Entusiasmi

“Mami che bello, davvero hai scritto un libro? Evviva evviva evviva lo dico alla maestra, alle mie amiche e alla bidella”
“Oh, che bello questo entusiasmo piccola, mi fai felice”
“Felice? Che c’entra? Io voglio essere popolare!”
“Mamma, lo dico alla prof. Muta, deve stare. Così non potrà più dire niente se non vado bene in grammatica. Perché mia mamma ha scritto un libro”
“E quindi? Come si collegano le due cose, scusa? Tu la grammatica la devi studiare, santa pazienza!”
“Non capisci mamma, è ereditario. Noi ci somigliamo, giusto? Bene, quindi so anche scrivere e coniugare. Solo che adesso non ne ho voglia”
“Mother, finalmente. Sono fiero di te, potrei anche pensare di tornare a chiamarti mamma. Comunque. Per il film, ho già in mente l’attore”
“Ecco, l’ho scritto proprio per farmi chiamare mamma, il libro. Ma il film? Di quale film parli scusa?”
“Beh, dai libri fanno i film, giusto? Voglio che la mia parte sia interpretata da Jack Nobile, il mago più mago nonché il più bravo con le carte”
L’entusiasmo qui è alle stelle ma tranquilli, resto umile. 

E per la mia parte avrei pensato a Julia Roberts.

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“I sogni son desideri. Chiusi in fondo al cuor”

Eh no cara Cenerentola, non è mica sempre così.
Se li tengo chiusi da qualche parte i sogni me li dimentico.
Io li appiccico sul muro della cucina, tra il calendario e il menù della mensa scolastica, in quel lembo di muro dove guardo ogni giorno.
Un sogno in particolare da oggi è online.
Per tentativi ed errori è diventato grande, e da blog si è fatto libro. Con la bellissima copertina di Alessandro Sanna, che mi accompagna dalla prima pagina del blog.
Con la prefazione di Marco Giovannelli, che è sì un po’ di parte ma garantisce di aver scritto solo cose vere.
Con le storie, vecchie e nuove, che colorano questa pagina da più di un anno.
Ho avuto bisogno di un bel po’ di spinte per vincere la mia perenne indecisione, e di questo devo dire grazie.
A chi, con un like, un commento o un messaggio mi ha convinta che forse era la cosa giusta da fare.
Ora ci siamo e sono qui, grata e fiduciosa nella condivisione e nel sostegno della piccola comunità virtuale che si è venuta a creare tra queste righe sparse.
Vi ringrazio qui tutti, ma con nomi, cognomi e indirizzi nell’ultima pagina del libro.
Se siete curiosi, vi tocca andare a vedere.

https://www.amazon.it/dp/B0719VGXVB/ref=cm_sw_r_oth_api_rLhlzbXBPEZKB

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DSM 5 (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali)

Confusione

La paziente insiste nel pagare il casello con la tessera fedeltà gialla del supermercato, maledicendo gli automatismi e rimpiangendo di non essere passata con le monetine dal casellante.

Tachicardia

La paziente ha un sussulto a ogni notifica dei gruppi WhatsApp, consapevole che sarà l’ennesimo invito a una pizzata, un saggio, una festa, una gita, un torneo.

Comportamento paranoide

La paziente nel parcheggio della scuola o fuori dai cancelli sta alla larga dalle rappresentanti di classe, con l’idea persecutoria che stiano per chiederle una torta per il mercatino o una mano per spostare il tatami dopo il saggio.
Allucinazioni uditive

Nella testa della paziente risuona in loop “Festa delle medie” di Elio
Disturbi del sonno

La paziente si sveglia durante la notte col terrore di dover rifare gli esami di terza media, di avere dimenticato l’iscrizione all’oratorio feriale, l’ordine dei libri delle vacanze, i documenti del campeggio. 
Narcolessia 

Strettamente legata al sintomo precedente, si manifesta in brevi e improvvisi momenti di perdita di coscienza, in modo particolare durante le riunioni a scuola o il pomeriggio nel ripasso della situazione economico-politica dell’India occidentale.
Amnesia 

La paziente ricorda la sua infanzia, il periodo scolastico, episodi precisi della sua spensierata giovinezza, ma dimentica sistematicamente la merenda della figlia minore, di firmare improrogabili avvisi e di portare fuori l’umido nel giorno stabilito.

