Persi ma non sperduti

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Si perdono treni, amicizie e chiavi di casa. Si perdono speranze, chili, amori. Si perdono i capelli, la pazienza e i biglietti del parcheggio. Si perdono i denti da piccoli, i ricordi da grandi, gli impegni del giorno. Si perde la coincidenza e il posto di lavoro, il caricatore del cellulare e un orecchino su due. Si perde di vista la realtà, le persone care, il carrello pieno al supermercato. Si perde la trebisonda, la tessera elettorale e la memoria del cellulare. Si perdono i momenti, le strade, gli ombrelli. Si perdono le occasioni, il sangue dal naso, gli anni di scuola se bocciati. Si perdono i bambini, gli inizi e le fini. Si perde l’incanto, la passione e il libro di scienze.
Si perdono gli animali, il senso, gli accendini nella borsa. Si perde il sonno, la taglia quarantadue e i sogni al risveglio. Si perde tempo, l’olio dalla macchina, il fischio d’inizio e si rimane indietro. Si perde il senno, il pullman e l’appetito. Si perde il segno, il verde al semaforo, la testa. Il controllo, le mutande, la libertà. I diritti, la verginità, la scarpetta di cristallo allo scoccare della mezzanotte.
E io, che ho perso molte di queste cose, alcune più volte, mi guardo intorno e mi vedo circondata da innumerevoli altre. E penso di essere molto fortunata.

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Dubbi e perplessità

 

pag10-copia-e1428671945313Drinn! Drinn!

“Pronto?”

“Vodafone, il cliente le chiede di addebitare la chiamata. Digiti uno se accetta l’addebito”

“Uno”

“Pronto? Pronto? Chi parla?”

“Ehm, mi scusi signora ma mi ha chiamato lei, pure con l’addebito quindi immagino mi conosca…”

“Barbara? Sei la mamma di X?”

“”X? No, sono la mamma di W, Y e Z”

“Ma sei sicura?”

“Certissima. Immagino lo saprei fossi anche la mamma di X”

“Ma…allora ho sbagliato numero?”

“Numero, madre, addebito. Sì”

“Ah. Ma tu non hai il numero della mamma di X?”

“Io non se nemmeno chi sia, X”

“Ma io credevo che tu fossi Barbara”

“Io sono Barbara! Ma non quella che cerchi tu”

“Allora cercherò il numero giusto. Quindi sei proprio certa di non essere la madre di X”

“Abbastanza”

“Ah. Allora ti devo salutare”

“Già. Arrivederci”

“Però che strano, mi avevano detto che eri proprio tu. Ciao”

Ottanta centesimi in meno, due minuti di conversazione, un dubbio che attanaglia: non mi sarò mica dimenticata di X?

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Grammatica pedagogica

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Ci sono giorni di grazia, quando basta un buon giorno sussurrato per farli alzare dal letto. Quando apprezzano il pranzo e chiacchierano fra loro, più amici che fratelli. Quando i compiti si fanno da soli e senza capricci, le equazioni si risolvono, si capisce la lezione di tedesco ed è più facile scrivere in corsivo. Quando chiedi e rispondono, domandi ed eseguono, ridi e sorridono.

Ci sono giorni bui, quando anche il buongiorno dà fastidio e il malumore è una cappa di afa sulla casa. Quando non si trova la maglietta preferita, ci si è dimenticati i verbi di francese per la verifica e fuori piove. Quando a tavola ci sono gli spinaci e hai il cellulare sotto sequestro, volano parole e mazzate più da fratelli che da amici. Quando non capisci l’area della corona del cerchio, devi studiare quindici pagine di storia e la acca in corsivo non ne vuole sapere di venire. Quando parli al vento, chiedi a loro senza avere risposta, chiedi a te chi te lo ha fatto fare.

Ci sono giorni in cui ti si spalanca la meraviglia, altri il baratro. E poi ci sono giorni, e sono la maggior parte, in cui buio e sorrisi, carezze e mazzate, ascolto e indifferenza, dolcezza e arroganza, si mescolano insieme come in un grosso calderone. Quando non capisci dove comincia uno e finisce l’altro, quando non sai se essere soddisfatta o sconfortata, quando ti dici che forse va bene così.

La genitorialità è un periodo ipotetico. Della realtà, della possibilità o della irrealtà. Un costrutto facile ma non semplice, dove c’è sempre un’ipotesi, ma non sai mai quale sarà la conseguenza.

