Ancora 48 ore

In ordine sparso e sparpagliato.
Il figlio maggiore che da bravo mago ora c’è e un attimo dopo non c’è più perché è al campetto, in palestra, con gli amici, con le carte, il cellulare, il vicino, i video, i pensieri.
La mezzana che gioca a pallavolo ininterrottamente, tra un campionato e una coppa, in palazzetti sconosciuti mai più vicini di venti chilometri da casa, come se non ci fosse un domani. Che è proprio quello che vorrebbe non avendo studiato storia, la cui interrogazione è prevista proprio domani.
La piccola e appassionata ginnasta sempre al contrario, nel tentativo di prodursi in una verticale perfetta. Tanta tenacia e un tale accanimento non si vedevano dai tempi dell’invasione della Polonia.

Meglio starle alle larga. Bene che ti vada passandole accanto prenderai un piede sulla faccia, male tutta la sua frustrazione per non esserci riuscita.

Io che impasto la pizza senza saperlo fare e che mi sento dire “brava mamma, dovresti partecipare a Masterchef speciale pasta in bianco” e vado in giro per tutta la mattina del primo aprile con un post it sulla schiena “prendimi a calci”. Che gioco con la piccola e la sua nuova casa delle bambole, anche se mi offre solo la parte della mamma cattiva. Che corro e incastro, che voglio leggere un libro ma non ricordo dove l’ho messo, che ho sequestrato il cellulare della mezzana dimenticando dove l’ho nascosto. E poi il luna park, gli amici e i compiti.
Quante cose stanno dentro a quarantotto ore.

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Blond ambition

“Mamma, mi voglio schiarire i capelli”
“Come amore? Vuoi tagliare i capelli? Va bene, hai già in mente un taglio?”
“Non ho detto tagliare mamma, ho detto schiarire”
“Eh? A me sembrano già abbastanza chiari, non credi?”
“Mamma, sono castana”
“Castano chiaro, su. E poi quando andiamo al mare si schiariscono da soli, che ti vengono quelle belle meches tutte naturali..”
“Mamma, siamo a marzo”
“Ma guarda che bel sole c’è fuori! Vai a giocare un po’ giù, così si comincia a schiarirli”
“Mamma, mi stai dicendo di no?”
“Non proprio. Ti sto dicendo che li schiariremo con metodi naturali”
“Mamma, lo fanno tutti!”
“Ecco, appunto”
“Una mia compagna si mette il mascara. L’altra lo smalto rosso semipermanente. Un’altra ancora ha sei buchi alle orecchie. E io?”
“Un gran bel faccino e le orecchie ancora intere, direi”
“Mamma!!!!”
La ragazza cresce e non posso più fare finta di niente. Il mondo cambia e non è giusto fare paragoni con la me stessa undicenne, che a tutto pensava fuorché bucherellarsi le orecchie come un groviera o cambiare colore ai capelli. Bisogna adeguarsi ai tempi e ai cambiamenti. Detto ciò, vado a comprare lo shampoo alla camomilla, la massima trasgressione che per ora permetterò.

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Tutto il resto è noia


La sagra della patata, della luganega e del polpo fritto. Il giro sull’asinello, sul pony e il dromedario. Il laboratorio del riciclo, lo spettacolo di teatro, quello di bolle di sapone. La giornata in piazza, la serata di canto, il pomeriggio di merenda. Il closlieu per dipingere, il tour didattico in fattoria, la lezione di giardinaggio, i gonfiabili. La festa del paese, il sottomarino in vacanza, le giostre la domenica. Il museo, il planetario e il traghetto. L’aereo, la funicolare e il metrò. Il mare e la montagna, la collina e la campagna. I pic nic nel parco, la biblioteca, la mostra di quadri. La caccia al tesoro, la piscina e il giro del lago in bicicletta. Lo snorkeling sulla barriera corallina, il panorama dalla torre Eiffel, il tramonto sul Colosseo. 

Il cinema e il parco divertimenti, le montagne russe e il parco avventura. I daini e le mante, i delfini e le giraffe. Gli sci e le infradito, gli scarponi e le scarpette da ballo. La cerimonia e la sfilata, il torneo e il concerto.

E dopo tutto questo e molto altro “mamma, a casa nostra non si fa mai niente”

Da domani si lava, si stira e si ricama. Chissà mai che ci si diverta di più.

