Alla fine

Seicento chilometri tra un fiordo e un ghiacciaio, eroicamente condotti dal fidanzato.

Una strada a picco sulla scogliera, tra montagne maestose ma fragili e il mare, quasi verde.

Un piccolo paese sul porto, con la chiesetta, il bar e come unico museo la collezione privata di minerali di una signora dal nome profetico, Petra.

Più di trenta uova scolpite, una per ogni tipo di uccello, appoggiate sul lungomare una in fila all’altra.

Tra le dieci cose imperdibili da fare, consiglia l’ufficio del turismo, leggiamo “ascoltare il suono del silenzio”, “ammirare la bellezza della natura”, “incontrare la gente del posto”.

Una pianura immensa, verdissima, punteggiata di pecore e cavalli.

Un altopiano ricoperto di lava, conseguenza di una deflagrante eruzione di tanti anni fa.

Il ghiacciaio, immenso, imponente, sacro, che ci accompagna per oltre due ore di guida. Sotto quell’immensa calotta di ghiaccio sonnecchia un altro vulcano attivo, che prima o poi si sveglierà provocando disastri.

Una spiaggia nera, dove sbocca un fiume che trasporta iceberg dalle forme più insolite e colori diversi, in bianco i giovani, in azzurro i più vecchi. Foche che emergono e scompaiono, giocando tra questi affascinanti pezzi di ghiaccio.

Uno spettacolo di una bellezza disarmante ma di una preoccupazione importante, quella di un ghiacciaio che ogni anno si ritira di oltre cinquecento metri.

L’arrivo a destinazione, con un tramonto sul mare accanto a una piccola chiesa.

Una casa alla fine del mondo, ai piedi di una montagna.

Siamo quasi al termine del nostro viaggio.

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Appolo

La sveglia suona presto, col rumore delle gocce sul vetro della finestra.

Il cielo è minaccioso e tira un vento freddo, ma visto che non siamo qui per fare i balli di gruppo ci copriamo come possiamo e ci rimettiamo in marcia.

Siamo sempre intorno al lago dei moscerini killer, e decidiamo di esplorare la zona di Dimmuborgir, dove le formazioni laviche hanno dato vita a un bizzarro paesaggio, dove sculture con sembianze umane si alternano ad archi.

Una si innalza come una chiesa gotica.

La pioggia ha smesso di cadere, anche se il cielo è ancora cupo.

Riusciamo così a visitare un luogo di culto per gli appassionati del genere, la grotta dove due protagonisti della saga del Trono di spade hanno consumato un focoso amplesso, nell’ultima stagione.

Ci aspettano centocinquanta chilometri per arrivare a Seydisfordjur, ridente cittadina che si sviluppa proprio davanti a un fiordo.

Cittadina è una parola grossa, considerato che ci abitano seicento persone. Ci sono tre bar, una farmacia, la chiesa e un mini market dove il mio fidanzato fa scorta di Appolo, una specie di grossa caramella col contorno di liquirizia e l’interno Dio solo sa di cosa.

L’ostello è una vecchia abitazione rossa dalle finestre bianche. Mi sento come a casa, forse perché tutto il mobilio è firmato Ikea.

La sera l’attività più gettonata è passeggiare fino al grande traghetto, che ogni mercoledì salpa alla volta della Danimarca.

Trascorriamo così la nostra trasgressiva serata, sempre con un occhio al cielo, che purtroppo stasera non regala nulla.

E domani via, cinquecento chilometri verso l’Islanda sud orientale.

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Sarà l’aurora

Una luna piena splendente sulla baia, ma di aurora boreale nemmeno l’ombra.

Ho il sospetto che si faccia vedere non appena noi, sfiniti dalla giornata e tremanti di freddo, decidiamo di arrenderci.

La giornata inizia presto perché la strada è lunga, la prima tappa è una famosa cascata, Dettifoss, che raggiungiamo attraverso un sentiero suggestivo.

Lei è come ce la aspettavamo, potente e imponente, rumorosa e veloce, con due arcobaleni che sembrano unire le sue sponde.

Una freccia nascosta indica un’altra cascata, attraverso un sentiero che si snoda tra grossi massi e terra vulcanica.

E siccome sotto i tre chilometri per il mio fidanzato sono solo quatto passi, ci avventuriamo in un percorso sempre più suggestivo fino ad arrivare al punto in cui due fiumi di uniscono formando una moltitudine di cascate più piccole.

