A Natale sei

L’albero di Natale comprato in offerta su Groupon, antigatto, nel senso che è così sconclusionato che neppure il felino si prende la briga di tirare giù le palline.

Il peloso amico di famiglia predilige invece passeggiare per il presepe, dormire tra il muschio e abbeverarsi al laghetto.

Una bambina dal faccino angelico e il cerchietto con le orecchie da renna canticchia felice “sono piccola e tenera come un mamba”

Brillantini per tutte le casa e probabilmente anche nelle mutande, dopo che la piccola ha finito coi lavoretti di Natale.

La cioccolata calda con le canzoni delle feste, mentre il primogenito ascolta rap in cuffia bevendo coca cola.

La letterina a Babbo Natale, ché le tradizioni si mantengono anche quando vengono smascherate.

La piccola che chiede a chi intestare la missiva al termine della quale auspica la pace nel mondo e nella testa di suo fratello.

La mezzana che rischia la falsa testimonianza dichiarando “quest’anno mi sono impegnata a scuola”.

Un check in voce dei regali presi e da prendere, che mostra preoccupanti mancanze alle quali urge porre rimedio.

Un babbo di plastica attaccato malamente alla ringhiera del terrazzo, che a Natale, si sa, siamo tutti più buoni.

E un po’ più tamarri.

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Tachipirina mon amour

La tosse che squassa, il naso che gocciola, i fazzoletti abbandonati in ogni dove.

La febbre che ti fa debole e stanca, e ti chiedi come sia possibile alzarsi e cominciare con le mille cose da fare.

I panni da stirare che crescono alla velocità del bambù, il frigo che si svuota allo stesso modo, la polvere che si appoggia sui mobili ma a quella non hai mai fatto troppo caso quindi continui a non guardare.

Il gatto che ti si acciambella sopra, forse perché sei calda o forse per mettere fine alle tue sofferenze sdraiandosi coi suoi otto chili sul tuo petto.

L’ennesima serie netflix terminata, ché anche leggere è faticoso in questi giorni.

Gli acquisti compulsivi su Amazon, che alla fine consegni la carta di credito alla mezzana con la preghiera di nasconderla e di non usarla per comprarsi l’ultimo modello di iPhone.

La pastina in brodo mangiata col plaid scozzese appoggiato alle spalle, le occhiaie disegnate col pennarello nero sulla faccia.

Il sonno che ti coglie come fosse un’imboscata, mentre sei sul divano, ascolti il primogenito che si fa provare la lezione di storia ma tra Adriano e Traiano tu stai già russando.

La piccola che ti sbaciucchia e propone inquietanti tisane da lei preparate, e che sia messo a verbale casomai non dovessi sopravvivere.

La cura di chi ti ama, che passa dalle pizze portate a casa per cena e lascia in bocca il dolce dei pasticcini finiti dalla piccola.

Influenza, non mi avrai.

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El diablo

Da quando è ricominciata la stagione di pallavolo, la mezzana ha smesso di lasciarmi in lavatrice la divisa gialla della squadra, quella con il numero ventisei stampato sulle spalle.

Pare che una mamma le abbia fatto notare che la sua maglia era la più scolorita di tutte, forse perché era lavata in modo troppo aggressivo.

Da quel momento, per non risultare la giocatrice più sbiadita sulla foto di fine anno, la fanciulla si è messa a sfregare a mano la suddetta maglia alla fine di ogni partita.

La piccola non gradisce più fare i compiti di matematica con la mamma. Dice che si agita troppo perché la genitrice non capisce lo stress a cui è sottoposta tra divisioni a due cifre e potenze, quindi preferisce mettersi alla scrivania da sola, senza distrazioni.

Il maggiore quando può è lieto di essere accompagnato e ripreso da partite e allenamenti da altri genitori, perché pare che nelle altre macchine ci sia musica migliore e chiacchiere più maschili.

Il mio piano diabolico sta funzionando.

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Proiezioni

Avrei voluto un figlio bravissimo nello sport.

Una figlia con il talento per la danza classica, una appassionata di cucina che già impastava biscotti a cinque anni.

Avrei voluto un figlio con le idee chiare, che dopo la terza media mi guardasse negli occhi dicendo “farò il liceo classico come te, mamma”.

Avrei voluto una figlia mancina, come me.

Avrei voluto un figlio coi capelli rossi, capace di suonare il flauto traverso o il pianoforte.

Avrei voluto una figlia intrepida, cintura nera di taekwondo.

Avrei voluto un figlio capace di dipingere e disegnare, una figlia appassionata di sci, un’altra con le lentiggini.

Avrei voluto una figlia con le fossette sulle guance, l’attitudine al canto, amante della lettura come rifugio dell’anima.

