Interior designer

pag10-copia-e1428671945313Un Barbapapà azzurro sulla mensola del bagno. Diverse Barbie abbandonate nella vasca, gambe e braccia innaturalmente ripiegate. Uno shampoo senza lacrime e il dentifricio rosa accanto a uno spazzolino di Minnie. Una faccia buffa col ciuccio che ti guarda incorniciata sul muro, il corridoio una galleria di disegni, acquarelli e schizzi appiccicati malamente con lo scotch. Gli adesivi dei Minion sulla porta, il poster della pallacanestro che ti osserva mentre sistemi il copriletto di Super Mario. Le carte di magia ordinate nella mensola, un flauto storto sulla scrivania, il manico di un borsone che sbuca da sotto il letto. Un libro di fiabe aperto in cucina, una barchetta di pongo ormai indurita fatta all’asilo accanto al caffè. Pezzi di lego sparsi sul pavimento, che si conficcano sotto i piedi scalzi. I colori squillanti sui muri delle camerette, gli avvisi di scuola sul calendario. La decorazione natalizia dimenticata sul vetro, i palloni liberi sul terrazzo, una cover coi gattini sulla lavatrice. Il body di ginnastica steso al sole, un diario segreto sotto il cuscino, la collezione di monete in un barattolo rosso.
I magneti sul frigo, un sorriso sull’anima, la cicatrice sulla pancia. I bambini ti arredano la casa, l’anima e il corpo.

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Mira, Sofia

pag10-copia-e1428671945313Interno di un bar, mattino presto. Tavolini occupati, qualche colpo di tosse, il rumore di una tazzina che cade e si rompe. Il caldo del locale che ti fa aprire la giacca e allentare la sciarpa, perché ti accorgi che stai cominciando a sudare. Loro sono in piedi davanti al bancone, ad aspettare che sia pronta la colazione. Stanno vicini perché stretti tra molte persone, e lui non sembra affatto dispiaciuto da questa prossimità forzata. Lei, capelli scuri raccolti in una treccia morbida e complicata, mangia una brioche staccandone minuscoli pezzi che si porta alla bocca con eleganza. Lui tiene le mani nelle tasche del giaccone e si dondola sui talloni, le orecchie rosse per il riscaldamento e forse l’emozione. È più alto di lei ma sembra più piccolo. Lei gli sorride padrona della situazione, con l’aria di chi sta valutando una possibilità.

“Eh così, stasera stacchi alle sette, giusto?”

“Sì, ho un colore alle cinque. Poi ho finito”

“Ah, ecco, bene. E poi che fai? No, intendo, stasera…magari si potrebbe andare a bere qualcosa, o a mangiare, come preferisci tu”

“Non so, forse potremmo…”

“Mira, Sofia
Sin tu mirada, sigo
Sin tu mirada, sigo
Sé que solo, sé que ya no soy oy oy”

La suoneria di un cellulare, proviene dalla tasca del ragazzo che farfuglia delle scuse alla ragazza e si affretta a rispondere.

“Pronto? Sì, sì, ci sono. No, stavo facendo colazione…sì che l’ho già fatta a casa ma mi andava un caffè. Come dici? Sì, come vuoi tu. No, ho detto come vuoi tu, è uguale! Non insister…ok ok va bene, fammela al sugo la pasta, mamma”

E così dicendo chiude la comunicazione e ogni speranza di una bella serata con la giovane parrucchiera. Che con gesti secchi spolvera le ultime briciole di brioche dal cappotto e si sistema la borsa. Saluta il ragazzo con una pacca sulla spalla, segno inequivocabile che quel caffè insieme sarà l’esperienza più intima che gli concederà. E lui rimane lì, col caffè in mano e una canzonetta estiva nella tasca.

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Quiz

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“Ragazzi! Un po’ di attenzione che facciamo un bel gioco”

“Un bastimento carico carico? Le storie matte? Un giro di poker?”

“Poker? Piccola, ma che dici? Che compagnie frequenti? Comunque no. È un giochino che gira su Facebook. Io ci faccio una serie di domande e voi rispondete, capito?”

“Un’intervista?”

“Un interrogatorio”

“Una noia,mother”

“Oh, bravi, che entusiasmo. Cominciamo: qual è la cosa che dico sempre?”

“Pronto”

“In che senso scusa?”

