Mamma

Ha aperto la porta a mezzogiorno spaccato con già indosso il cappottino azzurro delle grandi occasioni e il sorriso di sempre, in una domenica delle palme piena di luce. Ha chiuso la porta con le solite quattro mandate, ché non c’è troppo da fidarsi ed è salita in macchina allacciandosi rapida la cintura di sicurezza. Ad attenderci un ristorante in cui non entravano da anni, per la precisione da quando la nostra era una famiglia di tre persone. Abbiamo chiacchierato mangiando, raccontandoci qualcosa di noto e altro di nuovo. Abbiamo ricordato un tempo lontano e chi non c’è più, chi c’è adesso e come si sta. Abbiamo passeggiato nel parco di una bella villa, tra ragazzini che si sbaciucchiavano sui prati, signore col cane e bambini sulle altalene, senza il cappottino azzurro perché faceva troppo caldo.Da madre ti dimentichi a volte di essere anche e ancora figlia. Che quella è la tua mamma e non solo la nonna dei tuoi bambini. Che molto di quello che sei, forse anche di quello che non sei, arriva da chi è venuto prima di te. Io ho ricevuto la creatività, la fantasia, la testardaggine nonché una pericolosa inclinazione a volere sempre avere ragione. La tenerezza, la cura e certamente non il pollice verde. Per questo speriamo nelle nuove generazioni.

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Amici

Guglielmo ti ha invitato a iscriverti al suo gruppo chiuso di amanti della cicoria saltata in padella, ma è un invito strano visto che poi ti trovi comunque iscritto. È un po’ come chiedere a qualcuno di venire a cena da te e apparecchiare per lui anche se dice no.
Il tuo amico Antonino ha pensato potesse piacerti la sua pagina di poesie composte in prima elementare, e il tuo like compare nella sua bella paginetta, tra il suo faccione sorridente e l’ode al rododendro.
Stephanie ha condiviso un evento in cui ci sei anche tu. La sua iperbolica festa di compleanno alla discoteca La Pantera. Peccato che tu non abbia idea di chi sia Stephanie e alla discoteca La Pantera non ci andresti neanche morta.
Aurelio, con una costanza che ha del miracoloso, ti scrive ogni mattina in privato “Kaffè?”

E tu non solo non vuoi conoscere Aurelio, ma auspichi pene corporali per chi utilizza le kappa in parole che non siano kebab, koala e kiwi.
Franco ti ha iscritta al gruppo ragazze gnocche e lì non ti lamenti perché quando mai ti ricapita di essere chiamata ragazza. 
Samantha ha detto che era con te e altre centodieci persone all’evento “dimagrisci dieci chili in dieci giorni”. Peccato, averlo saputo prima sarei andata volentieri. 
Facebook è un paese strano, dove si parla senza sapere, si condivide senza conoscersi, si fa senza avere il permesso. 

E se ti piace, mi raccomando, scrivi amen e condividi.

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Salvezza in offerta

“Signora bella! Ascolta a me!”
“Ehm…buongiorno. Scusi ma vado di fretta”
“Nostro signore nella sua infinita misericordia saprà aspettarti”
“Oh, bene. Grazie ma devo fare la spesa”
“È il nostro spirito che deve essere nutrito, bella signora! Non i carrelli della spesa”
“Beh, forse il parcheggio di un supermercato non è il posto migliore per la predicazione”
“Ogni luogo è buono per portare la parola del salvatore! Donna! Vuoi tu essere salvata?”
“Io veramente vorrei solo trovare l’euro per il carrello”
“Il signore ti aiuterà, bella signora, se tu ti affidi a lui!”
“Gentile a preoccuparsi ma faccio da sola”
“La superbia non ti deve appartenere! Concediti al signore, bella signora”
“Oh! Finalmente! Ecco l’euro! Se si sposta prendo il carrello, scusi”
“Non ti concedi dunque?”
“Sono già impegnata, grazie comunque”
Un cappello di paglia su una testa canuta e una camicia a quadri infilata in un paio di pantaloni troppo larghi, stretti in vita con una cinta. Il novello evangelista aspetta nel parcheggio di un supermercato, non per chiedere un euro bensì per offrire la salvezza eterna. In offerta speciale.