Ho avuto tre figli e ho buttato al vento tutti i miei avrei voluto.

Ho avuto tre figli senza lentiggini e fossette, nessuna ballerina di danza classica né campione di pallacanestro.

Ho scoperto che tutti quegli avrei voluto non erano per loro, bensì per me.

Che erano solo proiezioni e desideri, inconsistenti e aeriformi in confronto a quei corpicini solidi e pieni di sorprese che mi giravano intorno.

Ho scoperto che si può essere molto di più e in tanti modi diversi, che si può fare il salto mortale, i trucchi di magia con le carte, scrivere poesie e inventare giochi.

Ho capito che i miei avrei voluto andavano buttati senza riserve, perché proiettare fantasie rischia di non farti vedere la realtà, e spesso la realtà è molto più interessante e variopinta.

Le proiezioni, meglio lasciarle al cinema.

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Mowgli

La radio spenta, il riscaldamento acceso, una piccola isola calda che si muove nel freddo della mattina.

Appoggiato pigramente al sedile del passeggero, in un viaggio in macchina come ce ne sono tanti nelle nostre giornate.

La testa china, lo sguardo basso, le mani in grembo.

Il dito che tormenta la pellicina, il cappuccio tirato sul ciuffo ribelle,cenni di assenso quasi impercettibili.

È un discorso serio e lui è attento, essere genitori è anche questo, è prendersi in mano temi scomodi e provare a sviscerarli, tradurli in una lingua comprensibile e accettabile per un adolescente.

È scegliere le parole, modulare il tono, saper aspettare.

È ricordarsi che non siamo amici né pari, che si ha un compito di guida che va svolto con autorevolezza.

È il coraggio di dire ad alta voce verità scomode, di essere assertivi ma anche comprensivi.

“Mother, hai detto qualcosa?”

“Come? Sì, certo che ho detto qualcosa, anzi ho detto tante cose”

“Puoi ripetere? Scusa ma è uscito l’album nuovo di Salmo, non puoi capire quanto è bello. Dovresti ascoltarlo”

Dovrei ascoltare Salmo, dice il primogenito rimettendosi le cuffie nelle orecchie.

Forse avrei dovuto farlo allevare dai lupi.

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National Geographic

“Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. Visto mami, le so tutte! Ho imparato le regioni d’Italia”

“Brava amore, però ne manca una”

“No, non manca niente, le ho dette tutte”

“Manca il Molise”

“Ahahahah bella questa, lo sanno tutti che il Molise non esiste”

“Ma no, piccola che dici? Certo che esiste”

“La mia compagna ha detto di no, ne era certa”

“E io ti garantisco che esiste. Ne sono certa anche io”

“Ma è la regione che confina con l’Australia?”

“Amore di mamma, noi non confiniamo da nessuna parte con l’Australia”

“Neanche a sud-est?”

“Neanche a sud-est”

“È un vero peccato. Domani a scuola lo dirò a tutti. Bisognerebbe fare qualcosa”

La moderna geografia sposta i confini e ridefinisce gli spazi, almeno nelle intenzioni e nei desideri di una bambina di quinta elementare.

Forse, come diceva Gagarin nello spazio, “da quassù la terra è bellissima. Non si vedono né confini né barriere”

Intanto da quaggiù, piccoletta si prepara a dominare il mondo.

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Sicilia

L’ho scartato in anticipo, quest’anno, il mio pacchetto di Natale.

Dentro c’era una prima volta.

E così siamo volati quaggiù, a conoscere un pezzo di mondo dove non ero mai stata, insieme all’uomo che è in assoluto il mio compagno preferito di avventure e scoperte. Che porta la curiosità in alto come una bandiera e mi contagia con l’entusiasmo e la voglia di imparare.

Ho tolto la giacca e tirato su le maniche, ché mentre a casa nevica qui la gente puccia i piedi in un mare turchese.

Ho camminato tanto, tra antico e moderno, bellezza e decadenza, ricchezza e povertà.

Ho annusato l’aria che sa di mare sulla costa, l’odore del pesce fresco al mercato, il fritto dei cartocci vicino alle vetrine.

Ho capito che la vera impresa sarebbe stata tornare negli stessi pantaloni della partenza, vista la moltitudine di dolci e una gastronomia unica al mondo.

Ho ammirato l’ingegno di Archimede, in una mostra immersiva nel suo paese d’origine.

Ho contemplato le opere e il genio di Salvador Dalì camminando tra le sale di un castello antico.

Ho visto la sorgente del fiume Amenano, nascosto in una grotta sotto un ristorante.

Ho ascoltato i racconti della vita dei santi che proteggono queste città, non senza una certa inquietudine.