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Lost and found

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Accadono dei fenomeni strani di recente, a casa mia. Nulla di paranormale, per carità. Nessun oggetto si sposta misteriosamente, semmai panni e scarpe giacciono scomposti sul pavimento, come nella scena di un crimine, abbandonati dal figlio di turno che non ha avuto tempo, cuore ed energie di riporli nell’armadio. Nulla prende vita, anche se la borsa del basket dopo qualche giorno emana un afrore simile a quello del sottobosco in autunno dopo ripetute piogge e fa sospettare la presenza di carcasse di animali decomposti al suo interno. Nulla scompare senza lasciare traccia, se escludiamo i calzini in lavatrice ma il calzino scomparso è patrimonio dell’umanità quindi non mi preoccupo. Lo strano fenomeno, che  da qualche mese a questa parte mi toglie sonno e serenità, è l’apparizione. Tra il cesto dei panni sporchi e la lavatrice, con una certa regolarità, fanno la loro comparsa capi di abbigliamento e biancheria mai visti. Che non ci appartengono. Mai stati acquistati. Capita di stendere calzettoni numero quarantasei accanto al body di ginnastica taglia quattro anni, mutande da gigante e divise col numero sbagliato, felpe troppo piccole e pantaloni troppo grandi. Insomma, una forma di baratto moderno, lo scambio di vestiti nello spogliatoio. Un sistema equo e solidale per fare in modo che nulla vada sprecato. Uno scambio circolare che consente a tutti di variare senza grosse spese il proprio guardaroba. Il guaio è che spesso i legittimi proprietari non vengono ritrovati, dando vita  a estenuanti ricerche sui gruppi whatsapp “Gianfranco ha lasciato la sua canotta in palestra. Qualcuno l’ha trovata?” “Quello stordito di mio figlio è tornato senza giacca anche se fuori ci sono meno undici gradi e piovono ghiaccioli: qualcuno può guardare nello spogliatoio mentre io lo prendo a mazzate?” “Mia figlia non trova più le ginocchiere nuove, non è che per caso qualcuno le ha nel borsone? altrimenti le fascio le ginocchia con la carta igienica a quella sciagurata” Per non parlare della quantità di accessori perduti negli anni, con un numero di ombrelli dimenticati e mai più ritrovati da offrire un riparo a metà popolazione del Bangladesh nella stagione della pioggia. Ma io non mi arrendo e continuo a sperare. Magari nella prossima lavatrice potrei trovare un vestitino nuovo Desigual.

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Per contratto

pag10-copia-e1428671945313Sospiro

“Piccola, sei tu?”

Altro sospiro

“Piccola, tutto bene?”

Sospirone

“Amore, che succede?”

Tira su col naso

“Oggi è stato l’ultimo giorno”

“Veramente è stato il secondo, di scuola”

Singhiozzo

“Sì, ma l’ultimo della maestra S. Adesso deve andare a fare il bambino quindi non torna”

“Oh tesoro mi dispiace, davvero. So quanto bene vuoi alla maestra”

Singulti

“Più che bene. Siamo nate lo stesso giorno, abbiamo paura tutte e due dei cani e la sua bambina è un po’ monella come me”

“Vero, avete tante cose in comune. Quando ritornerà le riprenderete tutte, vedrai. E puoi continuare a volerle bene anche quando non c’è”

Soffiata di naso

“Parli così perché non hai passato il pomeriggio divisa in seconda b perché non c’era la supplente. E se non arriva una nuova maestra?”

“Deve arrivare per forza”

“E se ne arriva una nuova e io non le piaccio?”

“Piccola, è impossibile non amarti”

Sorriso

“Certo, lo dici perché sei la mia mamma. Lo prevede il contratto”

Mi sa che vado a rileggermi righe piccole, clausole e postille. Non si sa mai.

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Di nonne, parcheggi e saggezza

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“Sessanta, settanta, settantacinque…un euro”

“Signora! Signoraaaa”

“Dice a me?”

“Sì, a chi altri sennò. Non stia lì a buttar via i soldi che il bigliettino del parcheggio glielo dò io che vale ancora un’ora e venti”

“Oh, grazie. Che gentile è lei”

“Per così poco. Sono andato dal medico perché la bronchite non ne vuole sapere di passare, stavolta. E dal dottore ci vuol sempre un mucchio di tempo così metto un’ora in più per non prendere la multa. Ma oggi era malato pure il dottore e buonanotte. Comunque mia nonna mi diceva sempre che c’è un solo modo di essere: gentili. Il resto è fuffa. E io che ero piccino me lo ricordo ancora e lo dico sempre ai miei nipoti, che però non mi stanno mica tanto ad ascoltare perché son sempre lì col telefono. Però ogni sera mi porto a casa una gentilezza. Lei è quella di oggi. Adesso la saluto caramente, passi una buona giornata”

È in una panda bianca rimasta accesa, con la marmitta rumorosa e scoppiettante. Tossisce a intervalli regolari e tiene in mano un fazzoletto di stoffa azzurro con cui si asciuga il naso. Ha i capelli bianchi e occhiaie scure, rughe profonde dalla fronte al collo. Ha sventolato il biglietto del parcheggio fuori dal finestrino come un vessillo prima di consegnarlo solennemente tra le mie mani e farmi dono della saggezza di sua nonna, lui a sua volta nonno. Accade anche questo, in una mattina ghiacciata, nel parcheggio grigio di una stazione lontana.