Sarà la fatica per arrivarci, sarà che siamo praticamente soli in uno spazio infinito, sarà la fame perché è ora di pranzo ma sembra di non aver mai visto niente di più bello.

Riprendiamo la macchina perché purtroppo o per fortuna le cose da vedere sono numerose, e noi finiamo sempre per deviare dal percorso incuriositi da una strada, un cartello o un panorama.

Mangiamo un panino su una collina con vista lago e beviamo il caffè in una centrale geotermica, e finalmente arriviamo nel Myvatn, regione famosa tra le altre cose per i moscerini killer che infestano le rive di un bellissimo lago.

E qui, finalmente, ci immergiamo nelle sorgenti termali della piscina all’aperto, tra l’azzurro dell’acqua e il nero della lava intorno.

Nero, come il braccialetto preferito che ho tenuto al polso, ossidandone la superficie.

La sera arriva in fretta, e il buio ci trova in piedi, tremanti, travolti da un vento gelido e col naso all’insù.

Quando all’improvviso, tra le nuvole più lontane, uno scintillio verde.

È lei, è l’aurora.

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Animali fantastici e dove trovarne

L’Islanda è il paese perfetto per chi soffre di demofobia.

Qui, nella terra del fuoco e dei ghiacci, ogni abitante ha due pecore pro capite. Se ne incontrano ovunque, preferibilmente mentre attraversano la strada all’improvviso, pacifiche.

In questi giorni abbiamo incontrato poche persone, diversi bei felini, molti cavalli, qualche mucca e anche una non meglio precisata piccola creatura che correva veloce tra le rocce vulcaniche.

Abbiamo visto le foche libere in una piccola baia piena di sole, ed è valsa la pena la variazione di trenta chilometri per ammirare questi placidi pinnipedi, immersi nel loro ambiente naturale.

Ho realizzato un sogno, e in un pomeriggio caldo ho indossato la tuta del l’omino Michelin e navigato fino ad arrivare al cospetto del più grande mammifero al mondo, la balena. Un’emozione unica e inaspettata, quello sbuffo nel cielo e una lunga ombra nera a pelo d’acqua, la coda maestosa che si immerge per ultima, fino a scomparire lasciandoti stupefatta e grata, per esserle passata accanto.

La sera, nel primo albergo dopo tanti ostelli, alla reception troviamo Leonardo, un giovane ragazzo di Corato che due anni fa si è innamorato dell’Islanda e dei suoi vulcani, di questo paese sempre pronto a cambiare e che vive nell’incertezza di una terra ancora in movimento e divenire.

È lui che con pazienza risponde alle nostre tante domande, che ci racconta la storia dei pastori che da settembre a Natale, girando a cavallo, vanno a recuperare le greggi di pecore che hanno pascolato liberamente per tutta l’estate, finendo magari sulla cima di un monte o sul greto di un fiume.

Che ci racconta di una famiglia di rifugiati siriani che ha aperto un ristorante tipico in una città poco distante.

È lui che ha fatto della sua curiosità un vero e proprio sapere e tra non molto pubblicherà un libro sui vulcani e il rapporto non sempre facile tra gli islandesi e queste montagne sacre.

Che ci saluta con la speranza di vedere, forse, l’aurora boreale, che io aspetto scrutando il cielo ogni sera da quando siamo arrivati.

Ma questa è un’altra storia.

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A nord

La giornata inizia presto, un po’ perché qui il sole va via per poco la sera e torna presto la mattina.

Pensandomi furba ho portato con me la mascherina nera per dormire, per poi accorgermi che mi faceva sentire claustrofobica e abbandonarla in valigia.

Dopo una strada di pianure sconfinate, montagne buttate là con apparente noncuranza, tanti cavalli e qualche pecora, giungiamo al cospetto di sua maestà, Snæfellsnes. Dal suo cratere Jules Verne si è immaginato di passare per dare inizio al celebre viaggio nel centro della terra.

Noi ci limitiamo ad ammirarlo da lontano, percorrendo a piedi un sentiero accanto alle scogliere, dove gli unici rumori sono quelli del mare e dei gabbiani, fino ad arrivare a una casetta di legno, poco più su di una piccola baia, dove premiarci con una dolcissima cioccolata e un soffice waffle. Chissà, magari davanti a un panorama tanto magico hanno meno calorie.