“Dici pronto quando rispondi al telefono, no? Ce l’hai sempre in mano, poi però ti lamenti che io lo uso troppo e…”

“Va beve va bene basta così. Passiamo alla prossima. Cosa mi rende felice?”

“Io lo so! Io lo so! Quando ci sono le offerte speciali al supermercato”

“Ma come? Non vi viene in mente altro? Che mestizia”

“Anche quando non abbiamo compiti il sabato e la domenica e si può dormire la mattina”

“Andiamo avanti che è meglio. Quanto sono alta?”

“Ahahahaahahahahah! Alta?? Ahahahaha”

“Passiamo oltre. Quanti anni ho?”

“Quarantatré”

“No, sono quarantadue”

“Mamma, tra poco è il tuo compleanno. Tanto vale che cominci ad abituarti. Lo sai che la mamma di Sibilla ha compiuto trentadue anni? Che fortuna una mamma giovane…”

“Basta così. La mamma di Sibilla va in giro vestita come la figlia undicenne, solo con vestiti di cinque taglie più grandi. Sai che meraviglia. Ultima domanda, concentrati. Cosa mi piace tanto fare?”

“Questa è facile. Lavare, stirare e spolverare”

“Cosa??!!??”

“Ahahahah ci sei cascata. Ti piace scrivere, di noi”

Una quarantaquattrenne bassa con una dipendenza da cellulare, che va in estasi davanti alle offerte speciali all’ipermercato, ecco l’idea che di me hanno i miei figli. Forse era meglio giocare a poker.

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Prime volte

pag10-copia-e1428671945313La palla è stata lanciata alta sopra le teste dei giocatori mentre il primo attesissimo fischio d’inizio metteva a tacere le voci intorno. Per quaranta lunghissimi minuti è stato tutto un correre e un fischiare, tra un fallo e un tiro libero, dentro una divisa seria e di qualche taglia di troppo. Il primogenito ha scelto una domenica mattina piovosa, in una palestra non troppo lontana, per dare inizio alla carriera di arbitro di pallacanestro. Con lui l’amico di sempre, che condivide col preadolescente la passione per questo sport, la squadra di appartenenza e l’altezza. Si sono stretti la mano un momento prima del fischio d’inizio, preoccupati, tesi ed emozionati. In campo dieci altissimi adolescenti in canotta e calzoncini, sugli spalti genitori e parenti dei giocatori pronti a sfidarsi. Poco distanti due donne, dall’aria serena e innocua. Una dai capelli castani dal taglio sbarazzino, l’altra con una disordinata chioma rossa. Nessuno sarebbe stato capace di capire per quale delle due squadre tifassero. Perché loro, in realtà, erano le mamme dei due arbitri esordienti. La più saggia delle due per stemperare l’ansia aveva portato con sé il kit per fare la maglia, ma è stato chiaro dopo qualche azione che i ferri da maglia sarebbero serviti per minacciare il signore dalla giacca rossa in ultima fila, particolarmente polemico con l’arbitraggio. La partita si è conclusa con una vittoria schiacciante, nessuno spargimento di sangue e pure un applauso per i giovanissimi arbitri.
Una volta si aspettava fuori l’arbitro dopo la partita. Ora bisogna temere le loro madri che ti aspettano fuori.

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In malattia

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Il gatto acciambellato ai piedi del letto, il respiro pesante, le zampe che si muovono nel sogno. La casa silenziosa e immobile, il pigiama ancora indosso alle due del pomeriggio. La stanchezza che si fa sfinimento, il sonno incoercibile. La pioggia sui vetri, il fazzoletto nella manica del maglione che fa subito nonna. I brividi e la debolezza, l’inappetenza e il tè caldo sul comodino. I capelli ingarbugliati e il naso rosso. I bambini silenziosi sulla soglia della camera che litigano per chi deve rimboccare le coperte alla mamma. L’immobilità contro la frenesia, il fare nulla in un mondo di corsa, la testa pesante e i pensieri leggeri. Avere gli occhi troppo stanchi sia per leggere che per scrivere. Fermarsi dopo una lunga corsa, l’inattitudine alla calma e l’incapacità di mollare le redini. L’impazienza di guarire, la pazienza che serve per stare meglio. L’influenza arriva così, a dirti che forse hai già fatto abbastanza, a insegnarti che non tutto può essere controllato e che non si deve per forza arrivare dappertutto. A mostrarti che non crolla il mondo se si salta un allenamento di pallavolo o se la piccola viene accompagnata a scuola dalla vicina di casa. Chiedere aiuto è una virtù, non certo una debolezza. Io lo sto imparando, anche se con un po’ di ritardo.

