E a piovere incominciò

“Mother? Va bene lì, puoi fermarti all’angolo della strada”
“All’angolo? Ma se il parcheggio è vuoto? Andiamo un po’ più in là”
“Madre, tranquilla, faccio quattro passi”
“Quattro passi? È l’alba e c’è il diluvio universale, c’è la grandine e quasi la neve, invece che il pullman per la gita prenderete l’arca di Noè e tu vuoi fare quattro passi? E poi guarda, là in fondo ci sono i tuoi compagni, andiamo, ti tengo sotto il mio ombrello”
“Maria, appunto. Preferirei scendere qui”
“A parte che la devi smettere di chiamarmi con tutti questi nomignoli. Io sono la mamma. Vuoi dire che preferisci camminare sotto l’acqua che farti vedere dai tuoi amici con me?”
“Ehm…”

Meglio la pioggia che la vergogna, a quanto pare. Il preadolescente ha reciso in una mattina buia di pioggia l’ultimo brandello di cordone ombelicale. Lo ha fatto con quel sorriso incantatore, lo stesso che gli ha attraversato la faccia quando aveva solo poche settimane e io meditavo di regalarlo per Natale, dopo giorni di veglia e pianti. Lo stesso sorriso di quando ha perso la mia collana preferita, tagliato i ricci alla sorella mezzana e dato da bere il detersivo liquido alla piccola, consapevole fin dalla più tenera età della magia che nasce da due angoli della bocca tirati verso le orecchie. Lo ha fatto con una rassicurante pacca sulle spalle, come è uso tra vecchi amici. Lo ha fatto sbattendo la portiera e correndo felice sotto una pioggia battente, verso i suoi compagni, la gita, la vita.

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Revolution Baby


“Mamma io non ci sto! Mi ribello!”
“Piccola buongiorno anche a te, vedo che sei scesa dallo scuolabus col piede giusto oggi”
“Non è possibile, questa è una ingiustizia!”
“Vieni che attraversiamo. Mi dici cosa è successo e che ti ha fatto tanto arrabbiare?”
“La gita! La gita! Ti rendi conto che mio fratello -oh ciao piccolo gatto- domani va di nuovo in gita?”
“Aspetta che cerco le chiavi. Ecco. Amore, tuo fratello è in terza media, tu in terza elementare. È normale che si facciano cose diverse. E comunque vai anche tu a fare una bella gita alla fine del mese”
“Sì ma lui è sempre in giro! È un vagabondo! E poi è alle elementari che ci si dovrebbe divertire di più perché siamo piccoli, è un nostro diritto”
“Vai a lavarti le mani e i diritti che è pronto. È vero che lui fa più gite di te, ma deve anche studiare molto di più, ha gli esami quest’anno”
“Studiare? Ma se è sempre in camera a fare magie coi suoi amici? Io per domani devo studiare a memoria la filastrocca di inglese e poi vado pure a catechismo!”
“Il pranzo diventa freddo. A tavola, piccola polemica”
“Guarda! Persino il gatto va in giro più di me. Basta, vado in bagno”
Il piccolo felino alza pigramente la testa. L’idea di uscire non sembra passargli nemmeno per l’anticamera della collottola. Con un occhio aperto osserva la piccola ribelle che si dirige spedita verso il bagno. 

D’altronde, prima di fare la rivoluzione bisogna fare la pipì.

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Sei meno 

Sembra impossibile che una formica sollevi tre volte il proprio peso o che per saltare in alto come una pulce un uomo dovrebbe spiccare un balzo fino al sessantacinquesimo piano di un edificio.E invece no, se pensiamo che dieci chili di bambino in calzoncini possono smuovere montagne, due gambette che escono da un pannolino essere più ostinate del più testardo dei muli. 

Per i piccini il no non è il contrario del sì, ma di on. E quando l’interruttore passa sull’off non si vogliono più mettere i pantaloni coi dinosauri, si pretende di uscire in ciabatte a gennaio e col piumino fucsia a ferragosto. Ci si impunta nella corsia dei giochi del supermercato perché non si può sopravvivere senza la Barbie Sirena, si ulula al parco giochi perché non si vuole lasciare l’altalena, si trattiene il fiato fino a diventare blu per non mangiare gli spinaci.

Ci si nasconde nell’armadio per non andare dal dentista, si lanciano le costruzioni dalla finestra per non riordinare, si trascina il gatto per la coda perché non vuole giocare. Il cucciolo d’uomo sa essere tanto meraviglioso quanto pernicioso, in grado di far implodere una armonia familiare nello spazio di un capriccio. Capace di incrinare un’autostima faticosamente costruita in trent’anni di vita con mezz’ora di urla al parchetto. L’importante è essere madri sufficientemente buone, ci racconta Winnicot dall’alto del suo sapere. Peccato che a scuola ci abbiano insegnato che la sufficienza non è abbastanza, che puoi fare di più ma non ti impegni. E allora ogni buona mamma ce la mette tutta, studia, ripete e ripassa. Va a lezione e a ripetizione, ascolta e prende appunti. E non si sente comunque mai abbastanza. Io, dopo una laurea e un master, mi sa proprio che mi accontento della sufficienza. 

