Prove di fede

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Drinnn!

“Piccola, apri che arrivo”

“Ciao bambina, è in casa la tua mamma?”

“Ciao. Sì ma è in bagno. A farsi la doccia. Forse si lava anche i capelli. Però se ha anche il cellulare ci metterà un po’. È sempre col telefono in mano, sai? Perché la mamma scrive delle storie su Facebook. Anche mio fratello vuole Facebook ma la mamma ha detto che non è il caso anche se ha tredici anni e quindi potrebbe, giusto? A mia sorella invece non interessa. A lei piace fare i filmati e da grande diventerà una youtuber famosissima e così saremo ricche e famose. Ci prenderemo un cane perché la mamma adesso non vuole. Dice che i gatti bastano e avanzano, soprattutto perché il piccolo fa la cacca e la pipì sul divano e lei gli tira le ciabatte. Io però chiederò a Babbo Natale il cagnolino che abbaia e scodinzola per davvero anche se è finto. Speriamo che il gatto non si spaventi ma mio fratello si”

“Piccola? Con chi stai parlando?”

“Ah, mami! Parlavo con questi due simpatici signori…signori?”

Due figure alte e dai capelli brizzolati si allontanano rapidamente dalla nostra casa. Dalla cassetta della posta spunta una inequivocabile rivista.
La piccola è riuscita a mettere in fuga persino due zelanti testimoni di Geova.

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Sig. Babbo Natale, Circolo Polare Artico, Lapponia

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Caro Babbo Natale,

rieccoci qui, che a quanto pare il tempo passa veloce. Mi sembra ieri di avere visto girare per casa qualche paio di infradito, ma forse è colpa del disordine cronico di casa mia. Malgrado ciò ho delle buone notizie. A differenza dello scorso anno mi sono ricordata quasi di tutto. Ho trovato al primo colpo albero, decorazioni, presepe e finto babbo da appendere alla finestra. Certo, le lucine sono ormai tutte fulminate e alcune palline si sono rotte nella fretta, il sei gennaio scorso, di spazzare via ogni traccia di festività, quando non vedevo l’ora di rimandare a scuola i tre piccoli zampognari. Il presepe si è conservato decisamente meglio, finché non è stato allestito con tutti i crismi, dalla paperella ai pastorelli, dal cielo stellato al muschio, e il gatto grande pensandosi forse il bambin Gesù si è accomodato sulla capanna per una bella dormita. Ma sono dettagli, se confrontati con l’entusiasmo travolgente della più giovane abitante di casa. La piccola, cui tocca quest’anno l’onore massimo di apporre la stella sulla cima dell’albero, ha addobbato sala, cucina, camera e gatto con chilometri di nastro dorato, che semina fastidiose pagliuzze su ogni cosa e persona. La giovane fanciulla canta le canzoni del saggio di natale mentre fa colazione, si lava i denti, coccola il felino e fa i compiti. Ti ha scritto una lunga missiva, caro Babbo, una riflessione sull’andamento dell’anno passato e del comportamento suo e della famiglia tutta, oltre una serie di richieste ordinatamente suddivise in imprescindibili e facoltative. Fortuna ha voluto che molte delle sue richieste fossero già ben nascoste in qualche parte della casa, perché quest’anno ho deciso di non arrivare all’ultimo momento e ho cominciato la ricerca doni per lei e per i suoi fratelli in tempi non sospetti. Quindi, caro Babbo, non ho richieste particolari da farti quest’anno. O forse una, ma piccola. Potresti aiutarmi a ritrovare i regali comprati con tanto mirabile anticipo? A quanto pare sono stata così accurata nella ricerca di un nascondiglio efficace che ci sono riuscita fin troppo bene.
Latte e biscotti sul camino non mancheranno, prometto.