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Il mio nome è Bond, Mamma Bond

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“Ciao, io sono Mattia. Ho cinque anni e la mia mamma che si chiama Concetta ne ha trentatré, come dice il dottore quando ti ascolta la schiena. Il papà Giuseppe adesso è a lavorare perché guida i camion che vanno lontano lontano lontano e torna il sabato pomeriggio. Io faccio nuoto ma mi fa schifo perché voglio andare a calcio ma la mamma adesso non mi lascia. Ma poi io ci vado e divento fortissimo. Mia sorella Lucia non gioca a niente perché ha quattordici anni e si colora le unghie mentre ascolta la musica sul cellulare e la mamma le grida di studiare che sennò la bocciano ancora. Anche la mamma si colora ma non le unghie,si fa i capelli gialli quando viene la zia Sabrina e le mette una specie di crema che puzza sulla testa, e tutti i capelli della mamma diventano gialli come i Simpson. Io li guardo a casa di mio cugino perché la mamma non vuole. Però mia nonna fa le polpette al sugo più buone di tutto il mondo e anche l’universo. Tu sei brava a fare le polpette?”

“Mattia? Ora basta per carità che devo pagare la spesa. Mi scusi signora, ha troppa fantasia il bambino”

Dice la signora alla cassa, coi capelli gialli e la tessera fedeltà del supermercato in mano.
Eh no, mia cara signora, altro che fantasia.
I figli sono un confessionale a cielo aperto, un grande fratello casalingo, dei portatori sani di vergogna. Sono la finestra lasciata aperta d’estate, la telefonata che non hai chiuso bene, lo spioncino della vicina. Il concetto di privacy gli è estraneo tanto quello di igiene personale a un adolescente. Bisogna imparare a vivere così, circospetti e con le spalle coperte, come un agente segreto.
Se ne faccia una ragione, è meglio.

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Aggiornamenti

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E per l’allegra rubrica “dimmi di che morte devo morire” dedicata a genitori, parenti e chi a vario titolo si interfaccia col mondo di bambini e ragazzi, ecco un breve ma esaustivo aggiornamento sulle mode del momento tra i giovanissimi. Non sarà un campione statistico significativo ma se Piaget ha costruito teorie pedagogiche osservando i suoi tre figli, posso provare anche io a generalizzare un po’.

“Io non pago affitto, io non faccio operaio” intrigante motivetto di Bello Figo, giovane rapper di origine ghanese che il primogenito ascolta con le cuffiette, ballando in giro per casa.

Cicciogamer89, gamer da un milione e settecentomila iscritti al suo canale YouTube. Il simpatico Ciccio posta a ritmo sostenuto video dei giochi più famosi, apre bauli magici con la stessa frequenza con cui gli altri si lavano i denti, concede dirette record fino a ventiquattro ore consecutive. Sostenuto da montagne di like e fidi seguaci.

“Messo/a via!” Simpatico intercalare utilizzato in maniera indiscriminata verso coetanei, adulti e bambini. Sta a indicare di avere avuto l’ultima parola in una discussione, avere ragione e saperne di più. Poche altre espressioni generano la stessa irritazione in chi la ascolta.

“Me contro te” giovane coppia di ragazzi, fidanzati nella vita e youtuber sullo schermo, che dilettano il giovanissimo pubblico con imperdibili video di ordinaria quotidianità. Cosa succede in cucina se fai sciogliere un’aspirina nella coca cola, assaggi al buio di cibi improbabili, come fare la neve in casa. Un canale youtube da ottocentomila iscritti, di cui due sono figli miei.

“Buongiorno gente, questa è una rapina!
io sono l’ultima persona che vedrete nella vita
a meno che non vi mettete faccia a terra a pecorina
e sarà tutto rapido e indolore come una sveltina!” Parola di Giulio Elia, alias Lowlow, giovanissimo rapper che ha fatto dei temi sociali la sua cifra stilistica.
“Mother, non capisci, è una canzone contro il bullismo”

Sarà anche vero, che non capisco. Ma io ero rimasta al Bullo Citrullo, abbiate pazienza.