 

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In cinque

“C’è una penna sul tavolo, di chi è?”
“Ma cos’è questo rumore di fondo? Mi pare di sentire delle voci” “è la radio di nonna, dice che fa compagnia”
“Mmmm, buono il polpettone mamma, peccato per la carne che rovina un po’ il sapore dell’aglio”
“Cosa facciamo per cena?” “Pasta al pesto, no?” “Ancora??”
“Ma qui gridate sempre così? Ma il campanello suona senza tregua?”
“No grazie, non ho bisogno. Ho già trovato il supermercato, la chiesa, la farmacia e il parrucchiere. Il mercato, la tabaccheria e la fermata dello scuolabus. Ah, ho raccolto i mughetti nella pista ciclabile”
Ricominciare la convivenza nell’emergenza è facile, proseguirla nella quotidianità stranisce. La nonna è con noi da meno di una settimana e si é già perfettamente integrata in casa e sul territorio. Il mio armadio non è mai stato così in ordine, il piccolo gatto felice come una pasqua per l’abbondanza di coccole, il pane fresco in tavola tutti i giorni. Nel frigorifero ogni cosa ha trovato un posto, in cucina ci sono i fiori appena colti e la sera c’è una voce in più per leggere storie. I bambini sono contenti e io mi ritrovo a fare la figlia oltre che la madre. E, aglio a parte, non è poi così male.

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Rosso fuoco

In principio è stata una fiamma, rossa e ribelle, che un vento fortissimo che spazzava il cielo ha portato nel posto sbagliato. Poi è stato spavento, concitazione, tentativi vani di arginare l’inarginabile. Poi sono arrivati loro, con la divisa colore del fumo e il casco sulla testa, che camminano sui tetti con la disinvoltura dell’uomo ragno e la calma di Gandhi. Che hanno spento le fiamme ma non la paura, lasciando una casa con una voragine vista cielo, la fuliggine sui muri e l’acqua sul pavimento. Lasciando pezzi di vita sparsi qua e là in una forma diversa, deformata dal calore, e un odore pungente che si attacca ai vestiti, sui capelli e nell’anima. Dei libri che non si leggeranno più, le foto con gli angoli accartocciati, l’orologio della cucina fermo sulle sette. La casa avrà bisogno di tempo, lavori e pulizia per tornare quella di prima. La nonna indomita e coraggiosa, sua proprietaria, ha dato comunque quattro giri di chiave alla porta prima di andare via. Con un pigiama in un sacchetto è approdata nella casa dove la aspettavano tre nipoti e due gatti. Pronti per ricominciare.

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Favorisca un documento

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“Ehm…buongiorno”

“Buongiorno signora. Patente e libretto, prego”

“Sì, certo, un attimo che li cerco…no, questa è la ricevuta del parrucchiere…lo scontrino del supermercato…la revisione della caldaia! Ecco dov’era finita!”

“Signora, non abbiamo tutto il giorno”

“Eh? No, certo, signor vigile. Aspetti che dovrebbero essere qui…eccoli!”

“Mi faccia un po’ vedere. Dove correva così di fretta?”

“Al lavoro, ma non andavo troppo veloce”

“Signora, la vede quella macchinetta lì? Lei dice un’altra cosa”

“No, guardi, posso spiegare. Ero un po’ in ritardo, non c’era nessuno…ma io sono sempre molto prudente, davvero”

“Vabbè, per questa volta…certo che se sarebbe andata più piano…”

“Fossi”

“Come?”

“No, niente, mi scusi”

“Scenda dalla macchina, su”

Lezione numero uno. Mai correggere o contraddire le forze dell’ordine e mordersi la lingua quando la solita grammar nazi fa capolino. Per la cronaca non sono stata arrestata nonostante la mia guida spericolata, la mia linguaccia e il bizzarro contenuto del baule della mia auto.

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Va’ dove ti porta il treno

pag10-copia-e1428671945313La sveglia è suonata implacabile e incorruttibile alle quattro e zero zero della notte, ché mattino ancora non si può chiamare, interrompendo un gran bel sogno di cui non mi pare opportuno raccontare. Fuori la Pasquetta era lì ad aspettarci, insolitamente fredda e giustamente buia, molto buia, forse perché mi ero dimenticata di accendere i fari della macchina. Alla stazione eravamo più di duecento, tra ragazzini in calzoni corti e genitori con sciarpa e piumino. Le mamme insieme, in cerchio e con le mani in tasca. A confrontarsi sull’abbigliamento “ma il tuo ha la giacca con le maniche lunghe o corte?”, sulla valigia “zaino o trolley? Ah, nel dubbio gli ho dato tutti e due”, sui mezzi di trasporto “ma va proprio tanto veloce il freccia rossa? Ma poi prendono anche la metropolitana?”, sulle paure, le stesse di quando erano all’asilo e prendevano lo scuolabus per andare alla fattoria “si perderanno? Mangeranno? Avranno fame, sete, sonno, nostalgia?”. Ma anche paure nuove, figlie di un mondo tanto bello quanto imprevedibile .
Il primogenito è partito alla volta della capitale con uno zaino più grosso di lui sulle spalle e i suoi amici intorno, con un pranzo al sacco, pigiama e magliette oltre a un invidiabile entusiasmo e voglia di andare.
E allora vai, ragazzo mio quasi grande. Vai e goditi l’avventura, che ci penso io a custodire la paura.