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Virilità 


Cuore del paese. Mezza mattina, quando i bambini grandi sono a scuola e i piccini all’asilo, e la piazza è popolata di bimbi nel passeggino che fanno i primi passi, il più delle volte per mano ai nonni. Fai un sorriso che facciamo una foto e la mandiamo a mamma che sta al lavoro, scendi dallo scivolo che non passa più nessuno, la scaletta non è solo tua, vuoi giocare con il bimbo, guarda che questo è l’ultimo giro e poi si va.Le frasi di sempre nel microcosmo del parco giochi. Un nonno che spinge sull’altalena una bimba bionda e riccioluta, più grandicella, che chissà perché non è a scuola.
“Nonno, ancora! Più su!”
“Camilla sei già in alto! Più di così non si può”
“Sì invece, fino al cielo nonno! Forza!”
“Camilla amore lascia stare a nonno che non ce la fa più”
“Ma dai nonnino, sono solo millemila minuti che mi spingi!”
“Ma il nonno non tiene più forze per spingere, non funzionano più le braccia”
“Camilla, ascolta a nonna. Al nonno non funziona più niente, credi a me. Purtroppo”
Dice una pingue e anziana signora seduta su una panchina assolata, scuotendo con forza la testa e i riccioli permanentati.
Per lo stupore e lo sgomento l’anziano e fiacco nonno quasi si prende il seggiolino di ritorno sui denti. Lo sguardo torvo rivolto alla moglie per un attimo lascia il dubbio che voglia strangolarla con la catena dell’altalena. E invece, colpito nell’orgoglio, comincia a spingere sempre più forte la nipotina, che lancia gridolini di gioia a ogni dondolata, guadagnandosi il rispetto di tutti gli under tre del parchetto.

Tra moglie e marito, si sa, non mettere il dito. E tantomeno un’altalena.

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Tre cose

pag10-copia-e1428671945313Ci sono tre cose che ti vengono particolarmente bene con me, caro il mio primogenito preadolescente.

La prima è farmi ridere, spesso. Di una risata di pancia che ti lascia quella bella sensazione addosso. Mi fai ridere perché riconosco la mia impronta nella tua ironia, perché sei pungente senza fare male, comico quanto basta per scacciare la tristezza, a parte quando coi tuoi amici vi divertite a fare le scoregge con le ascelle.

La seconda è farmi perdere la calma, la trebisonda e il buon senso quando entri in modalità oppositiva e per farti uscire servirebbero legnate ripetute. Quando mi sfidi, con lo sguardo e le parole. Quando sei sarcastico con la mezzana e prepotente con la piccola, quando diventi supponente e irriverente.

La terza è l’onda di orgoglio che mi travolge in certe occasioni, che mi fa piangere, sorridere e aprire la coda da pavone. Che mi fa esclamare ad alta voce “quello è figlio mio!” a chiunque abbia voglia di starmi ad ascoltare. Che mi fa dimenticare le notti insonni di quand’eri neonato e l’istinto omicida quando mostri il tuo lato oscuro.

Questa domenica è stata la volta della coda di pavone, ragazzo mio adorato. Vederti lì, sul parquet lucidato di un palazzetto gremito, con la divisa bianca e nera sempre troppo grande, a dare il fischio d’inizio per la nostra squadra di serie A. Nello stesso palazzetto dove il mio papà mi portava la domenica pomeriggio a fare il tifo. Oggi sono qui a fare il tifo per te, col pensiero a quel nonno in cielo, con la sciarpa biancorossa che incita gridando il suo primo nipote. E il suo orgoglio si sente fino agli spalti quaggiù.

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Tutto e il contrario di tutto

pag10-copia-e1428671945313Il fine settimana dovrebbe essere di norma dedicato al riposo, alla calma, i pensieri pigri e il divano. A meno che non si scelga più o meno consapevolmente di fare tre figli e soprattutto di iscriverli ad altrettanti sport.
I miei fine settimana sono diventati dunque rilassanti e semplici come indovinare gli algoritmi del cubo di Rubik bendati. Un incastro impossibile di tornei, gare, partite e arbitraggi che come minimo necessiterebbe il carisma della bilocazione. Carisma che ancora mi manca, nonostante il martirio di certe giornate. L’impeccabile organizzazione del sabato pomeriggio prevedeva dunque che la figlia mezzana, pallavolista, fosse accompagnata alla partita di campionato dalla sua generosa allenatrice. Così è stato e io sono riuscita a rientrare a casa nel tempo necessario. Necessario ad accorgermi che i pantaloni della divisa della giovane atleta giacevano stropicciati sul divano. Il primo pensiero è stato di preoccupazione, che non potesse giocare la partita. Il secondo che purtroppo è una lezione da imparare, alla sua età. Bisogna essere responsabili delle proprie e cose e prestare attenzione nel preparare la borsa della partita, la cartella per la scuola, lo zaino di ginnastica. Si impara così, e la volta successiva, memori dello sbaglio, non ci si dimentica più. A tutto questo pensavo, mentre sfrecciavo a tutta velocità sulla provinciale a venti chilometri da casa mia, coi calzoncini blu della divisa appoggiati sul sedile accanto. A questo pensavo, mentre entravo trafelata in un centro sportivo sconosciuto, giusto in tempo per vedere la figlia mezzana sotto rete, con un bel paio di calzoncini blu indosso, gentilmente prestati da una compagna di squadra.
Morale: chi non ha testa, abbia una madre pedagogista.