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AAA

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La stampante che stampa dodici pagine della ricerca su Giuseppe Verdi ogni volta che viene accesa.

Il Wi-Fi che appare e scompare durante la delirante operazione on line per l’iscrizione del figlio maggiore alla scuola superiore.

Il gatto che fissa con insistenza l’angolo sinistro della mia stanza, ogni tanto un miagolio, quasi stesse conversando con qualcuno che nessun’altro vede.

Le lampadine di tutti agli abat-jour fulminate nel giro di due sere, causando panico diffuso poco prima della buonanotte.

Il telefono che dopo il backup ha arbitrariamente eliminato una settimana di messaggi, mail, telefonate, foto e quant’altro tanto da farmi dubitare seriamente che siano mai esistiti.

Le pastiglie effervescenti per il raffreddore che non si sciolgono.

Il microonde impostato per scaldare un tè che decide in autonomia un tempo minimo di venticinque minuti, quando nemmeno Edward mani di forbice riuscirebbe a tirare fuori la tazza.

Il primogenito che per un intero pomeriggio rimane in casa, pur non essendo in punizione.

La mezzana che studia storia spontaneamente la domenica pomeriggio.

I pacchi di merendine scomparse e il vasetto di Nutella da quattrocento cinquanta grammi svuotato, ma in questo caso qualche idea ce l’ho.

Urge l’intervento di uno specialista. Cercasi esorcista serio, motivato e automunito. Astenersi perditempo

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Scacco

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Lo sguardo serio, fisso e concentrato. Gli occhi allungati da un cromosoma in più dietro due lenti coperte di ditate su una montatura rossa, come le sue guance e il maglione che indossa. La lingua sul labbro nel momento di massima concentrazione, le briciole di brioche sul naso. Abbandonati sul lungo tavolo di legno i resti di una abbondante colazione, un bicchiere di succo vuoto e una scacchiera. Accanto una mano che tamburella nervosa, del giovane uomo seduto di fronte al bambino. I capelli scuri ondulati a coprire il colletto della camicia a quadri, un bracciale di corda etnico sul polso. E una sedia a rotelle dalle ruote colorate. C’è brusio nel bar del centro, il tintinnare dei cucchiaini che mescolano lo zucchero nel caffè, il soffio del vapore nella cuccuma per il cappuccino, le notifiche dei cellulari, le chiacchiere mattutine. C’è silenzio e concentrazione al tavolo della scacchiera. La luce entra dalle vetrate in ampi fasci, di quelli che fanno danzare la polvere e illuminare i sorrisi.
Il bambino si gratta la punta del naso, e lentamente fa la sua mossa.

“Scacco! Scacco matto! Ho vinto!”

“Ancora? Non è possibile, mi arrendo”

“E allora la colazione la paghi tu”

“Perché, tu avresti mai potuto pagarla?”

“No, ma così è più buona”

La diversità, a volte, è solo una differente normalità.

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And the winner is…

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“Mami, indovina un po’? Ho deciso cosa farò da grande!”

“Uh che bello piccola! Dai, siediti qui accanto a me e racconta”

“Pronta? Voglio fare…la mamma!”

“Ah. Urca, che bel proposito”

“Ma io non voglio essere una mamma qualunque. Io voglio essere te”

“Oh amore, che bello. Che cosa dolce mi dici. Sei un tesoro”

“Sì, voglio essere bella, intelligente, capace, simpatica e dolce. Voglio anche i capelli rossi”

“Piccola, sei seria? No perché è tutto bellissimo ma sai, così mi metti un po’ d’ansia”

“Sono serissima, certo. Ho forse la faccia di una che non è seria? Eh? Io non sto mentendo. Io voglio essere esattamente come te, con tre figli e un cane”

“Ma noi non abbiamo il cane”

“Appunto! Non vedi come ci starebbe bene?”

“Piccola, quindi era tutta una manovra per convincermi a prendere il cane???”

“Ma noooo mami che dici? Io le penso davvero tutte queste cose belle di te. Adesso però scusa ma vado in camera a fare i compiti. Ciao”

“Frateeeelliiiiii! Niente da fare!! Non ci è cascata!”

L’Oscar, il David di Donatello, la Coppa Volpi. Se le merita di diritto. Insieme a due sculacciate, però.

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