Dieci piccoli anziani 

“L’aglio. Questa è la risposta. Tiene lontane le farfalline dalla pianta”
“Le mie azalee quest’anno sono meravigliose, grosse come tacchini”
“E mi hanno chiesto duecento e ventitré euro per gli esami, ti rendi conto? Duecento e ventitré! Roba da matti, duecento e ventitré per dieci esami”
“Tiene duro tuo suocero, eh? Novantotto anni e ancora fa l’orto. Vi seppellisce tutti”
“Io quest’anno ho avuto delle emorroidi più grosse delle tue azalee”
“La mamma? Si, sta abbastanza bene, però sai com’è. Nasconde di continuo la dentiera nel frigorifero”
“Speriamo che il dottore non mi dica anche stavolta che non devo mangiare le merendine perché gli rigo la macchina”

“Sì, l’ho vista al funerale di Enzo, la suocera della Sonia. Stava così bene! È morta stamattina. La Sonia mi pareva contenta”
“Antonina, ti trovo ingrassata!”
Un’ora e quarantacinque. Dieci anziani nella sala d’aspetto del medico. Che in confronto i protagonisti di dieci piccoli indiani si volevano bene. 

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Sul podio


In principio fu il primogenito, una domenica pomeriggio in una palestra della provincia. Neanche cinque anni e un kimono bianco troppo grande risvoltato, a confrontarsi con la prima gara di arti marziali. Cadde a terra dopo pochi istanti e rimase lì a ammirare il soffitto con le luci al neon per un tempo che mi parve infinito. Anni dopo arrivò il nuoto agonistico, e io imparai a trascorrere i fine settimana in piscine vicine e lontane, con un’umidità percepita che nemmeno in Bangladesh, a fare il tifo per il ragazzino sbagliato a causa di una incipiente miopia. 

Fu poi il turno della mezzana prodigarsi nella nobile arte della danza classica quando era ancora all’asilo. Un anno di chignon, collant rosa e tutù, culminato con un indimenticabile saggio di due ore, durante il quale la dolce creatura rimase sul palco una manciata di secondi, nascosta dietro a una bambina più alta.

Di seguito un susseguirsi di tornei, trofei, gare, saggi, amichevoli, dimostrazioni. Di pallacanestro, pallavolo, tennis, ginnastica, palla rilanciata e chi più ne ha più ne metta. 

Ultima in ordine di tempo e di piazzamento la gara intersocietaria domenicale di ginnastica artistica, cui la piccola ha partecipato agguerritissima. Nemmeno questa volta siamo riusciti ad aggiudicarci un posto sull’ambito podio, nonostante l’impegno profuso -dalla piccola- e le preghiere a tutti gli dei -da me-. In compenso, come accade da quella lontana domenica sul tatami, io mi emoziono appena si diffonde la prima nota di una canzone di Mika per il palazzetto. Ogni volta come fosse la prima. Forse una medaglia spetterebbe a me.

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Sulla via del ritorno

“La mia parte preferita è stata la bicicletta, sempre, comunque e ovunque. Poi le patatine fritte a colazione, pranzo e cena. Scendere da un tram per salire su un pullman, una barca, un aereo”
“A me sono piaciuti tantissimo i mulini a vento. E il bar di fianco dove abbiamo mangiato i waffle con la Nutella. I quadri di Van Gogh, l’essere immersi nella bellezza”
“Io ho preferito il museo delle cere, perché mi sembrava di essere abbracciata per davvero a Justien Bibier. Poi Ariana Grande e Obama, i miei idoli tutti insieme. Il frappuccino, i regalini e l’ostello”
“Sì, l’ostello era fighissimo! Tutti quei ragazzi in giro da soli, liberi, felici. A parte quelli della stanza a fianco che ieri notte ululavano. Però sono strani forte questi olandesi. Ah, la faccia della mamma quando cercava i bulbi di tulipano per la nonna nel negozio e ha trovato i sex toys”
“E quando hanno fermato la piccola ai controlli in aeroporto? Suonava tutta! È il signore che è sceso dall’aereo quando stava per decollare? Per un momento ho pensato che fosse la mamma che se ne voleva andare”
“Io ho adorato che non siamo andati a scuola”
“E basta?”
“No, che gli altri invece ci sono andati”
C’era bisogno di fare mille e settantotto chilometri? Sì, decisamente, sì.