Bulimia selettiva

La paziente si nutrirebbe in modo esclusivo di gelato, da che ha riaperto i battenti la sua gelateria preferita.

Se vi riconoscete in uno o più dei suddetti sintomi potreste essere affette anche voi da una infausta sindrome stagionale. 

Quella della madre a fine anno scolastico.

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Stay tranqui

“Recenti studi scientifici dimostrano che il disordine e la sciatteria di un figlio adolescente sono direttamente proporzionali alle cure materne ricevute in tenera età”
No, non è vero. 

È che mi racconterei qualunque scempiaggine pur di giustificare lo stato di caos in cui versa la camera del primogenito e il mio rapporto con lui.

Sta facendo la muta, la mia piccola serpe in seno, traghettando dal corpo di un bambino a quello di un adolescente.

Almeno le serpi hanno il buongusto di ripresentarsi simili, dopo avere cambiato la pelle. 

Io saluto la sera con un bacio un ragazzino sorridente e sveglio la mattina un parente prossimo dell’anticristo. 

A pranzo si dibattono temi filosofici, con profondità e intelligenza.

A merenda si levano le urla e le polemiche per un’uscita negata, con livelli di proteste che in confronto in piazza Tienanmen si poteva dialogare.

Prima di cena si butta fra le mie braccia davanti ai suoi amici, e io prima controllo che non sia una candid camera, poi gli provo la febbre preoccupata per la sua salute.

La mia salute, mentale, è già in bilico da un po’, più o meno da quando abbiamo imboccato il sentiero in salita della crescita.

Sentiero reso più impervio è ostile dall’approssimarsi degli esami di terza media. 

Che il primogenito vive con un’ansia ben controllata, a quanto pare.

“Mother, traanquillaa , il mio amico G. mi ha detto che gli esami sono una passeggiata. Vanno via lisci”
“Ma chi? G? Quello che hanno bocciato agli esami?”
“Sì, lui, perché?”
Così, tanto per sapere. 

Per stare traanquillaa.

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L’unica cosa possibile 


Appoggiata alla portiera chiusa dell’auto, nel piazzale.Un sole che ha il sapore di estate, vacanze, musica e vestiti leggeri.

In piedi, con gli occhiali da sole e le braccia conserte, aspetto. 

Intorno a me macchine, alcuni genitori che parlano, altri in compagnia del cellulare. 

Il brusio che si fa vociare nel tempo del suono acuto di una campanella.

Sorrisi, risate, felpe legate in vita e braccia scoperte.

Saluti, energiche pacche sulle spalle, ci vediamo dopo giù al campo, si fanno due tiri. Ci sentiamo su WhatsApp, studio e poi esco. Dai che facciamo tardi, il pullman non ci aspetta.

Arriva anche lei, che svetta anche se ha smesso di essere la più alta. Arriva con un ondeggiare di capelli e le maniche corte, con una maglietta colorata per me sempre troppo corta che ci fa litigare.

Arriva e la osservo, nell’attimo prima che il suo sguardo trovi il mio.

Arriva e insieme alla consueta felicità di rivederla sento un brivido. Paura, preoccupazione, sollievo. Insieme. 

Mia figlia non è diversa dai ragazzini che ieri sera erano al concerto. 

Mi immagino l’euforia, la preparazione, le foto dei biglietti su instagram, magari le discussioni e le insistenze perché mamma ti prego, lei è bellissima bravissima e canta benissimo.

Mi immagino quei genitori fuori ad aspettare, che hanno voluto realizzare un sogno, appoggiati alle auto o presi dal cellulare. 

Mia figlia poteva essere una di quelle ragazzine, io potevo essere uno di quei genitori.

Arriva e io la stringo, nonostante il suo imbarazzo.

Arriva e la abbraccio, perché a volte è l’unico gesto possibile.