Barbara

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Tu chiamale, se vuoi, emozioni

 

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Sarà stato per le luci, così intense da illuminare un palazzetto intero.
Sarà stato per i brillantini sul body bianco e blu, che luccicavano come cristalli.
Sarà stato per il tuo apparecchio scintillante, che risplendeva a ogni sorriso.
Sarà stato per le decorazioni di Natale tirate fuori la mattina, e i pezzi di presepe sparsi per casa.
Sarà stato per l’emozione di vincere il primo premio della lotteria.
Sarà stato per tutti quei bambini e quelle bambine in fila, tutti vestiti uguali.
Sarà stato per le spaccate, i salti, le verticali, il leprotto zoppo, il ponte e tutte le evoluzioni viste sul tappeto verde.
Sarà stato per la musica, che a Natale ti incanta anche come colonna sonora dello spot di un panettone.
Sarà stato perché ormai ho una certa età e sono più sensibile.
Sarà stato perché le tue insegnanti sembravano davvero felici di essere lì con voi la domenica pomeriggio, come lo sono sempre durante le lezioni.
Sarà stato lo stare al cospetto di tanta passione per uno sport.
Sarà stato per tutto questo e forse altro che ho seguito con le lacrime agli occhi l’intero saggio di ginnastica artistica, piccola mia. Sotto lo sguardo imbarazzato dei tuoi fratelli, trascinati chi con le buone e chi con le cattive a fare il tifo per te. Con la coda alta e tirata, il body luccicante e un sorriso abbagliante.

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Incomprensioni

 

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“Mother, guarda lì che meraviglia”

“Hai ragione, un tramonto bellissimo. Spettacolare”

“Ma quale tramonto? Io parlavo della strada. L’hanno appena asfaltata. È liscia come la seta”

“Mi prendi in giro, vero? Ti prego, dimmi che stai scherzando”

“Non capisci. La strada così è perfetta per andare in bici o con lo skate. E poi da un senso di…ordine! Ecco, è proprio ordinata”

“Capisco. E da quando, se posso chiedere, sei diventato cultore dell’ordine? No perché la tua stanza sarebbe lì a dimostrare il contrario”

“Non capisci. È il mondo che è più in ordine, la mia camera non c’entra. Fuori mi dà fastidio il disordine. È anche altre cose”

“Per esempio?”

“Per esempio i bagni che non sono pulitissimi. Non ci entro. Quello di casa nostra, ogni tanto…”

“Cosa vorresti dire? Il nostro bagno è pulitissimo finché non passate voi tre barbari”

“Non capisci. Ah, un’altra cosa! Non sopporto che qualcuno beva dal mio bicchiere. Tu a volte lo fai e mi scoccia”

“Ma se all’allenamento bevete tutti dalla stessa bottiglia! Ma se ti ho visto coi miei occhi scambiare la coca cola con i tuoi amici?”

“Non capisci. La squadra è la squadra. È come una famiglia”

“E noi cosa saremmo, scusa??”

“Mother, non capisci. Rilassati e ammira la meraviglia di una strada appena asfaltata”

Eh già, non capisco proprio.

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In fila per due

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In attesa di un’amica, sul marciapiede, accanto a una classe di scuola materna. Le maestre cercano di creare una ordinata fila per due, operazione semplice come tenere i capelli in uno chignon perfetto: i ciuffi scappano da tutte le parti. Sul cominciare della fila ci sono loro, una femmina e un maschio. lei tiene stretta la mano di lui, avvolta in un guanto di supereroi. Le giacchette imbottite li fanno più grandi di quel che sono. Giocano a fare il fumo col fiato caldo e l’aria freddissima di una mattina di dicembre.

“Pietro, oggi vieni a casa mia?”

“No. Vado Tommaso a giocare che suo fratello va alle medie e ci fa usare la paistascion”

“La mia mamma ha comprato il succo di ace e fa la torta di cioccolato più buona del mondo e io l’ho preparata insieme a lei. Vieni a fare merenda?”

“No. Vado al macdonald che il fratello di Tommaso ci compra le patatine grandissime”

“Sai che ho un micetto piccolo bellissimissimo e tenerissimo? Vuoi vederlo?”