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Piccoli momenti di trascurabile felicità 

Il grande si aggira per musei con l’andatura dinoccolata e uno strano ondeggiare a tempo di musica, che a un più attento esame si scoprirà provenire dalle cuffiette abilmente sostituite all’audioguida. Si entusiasma per un giro in bicicletta e si sdraia sul tronco di un albero nel mezzo di un parco meraviglioso, mentre divora un panino al salame per merenda. È affetto da stupidera cronica, molesta e persistente.
La mezzana osserva un quadro di Iris, ammira una scultura di marmo, cammina col naso all’insù per spiare le case di mattoni. E intanto fotografa, filma, posta senza sosta in tutti i mari e in tutti i social la sua avventura olandese. Mangia patatine fritte e si stringe nella giacca quando il vento fa tremare.
La piccola fa le ruote e le verticali nel grande ostello che ci fa da casa. Corre in bicicletta ma nella direzione sbagliata, entra in un mulino a vento e si fa fotografare per portarne testimonianza a scuola, si lamenta per il troppo camminare e si nutre di muffin grandi come le case dei puffi. Rovescia qualunque sostanza liquida intorno a lei, meglio se sulla mamma.
I tre insieme litigano su un tram, si stuzzicano nei vicoli, si picchiano sui canali. Si fotografano con e senza permesso, si rubano le patatine e l’attenzione della mamma. Come stare a casa, quindi.
Io un po’ li seguo e un po’ li precedo, nel mentre li ammiro immergersi in un altro che non è casa ma mondo. Li osservo scoprire e imparare, confrontare e dedurre, criticare e ragionare. Li scopro ecologici e schizzinosi, ma sempre e comunque curiosi. E mi godo il bello che mi circonda e quello che mi sta accanto.

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Dag

“Mother silenzio, stanno dando le istruzioni”
“Ma non è che per caso hai paura?”
“Chi? Io? Ma va. È solo che mi piace essere informato”
“Mami, mi dai un orsetto gommoso che se no si tappano le orecchie?”
“Piccola, te ne ho già dati cinque. Se continuiamo così ti viene il diabete prima del decollo”
“Mamma parte! Mamma parte! Ci siamo! I miei compagni si stanno alzando per andare a scuola e noi voliamo!”
Eh già, noi voliamo. Per essere precisi scartiamo in ritardo il regalo di famiglia di babbo natale, che quest’anno ha scelto per noi un paese un po’ freddo ma pieno di fiori. Un paese coi canali, gli zoccoli e i mulini a vento. Un paese dove, come dice l’irreprensibile primogenito, si fumano cose strane. Noi non fumeremo né faremo altre cose strane, questo è sicuro. Non più del solito, almeno. 

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Del doman non v’è certezza

“Mi passi l’acqua per favore?”
“Faccio io! Faccio io! Eccola quaaaaa”
“Piccola! Hai rovesciato la caraffa! Accidenti”
“Vabbè mami non ti arrabbiare. Ci pensi? Fra qualche anno non rovescerò più niente. Non dovrai più fare la lavatrice tutti i giorni, cucinare tre volte al giorno e stirare, preparare le merende per la scuola e comprare libri diari e quaderni a settembre”
“Vero, pensa mother. Niente compiti al pomeriggio, niente sgridate perché non li vogliamo fare, niente inseguimenti per levarci il cellulare. Niente tornei il pomeriggio del sabato e la mattina della domenica. Niente liti furibonde perché ho ragione io”
“Basta con le ore di shopping per negozi perché non troviamo quello che ci piace, basta coi cartoni animati al cinema. Niente accompagnamenti a pallavolo, pallacanestro, ginnastica e catechismo. Noi saremo grandi e vivremo per i fatti nostri, io e la piccola nella casa della nonna e mio fratello…boh non lo so basta che sia lontano. Ah, e poi non dovrai correre al supermercato perché è finito il latte o mancano i biscotti, o magari sì se finisce la pappa dei gatti. Loro resteranno con te”
Comincio a soffrire della sindrome del nido vuoto, anche se attualmente è ancora discretamente affollato. Ma sono serena, almeno mi resteranno i gatti.

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E a piovere incominciò

“Mother? Va bene lì, puoi fermarti all’angolo della strada”
“All’angolo? Ma se il parcheggio è vuoto? Andiamo un po’ più in là”
“Madre, tranquilla, faccio quattro passi”
“Quattro passi? È l’alba e c’è il diluvio universale, c’è la grandine e quasi la neve, invece che il pullman per la gita prenderete l’arca di Noè e tu vuoi fare quattro passi? E poi guarda, là in fondo ci sono i tuoi compagni, andiamo, ti tengo sotto il mio ombrello”
“Maria, appunto. Preferirei scendere qui”
“A parte che la devi smettere di chiamarmi con tutti questi nomignoli. Io sono la mamma. Vuoi dire che preferisci camminare sotto l’acqua che farti vedere dai tuoi amici con me?”
“Ehm…”

Meglio la pioggia che la vergogna, a quanto pare. Il preadolescente ha reciso in una mattina buia di pioggia l’ultimo brandello di cordone ombelicale. Lo ha fatto con quel sorriso incantatore, lo stesso che gli ha attraversato la faccia quando aveva solo poche settimane e io meditavo di regalarlo per Natale, dopo giorni di veglia e pianti. Lo stesso sorriso di quando ha perso la mia collana preferita, tagliato i ricci alla sorella mezzana e dato da bere il detersivo liquido alla piccola, consapevole fin dalla più tenera età della magia che nasce da due angoli della bocca tirati verso le orecchie. Lo ha fatto con una rassicurante pacca sulle spalle, come è uso tra vecchi amici. Lo ha fatto sbattendo la portiera e correndo felice sotto una pioggia battente, verso i suoi compagni, la gita, la vita.