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Madre versus figlio

pag10-copia-e1428671945313“Tu sei lei…tu sei lei…fra così tanta gente…”

“Mother, ti prego, che roba è. Cambiamo sta lagna, va”

“A parte che lagna al sommo Ligabue, mito indiscusso della mia adolescenza e gioventù, sogno proibito dei miei anni migliori, così tanto amato da farmi soprassedere pure su quello stile un po’ tamarro, non lo dici”

“Ma è una lagna! Non è per niente divertente”

“Eh già. Ha parlato il giovane Beethoven. Che quando va bene ci rallegra con andiamo a comandare e cialtronate del genere”

“E allora? Almeno non è melenso. Senti, senti qua che dice! Se l’universo intero ci ha fatto incontrare qualcosa vorrà dire. Ho la nausea”

“Va bene, non prenderà il nobel per la letteratura ma è una canzone d’amore. Di lui riconosce lei come la donna della sua vita”

“Lo dice anche Rovazzi”

“Non proprio. Sai qual è il problema? Che non ti sei mai innamorato! Ecco perché sei così acido. Ma quando succederà lo capiremo perché comincerai anche tu a ascoltare canzoni melense”

“Piuttosto morto”

“Esagerato. Canta con me, su!”

“Posso scendere?”

I gusti musicali in famiglia divergono ancora parecchio, ma ho pazienza e confido nell’arrivo della primavera.

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Quotidiane equazioni

pag10-copia-e1428671945313“Mami, domani si torna a scuola! Che dramma!”

L’inesorabile squillo della sveglia, ogni mattina alle sei. Lo scuolabus alle sette e trenta, al freddo e buio. Il recupero a scuola il martedì e giovedì, che oltre lo zaino bisogna portare anche la cartelletta, la pianola e le scarpe da ginnastica. La pallavolo, il basket e la ginnastica tre volte a settimana per ognuno, che moltiplicato per tre fa nove accompagnamenti, se contiamo andata e ritorno fa diciotto.
Il catechismo, sempre per tre. La partita di basket del sabato, quella di pallavolo la domenica. I compiti e le operazioni, l’orientamento dopo la terza media e il tedesco, il libro da leggere e la poesia da imparare. Le divise pulite e i vestiti stirati, i biscotti per la colazione, una merenda per cartella, un cappello per ogni testa. Le liste e i post it, l’agenda e il cellulare, il presto che è tardi e la benzina alla macchina. Le vacanze sono finite, scuola e lavoro ricominciano. Sono bastati pochi giorni per disabituarci al dovere e al rigore, per abituarci ai vestiti comodi e alla lentezza. È che la comodità è infingarda, ti culla con una melodia lenta e sussurrata, finché non tocca ricominciare a muoversi al ritmo incalzante dei tamburi.
La quotidianità è una equazione complessa con più di un’incognita. Di quelle che tutti i passaggi devono funzionare, altrimenti bisogna ricominciare daccapo. Perché invertendo l’ordine dei fattori e dei bambini, il risultato cambia eccome.

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Buon compleanno

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Ci scorgi mentre camminiamo sul lago ghiacciato tenendoci sottobraccio, ridendo, per non cadere, sospesi come sul nulla.
Ci scorgi mentre frughiamo nelle calze della befana, seduti in pigiama sotto l’albero. Mentre facciamo i compiti delle vacanze intorno al grande tavolo di legno della nonna. Ci scorgi mentre ci sediamo nella sala già buia col bicchiere di pop corn in equilibrio, e per le due ore successive sprofondiamo nelle poltroncine e nella storia drammatica di un bambino perduto in India. Mentre prepariamo le polpette, scriviamo storie o ci incantiamo coi trucchi di magia.
Ci scorgi mentre soffiamo su una candelina i settantuno anni che oggi avresti compiuto e la piccola mette da parte per te una fetta di crostata.
Ci scorgi e sorridi sotto i baffi, ne sono certa.
Buon compleanno papà.

Barbara

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Eppur si cresce

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“Uh, guardate bambine, siamo capitate per caso al campetto dove gioca vostro fratello. Lo andiamo a salutare, che dite?”

“Mamma, stai bene? È lì coi suoi amici, nonché compagni di squadra ovvero quanto di più vicino a un fratello ho mai avuto, come dice lui. Continua a guidare e andiamo a casa, è meglio”

“Ma solo un saluto veloce, che vuoi che sia? Potrei lasciargli i soldi della merenda…”

“Mami, loro non fanno merenda. Vanno al Mc a bere la coca”

“Va bene ma la dovrà pagare, giusto? Dai che giro qui alla rotonda, ci mettiamo un attimo solo”

“Mamma, no. Non puoi piombare lì senza un valido motivo. Alluvione, cataclisma, asteroide in rotta di collisione, nient’altro. Altrimenti è la vergogna sociale”

“Ma su, che esagerazione, sono solo la sua mamma!”

“Appunto!!”

E così siamo tornate a casa, solo noi femmine, senza salutare il primogenito che è tornato più tardi baldanzoso e sorridente. Nella mano una bottiglia di coca piena per metà, gentilmente offerta dai suoi amici. E ho ripensato a quando ero io a vergognarmi di uscire coi miei genitori. Alla voglia di libertà, il desiderio di stare in gruppo, ai pomeriggi vuoti di tutto e pieni di niente, ma allegri e necessari. Alla vertigine dell’autonomia, la giacca uguale per tutti, il lessico in comune. Alla voglia di andare, quando sai sempre di poter tornare.

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