“No. Il fratello di Tommaso ha un cane grandissimo che fa delle cacche enormi”

“Pietro! La maestra ha detto che dobbiamo stare per mano! Che fai?”

“Mi gratta la testa. La mamma dice che forse ho i pidocchi”

Una nuvoletta di fiato bianco davanti alla bocca della bambina. Il primo sospiro di rassegnazione.

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Papà

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Era alto, credo. Ora lo è poco più di me. Curvo, la schiena a disegnare una collina, dove prima era montagna. I capelli di un bianco candido, come se ci avesse nevicato da poco. Gli occhiali dalla montatura leggera, unico elemento di modernità, a ingigantire occhi marroni buoni. Una pioggia di rughe profonde intorno alla bocca sottile, forse eredità di tante risate. Vestiti ordinati e stirati, tra il marrone e il beige. Scarpe lucide dalla punta consunta. Scarpe che hanno camminato tanto. Si muove lentamente, con una grazia inusuale in un uomo. Le mani sono ancora belle. Tremano appena, come foglie smosse da una folata improvvisa di vento, mentre prende le banconote dal portafoglio e le ordina sopra il bollettino. Siamo in posta, in coda.
Io, senza più pudore, osservo quest’uomo e penso a te, papà. Guardo e immagino, ammiro e indago. Cerco indizi di quel che sarebbe potuto essere. Tu che per me non sei stato mai anziano, ora che il tempo dell’assenza occupa più spazio di quello della presenza. Ora che sono più le volte in cui non ci sei stato di quelle in cui eri accanto a me. Ora che il tempo ha tenuto fede alla sua promessa di oblio, ora che ho voglia di raccontarti, ti scrivo per non smettere di ricordarti. Ora che mi fanno compagnia le parole che scelgo, le immagini che affiorano. Tu che leggi sulla poltrona in sala, in un’estate caldissima. Seduto fianco a me in macchina, nella mia prima volta alla guida una domenica mattina. Le partite di pallacanestro, io annoiata e tu esaltato per la squadra del cuore. Nel corridoio di un ospedale a raccontarsi cose sciocche, in un tempo sospeso e stranamente immobile.
È ancora dicembre, papà, oggi come allora. Io continuo a ricordare, non smetto di raccontare.
Come allora, come sempre,
la tua
Barbara

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Verso l’infinito e oltre

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“Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”

Il TUO PROFILO INSTAGRAM È MOLTO INTERESSANTE SELFIE IN CASA SELFIE AL MARE SELFIE AL RISTORANTE

“Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo”
GUARDA GUARDA GUARDA IL CA**O CHE ME NE FREGA
ASPETTA CHE TI MOSTRO IL CA**O CHE MENE FREGA

“Ove per poco il cor non si spaura. e come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito  silenzio a questa voce
vo comparando”

È TUTTO MOLTO INTERESSANTE TUTTO MOLTO INTERESSANTE FACCIO COSE VEDO GENTE SEMBRA MOLTO DIVERTENTE
TUTTO BENE FINO A QUANDO TU MI DICI ANDIAMO A COMANDARE

“e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità  s’annega il pensier mio”

PER FARTI FELICE HO PREPARATO UNA SORPRESA CON LA BOMBOLETTA HO SCRITTO SULLA LUNA PIENA ASPETTA CHE TI MOSTRO IL CA**O CHE ME NE FREGA
“E il naufragar m’è dolce in questo mare”

Un pomeriggio di studio con la radio accesa. Rovazzi versus Leopardi. Una sola certezza: il figlio maggiore ha imparato a memoria la hit del momento. Una sola speranza: che passi in fretta.

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Sì o no

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“Mami, che disastro!”

“Piccola, che succede? Cosa mai può essere accaduto nell’ora e mezza di catechismo?”

“Una tragedia, te l’ho detto”

“Cosa amore mio? Devi di nuovo colorare quattro pagine di cielo della Galilea? Ci siamo dimenticate la consegna di qualcosa d’altro oltre Vangelo e croce? Dimmi, su”

“Ho alzato la mano”

“Come scusa?”

