“Oh Barbara, beata te, che hai tanto tempo per scrivere! Ah, potessi avrei già scritto un romanzo. Ma io sono un uomo perennemente impegnato. Paolo”

Eh già caro Paolo, beata me. 

Che ho tanto tempo. 

Il tempo delle attese fuori dal palazzetto e dalla palestra di ginnastica artistica, una scuola elementare e una media, dentro lo studio del pediatra, del dentista, dell’otorino e del dermatologo. 

Alla fermata dello scuolabus, in un piazzale per il ritorno di una gita, dietro un vetro durante una lezione di nuoto. Seduta su una panchina al parco giochi, in cucina mentre giro il risotto, al lavoro quando non guarda nessuno.

La sera a casa quando la cacofonia diventa sinfonia: nel silenzio.

Beata me, che accosto nel primo posto utile quando mi prende l’urgenza di scrivere, quando una serie di parole si combinano nella mente e so che le devo ancorare su un foglio per non farle volare via.

Quando mi suonano al semaforo perché non mi sono accorta del verde.

Beata me, che uso ogni momento utile per scrivere e raccontare, sbagliare e cancellare.

Beata me, che ogni tanto mi preoccupo che finiscano le parole, poi sto nel mondo e le storie e le persone arrivano insieme.

Beata me, che un romanzo ancora non ce l’ho ma chissà.

Il tempo di un giorno è lo stesso per tutti, caro Paolo.

La verità è che scegliamo noi come riempirlo.

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Basta poco

Una mattina inondata di luce e un cielo azzurro a dirti che sì, forse il peggio è passato.Sentirsi leggeri uscendo di casa senza giacca, a parte la piccola che sale sullo scuolabus bardata come a gennaio e scende con un look da villaggio vacanze.

Una corsa in centro dal cartolaio, che ti sorride sornione mentre si dibatte se il quaderno a righe di terza sia meglio con o senza il margine. 

Un caffè veloce al bar, dove il proprietario che ti conosce da anni ti scambia da sempre per un’altra persona, facendo riferimento a fatti, luoghi o persone di cui tu non sai nulla.

L’incontro sul marciapiede con l’amica in maniche corte come i suoi capelli, a parlare di estate e progetti.

Gli occhiali da sole finalmente utili, da sollevare sopra la testa a ogni incrocio di persone conosciute per un saluto veloce.

La premura che non è fretta ma cura, nello scegliere qualcosa di buono da mangiare per il pranzo.

Il profumo della panetteria che ti trascina indietro come il canto delle sirene, consapevole di quanto sia inutile combattere con un simile richiamo.

Il postino che non ti deve lasciare niente ma si ferma per dirti che c’è proprio un bel sole, sembra quasi estate.

A volte basta poco, per sentirsi a casa.

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La festa della mamma

In corridoio, con la cesta dei panni puliti in bilico sotto un braccio e lo zaino di ginnastica da mettere in ordine. Giungo davanti a una porta socchiusa cercando di aprirla col gomito. Mi fermo in ascolto, per meglio dire, origlio, gongolando per quello che sento.
“Hai visto che brava?”
“Davvero. Sa sempre le cose giuste da dire”
“Ha sempre buone idee”
“E poi è dolce ma ferma. Dà le regole ma è capace anche di capire i bambini”
“E poi ha tanta pazienza! Non si arrabbia mai”
“Beh, è un’educatrice”
“Ed è anche bella, con quel sorriso”
“E quei capelli lunghi”
“Vero piccola, Tata Adriana è proprio la migliore”
Le sorelle hanno scoperto su YouTube le vecchie puntate di SOS Tata.

Le seguono con attenzione, ascoltano i consigli educativi e discutono di buone prassi pedagogiche, come mettere in castigo Marietto di tre anni sulla sedia della riflessione perché ha cercato di incendiare il gatto dalla nonna. Con metodo scientifico confrontano la vita nella loro casa con quella delle famiglie esaurite e urlanti che popolano il programma, arrivando alla conclusione che sì, loro sono proprio delle brave bambine.

Peccato solo non avere per mamma la tata.