Il viaggio prosegue in direzione nord, finché non leggo sulla guida di una piccola spiaggia con un faro arancione, sì la strada sembra essere un po’ sconnessa ma cosa vuoi che sia, certo è un po’ lunga ma in fondo cosa abbiamo da fare. E così parcheggiamo la macchina nel punto in cui è stata trovata la tomba di un famoso vichingo, e come indomiti esploratori decidiamo di cercare il faro, a piedi.

In un paesaggio più lunare che mai, tra il nero della pietra lavica e il verde del muschio, nel silenzio più totale camminiamo per oltre un’ora, in uno scenario apocalittico, come soli al mondo. Certo, perché gli altri ci erano arrivati con la macchina.

All’arrivo un panorama spettacolare, il faro arancione proprio lì e spunta pure l’arcobaleno, insieme a una decisione strategica: fare l’autostop per tornare indietro.

Ci incamminiamo fiduciosi nella potenza del karma, visto che ieri abbiamo dato un passaggio a due giovani scozzesi.

E il karma arriva, su una Duster Bianca quattro per quattro con a bordo una coppia gentile, accogliente, ma soprattutto nostri concittadini, trovati proprio qui, nel mezzo del niente.

L’arrivo di questa lunga giornata è in nuovo ostello sul fiordo, davanti a un isolotto, raggiungibile a piedi, con una sola attrazione: un altro faro arancione.

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Il circolo d’oro

Una strada nel mezzo del niente, o di come mi immagino sarebbe la luna con l’erba e l’acqua.

È mattino presto, non c’è traffico e la sensazione di una solitudine carica di libertà si fa ancora più forte.

Geyser è la prima tappa, dove restiamo ipnotizzati dal padre di tutti i geyser, il primo a essere scoperto e che ha dato il nome a quelli che sono venuti dopo. In realtà lui ormai riposa sobbollendo un poco, dopo ottocento anni di ininterrotte esibizioni. Il suo discendente, Strokkur continua a stupire e incantare turisti e locali.

È la volta di Gullfoss, le cascate più imponenti e importanti dell’Islanda. Un salto di trentadue metri, una quantità gigantesca di acqua che scorre, un fiume che ne avrebbe di storie da raccontare. Come quella di Sigriöur, giovane fanciulla che per impedire la costruzione di una centrale idroelettrica fece centoventi chilometri a piedi nudi, fino alla capitale, minacciando di buttarsi dalla scogliera se questo fosse accaduto. Se oggi abbiamo ammirato quelle cascate è anche e soprattutto merito suo.

L’ultima tappa del circolo d’oro è un parco naturale, che ha degli ottimi motivi per essere famoso, oltre la bellezza.

Una spaccatura di tre metri nel terreno a testimoniare la frattura tra le placche tettoniche dell’Europa e l’America del Nord.

Poco più a valle, davanti una vista di pace, si visita il luogo dove si è riunito il primo parlamento all’aperto, dove gli antichi islandesi legiferavano, combinavano matrimoni e stringevano alleanze, tra cielo e terra.

L’arrivo è nell’ostello di un piccolo paese affacciato su un fiordo, dove per un hamburger tocca pagare il corrispettivo di un menu completo da Cracco.

“Amore, ci penso io”

“Davvero?”

“Sì”

E carbonara fu.

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Si comincia

Reykjavik ci accoglie un tardo pomeriggio, pulita, ordinata e con un gran traffico per le strade.

Orientarsi non è difficile, anche se le vie hanno i nomi delle lampade Ikea.

Il freddo ci sorprende, abituati come siamo all’afa, al caldo e alle zanzare.

È strano ma bello rimettere giacca e cappello, mentre guardi il mare.

Capisci dal primo in caffè in un bar che il problema non sarà il freddo né il traffico, ma il costo proibitivo di ogni cosa, commestibile e non.

La catena di supermercati più famosa e diffusa ha un porcellino come insegna e la carbonara in scatola come piatto forte. Nemmeno la piccola arriverebbe a tanto.

C’è una grande chiesa Luterana, la più famosa dell’isola, che svetta sulla città insieme a Leiff Eiricksson, l’islandese che primo fra tutti-gli islandesi-è approdato in America.