“Ho alzato la mano. La catechista stava chiedendo chi si voleva offrire volontario per il balletto e io ho alzato la mano. Ma io non voglio farlo!”

“Ma scusa, allora perché hai alzato la mano?”

“Perché dovevo andare in bagno, ovvio!”

“Capisco. E non bastava spiegarlo alla catechista?”

“No! Lei era tutta contenta, ha scritto i nostri nomi e poi dovevamo andare. Insomma, una tragedia”

“Magari non è così drammatico, potresti anche divertirti”

“Boh, forse dovrei provare…”

“Allora è un sì?”

“Sì, no. Che confusione che ho dentro. Diciamo che è un ni”

E niente, lo smarrimento referendario colpisce anche le bambine di otto anni.

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In cammino

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“Eccoti! Bentornata amore!”

“Ciao mami! Come è andato il tuo lavoro stamattina?”

“Molto bene, grazie. E il tuo?”

“Ma io non lavoro, mami!!”

“Certo che sì. È la scuola il tuo lavoro”

“Uh. Non ci avevo pensato. Allora sì, il mio lavoro è andato molto bene”

“Mi racconti qualcosa?”

“Sì, ma tu prima dimmi cosa si mangia”

“Pasta al pesto”

“Evviva! Posso mangiare davanti ai cartoni?”

“No”

“Uffa. I miei fratelli ci sono?”

“Non ancora”

“Olè! Allora faccio la figlia unica e tu sei tutta mia”

“Ma stai ballando la macarena?”

“Sì, l’ho imparata a scuola”

I cento metri a piedi dalla fermata dello scuolabus a casa sono il cammino più bello del mondo.

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Incontri ravvicinati

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Ha il grembiule a quadretti bianchi e azzurri della scuola materna che sbuca sotto la giacca, il cappello peruviano multicolore calato sugli occhi, gli stivali da pioggia come se dovesse dragare un fiume. Ha la bocca sporca di sugo rosso ed è alto come lo sportello di un auto. Ed è proprio lo sportello della mia auto che picchietta lievemente ma incessantemente col suo piccolo ombrellino rosso di Saetta McQueen. Tuc, tuc, tuc. La madre, una giovane signora coi capelli scuri sopra e biondissimi sotto, se la racconta allegramente con una qualche amica al cellulare, davanti alla farmacia dove ho appena parcheggiato. Ignara che il suo erede si stia esercitando per diventare campione regionale di atti vandalici. Tiro giù il finestrino per non travolgere il piccolo vandalo con la portiera.

“Ciao, bambino. Puoi smettere di picchiettare l’ombrello sulla mia macchina per favore?”

“No. Tuc, tuc, tuc”

“Ehm…forse non hai capito. Ti ho detto che devi smettere. Così rovini la macchina”

“No. Tuc, tuc, tuc”

“Bambino, fallo sulla macchina di mamma”

“Maaaaaammmma!!!!!”

“E poi lui mi ha detto, cioè, che non se la sentiva di impegnarsi…che vuoi Filippo che la mamma sta parlando al telefono?”

“La signora mi sgridaaaa”

“Come? Cosa? Scusa Adele che ti richiamo dopo che ho problemi. Sì. Baci anche a Assunta. Ciao ciao ciao. Che succede?”

“Buongiorno signora, ho semplicemente chiesto a Filippo di finirla col prendere a ombrellate la mia macchina, ma non mi è stato granché a sentire”

“Tutto qui? Ah, e io chissà che mi immaginavo! Filì, sali in macchina che dobbiamo andare dalla zia che fa le unghie alla mamma”

È così dicendo si infila nel Suv, lascia salire davanti Filippo che mi guarda con un sorriso da un orecchio all’altro, senza ovviamente allacciargli la cintura. La pedagogista che abita in me valuta seriamente la possibilità di scendere e prendere a ombrellate il cofano della loro macchina, ma è meno veloce della signora, che parte decisa lasciando una scia di pneumatico sull’asfalto.

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