Ho scrutato un vulcano sotto la luna piena, ché ultimamente qui si passa da un’isola vulcanica a un’altra.

Sempre e comunque sentendosi a casa.

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A novembre

La prima neve, la prima febbre, i primi passi in una passione che si preannuncia totalizzante, quella degli audiolibri, ascoltati in macchina nel perpetuo e lungo tragitto casa lavoro, lavoro casa.

Un mese che diventa freddo e buio, che sta in mezzo tra l’autunno e il Natale.

Tanti, troppi impegni, la reclusione forzata di una figlia malata, che si aggira per casa col naso gocciolante, il cappello coi pon pon storto sulla testa, la coperta come mantello appoggiata alle spalle e la richiesta incessante di qualcosa da fare.

Giocare a carte insieme, vedere i film, vestire le Barbie e raccontarsi storie, chiuse dentro la bolla della Tachipirina.

Il gatto grande che ogni sera, alla stessa ora, miagola imperioso e supplice dietro la porta di casa. Vuole entrare per raggiungere il letto del primogenito che sta per andare a dormire e allungarsi fiduciosi di fianco a lui, per l’ultima coccola della giornata.

I piani per il Natale, la ricerca dei regali che si fa da un anno all’altro più complicata, mentre fino a poco fa bastava un giro nel reparto giocattoli per garantirsi sorrisi e felicità.

Una cosa bella che sta per arrivare, che io mi tengo in tasca perché c’è bisogno di pensieri luminosi quando la sera fa buio presto.

La stanchezza combattuta a suon di cioccolata, la tristezza come una coperta che a un certo punto va scalciata via.

Le paure e le preoccupazioni, che sembrano aspettarti come un burrone alla fine di un sentiero.

Provare a camminare vicino al bordo del precipizio, chè nel buio bisogna sempre saper dare un’occhiata, quando hai tanta luce che ti aspetta.

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E poi

L’open day il sabato mattina, tra centinaia di altri genitori confusi e assonnati, insieme ad altrettanti ragazzine e ragazzini con lo sguardo curioso e il cellulare in mano.

L’onore e l’onere della scelta, che è complicata proprio perché di scelta ce n’è tanta, forse troppa.

Perché una volta era più semplice, se volevi studiare andavi al classico o allo scientifico, se volevi diventare maestra andavi alle magistrali, nel dubbio c’erano sempre geometra e ragioneria.

Oggi ci si perde in una giungla di indirizzi, acronimi, specializzazioni.

La mezzana si è mossa disinvolta e intraprendente tra aule e corridoi, ha dichiarato che l’istituto è di suo gradimento e non saranno necessari ulteriori open day, che però faremo lo stesso.

Il pigiama party della piccola, ormai lanciata verso una vita sociale più ricca di quella di sua madre. La preparazione dello zainetto perché ‘dormo fuori, mami, non essere troppo puntuale per venire a prendermi che così sto un po’ di più’.

La latitanza del figlio maggiore, che torna da scuola, si nutre come se arrivasse da settimane nella foresta, prepara il borsone e saluta tutti ‘mother, vado. Adesso c’è la partita, poi si va tutti a mangiare da M che fa le braciole con la pizza e poi a giocare alla PlayStation da A. Ci vediamo poi’ ‘Ma quand’è poi?’ ‘Boh’

Qui si diventa grandi, un poi alla volta.

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Il suggeritore

Il segretario: esce dalla classe e fa le fotocopie dalla bidella, controlla i compagni quando non c’è la maestra in classe, porta tè o caffè alla suddetta maestra.

Il segretario ha il potere.

Il Distributore: distribuisce quaderni, libri ai compagni.

Distributore di schede: appunto, distribuisce solo le schede.

Raccoglitore: l’alter ego del distributore.

Il giardiniere: annaffia le piante della classe.

Bibliotecario: sistema i libri della biblioteca di classe.

Ritiratore della carta: raccoglie la carta avanzata quando si ritaglia qualcosa.

Aiutante palestra: porta e ripone le palle.

Squadra ordine e pulizia: pulisce la classe con scopa e paletta.

“Mami, ne dovrebbero aggiungere uno: il suggeritore”

“E cosa dovrebbe fare il suggeritore?”

“Suggerire le cose che non sai quando sei interrogato, no?”

Non siamo in un romanzo di Donato Carrisi ma nella classe della piccola, la quinta A.

Un mondo dove ogni bambino ha un incarico e trama silenziosamente per ottenere privilegi e potere.

La piccola, mentre raccoglie furtiva la carta avanzata tra i banchi, sta cercando di circuire la maestra per farsi affidare il compito più prestigioso.

Segretario, attento a te.

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