Ascoltate tutti quanti

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“Accidenti! È finito il latte. E i biscotti. Pure il succo di frutta. Bambini, tutti qui! Stamattina si fa colazione fuori: vestitevi che andiamo al McDonald!”

“Mother, mi meraviglio. Ti ricordo che abbiamo cenato al mc due settimane fa e tu dici sempre che non bisogna mangiare al fast food più di una volta al mese”

“Ciao mamma, si sì tutto benissimo a scuola. Come? La verifica di geografia? Ehm…mi pare…forse ho preso quasghhfhkj”

“Hai preso quattro?? Come sarebbe? Ma allora non hai studiato proprio niente”

“Ecco, mi tratti male! Sigh sigh! Tu dici sempre che noi non siamo i voti che prendiamo, e invece davanti a un misero quattro che fai? Mi sgridi! Ah, come soffro”

“Forza forza che siamo in ritardo! Andiamo!”

“Mami ma io non ho ancora lavato i denti”

“E cosa hai fatto fino ad ora? Vabbè faccio tardi al lavoro, li lavi dalla nonna”

“Ma tu dici sempre che li devo lavare subito! Che l’igiene orale è importante!”

Genitori tutti, ascoltatemi. Tutto quello che direte potrà essere usato contro di voi. Per sempre. Fatevi assistere da un bravo avvocato.

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Un mestiere speciale

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C’è una categoria professionale che mi affascina e per la quale da sempre provo una certa ammirazione; l’ostetrica. Negli ultimi quindici anni mi è capitato di incontrarne più di una, come accade a ogni donna che intraprenda il percorso della maternità. Alcune mi sono rimaste nella memoria e nel cuore.

La prima che ricordo l’ho incontrata quando ancora non avevo bambini, pur aspettandone uno. È stata seduta a fianco a me in un momento buio e triste. Lei, con un calore tanto lontano dai toni freddi dell’ospedale, mentre un medico diceva parole che non volevo sentire, ha avvicinato la sua sedia alla mia, passando dalla mia parte della scrivania e del mio cuore in pezzi. Un gesto così semplice e nello stesso tempo così significativo.

Ne ho conosciuta un’altra la notte in cui è nato il mio primogenito, qualche settimana prima del dovuto e previsto. Nel momento più brutto, quando tutto si è fatto nero fuori e dentro di me, questa giovane ostetrica si è avvicinata al mio letto. Con un gran sorriso e una tranquillità contagiosa mi ha chiesto di darle i vestitini del bambino. “Li metto sotto la lampada, così il piccolo starà al caldo”. Allora ho pensato che se servivano i vestiti significava che il mio bambino sarebbe stato bene, e il mondo si è fatto un posto un po’ meno scuro e un po’ meno pericoloso.

L’ostetrica che ha fatto partorire la mia amica merita altrettanto.
Una donna ormai prossima alla pensione, con lo sguardo saggio e sereno di chi ha visto tanto e tanto imparato. Con poche parole l’ha assolta dall’impossibilità di allattare la sua bambina. Perché di assoluzione si ha bisogno, quando ti trovi madre di un figlio e di un insidioso senso di colpa nello stesso momento.

Per motivi di lavoro mi è capitato di conoscere e frequentare un’altra ostetrica e, come la maggior parte di quelle che ho conosciuto, è avvolgente ma ferma, accoglie ma sprona, comprende senza per questo giustificare. Sarà la categoria, sarò stata fortunata, non so. Forse per accompagnare un momento così speciale come la nascita bisogna essere delle persone davvero speciali.

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Giorno 1

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Lui è sul divano rosso, una gamba piegata sotto di sé e l’altra allungata davanti. Con una mano tiene il Kindle, con l’altra accarezza pigramente il piccolo felino, che giace abbandonato e sopraffatto dai grattini sul collo.

Lei è sul suo letto, sdraiata a pancia in sotto e coi piedi dai calzettoni colorati intrecciati e dondolanti. I capelli lunghissimi raccolti in un grosso nodo instabile sulla testa. Gioca distrattamente con una decorazione natalizia mentre legge il libro assegnato per le vacanze altrettanto distrattamente.