In riva al mare si staglia l’Harpa, un auditorium simile a un alveare, ricoperto di vetro che cambia colore di giorno e si illumina la notte.

La sera si cammina per il centro, anche se fa freddo, tra giovanissimi sugli skateboard e famiglie con bambini piccolissimi.

“Amore, domani un anello”

“Davvero?”

“No, facciamo il circolo d’oro. Sarà bellissimo”

Ciao, Reykjavík

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Iceland

Il mio tempo non è mio.

Al lavoro è il tempo degli orari, dei turni, di appuntamenti e scadenze, di bisogni e incombenze.

A casa è il tempo degli accompagnamenti, lo sport, la spesa, il pranzo con la cena, il dentista, le lunghe liste di cose da fare appiccicate al frigo come i magneti della vacanza, che non ti ricordano una spiaggia ma una bolletta da pagare, il latte da prendere, un messaggio da scrivere.

Il tempo libero è un ossimoro, per la maggior parte dell’anno.

E poi c’è un tempo sospeso e luminoso, fuggevole e incerto, disteso e immobile, un tempo che è una madre dolcissima, che ti racconta di scoperte e possibilità.

È il tempo del viaggio, che sa di attesa e l’attesa ha il sapore del vento e il vento profuma di libertà.

E se per il Bianconiglio di Alice il per sempre può durare un attimo, per Cenerentola si concentra in una notte, per me comincia ora, in questa terra di ghiaccio e fuoco, di tante pecore e poche persone, di cascate roboanti e pianure immerse nel silenzio.

Non tutti gli spostarsi sono dei viaggiare.

L’Islanda sì.

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Vento d’estate

Sei nata nel cuore dell’estate, due passi dopo il ferragosto, e forse per questo hai sulla mano quel formidabile pollice verde che ti fa essere il San Francesco dei vegetali.

Forse per questo ami tanto il tuo giardino, che prima ancora è stato il giardino del tuo papà, il nonno Gerolamo.

Lui non te lo lasciava curare e oggi che ne sei padrona ti piacerebbe tramandare alla tua unica figlia i segreti delle coltivazioni e della potatura, ma hai già capito che molto probabilmente dovrai saltare una generazione.

Dell’estate hai l’energia e il calore che metti in quello che fai, la pazienza nell’attesa, la testardaggine del sole di mezzogiorno.

Dell’estate hai anche la tendenza ad accumulare e tra la cantina e il garage trova spazio di tutto, dalle mie odiate ballerine rosse al seggiolone della pappa del primogenito.

Dell’estate hai il carattere solare e gli improvvisi temporali, l’amore per gli animali che ha trasformato negli anni la tua grande casa in uno zoo, anche quando liberavi i pappagallini perché potessero volare liberi.

Dell’estate hai la leggerezza e la giocosità che ti fanno vincere ogni anno il premio di miglior nonna a mani basse.

E anche oggi che compi gli anni, che non diciamo quanti altrimenti ti arrabbi, c’è una parte di te che rimane piccina.

E allora alla bambina, alla madre e alla nonna, siamo tutti qui a dirti buon compleanno.

Tanti auguri, mamma

Barbara

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Amityville possession

Nel mezzo della notte, il riposo dei giusti.

Quando, all’improvviso.

“Aaaaarghhhh!!!”

“Mamma, calmati, ti ho solo fatto una carezza sulla testa! Non gridare che svegli tutti, è notte, santo cielo”

“Appunto, è notte! Ossignore che spavento. Io dormivo! E tu mi hai terrorizzata”

“Ah, dormivi? Io no, non riesco”

“Non riesci”

“Non riesco”

“Sparisci”

“Sparisco”

Poco dopo.

“Thanks je urlp lengerren fuvitsu je suis bonjour address”

“O cielo, il grande. Ehi? Sveglia, è solo un brutto sogno”

“Can ai parlevù respan”

“Ecco, parla lingue sconosciute, adesso prendo un crocefisso”

“Ronf”

All’alba

“Aiuto! Accidenti ma…piccola! Cosa fai nel mio letto, ommioddio io non arrivo a domani”

“Non so mami, non mi ricordo niente. Vabbè, abbracciamoci”

Presenze silenziose, carezze assassine, lingue sconosciute.

Chissà se lo trovo un esorcista aperto la settimana di ferragosto.

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