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Coscienza pulita

“Bella signora buongiorno!Servizio completo?”
“Buongiorno! Qualunque cosa voglia dire, mi piace. Servizio completo sia!”
“Bene, mi faccia un po’ vedere…ah. Signora mia, ma che è successo? Una devastazione, qui, ci vorrà del tempo”
“Tempo? Quanto tempo? Insomma, non può essere così grave la situazione, giusto?”
“Non è grave, signora. È peggio. Intanto guardi qui, cosa devo fare di tutta questa roba?”
“Ehm…le spostiamo un po’?”
“Signora ma qui ci sono un paio di scarpe”
“Sì lo so grazie, le tengo nell’eventualità di trovare del tempo per andare a camminare e…”
“Signora non voglio sapere perché, basta che le tolga”
“E questo? Patatine?”
“Sì, la merenda di mio figlio che poi deve giocare a basket”
“Qui ci sono delle tessere”
“Ah! Ecco dove era finita la tessera fedeltà! Peccato che ne abbia già rifatta un’altra”
“Vabbè dovremmo aver tolto tutto, vada pure di là ad aspettare. Ma…cosa ne facciamo di queste?”
Un paio di mutande lilla della piccola, ordinatamente appallottolate nel portacenere. Anche facendo uno sforzo di fantasia, non riesco a capire come ci siano arrivate e soprattutto quando.

L’autolavaggio è un’esperienza di profonda introspezione, per scavare nella propria coscienza sporca e nell’abitacolo di una macchina zozza.

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Paranormal activity

Può essere solo in una domenica mattina di sole splendente che ti ricordi di dovere stampare un documento importantissimo e ti accorgi di avere finito la cartuccia del nero.Se poi è anche la festa cittadina e tutte le strade sono chiuse diventa proprio una bella avventura raggiungere il più vicino ipermercato.

Ma quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare e così sfidi il traffico, le deviazioni e l’intero corpo dei vigili urbani fino ad arrivare all’enorme centro commerciale, parcheggiare su un albero e districarti tra i millemila modelli di cartuccia pensando che forse sarebbe più semplice e meno impegnativo comprare una stampante nuova.

Ma sei una donna in gamba, anche di una certa età e esperienza e quindi trovi la tua cartuccia, ti affretti a pagare alla cassa e torni a casa fiera della tua impresa.

Neanche il tempo di di provvedere al cambio e aspettare di vedere uscire il tuo indispensabile documento, che qualcosa va storto. 

La malvagia stampante sputa beffarda solo fogli bianchi.

Maledici la tecnologia, le stampanti, le cartucce e i commessi di MediaWorld di tutto il nord Italia, finché un lampo di consapevolezza squarcia il buio della recriminazione: hai comprato la cartuccia del colore anziché quella del nero.

E allora invece che a prendere a testate lo schermo del pc prendi la macchina, ti ributti nel traffico, sui vigili e nel parcheggio, raggiungi la cartuccia -quella giusta- e trafelata arrivi alla cassa. 

Non sono passati trenta minuti dall’acquisto precedente.

La commessa ti guarda, poi ti osserva meglio ed esclama 

“Signora! Che sensazione di déjà vu! Ma lo sa che mi sembra di averla già vissuta, questa scena? Insomma io, lei, la cartuccia…l’ho sempre detto che in famiglia siamo un po’ sensitivi”
Cara commessa del MediaWorld, mi rammarica deluderla.

Ma non mi sembra il caso di scomodare il paranormale.

Siamo semplicemente di fronte a un normalissimo caso di storditaggine.

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Messaggio in bottiglia 

Lei gli scrive, e lo fa spesso. Sono frasi brevi, pensieri sparsi, la buonanotte, il buongiorno.

Sovente gli ricorda quanto lo ha amato e quanto lo ama ancora.

Sempre gli dice quanto senta la sua mancanza, ogni giorno che passa.

Ricorda momenti passati insieme, la complicità e l’amore che li legava.

Io non ho conosciuto lui né conosco lei, ma le sue parole mi compaiono sullo schermo del cellulare ogni giorno, tra un aforisma di Osho e la ricetta del semifreddo alla Nutella.

Lei è mia amica su Facebook, qualsiasi cosa voglia dire considerato che non ho mai visto la sua faccia né parlato con lei.

Non so nulla della sua storia, solo che ha amato e perduto. 

Lei scrive al suo compagno che non c’è più e lo fa con delicatezza, vulnerabilità e sincerità. 

Lo fa in un posto che è di tutti e quindi di nessuno, lanciando ogni sera il suo messaggio in bottiglia.

Un messaggio d’amore nel mare grande del web.

Perché il vuoto di un’assenza va riempito per non caderci dentro. 

Di parole, ricordi, malinconie, desideri, anche attraverso i pixel.