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Amor de fradei amor de curtei (trad. amore tra fratelli è amore di coltelli)


Mio fratello e io condividevano la stanza. Lui dipinse baffi e corna col pennarello indelebile sul mio poster di Louis Miguel, primo amore mai dimenticato. Per vendetta raccontai alla mamma che l’enciclopedia degli insetti che lui teneva sull’ultimo ripiano della libreria conteneva in realtà l’opera omnia del fumetto pornografico.
Eravamo alle medie. Io in terza, mia sorella in prima. Un giorno mi vide fumare fuori da scuola con alcuni compagni. Era il mio primo tiro e mi aveva anche fatto schifo. Lei lo raccontò a mamma e papà durante il pranzo di natale, a parenti riuniti. 
Ai miei fratelli maggiori non piaceva il mio fidanzatino dei sedici anni, colpevole di essere juventino e noi una famiglia di interisti. Un giorno, mentre mi stavo preparando per uscire con lui, furono loro ad aprirgli la porta e raccontargli che mi ero fidanzata con un altro. Non l’ho mai più rivisto, nonostante abbia cercato in ogni modo di spiegargli.
Mia sorella ha raccontato alla ragazza che mi piaceva e che invano provavo a conquistare, la più bella della scuola e per questo più invidiata, che ero gay.
Mio fratello minore ha passato i primi dieci anni della sua vita a darmi fastidio. Credo fosse una missione.
Le mie sorelle sono molto unite, così tanto che è come essere figlio unico senza una però una stanza propria ma l’eredità da dividere.
Mio fratello a cinque anni ha convinto la mamma a lasciargli spingere la carrozzina con me neonata dentro e ha cercato di lanciarmi giù per una discesa. 
Mio fratello maggiore mi ha ripetuto per anni che io sono stato adottato. Per avvalorare la sua tesi mi ha anche donato una copertina lacera che a suo dire stava nella cesta in cui sono stato trovato.
Ogni volta che mi capita di conoscere delle fratrie cerco di farmi raccontare i loro rapporti.

Quando a casa mia scatta la lite, volano mazzate e parole grosse tra i tre consanguinei, io cerco conforto in queste storie.

E mi dico che in fondo, essere figlia unica non è stata la disgrazia che mi figuravo.

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Ancora 48 ore

In ordine sparso e sparpagliato.
Il figlio maggiore che da bravo mago ora c’è e un attimo dopo non c’è più perché è al campetto, in palestra, con gli amici, con le carte, il cellulare, il vicino, i video, i pensieri.
La mezzana che gioca a pallavolo ininterrottamente, tra un campionato e una coppa, in palazzetti sconosciuti mai più vicini di venti chilometri da casa, come se non ci fosse un domani. Che è proprio quello che vorrebbe non avendo studiato storia, la cui interrogazione è prevista proprio domani.
La piccola e appassionata ginnasta sempre al contrario, nel tentativo di prodursi in una verticale perfetta. Tanta tenacia e un tale accanimento non si vedevano dai tempi dell’invasione della Polonia.

Meglio starle alle larga. Bene che ti vada passandole accanto prenderai un piede sulla faccia, male tutta la sua frustrazione per non esserci riuscita.

Io che impasto la pizza senza saperlo fare e che mi sento dire “brava mamma, dovresti partecipare a Masterchef speciale pasta in bianco” e vado in giro per tutta la mattina del primo aprile con un post it sulla schiena “prendimi a calci”. Che gioco con la piccola e la sua nuova casa delle bambole, anche se mi offre solo la parte della mamma cattiva. Che corro e incastro, che voglio leggere un libro ma non ricordo dove l’ho messo, che ho sequestrato il cellulare della mezzana dimenticando dove l’ho nascosto. E poi il luna park, gli amici e i compiti.
Quante cose stanno dentro a quarantotto ore.