L’ultima è al tavolo della cucina, col libro e il quaderno di matematica aperto davanti, la lingua tra le labbra per la concentrazione e lo sguardo fisso sulla mano aperta, sua personale calcolatrice. Il felino maggiore la osserva composto, seduto al suo fianco, come un precettore d’altri tempi.

Incredula e commossa sto per raccogliermi in preghiera e innalzare canti di lode, quando suona il campanello. In un attimo fanno il loro ingresso tre preadolescenti amici del primogenito, giacca alla moda d’ordinanza e skate sotto braccio. Appena dietro di loro le tre vicine-amiche delle sorelle, giubbotti colorati e orecchini scintillanti. E così, travolti da questo tsunami umano vengono abbandonati libri, compiti e operazioni. La casa si riempie di voci, risate e qualche parolaccia.
Per le preghiere c’è ancora tempo.

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31

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Non confondere la grinta con la prepotenza
Litiga pure ma litiga bene, senza insulti, lagne o mani alzate
Cerca di essere più socievole e meno social, più contento e meno connesso
Ascolta prima di parlare, che l’ordine alfabetico non è casuale
Sii gentile, sempre
Assaggia qualcosa di nuovo, annusa un profumo diverso
Tieni in tasca un pensiero bello e un fazzoletto
Sorridi di faccia e ridi di pancia
Porta pazienza che le cose belle arrivano come i fari dentro la nebbia, all’improvviso
Ascolta una bella canzone con le cuffie, poi toglile e falla sentire a tutti
Piangi anche da solo se necessario, poi cerca delle braccia amate per sprofondare in un abbraccio
Scrivi ogni bella frase che ti viene in mente, anche sullo specchio appannato del bagno
Dai voce alla tristezza quanto alla felicità
Viaggia con la fantasia quando non lo puoi fare con l’aereo
Testa alta, coraggio e sorriso per ognuno dei prossimi trecentosessantacinque giorni a venire.
Buon anno a voi tre, che siete il mio caleidoscopio sul mondo.
Buon anno a voi tutti, che in un modo o nell’altro mi avete fatto compagnia su questa pagina bianca.

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Prove tecniche in corso

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“Mami…mami…MAMIIII!!!!”

“Aaaaaaa! Piccola! Signore che spavento. È notte fonda e tu urli?”

“Mi si è staccato un pezzo del l’apparecchio esterno me lo sistemi?”

“Aspetta che accendo la luce…”

“Aaargh!”

“Piccola, basta urlare! Che succede?”

“Perché c’è mio fratello nel lettone?”

“Chi? Ah, il grande. Ha fatto un brutto sogno, sii comprensiva”

“No. Domani allora vengo io”

“Va bene ma adesso torna a dormire per favore che ho sonno”

“Ok notte mami…aaaiaa”

“Ehi, ma che succede?”

“Mother?”

“O cielo è caduta la piccola!”

“Che male…aiaiaiaiaiai!”

“Fammi vedere e stai tranquilla. Un bel bacio sulla gamba e tutto passa”

“Va un po’ meglio ma non sono ancora guarita. E non ho più sonno”

“Neanche io!”

“Idem”

“Eh no, fermi tutti. Ora si dorme e non si discute”

“Ma dai, mother! Stiamo svegli e facciamo le prove tecniche per il capodanno. Pepepepe”

Ecco, appunto. Io che speravo di farla franca e andare a letto presto mi ritrovo con tre fanatici del trenino a mezzanotte e dei brindisi in compagnia.