Perché il dolore ha un punto di fusione, e quando tutto si fa liquido diventa un grosso sasso lanciato in uno stagno e i cerchi concentrici i gradi di separazione tra noi e gli altri.

Lei scrive io non la conosco, ma riconosco l’amore.

E se la conoscessi le vorrei dire che deve essere stato davvero un amore grande, il loro. 

Che traspare da quelle poche parole, ogni sera. 

Che resiste e sopravvive, se riesco ad avvertirlo con tanta intensità attraverso lo schermo di un cellulare.

Questo le direi, se la conoscessi.

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News

Sintesi della periodica ricognizione sulle mode del momento, servizio di pubblica utilità per l’adulto che vuole stare sempre sul pezzo.
“Guarda che trick ho imparato! Fighissimo!”
“Il mio gira più del tuo, bello”
È il fidget spinner, ultimissima moda tra bambini e adolescenti. Pochi centimetri di plastica o metallo, alle estremità tre cerchi che in alcune versioni si illuminano come un semaforo. Si tiene tra pollice e indice e si fa girare, all’infinito. Vince quello che gira più a lungo. Un vorticoso giramento di sfere insomma. Appartiene alla categoria degli anti stress e fa sorgere spontaneo il dubbio sulla effettiva necessità di un anti stress in così tenera età. Roba che, se a otto anni devi fare vorticare uno spinner a diciotto devi farti di Xanax per rasserenarti. 
“Gangsta! Gangsta! Sempre collegato /

altro che gangsta, sei un hacker /

a casa ho quattro cessi, sai dove abito /

se ti presenti ficco la tua faccia nel water /

mando questa gente in coma cerebrale /

dalle Marche al nord il sapore è acre /

tu sulla strumentale cadi e sbatti la testa /

il flow è macabro tipo bum! Shumacher /

Scarica gratis e vaffanculo, scarica gratis e vaffanculo /

Fabri Fibra! Ha!

Io non capisco perché dici tante cazzate /

se mi passi il microfono ti gonfio di mazzate ”

Fabri Fibra versus Vacca, Pino Scotto vs Salmo, Entics vs Mondomarcio. È il magico mondo del dissing, la moderata arte del dibattito rap. Un ragionevole e fecondo scambio di opinioni e gentilezze fra rapper. 

Una disamina attenta e partecipe dell’altrui punto di vista.
“Guarda com’è molle! Se lo schiacci torna su! E senti come scrocchia! È meravigliosamente disgustoso”
È il nuovo skifidol fluffy slime, la pasta modellabile che ha reso definitivamente obsoleto il pongo e preistorico il das.

Un impasto molliccio in una vasta gamma di colori e profumi venduti in piccoli barattoli in ogni edicola del paese. Scopo del gioco nessuno, se non lasciare il barattolo aperto e ritrovare una massa colorata e rinsecchita.
Per ora è tutto, grazie al cielo.

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Chi ha tempo non aspetti altro 

“Oh Barbara, beata te, che hai tanto tempo per scrivere! Ah, potessi avrei già scritto un romanzo. Ma io sono un uomo perennemente impegnato. Paolo”

Eh già caro Paolo, beata me. 

Che ho tanto tempo. 

Il tempo delle attese fuori dal palazzetto e dalla palestra di ginnastica artistica, una scuola elementare e una media, dentro lo studio del pediatra, del dentista, dell’otorino e del dermatologo. 

Alla fermata dello scuolabus, in un piazzale per il ritorno di una gita, dietro un vetro durante una lezione di nuoto. Seduta su una panchina al parco giochi, in cucina mentre giro il risotto, al lavoro quando non guarda nessuno.

La sera a casa quando la cacofonia diventa sinfonia: nel silenzio.

Beata me, che accosto nel primo posto utile quando mi prende l’urgenza di scrivere, quando una serie di parole si combinano nella mente e so che le devo ancorare su un foglio per non farle volare via.

Quando mi suonano al semaforo perché non mi sono accorta del verde.

Beata me, che uso ogni momento utile per scrivere e raccontare, sbagliare e cancellare.

Beata me, che ogni tanto mi preoccupo che finiscano le parole, poi sto nel mondo e le storie e le persone arrivano insieme.

Beata me, che un romanzo ancora non ce l’ho ma chissà.

Il tempo di un giorno è lo stesso per tutti, caro Paolo.

La verità è che scegliamo noi come riempirlo.

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