. E forse posso passare sopra pure alla sciatteria.

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Tutti in coro

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“Che confusione
Sarà perché tifiamo
Uno squadrone
Chi è il capitano
Urliamo forte
Per starvi più vicino
Se vinceremo
Sarà perché tifiamoooo”

Quando la sveglia suona la domenica mattina alle sette, più beffarda che insistente.
Quando il ritrovo è in un paese poco lontano, e dopo un appello veloce si parte tutti verso un palazzetto sconosciuto.
Quando devi seguire le altre macchine perché non sai assolutamente la strada, e poche cose ti mettono così ansia come star dietro a un’altra vettura. Forse solo la cassiera velocissima, la spesa che si accumula, la gente in fila e tu che non riesci nemmeno a separare i lembi di plastica del sacchetto.
Quando assisti emozionata all’esordio in campo della secondogenita, in una squadra di fanciulle altissime dove finalmente non si sente un gigante.
Quando speri e preghi che non ti abbiano portato via la macchina, abbandonata dodici strade più in là tra un marciapiede e un cancello, per non far tardare l’atleta.
Quando la piccola accompagnatrice ripete per la centesima volta “quando andiamo?”
Quando le giornate vanno così, serve un tifo da stadio.

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Dica trentatrè

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“Ma davvero non riesci a toccarti la punta dei piedi con le dita? Ma hai undici o centoundici anni? Ahahaha”

“Pedala pedala che la meta è vicina! Forza! Andale! Ahahaha”

“Bene signora, sono lieto di annunciarle che i suoi due figli hanno brillantemente superato ogni controllo, quindi sono abili e arruolati. Una per la canoa su lago ghiacciato a temperature proibitive, l’altro per la lotta greco romana. Ahahaha”

I due fratelli maggiori sono stati sottoposti alla annuale visita per l’idoneità sportiva. A condurre un dottore altissimo e con un senso dell’umorismo di difficile lettura. Tra una battuta e l’altra, sotto lo sguardo rassegnato dell’infermiere ha pesato, misurato e verificato il buon funzionamento dei due giovani atleti. I quali, in competizione fin dalla culla, si sono dati battaglia ognuno dalla sua parte del separé. È stata guerra per chi avesse la pressione più alta, il cuore più veloce, la resistenza allo sforzo migliore. Solo sull’altezza non c’è stata gara, al cospetto della sempre più lunga mezzana che appare ormai irraggiungibile. Né vinti né vincitori, dunque. Solo le abituali, consuete e rassicuranti mazzate.

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Un sorriso smagliante

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“Oh, eccola qua! Visto che bella?”

“Ehm..uhm..dunque..veramente”

“È nuova nuova appena fatta! È mia! Non ne avevo mai avuto una così bella”

“Signora per favore la metta via”

“Ma è così bella!”

“Sì, davvero. Ehm..bella. È solo che mi fa un po’ impressione. Avevo una prozia che faceva sempre così e ho ancora gli incubi”

“Lella! Che fa? Vado via un attimo e guarda te. Si rimetta subito in bocca i denti e lasci in pace la signorina!”

Tardo pomeriggio, al controllo dentatura della figlia mezzana. Facce stanche da sala d’aspetto, molti cellulari, qualche sbadiglio.
Al mio fianco, sulle sedie di plastica, una anziana signora, tutta di leopardo vestita. Appoggiata a una stampella solitaria e accompagnata dalla badante, giovane dell’est con la passione per la permanente e i tessuti zebrati. Insomma, una giungla, dove per farsi rispettare è necessario mostrare i denti. La signora ha così esibito con orgoglio la sua nuovissima dentiera, come un trofeo o un bel voto, certa di suscitare negli astanti lo stesso entusiasmo.
Ma non posso lamentarmi: almeno non ha cercato di farmela provare.

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Sarà femmina?

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“Mamma, cos’è? Un pacco! Cosa c’è dentro?”

“Shhhhh!! Parla piano e nascondiamoci”

“Mamma, ti senti bene?”

“Shhhhh!! Benissimo”

“Ma il pacco..”

“Shhhhh!! E chiudi la porta, che la piccola ha il radar per i segreti”

“Uh! Che bella! La bambola preferita della piccola! Ma perche l’hai già presa? Non ha ancora scritto la letterina di natale, e se poi non la chiede?”

“La chiederà. La desidera da tanto. Non potevo rischiare di non trovarla in tempo”

“E se non la chiede??”

“La convinceremo. E tu mi aiuterai, ragazza”

“Mother? Che fate chiuse qua dentro? Ah! Il regalo della piccola! Secondo me è ora di dirglielo che Babbo Natale non esiste”

“Fallo e ti vendo al kebabbaro all’angolo”

“Mamma? Ci ho pensato. Se Babbo Natale esiste, è femmina di sicuro”

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