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L’identikit

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Andatura ciondolante, scarpe slacciate. Felpa, maglietta, pantaloni e calze in tutte le sfumature del nero. Capelli spettinati, un’ombra di baffi sul labbro, un’ombra di inquietudine nello sguardo. In una mano un tubo di Pringles, nell’altra il cellulare, naturale prolungamento del suo arto. Il sorriso beffardo in casa, amichevole fuori, divertito con gli amici. La critica appoggiata sulla punta della lingua, un cobra pronto a scattare alla prima esitazione o contraddizione genitoriale.
Il dubbio e la messa in discussione di ogni certezza, da Babbo Natale al battesimo. La distrazione strisciante, la sciatteria imperante. Non si taglia le unghie ma taglia la corda non appena gli si presenta l’occasione. Lotta coi suoi amici tra il divano e il pavimento, in un crescendo di risate e virili pacche sulle spalle. Le mani rapide che fanno scomparire carte, apparire simboli, creare illusioni.
Lo studio fuori da ogni lista di priorità e bisogni primari, la pallacanestro in cima. Gli amici su, la famiglia giù. La contestazione sempre e comunque, come cifra stilistica e affermazione di sé. L’entusiasmo per le novità, l’appetito vorace in un corpo esile, le bibite gasate e le canzoni dei rapper arrabbiati. La tenerezza verso i cuccioli, umani e animali, l’inflessibilità contro il mondo di fuori.
La contraddizione in termini. L’identikit di un pre-adolescente, il mio.

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Solo un arrivederci

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Caro Babbo Natale,
Questa volta il caro è pura forma stilistica. Dobbiamo parlare. Credo ci sia stato un deprecabile scambio di missive, in tutto quel caos che devono essere le poste in Lapponia nella settimana di Natale. Se così non fosse, potrei addirittura vederci della malafede da parte tua. Perché non si spiega altrimenti. La congiuntivite bilaterale apparsa per magia la mattina del venticinque sui miei occhi, tanto per cominciare, e che sarebbe bastato anche per finire. Il febbrone da cavallo del primogenito, che ha passato la notte col minestrone surgelato findus sulla testa nel tentativo vano di riportare la temperatura al di sotto di quella di fusione del ferro, in un crescendo di deliri sportivi “era da tre! Il canestro era da tre!”
Il bicchiere di latte lasciato sopra il camino e rovesciato sull’albero, che tu dirai saran state le renne ma noi non ci crediamo mica. E poi, è difficile dirselo e non ci sono parole che possano addolcire la verità, ma bisogna avere coraggio. Questo è l’ultimo Natale che passiamo insieme. Ecco, l’ho detto. Abbiamo passato dei bei momenti. Per tanti anni sei sceso baldanzoso dal camino, anche quando non ce lo avevamo. Hai lasciato decine di pacchi e pacchetti, sgranocchiato pacchi di gocciole e consumato litri di latte. Ma è finita. La piccola, tua ultima fervente sostenitrice, non lo sarà ancora per molto. E qualche dubbio sarebbe dovuto venire anche a te questa volta, Babbo caro. Sul biglietto che ti ha lasciato accanto ai biscotti non si è limitata a chiedere certezza della tua esistenza, ma ha anche preteso la tua firma sugli appositi spazi. Ha persino voluto sapere se per caso sei mancino, come la sua mamma. Insomma, tanto vale guardare in faccia la realtà e salutarci. Ma mi raccomando, restiamo amici. Perché fra molti e molti anni ci sarà ancora bisogno di te.

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Auguri

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“Guarda mami il mio ginocchio, qui di lato. Ti ricordi quando mi sono fatta male e ho pianto come una pazza? È rimasta la ciccatrice”

“E come dimenticarsene? Se lo ricordano pure i vicini dalle urla che hai lanciato. Eri piccola. Comunque si dice cicatrice, con una c sola”

“Davvero? Sei sicura sicura?”

“Certissima”

“Peccato. Io preferirei si chiamasse ciccatrice”

“E perché mai piccola?”

“Beh pensaci mami. Ti fai male. Hai paura. Piangi e vuoi la mamma. Le cicche sono colorate, profumate, sanno di buono. Le mastichi per tanto e sai di buono anche tu. Puoi fare i palloni giganti che ti scoppiano sulla faccia e così ti metti a ridere perché rimane sulla punta del naso. Quindi sarebbe bello che a riparare una ferita ci fosse una ciccatrice”

“Ma sai che c’è? Che hai ragione tu, piccola”

E allora un Buon Natale a tutti, con l’augurio di avere sempre in tasca una ciccatrice per le sbucciature che ogni tanto capitano sul cammino.