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Mattine così

pag10-copia-e1428671945313Sulla tavola le tazze della colazione, le briciole di biscotti sul pavimento, le macchie di succo arancione sulla tovaglia. La caffettiera vuota sul gas. Il gatto che annusa il profumo di dolce nell’aria viziata della cucina.
Le emozioni disordinate nell’anima, briciole di intuizione che affiorano.
I letti sfatti, ancora caldi, le coperte cadute e i cuscini spostati, con ancora attaccati i sogni della notte appena trascorsa.
I pensieri aggrovigliati da riordinare, l’aria fresca da fare entrare.
Gli spazzolini da denti appoggiati in bilico sul bordo del lavandino, il dentifricio al gusto fragola lasciato aperto, qualche goccia rosa che cola piano. La spazzola abbandonata sulla lavatrice, accanto al contenitore di elastici da cui sbuca una molletta di farfalle.
Le parole del giorno da ricordare, il silenzio indaffarato che tutto pervade.
Le scarpe spaiate sul terrazzo, in attesa dei giusti piedi. Le idee sparse nella mente, tutte da riordinare.
I panni da stendere come le intenzioni da mantenere.
Un cassetto lasciato aperto dalla ricerca ritardataria di una penna blu, una gomma piatta, un righello dimenticato.
I sogni, che se stanno nel cassetto si rischia di non trovarli più.
Il caricatore nella presa senza il cellulare, la marmellata che si appiccica come certe paure. La pioggia che batte, l’ansia che bussa.

La verità è che c’è sempre qualcosa da sistemare. I panni e i pensieri, i piatti e le emozioni. E alla fine, bisogna aprire la porta e cominciare.

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Percorsi alternativi

pag10-copia-e1428671945313“E poi siamo andate dalla nonna e il gatto non sai cosa ha combinato…”

“Quando?”

“Quando? Sabato, non ti ricordi?”

“Quando te l’ho chiesto!! Ahahaha messa via!”

“Ma come? La pasta al ragù? Lo sai che quando torno da allenamento mangio solo pasta al pesto”

“Cosa? E questi secondo te sarebbero pantaloni? Non li metterò mai. Mi prenderebbero tutti in giro. Io voglio quelli che hanno al negozio in centro. Ah, dobbiamo comprare le scarpe nuove, quelle fighissime per giocare a pallacanestro”

“Tutti i miei amici fanno viaggi bellissimi. Tutti i miei amici hanno genitori meravigliosi. Tutti i miei amici indossano vestiti firmati”

“Ciao, io esco. Come, non posso? Sì, lo so che sono appena rientrato, e quindi? Cosa sono, un prigioniero? Come sarebbe, sì??”

“Tu non capisci”

Ora. È vero che ho studiato, imparato e sperimentato il funzionamento dei ragazzi in crescita. È indubbio che sono una donna ottimista sempre pronta a cercare il bello. È certo che sono pacifica e contro ogni forma di violenza. Perché può anche darsi che questa vis polemica sfoci un domani in una brillante carriera politica. Che tanta pervicace ostinazione spalanchi le porte del mondo del lavoro. Che tale reiterata protervia renda la vita meno faticosa. Ma oggi, tra un figlio adolescente, una figlia preadolescente e una piccola che vien su per imitazione dei fratelli, nonostante lo spirito di Gandhi mi cammini accanto, sto rivalutando percorsi pedagogici alternativi.
Tipo l’abbandono di minore.

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Memoria esaurita

pag10-copia-e1428671945313Cristina si alza come ogni mattina, presto. Tutti dormono e lei, che la sera prima si è preparata i vestiti sulla sedia, si sposta silenziosamente in bagno. Non vuole che i suoi movimenti sveglino qualcuno, per preservare uno spazio vuoto di tutti prima che la giornata cominci. Si accorge di aver dimenticato le calze. Ricontrolla, è sicura di averle prese, erano quelle nere appena comprate. Non le trova. Rifà la strada al contrario, dal bagno alla stanza, magari sono cadute. Niente. Sembra che le calze siano scomparse. Arresa, torna in camera a prenderne un altro paio, si sta facendo tardi. Apre il cassetto che cigola sempre un po’, la luce spenta, a tentoni trova quello che cerca. Si siede per metterle, il cane accanto che dorme ancora. E si accorge di avere già indosso le calze nere scomparse.

