Senilità 


“No, così non ce la faccio, prova in un altro modo”
“Mother, potresti metterci un po’ più di impegno però!”
“Ecco, sono seduta.

Guarda là in cucina, il gatto ha rovesciato il sacchetto della plastica. Sentito questo rumore? La lavatrice ha finito, bisogna tirare fuori i panni. Quando anche la lavastoviglie fa lo stesso rumore bisogna aprirla e sistemare piatti e posate. Ah, già che ci sei apparecchia, le pizze ce le portano tra mezz’ora. Prima però c’è da liberare il tavolo, guarda quanta roba sopra!”
“Cosa dicevi del gatto?”
“Ma non hai ascoltato nemmeno una parola? Meno male che ti eri offerto per aiutarmi”
“Sì, mi sono offerto, ma tra dieci minuti arrivano i miei amici…”
“Ah, portami per piacere il telefono col caricatore, il libro che ho sul comodino e un bicchiere d’acqua”
“Adesso sei tu che non mi ascolti. Ti ho detto che devo uscire con i miei amici e…”
“E poi mi dovresti aiutare col pigiama: hai visto che non riesco a piegarmi”
“Ma quando arrivano le mie sorelle??”

Si chiamerà colpo della strega, sciatica o semplicemente vecchiaia.

La realtà è che stare bloccata dolorante sul divano, con un primogenito impaziente di mollarmi alle sorelle, getta ombre oscure e interrogativi drammatici sulla vecchiaia.

Forse è meglio che cominci a scegliere una casa per anziani, possibilmente dove si fa Zumba e non découpage e con una buona rete Wi-Fi.

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Per davvero


PrologoLa scrittura è un’operazione di introspezione, condivisione, uno sguardo rivolto verso se stessi che si apre al mondo, una incessante rielaborazione dei propri e altrui vissuti, un dispositivo pedagogico a tutti gli effetti.

Si scrive per essere letti, riconosciuti, accettati.

Ma poi.
Accaduto

Al supermercato
“Piccola, mancano i pomodori, torniamo a prenderli”
“Perché mami? Siamo già qui belle comode ai surgelati, prendiamo le patatine fritte, eh?”
“Le patate non sono verdure. Forza, camminare”
“Uffa, che pizza. Però voglio i pomodori grandi, così li sbuccio”
“Piccola ti prego, mi fai paura quando sbucci i pomodori”
Una signora di mezza età che con passo circospetto si avvicina a noi.

Forse i pomodori grossi li vuole anche lei.
“Scusami, sei Barbara?”
“Ehm…sì”
“Oh che bello, ti leggo sempre! Ma davvero la piccola esiste sul serio? E io che credevo fosse…come si dice…finzione letteraria? È proprio lei? Ma che carinaaaa! Ma come, i pomodori, e io che credevo ti piacessero le lasagne!!”
Epilogo
“Mami, puoi scrivere che esisto sul serio?”

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Il tuo turno


“Non mi sento le gambe, tremo”
“So che a uno di terza b ha chiesto una cosa che non c’entrava niente”
“Ma ti chiedono l’argomento a piacere?”
“Se non me lo chiedono sono morta”
“Oddio, ho i brividi di freddo. Sarà normale?”
“Vieni, tocca a te”
Sono tutti insieme, coi pantaloncini corti, in piedi fuori dalla scuola che è stata la loro casa per tre anni.

Qualcuno è più elegante, con la polo al posto della maglietta. Sono gli esaminandi di oggi.

Sono venuti a chiamarti e sei entrato anche tu. 

Ti sei accomodato timoroso davanti ai professori, seduti a u tutto intorno a te.

Alle tue spalle, un silenzioso tifo di amici e parenti.

La tua voce è uscita bassa e tremante, proprio come la mia ogni volta che devo esporre in pubblico, col cuore che batte tanto forte da sentirlo pure nella pancia.

Hai parlato piano, cercando nella memoria quelle frasi tante volte ripetute al tavolo della cucina. 

Io le sapevo tutte.

Qualcuna è uscita, qualcun’altra no.

Quando ti hanno detto che potevi andare li hai guardati per un attimo, come se non credessi che era per davvero tutto finito.

E invece è finita, mio grande primogenito.

Adesso comincia l’estate, adesso comincia la vita.

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Una lunga, lunga estate 


È la doccia spontanea, col bagnoschiuma al muschio bianco che sa di Arbre Magique.

 È lo shampoo tre volte la settimana.

È il nero messo da parte in favore di colore, sfumature e marche.

È il taglio corto dietro col ciuffo davanti, appoggiato su un occhio che c’è troppa luce fuori.