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Colpevole

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“Mami, che bello! Davvero sei venuta ad aiutare le mamme a preparare la merenda! Evviva! Grazie! Sono così felice, non vieni quasi mai a scuola”

E mi guarda così, con quegli occhioni da cucciolo che nei momenti peggiori si trasformano in due fessure da vipera.
Ed eccolo lì, il maledetto. Il senso di colpa, in tutto il suo splendore. Vero, a scuola non vengo quasi mai, ho lo scuolabus fuori di casa che è tanto comodo.
Vero, non ho mai fatto la rappresentante di classe, e dire che di occasioni ce ne sarebbero state a bizzeffe.
Vero, non mi offro mai per il turno al mercatino delle torte.
A mia parziale discolpa posso dire di avere ospitato venticinque bambini della materna in casa per fare l’albero di Natale, in nome del progetto “addobba una casa”.
Posso dire di avere disegnato e dipinto scenografie per la festa di fine anno con in pancia una figlia mezzana.
Posso dire -anche se preferirei non dirlo- di avere recitato in occasione della festa della solidarietà della quarta elementare, spettacolo di cui ancora si parla e di cui il primogenito ancora si vergogna.
Posso dire di avere speso cifre considerevoli a ogni evento benefico a sostegno dell’istituto comprensivo.
Eppure la felicità della piccola si accende per qualche fetta di pandoro tagliata e due bottiglie di gazzosa stappate.
Vorrà dire che anche quest’anno mi laverò la coscienza acquistando l’acquistabile al mercatino, ché in casa si sentiva giusto la necessità di un presepe dorato fatto con le penne Barilla, una cornice in tappo di sughero e una candela profumata aroma di vaniglia del Madagascar.

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Qualifiche

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“Maaammaaaaa cooorriiii!!”

“Che succede? È urgente? Sicuri? O è procurato allarme come al solito?”

“No mother è davvero importante. La piccola ha perso un pezzo”

“La piccola? Un pezzo? Fatemi vedere”

“Maaammaaa vieni presto! Mi fa maleee”

“Dove amore? Dove fa male?”

“Guarda mamma, l’apparecchio! Si è rotto! Cos’è quel filo che esce?”

“O cielo. È un pezzo di apparecchio che si è sganciato”

“Aiutooo! Toglietemi questo coso, punge!”

“Va bene niente panico, adesso troviamo una soluzione. Piccola, apri la bocca”

“Aaaaaaaa”

“Io ci metterei lo scotch”

“Colla vinilica?”

“Zitti e lasciatemi provare, magari riesco a sistemarlo”

“Mother, non metto in dubbio le tue capacità ma non sarebbe meglio andare dal dentista? Credo sia appena un po’ più preparato di te”

“Ma davvero? Non mi dire. Peccato solo siano le dieci e mezza di sabato sera. Qualcosa mi dice che non sia in studio ad aspettare la nostra chiamata”

“Maaammaaa ma io non posso farmi vedere in giro così!!”

“Ferma e zitta. Apri bene…proviamo così…un po’ di più…ecco!”

“L’hai sistemato davvero?”

“No. Per finta. Ma fino a lunedì spero rimanga”

“Ma io come faccio a mangiare domani?”

“Ahahah pensi solo al cibo sorella”

“Fammi pensare…puoi mangiare il budino!”

“Davvero? A pranzo e cena? Ci sto”

“Mother, frullale le lasagne”

Che per fregiarsi dell’ambito titolo di Madre occorressero innumerevoli capacità lo avevo intuito. Chef, autista, psicologa, medico di base, colf, organizzatrice di eventi, maestra, nutrizionista, puericultrice, pedagogista, confessore, sarta, preparatrice atletica.
Da oggi aggiungo con orgoglio al mio medagliere la qualifica di ortodontista.

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