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Martino 

Me lo aveva annunciato una calda mattina di settembre, con il segno dell’abbronzatura che si intravedeva dal maglione e la mano lieve ad accarezzare una pancia ancora piatta. Lo aveva raccontato sottovoce, come se potesse spezzare un incantesimo parlando a voce alta. Con gli occhi scuri che le brillavano di una luce nuova. Con la fragile felicità di un test positivo, quando quelle due linee blu sono già la tua vita anche se non sono ancora una vita. Quando sei consapevole del miracolo del concepimento e altrettanto conscia della sua precarietà. In questi mesi, tra un caffè in cucina e le chiacchiere sulle scale quella pancia è cresciuta sempre di più, in tutto il suo splendore. L’incertezza si è fatta coraggio, il sussurro risata. Lei è la vicina-amica, che oggi è diventata mamma per la seconda volta, ha regalato un fratellino al suo primogenito e un nuovo compagno di giochi ai bambini della corte. E allora benvenuto Martino, ti voglio rivelare un segreto. Detto tra noi, sei capitato proprio bene. Tra una mamma dal sorriso felice e il dono raro della cura, un papà dagli occhi buoni colore del cielo, capace di aggiustare le case, un fratellino che ancora non sa ma un giorno sarà contento di non essere solo. Benvenuto tra noi, piccolo Martino.

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Dieci piccoli anziani 

“L’aglio. Questa è la risposta. Tiene lontane le farfalline dalla pianta”
“Le mie azalee quest’anno sono meravigliose, grosse come tacchini”
“E mi hanno chiesto duecento e ventitré euro per gli esami, ti rendi conto? Duecento e ventitré! Roba da matti, duecento e ventitré per dieci esami”
“Tiene duro tuo suocero, eh? Novantotto anni e ancora fa l’orto. Vi seppellisce tutti”
“Io quest’anno ho avuto delle emorroidi più grosse delle tue azalee”
“La mamma? Si, sta abbastanza bene, però sai com’è. Nasconde di continuo la dentiera nel frigorifero”
“Speriamo che il dottore non mi dica anche stavolta che non devo mangiare le merendine perché gli rigo la macchina”

“Sì, l’ho vista al funerale di Enzo, la suocera della Sonia. Stava così bene! È morta stamattina. La Sonia mi pareva contenta”
“Antonina, ti trovo ingrassata!”
Un’ora e quarantacinque. Dieci anziani nella sala d’aspetto del medico. Che in confronto i protagonisti di dieci piccoli indiani si volevano bene. 

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Sul podio


In principio fu il primogenito, una domenica pomeriggio in una palestra della provincia. Neanche cinque anni e un kimono bianco troppo grande risvoltato, a confrontarsi con la prima gara di arti marziali. Cadde a terra dopo pochi istanti e rimase lì a ammirare il soffitto con le luci al neon per un tempo che mi parve infinito. Anni dopo arrivò il nuoto agonistico, e io imparai a trascorrere i fine settimana in piscine vicine e lontane, con un’umidità percepita che nemmeno in Bangladesh, a fare il tifo per il ragazzino sbagliato a causa di una incipiente miopia. 

Fu poi il turno della mezzana prodigarsi nella nobile arte della danza classica quando era ancora all’asilo. Un anno di chignon, collant rosa e tutù, culminato con un indimenticabile saggio di due ore, durante il quale la dolce creatura rimase sul palco una manciata di secondi, nascosta dietro a una bambina più alta.

Di seguito un susseguirsi di tornei, trofei, gare, saggi, amichevoli, dimostrazioni. Di pallacanestro, pallavolo, tennis, ginnastica, palla rilanciata e chi più ne ha più ne metta. 

Ultima in ordine di tempo e di piazzamento la gara intersocietaria domenicale di ginnastica artistica, cui la piccola ha partecipato agguerritissima. Nemmeno questa volta siamo riusciti ad aggiudicarci un posto sull’ambito podio, nonostante l’impegno profuso -dalla piccola- e le preghiere a tutti gli dei -da me-. In compenso, come accade da quella lontana domenica sul tatami, io mi emoziono appena si diffonde la prima nota di una canzone di Mika per il palazzetto. Ogni volta come fosse la prima. Forse una medaglia spetterebbe a me.

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Sulla via del ritorno

“La mia parte preferita è stata la bicicletta, sempre, comunque e ovunque. Poi le patatine fritte a colazione, pranzo e cena. Scendere da un tram per salire su un pullman, una barca, un aereo”
“A me sono piaciuti tantissimo i mulini a vento. E il bar di fianco dove abbiamo mangiato i waffle con la Nutella. I quadri di Van Gogh, l’essere immersi nella bellezza”
“Io ho preferito il museo delle cere, perché mi sembrava di essere abbracciata per davvero a Justien Bibier. Poi Ariana Grande e Obama, i miei idoli tutti insieme. Il frappuccino, i regalini e l’ostello”
“Sì, l’ostello era fighissimo! Tutti quei ragazzi in giro da soli, liberi, felici. A parte quelli della stanza a fianco che ieri notte ululavano. Però sono strani forte questi olandesi. Ah, la faccia della mamma quando cercava i bulbi di tulipano per la nonna nel negozio e ha trovato i sex toys”
“E quando hanno fermato la piccola ai controlli in aeroporto? Suonava tutta! È il signore che è sceso dall’aereo quando stava per decollare? Per un momento ho pensato che fosse la mamma che se ne voleva andare”
“Io ho adorato che non siamo andati a scuola”
“E basta?”
“No, che gli altri invece ci sono andati”
C’era bisogno di fare mille e settantotto chilometri? Sì, decisamente, sì.