È la pasta al pesto cucinata a casa con gli amici, che la mamma non c’è e sei abituato a mangiare quella e sai che buona fatta da soli.
È la porta chiusa, le conversazioni sommesse, il ridacchiare perpetuo. È la scalatura dei capelli, i pantaloncini che per me sono troppo corti e per lei troppo larghi.

È lo sguardo che si sofferma più del dovuto allo specchio, l’ultima pettinata prima di uscire.

È il suo telefono che squilla a vuoto quando la cerchi, è il tuo telefono che squilla incessante quando ha bisogno di qualcosa.

È il primo campeggio da sola, dieci giorni senza la sua mamma, o forse è la sua mamma che sta dieci giorni senza di lei. 

È la ricerca sugli oceani, i vulcani, i dinosauri, i buchi neri e l’universo, perché nel mondo c’è tanto da scoprire e la mamma non sa tutto, prima credevo di sì.
È l’autonomia capricciosa e improvvisa, un’onda anomala che arriva veloce e tutto sommerge, che se non sai nuotare devi comunque stare a galla e prendere fiato.

Sarà una lunga estate.

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Imbarazzanti interrogativi


Sul lettone, mattino presto.Io, ancora in pigiama. 

Trucchi sparsi intorno, spalmo grandi manate di crema colorata sul viso, cercando di sembrare meno Morticia e più Beyoncè.

Lei è di traverso, sdraiata a pancia in sotto e sedere in su. Il cappellino dell’oratorio con la visiera all’indietro, gli occhi assorti sul giornalino che tiene fra le mani. 

Ad alta voce legge la sua pagina preferita “trovatelli in cerca di cuccia, pappa e amore” nel tentativo vano di intenerirmi e farmi adottare un cucciolo.
“Alma, sette mesi, Roma, sguardo spaesato del cane che vive tra il duro cemento del box, abbiamo letto negli occhi la sua tristezza: mami, guarda che tenera!”
“No”

“Mary, due anni, Como. Sogna bambini che la portino a casa per poi fare giochi e corse tutti insieme. Mam…”
“No”
“Allora Marek, cinque anni, Urbino, castr…castrato. Cosa vuol dire castrato?”
Mascara in un occhio.

“Ahia! Ehm…dunque…è un’operazione che si fa ai maschi per…per non fare più i cuccioli, ecco”
“Ah. Capisco. Mio fratello è castrato?”
Qualcuno mi aiuti.

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Confusione


Oratorio, giorno 2
“A tavola non c’era il bis di pasta al ragù e di dolce hanno dato la frutta e volevo stare nella squadra dei gialli invece sono nei rossi e la mia amica è nei blu e la mia animatrice preferita nei verdi le seconde hanno giocato tutto il giorno a animalone e noi abbiamo fatto un gioco noiosissimo e tu non sei ancora venuta a fare le merende e questo giovedì non si va in gita e invece di solito il primo giovedì si va al parco acquatico e mia sorella sta sempre con le sue amiche e poi è nell’altro oratorio con quelli delle medie e oggi c’era un funerale non siamo potuti andare in chiesa per la preghiera che fa sempre un bel freschetto e c’era una gran fila alla fontanella e per bere ho aspettato diecimila ore e poi abbiamo giocato a muretto e stavo per vincere ma gli animatori hanno detto che era ora di andare”
“Piccola, per carità prendi fiato. Mi dispiace che questi primi giorni di oratorio non ti siano piaciuti”
“E chi ha detto che non mi sono piaciuti? L’oratorio è fighissimo”
Forse non ho capito bene.

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Dove ho sbagliato?

“No mamma, non la voglio la pizza. Sono a dieta”
Come? Cosa? Forse non ho capito.

Undici anni e vuole fare la dieta? Lei, alta e slanciata e con un indice di massa corporea per cui io sarei disposta a vendere l’anima al diavolo?

Ecco, ho sbagliato tutto.

Eppure mi sembrava di avere fatto un buon lavoro fin qui. 

È da quando è nata che cerco di farle capire quanto conti l’essere, più che l’apparire.

È da quando ha cominciato a camminare che le ripeto quanto sia bello e importante star bene con noi stessi, nel corpo che abbiamo.

È da quando parla che le insegno a credere in se stessa e non in quello che gli altri vorrebbero.

È da quando ha l’età della ragione che riflettiamo su quanto la bellezza sia mutevole e soggettiva, su quanto si possa risplendere di una luce interiore. Che è più importante la circonferenza cranica del giro coscia, che un corpo bello è prima di tutto un corpo in salute.

Che la femminilità è fatta di una moltitudine di fattori, che non passano necessariamente attraverso una taglia quaranta, che alla prova costume si può pure arrivare impreparati.
“Mamma, stai bene?”
“Ehm…insomma”
“Guarda che stavo scherzando! Ci hai creduto?