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Blond ambition

“Mamma, mi voglio schiarire i capelli”
“Come amore? Vuoi tagliare i capelli? Va bene, hai già in mente un taglio?”
“Non ho detto tagliare mamma, ho detto schiarire”
“Eh? A me sembrano già abbastanza chiari, non credi?”
“Mamma, sono castana”
“Castano chiaro, su. E poi quando andiamo al mare si schiariscono da soli, che ti vengono quelle belle meches tutte naturali..”
“Mamma, siamo a marzo”
“Ma guarda che bel sole c’è fuori! Vai a giocare un po’ giù, così si comincia a schiarirli”
“Mamma, mi stai dicendo di no?”
“Non proprio. Ti sto dicendo che li schiariremo con metodi naturali”
“Mamma, lo fanno tutti!”
“Ecco, appunto”
“Una mia compagna si mette il mascara. L’altra lo smalto rosso semipermanente. Un’altra ancora ha sei buchi alle orecchie. E io?”
“Un gran bel faccino e le orecchie ancora intere, direi”
“Mamma!!!!”
La ragazza cresce e non posso più fare finta di niente. Il mondo cambia e non è giusto fare paragoni con la me stessa undicenne, che a tutto pensava fuorché bucherellarsi le orecchie come un groviera o cambiare colore ai capelli. Bisogna adeguarsi ai tempi e ai cambiamenti. Detto ciò, vado a comprare lo shampoo alla camomilla, la massima trasgressione che per ora permetterò.

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Tutto il resto è noia


La sagra della patata, della luganega e del polpo fritto. Il giro sull’asinello, sul pony e il dromedario. Il laboratorio del riciclo, lo spettacolo di teatro, quello di bolle di sapone. La giornata in piazza, la serata di canto, il pomeriggio di merenda. Il closlieu per dipingere, il tour didattico in fattoria, la lezione di giardinaggio, i gonfiabili. La festa del paese, il sottomarino in vacanza, le giostre la domenica. Il museo, il planetario e il traghetto. L’aereo, la funicolare e il metrò. Il mare e la montagna, la collina e la campagna. I pic nic nel parco, la biblioteca, la mostra di quadri. La caccia al tesoro, la piscina e il giro del lago in bicicletta. Lo snorkeling sulla barriera corallina, il panorama dalla torre Eiffel, il tramonto sul Colosseo. 

Il cinema e il parco divertimenti, le montagne russe e il parco avventura. I daini e le mante, i delfini e le giraffe. Gli sci e le infradito, gli scarponi e le scarpette da ballo. La cerimonia e la sfilata, il torneo e il concerto.

E dopo tutto questo e molto altro “mamma, a casa nostra non si fa mai niente”

Da domani si lava, si stira e si ricama. Chissà mai che ci si diverta di più.

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Virilità 


Cuore del paese. Mezza mattina, quando i bambini grandi sono a scuola e i piccini all’asilo, e la piazza è popolata di bimbi nel passeggino che fanno i primi passi, il più delle volte per mano ai nonni. Fai un sorriso che facciamo una foto e la mandiamo a mamma che sta al lavoro, scendi dallo scivolo che non passa più nessuno, la scaletta non è solo tua, vuoi giocare con il bimbo, guarda che questo è l’ultimo giro e poi si va.Le frasi di sempre nel microcosmo del parco giochi. Un nonno che spinge sull’altalena una bimba bionda e riccioluta, più grandicella, che chissà perché non è a scuola.
“Nonno, ancora! Più su!”
“Camilla sei già in alto! Più di così non si può”
“Sì invece, fino al cielo nonno! Forza!”
“Camilla amore lascia stare a nonno che non ce la fa più”
“Ma dai nonnino, sono solo millemila minuti che mi spingi!”
“Ma il nonno non tiene più forze per spingere, non funzionano più le braccia”
“Camilla, ascolta a nonna. Al nonno non funziona più niente, credi a me. Purtroppo”
Dice una pingue e anziana signora seduta su una panchina assolata, scuotendo con forza la testa e i riccioli permanentati.
Per lo stupore e lo sgomento l’anziano e fiacco nonno quasi si prende il seggiolino di ritorno sui denti. Lo sguardo torvo rivolto alla moglie per un attimo lascia il dubbio che voglia strangolarla con la catena dell’altalena. E invece, colpito nell’orgoglio, comincia a spingere sempre più forte la nipotina, che lancia gridolini di gioia a ogni dondolata, guadagnandosi il rispetto di tutti gli under tre del parchetto.