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Revolution Baby


“Mamma io non ci sto! Mi ribello!”
“Piccola buongiorno anche a te, vedo che sei scesa dallo scuolabus col piede giusto oggi”
“Non è possibile, questa è una ingiustizia!”
“Vieni che attraversiamo. Mi dici cosa è successo e che ti ha fatto tanto arrabbiare?”
“La gita! La gita! Ti rendi conto che mio fratello -oh ciao piccolo gatto- domani va di nuovo in gita?”
“Aspetta che cerco le chiavi. Ecco. Amore, tuo fratello è in terza media, tu in terza elementare. È normale che si facciano cose diverse. E comunque vai anche tu a fare una bella gita alla fine del mese”
“Sì ma lui è sempre in giro! È un vagabondo! E poi è alle elementari che ci si dovrebbe divertire di più perché siamo piccoli, è un nostro diritto”
“Vai a lavarti le mani e i diritti che è pronto. È vero che lui fa più gite di te, ma deve anche studiare molto di più, ha gli esami quest’anno”
“Studiare? Ma se è sempre in camera a fare magie coi suoi amici? Io per domani devo studiare a memoria la filastrocca di inglese e poi vado pure a catechismo!”
“Il pranzo diventa freddo. A tavola, piccola polemica”
“Guarda! Persino il gatto va in giro più di me. Basta, vado in bagno”
Il piccolo felino alza pigramente la testa. L’idea di uscire non sembra passargli nemmeno per l’anticamera della collottola. Con un occhio aperto osserva la piccola ribelle che si dirige spedita verso il bagno. 

D’altronde, prima di fare la rivoluzione bisogna fare la pipì.

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Sei meno 

Sembra impossibile che una formica sollevi tre volte il proprio peso o che per saltare in alto come una pulce un uomo dovrebbe spiccare un balzo fino al sessantacinquesimo piano di un edificio.E invece no, se pensiamo che dieci chili di bambino in calzoncini possono smuovere montagne, due gambette che escono da un pannolino essere più ostinate del più testardo dei muli. 

Per i piccini il no non è il contrario del sì, ma di on. E quando l’interruttore passa sull’off non si vogliono più mettere i pantaloni coi dinosauri, si pretende di uscire in ciabatte a gennaio e col piumino fucsia a ferragosto. Ci si impunta nella corsia dei giochi del supermercato perché non si può sopravvivere senza la Barbie Sirena, si ulula al parco giochi perché non si vuole lasciare l’altalena, si trattiene il fiato fino a diventare blu per non mangiare gli spinaci.

Ci si nasconde nell’armadio per non andare dal dentista, si lanciano le costruzioni dalla finestra per non riordinare, si trascina il gatto per la coda perché non vuole giocare. Il cucciolo d’uomo sa essere tanto meraviglioso quanto pernicioso, in grado di far implodere una armonia familiare nello spazio di un capriccio. Capace di incrinare un’autostima faticosamente costruita in trent’anni di vita con mezz’ora di urla al parchetto. L’importante è essere madri sufficientemente buone, ci racconta Winnicot dall’alto del suo sapere. Peccato che a scuola ci abbiano insegnato che la sufficienza non è abbastanza, che puoi fare di più ma non ti impegni. E allora ogni buona mamma ce la mette tutta, studia, ripete e ripassa. Va a lezione e a ripetizione, ascolta e prende appunti. E non si sente comunque mai abbastanza. Io, dopo una laurea e un master, mi sa proprio che mi accontento della sufficienza. 

 

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In cinque

“C’è una penna sul tavolo, di chi è?”
“Ma cos’è questo rumore di fondo? Mi pare di sentire delle voci” “è la radio di nonna, dice che fa compagnia”
“Mmmm, buono il polpettone mamma, peccato per la carne che rovina un po’ il sapore dell’aglio”
“Cosa facciamo per cena?” “Pasta al pesto, no?” “Ancora??”
“Ma qui gridate sempre così? Ma il campanello suona senza tregua?”
“No grazie, non ho bisogno. Ho già trovato il supermercato, la chiesa, la farmacia e il parrucchiere. Il mercato, la tabaccheria e la fermata dello scuolabus. Ah, ho raccolto i mughetti nella pista ciclabile”
Ricominciare la convivenza nell’emergenza è facile, proseguirla nella quotidianità stranisce. La nonna è con noi da meno di una settimana e si é già perfettamente integrata in casa e sul territorio. Il mio armadio non è mai stato così in ordine, il piccolo gatto felice come una pasqua per l’abbondanza di coccole, il pane fresco in tavola tutti i giorni. Nel frigorifero ogni cosa ha trovato un posto, in cucina ci sono i fiori appena colti e la sera c’è una voce in più per leggere storie. I bambini sono contenti e io mi ritrovo a fare la figlia oltre che la madre. E, aglio a parte, non è poi così male.

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