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Piccoli momenti di trascurabile felicità 

Il grande si aggira per musei con l’andatura dinoccolata e uno strano ondeggiare a tempo di musica, che a un più attento esame si scoprirà provenire dalle cuffiette abilmente sostituite all’audioguida. Si entusiasma per un giro in bicicletta e si sdraia sul tronco di un albero nel mezzo di un parco meraviglioso, mentre divora un panino al salame per merenda. È affetto da stupidera cronica, molesta e persistente.
La mezzana osserva un quadro di Iris, ammira una scultura di marmo, cammina col naso all’insù per spiare le case di mattoni. E intanto fotografa, filma, posta senza sosta in tutti i mari e in tutti i social la sua avventura olandese. Mangia patatine fritte e si stringe nella giacca quando il vento fa tremare.
La piccola fa le ruote e le verticali nel grande ostello che ci fa da casa. Corre in bicicletta ma nella direzione sbagliata, entra in un mulino a vento e si fa fotografare per portarne testimonianza a scuola, si lamenta per il troppo camminare e si nutre di muffin grandi come le case dei puffi. Rovescia qualunque sostanza liquida intorno a lei, meglio se sulla mamma.
I tre insieme litigano su un tram, si stuzzicano nei vicoli, si picchiano sui canali. Si fotografano con e senza permesso, si rubano le patatine e l’attenzione della mamma. Come stare a casa, quindi.
Io un po’ li seguo e un po’ li precedo, nel mentre li ammiro immergersi in un altro che non è casa ma mondo. Li osservo scoprire e imparare, confrontare e dedurre, criticare e ragionare. Li scopro ecologici e schizzinosi, ma sempre e comunque curiosi. E mi godo il bello che mi circonda e quello che mi sta accanto.

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Dag

“Mother silenzio, stanno dando le istruzioni”
“Ma non è che per caso hai paura?”
“Chi? Io? Ma va. È solo che mi piace essere informato”
“Mami, mi dai un orsetto gommoso che se no si tappano le orecchie?”
“Piccola, te ne ho già dati cinque. Se continuiamo così ti viene il diabete prima del decollo”
“Mamma parte! Mamma parte! Ci siamo! I miei compagni si stanno alzando per andare a scuola e noi voliamo!”
Eh già, noi voliamo. Per essere precisi scartiamo in ritardo il regalo di famiglia di babbo natale, che quest’anno ha scelto per noi un paese un po’ freddo ma pieno di fiori. Un paese coi canali, gli zoccoli e i mulini a vento. Un paese dove, come dice l’irreprensibile primogenito, si fumano cose strane. Noi non fumeremo né faremo altre cose strane, questo è sicuro. Non più del solito, almeno. 

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Del doman non v’è certezza

“Mi passi l’acqua per favore?”
“Faccio io! Faccio io! Eccola quaaaaa”
“Piccola! Hai rovesciato la caraffa! Accidenti”
“Vabbè mami non ti arrabbiare. Ci pensi? Fra qualche anno non rovescerò più niente. Non dovrai più fare la lavatrice tutti i giorni, cucinare tre volte al giorno e stirare, preparare le merende per la scuola e comprare libri diari e quaderni a settembre”
“Vero, pensa mother. Niente compiti al pomeriggio, niente sgridate perché non li vogliamo fare, niente inseguimenti per levarci il cellulare. Niente tornei il pomeriggio del sabato e la mattina della domenica. Niente liti furibonde perché ho ragione io”
“Basta con le ore di shopping per negozi perché non troviamo quello che ci piace, basta coi cartoni animati al cinema. Niente accompagnamenti a pallavolo, pallacanestro, ginnastica e catechismo. Noi saremo grandi e vivremo per i fatti nostri, io e la piccola nella casa della nonna e mio fratello…boh non lo so basta che sia lontano. Ah, e poi non dovrai correre al supermercato perché è finito il latte o mancano i biscotti, o magari sì se finisce la pappa dei gatti. Loro resteranno con te”
Comincio a soffrire della sindrome del nido vuoto, anche se attualmente è ancora discretamente affollato. Ma sono serena, almeno mi resteranno i gatti.

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