Sandra esce dal lavoro con un po’ di ritardo, una telefonata l’ha trattenuta anche se ha cercato in ogni modo di concluderla in fretta. Al mercoledì c’è mercato e sa che ci vorrà un po’ di più per arrivare a scuola. Sale in macchina di corsa lanciando sul sedile accanto borsa e giacca, perché a metà giornata fa già un gran caldo. Accende la macchina e la spia arancione le ricorda di essere in riserva già dalla mattina, quando si è fermata fuori da scuola perché la maestra di Giulio voleva parlarle del comportamento di suo figlio. Calcola che se corre un po’ dovrebbe riuscire a fare rifornimento sulla strada del ritorno. Arriva dal benzinaio con un sospiro di sollievo per non essere rimasta a piedi, consegna le chiavi e intanto risponde a una mail di lavoro col cellulare. L’anziano benzinaio le riconsegna le chiavi con un sorriso, lei ricambia distratta, sorride e parte diretta verso la scuola. Senza pagare il pieno di benzina.

L’arrosto è stato scongelato la sera, prima di andare a dormire. Raffaella aveva calcolato che ci sarebbe voluta tutta la notte. La mattina accende il forno mentre beve il primo caffè della giornata, e mette la carne alla giusta temperatura. Sveglia la figlia e la porta all’asilo. Prima di tornare a casa -e all’arrosto- passa dal supermercato per prendere il succo di frutta terminato a colazione. Mentre paga alla cassa fai da te, tenendo in equilibrio bottiglie e tessera fedeltà risponde alla chiamata della scuola materna, che le chiede di andare a prendere la sua bambina ricoperta di puntini rossi. Raffaella recupera la piccola puntinata e si dirige dal pediatra per avere la conferma che l’epidemia di varicella non ha risparmiato la sua bambina. Torna a casa con la figlia in braccio e il talco mentolato in borsa. Ad accoglierla la luce rossa del forno e un arrosto tramutato in cenere.

Lapsus, dimenticanze, vuoti. Memoria insufficiente, spazio esaurito, connessione assente. È il temuto e quanto mai diffuso overbooking materno.

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A modo mio

pag10-copia-e1428671945313Caro nonno,

Stamattina presto abbiamo giocato e vinto, tre set a zero. Ho fatto quindici punti solo con la battuta e sono stata felicissima, anche se l’allenatrice mi ha urlato che devo decidermi a saltare quando schiaccio, perché posso farcela. Io sono la più alta della famiglia, sai? Infatti mio fratello è arrabbiato perché è più basso di me, anche se è nato prima. Ah, lui ha giocato a pallacanestro oggi, ma ha perso. Forse perché ieri sera è andato a dormire all’oratorio coi suoi amici per il raduno, e sono andati a letto alle due di notte! Avrebbe dovuto bersi un caffè per svegliarsi, come fa sempre la mamma, ma non può perché non è abbastanza grande. Però potrebbe avere Facebook, ma la mamma non vuole. La piccola invece non ha nemmeno il cellulare perché va in terza elementare. Io ho dovuto aspettare la prima media e quindi aspetterà anche lei, mi sembra giusto. La mamma dice che fa fatica a capire le nostre litigate perché lei è figlia unica, ma questo già lo sai. A pranzo ero contenta perché abbiamo mangiato la bomba di riso, che è il nostro piatto preferito. La mamma mi ha raccontato che una signora vi ha dato la ricetta durante una vacanza in montagna, quando aveva la mia età. Pensa che nel cassetto delle posate abbiamo ancora il foglio con la ricetta, anche se è un po’ rovinato e sbiadito. Al pomeriggio siamo andati al cinema a vedere la Bella e la bestia, sai che la nonna a casa ha ancora la videocassetta che aveva preso per la mamma? Solo che il videoregistratore non va perché uno di noi da piccolo ci ha infilato dentro qualcosa e l’ha rotto. Non abbiamo mai saputo chi sia stato, ma io sospetto la piccola. Insomma, è stata una gran bella giornata. Credo che la mamma volesse farti gli auguri per la tua festa, nonno. Per quello forse ha cucinato la bomba di riso. Non era triste perché dice che ormai si è abituata. Però io credo che te lo abbia detto, a modo suo, buona festa del papà.

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