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43

Il tredici aprile sono nati Caterina de’ medici, Samuel Beckett, Thomas Jefferson e Jacques Lacane. Ma anche un’attrice pornografica polacca, un calciatore sud coreano, un cestista serbo, un modello giapponese, un rugbista argentino, un rapper statunitense, un pallavolista bulgaro, un hockeista su ghiaccio ucraino, una sciatrice alpina italiana, un calciatore panamense. Oltre a un sacco di altre persone. I nati il tredici aprile nell’oroscopo cinese sono tigri, in quello Maya cani, in quello nostrano arieti. Insomma, quadrupedi a qualsiasi latitudine. I nati il tredici aprile sono egoisti ma altruisti, generosi ma avari, coraggiosi ma pavidi, impulsivi ma riflessivi.

E poi ci sono io, che amo le storie rubate nelle corsie dei supermercati, che al casello dell’autostrada pago con le monetine per fare quattro chiacchiere col casellante, che in casa perdono disordini e urla ma combatto per i congiuntivi.

Che sono nata il tredici aprile.

E allora benvenuto, numero quarantatré.

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Lo so

Lo so che non è semplice tenere dentro undici anni in centosessantacinque centimetri, in bilico su un quaranta di piede.Lo so che è faticoso nascere e crescere schiacciati come la sottiletta dei toast tra un primogenito saccente e una piccola esuberante.

Lo so che è complicato imparare a conoscersi e riconoscersi in un mondo che corre più veloce della banda larga, dove tutto sembra facile, immediato e divertente.

Lo so che non è normale amare la scuola alla tua età, che è più piacevole ascoltare la musica nelle cuffie che le prediche della mamma nelle orecchie.

Lo so che ti guardi in giro curiosa, che vuoi andare da sola ma corri perché insieme alla libertà arriva anche la paura.

Lo so che il tuo peluche preferito non è più vicino al cuscino ma ai piedi del letto.

Lo so che ci sono le amiche, la pallavolo e la squadra. Che ci sono i ragazzini.

Lo so perché ti guardo, ti vedo e ti osservo, sempre incantata da vederti tanto simile a me, ma più bella.

Lo so che la somiglianza confonde ma l’amore distingue, e io ho il privilegio di conoscerti e scoprirti.

Io la vedo, la fiammella dentro di te. Ancora non sappiamo per cosa si accenderà. Ma io sono qui a custodirla, a tenerle le mani intorno per proteggerla dalle turbolenze e dalle vacuità di questo momento di crescita, dagli acquazzoni dell’adolescenza e dalle trasformazioni dell’età.

Lo so e sono qui apposta, mezzana del mio cuore.

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Gente di poca fede

Sedute su un gradino appena fuori casa, a godersi pigramente il sole di un pomeriggio di aprile sulla faccia. Lei, la vicina-amica un po’ affaticata da una pancia rotonda e gioiosa e io, rilassata a fianco a lei. Intorno a noi un numero imprecisato di bambini, alcuni nostri e altri no che giocano, corrono, vanno in bici e scavano buche. Col passo felpato del felino predatore si fanno avanti due signori dall’abbigliamento serioso e fuori moda, con una valigetta in mano. Il più anziano dei due si presenta subito come Luciano, il portatore di luce. Nomen omen, insomma, come si ostina a spiegare al più piccolo dei bimbi presenti, che ignaro del tentativo di conversione continua a zappettare con la sua paletta.L’anziano predicatore rivolge quindi la sua attenzione a noi due, tutte prese da questioni esistenziali quali “abbronzerà già il sole in questa stagione?” e si complimenta per la pancia e il suo contenuto.
“I figli sono doni del Signore, sia lode all’uomo che compie quest’opera”
“Ehm, veramente la compie la donna”
“Eh no signora cara! È l’uomo, il maschio, che tira le frecce dalla sua faretra! Tanto onore all’uomo con tante frecce”
“Guardi, meglio non inoltrarsi in questa strada pericolosa, mi creda”
“Ma è l’uomo che…”
Il pomeriggio è proseguito rilassato e caldo, tra giochi e chiacchiere. Il buon signor Luciano ha rischiato di incontrare prematuramente la luce sotto i colpi di una paletta. Mai disturbare due mamme al sole.

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