Tra moglie e marito, si sa, non mettere il dito. E tantomeno un’altalena.

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Tre cose

pag10-copia-e1428671945313Ci sono tre cose che ti vengono particolarmente bene con me, caro il mio primogenito preadolescente.

La prima è farmi ridere, spesso. Di una risata di pancia che ti lascia quella bella sensazione addosso. Mi fai ridere perché riconosco la mia impronta nella tua ironia, perché sei pungente senza fare male, comico quanto basta per scacciare la tristezza, a parte quando coi tuoi amici vi divertite a fare le scoregge con le ascelle.

La seconda è farmi perdere la calma, la trebisonda e il buon senso quando entri in modalità oppositiva e per farti uscire servirebbero legnate ripetute. Quando mi sfidi, con lo sguardo e le parole. Quando sei sarcastico con la mezzana e prepotente con la piccola, quando diventi supponente e irriverente.

La terza è l’onda di orgoglio che mi travolge in certe occasioni, che mi fa piangere, sorridere e aprire la coda da pavone. Che mi fa esclamare ad alta voce “quello è figlio mio!” a chiunque abbia voglia di starmi ad ascoltare. Che mi fa dimenticare le notti insonni di quand’eri neonato e l’istinto omicida quando mostri il tuo lato oscuro.

Questa domenica è stata la volta della coda di pavone, ragazzo mio adorato. Vederti lì, sul parquet lucidato di un palazzetto gremito, con la divisa bianca e nera sempre troppo grande, a dare il fischio d’inizio per la nostra squadra di serie A. Nello stesso palazzetto dove il mio papà mi portava la domenica pomeriggio a fare il tifo. Oggi sono qui a fare il tifo per te, col pensiero a quel nonno in cielo, con la sciarpa biancorossa che incita gridando il suo primo nipote. E il suo orgoglio si sente fino agli spalti quaggiù.

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Tutto e il contrario di tutto

pag10-copia-e1428671945313Il fine settimana dovrebbe essere di norma dedicato al riposo, alla calma, i pensieri pigri e il divano. A meno che non si scelga più o meno consapevolmente di fare tre figli e soprattutto di iscriverli ad altrettanti sport.
I miei fine settimana sono diventati dunque rilassanti e semplici come indovinare gli algoritmi del cubo di Rubik bendati. Un incastro impossibile di tornei, gare, partite e arbitraggi che come minimo necessiterebbe il carisma della bilocazione. Carisma che ancora mi manca, nonostante il martirio di certe giornate. L’impeccabile organizzazione del sabato pomeriggio prevedeva dunque che la figlia mezzana, pallavolista, fosse accompagnata alla partita di campionato dalla sua generosa allenatrice. Così è stato e io sono riuscita a rientrare a casa nel tempo necessario. Necessario ad accorgermi che i pantaloni della divisa della giovane atleta giacevano stropicciati sul divano. Il primo pensiero è stato di preoccupazione, che non potesse giocare la partita. Il secondo che purtroppo è una lezione da imparare, alla sua età. Bisogna essere responsabili delle proprie e cose e prestare attenzione nel preparare la borsa della partita, la cartella per la scuola, lo zaino di ginnastica. Si impara così, e la volta successiva, memori dello sbaglio, non ci si dimentica più. A tutto questo pensavo, mentre sfrecciavo a tutta velocità sulla provinciale a venti chilometri da casa mia, coi calzoncini blu della divisa appoggiati sul sedile accanto. A questo pensavo, mentre entravo trafelata in un centro sportivo sconosciuto, giusto in tempo per vedere la figlia mezzana sotto rete, con un bel paio di calzoncini blu indosso, gentilmente prestati da una compagna di squadra.
Morale: chi non ha testa, abbia una madre pedagogista.

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