 Io prendo la solita pizza, würstel e patatine”

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Persone 


Mi piacciono le persone che chiacchierano tra i corridoi del supermercato, ognuno col proprio carrello a fianco e la lista della spesa ripiegata fra le mani, come se il tempo rimanesse sospeso lì fra le corsie. 
Mi piacciono le persone che corrono in coppia, la sera, con il giubbotto fluorescente e il cappello, il fiato bianco davanti alla bocca e la strada dura sotto i piedi.
Mi piacciono le persone sedute sulle panchine nei parchi, quando arriva quel sole che sembra primavera anche se è ancora inverno.
Mi piacciono le persone che sanno aggiustare le cose, che hanno le mani capaci di rimettere insieme quello che è rotto.
Mi piacciono le persone che ti sorridono quando le incroci e anche se non le conosci. 
Mi piacciono le persone che al bar mettono la cannella nel cappuccino.
Mi piacciono le persone che la sera camminano lente con un cane al guinzaglio, il buio intorno, i pensieri liberi.
Mi piacciono le persone che si prendono cura. Di un giardino, di un animale, di una persona.
Mi piacciono le persone che alla cassa ti lasciano passare perché hai meno cose di loro.
Mi piacciono le persone che chiedono il permesso e chiudono la porta quando escono, dalla stanza o da una vita.

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Notte prima degli esami 

La parola esame deriva dal latino examen, ago della bilancia.Lo sapevi?

Una bilancia con un peso specifico importante, questa.

Si fa sul serio, ragazzo grande di casa. 

Sei giunto sulla cima di questo bizzarro podio scolastico, che ti fa arrivare primo quando sei in terza, che ti sottopone a uno slalom impegnativo tra prove scritte e orali, prima di concederti l’agognata medaglia. 

Una medaglia che è un lasciapassare per il mondo dei liceali, degli adolescenti a pieno titolo e brufolo.

Tu hai voluto celebrare il cambiamento in atto con un gesto estremo, il taglio netto con l’infanzia e coi capelli. 

Ti sei rivisto le orecchie dopo anni di lunghe chiome e speriamo che così tu possa ascoltare un po’ di più. 

Tu che hai vacillato davanti al modulo per la festa di fine anno, alla voce “sarò accompagnato dai genitori”, ma come testimoni alla prova orale hai chiesto di avere proprio noi.

Tu che vagabondi pomeriggi interi con uno zainetto rosso sulle spalle e un mazzo di carte in mano, ma che la sera trovo chino a ripassare la seconda guerra mondiale.

Tu che millanti sicurezza e serenità ma ti infuri perché è finita la Nutella, in un’altalena di comprensibili e legittime emozioni.

Tu che devi lasciare compagni e amici che sono stati lì accanto a te, come una famiglia, negli ultimi tre anni della tua vita.

Allora forza, che siamo a un passo dalla cima. 

Sei allenato e attrezzato, pronto per l’ultima fatica.

Armati di penne blu, dizionario e determinazione.

E il panorama sarà bellissimo.

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È finita

Per anni, e fino a non molto tempo fa, la giornata di oggi era contrassegnata da una croce nera sul calendario.Listata a lutto sull’agenda, segnava la fine della mia libertà e l’inizio di un’epica fatica.

Fino a quando riempire il tempo dei bambini è stato una mia responsabilità, un dovere e una necessità. 

Fino ad allora l’ultimo giorno di scuola è stata una giornata nefasta, bagnata da lacrime amare e da un lunghissimo conto alla rovescia in attesa dell’arrivo di settembre.

Qualcosa è cambiato, però.

Sarà che loro stanno crescendo, sarà che io sto invecchiando, ma quel giorno della prima settimana di giugno non mi atterrisce più. Anzi. Lo aspettavo, quasi. 

Aspettavo di spostare la sveglia un’ora più in là, di smettere con le corse perdifiato dietro uno scuolabus giallo che se ne va, di non dovermi ricordare della merenda sana il venerdì.

Aspettavo di passare un pomeriggio intero senza pagine di corsivo, equazioni, letture in tedesco. 

Aspettavo di non sentire più flauto e pianola, di non dovermi preoccupare se la divisa di basket è pulita o la maglia di pallavolo stirata, di correre in cartoleria un giorno sì e l’altro pure.

Certo, ci sarà da fare. 

Ci sarà un gran via vai di ragazzi e ragazzini, bambine e bambini per casa. Pranzo, merende e cene dove aggiungere un posto a tavola o magari anche due.

Certo, ci saranno i compiti delle vacanze. Sui quali, però, abbiamo sempre un po’ barato. 

Ma non ditelo alla maestra. 

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