Papà

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Era alto, credo. Ora lo è poco più di me. Curvo, la schiena a disegnare una collina, dove prima era montagna. I capelli di un bianco candido, come se ci avesse nevicato da poco. Gli occhiali dalla montatura leggera, unico elemento di modernità, a ingigantire occhi marroni buoni. Una pioggia di rughe profonde intorno alla bocca sottile, forse eredità di tante risate. Vestiti ordinati e stirati, tra il marrone e il beige. Scarpe lucide dalla punta consunta. Scarpe che hanno camminato tanto. Si muove lentamente, con una grazia inusuale in un uomo. Le mani sono ancora belle. Tremano appena, come foglie smosse da una folata improvvisa di vento, mentre prende le banconote dal portafoglio e le ordina sopra il bollettino. Siamo in posta, in coda.
Io, senza più pudore, osservo quest’uomo e penso a te, papà. Guardo e immagino, ammiro e indago. Cerco indizi di quel che sarebbe potuto essere. Tu che per me non sei stato mai anziano, ora che il tempo dell’assenza occupa più spazio di quello della presenza. Ora che sono più le volte in cui non ci sei stato di quelle in cui eri accanto a me. Ora che il tempo ha tenuto fede alla sua promessa di oblio, ora che ho voglia di raccontarti, ti scrivo per non smettere di ricordarti. Ora che mi fanno compagnia le parole che scelgo, le immagini che affiorano. Tu che leggi sulla poltrona in sala, in un’estate caldissima. Seduto fianco a me in macchina, nella mia prima volta alla guida una domenica mattina. Le partite di pallacanestro, io annoiata e tu esaltato per la squadra del cuore. Nel corridoio di un ospedale a raccontarsi cose sciocche, in un tempo sospeso e stranamente immobile.
È ancora dicembre, papà, oggi come allora. Io continuo a ricordare, non smetto di raccontare.
Come allora, come sempre,
la tua
Barbara

Informazioni su BarbaraB.

Educatrice e mamma, preparatissima sulla teoria e un po' meno efficace nella pratica. Per tentativi ed errori vado avanti, con un carico di ironia come antidoto alle quotidiane fatiche educative.
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