Sorpresa!

“Una sorpresa, dici?”

“Sì, sarà bellissimo non credi?”

“No”

“Come no?”

“Ma ti pare che ha voglia di vederti? Se ne sta lì bella tranquilla, si diverte, non pensa certo a voi”

“Sarà questione di un attimo, un saluto, insomma, una sorpresa!”

“Le sorprese non si fanno, mai. Non si torna prima dal lavoro senza avvisare, non ci si presenta in ufficio perché stavi passando di lì e soprattutto non si vanno a trovare le tredicenni giocatrici di pallavolo che sono al mare con la squadra. Tu saresti stata contenta alla sua età di vedere i tuoi mentre eri con le tue amiche?”

“Ma io sono più simpatica dei miei genitori”

“Lo credi tu”

La parola sorprendere viene dal latino, letteralmente significa cogliere di sorpresa, soprattutto il nemico.

La faccia della mezzana ha ben rappresentato questa definizione, non appena ci ha visto sorridenti sugli spalti, a tifare per il torneo della befana.

Una via di mezzo tra il soldato giapponese braccato nella giungla, l’urlo di Munch e l’esorcista quando Linda Blair gira la testa a trecentosessanta gradi, la figliola ha ripreso a respirare solo quando è stato chiaro che avremmo mangiato, dormito e trascorso il tempo altrove ma soprattutto non con lei.

Le sorprese basta, solo a Natale.

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Sorpresa!

“Una sorpresa, dici?”

“Sì, sarà bellissimo non credi?”

“No”

“Come no?”

“Ma ti pare che ha voglia di vederti? Se ne sta lì bella tranquilla, si diverte, non pensa certo a voi”

“Sarà questione di un attimo, un saluto, insomma, una sorpresa!”

“Le sorprese non si fanno, mai. Non si torna prima dal lavoro senza avvisare, non ci si presenta in ufficio perché stavi passando di lì e soprattutto non si vanno a trovare le tredicenni giocatrici di pallavolo che sono al mare con la squadra. Tu saresti stata contenta alla sua età di vedere i tuoi mentre eri con le tue amiche?”

“Ma io sono più simpatica dei miei genitori”

“Lo credi tu”

La parola sorprendere viene dal latino, letteralmente significa cogliere di sorpresa, soprattutto il nemico.

La faccia della mezzana ha ben rappresentato questa definizione, non appena ci ha visto sorridenti sugli spalti, a tifare per il torneo della befana.

Una via di mezzo tra il soldato giapponese braccato nella giungla, l’urlo di Munch e l’esorcista quando Linda Blair gira la testa a trecentosessanta gradi, la figliola ha ripreso a respirare solo quando è stato chiaro che avremmo mangiato, dormito e trascorso il tempo altrove ma soprattutto non con lei.

Le sorprese basta, solo a Natale.

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Finché dura

Le notizie dalla Svezia arrivano frammentate e sporadiche, si compongono spiando qualche storia su Instagram e aspettando messaggi dal gruppo genitori che sfidando il freddo e il divieto dei figli li hanno raggiunti lassù col primo volo disponibile.

Quello che so per ora è che il primogenito ha molta tosse, per colazione ha trovato gallette di riso e un fritto non meglio identificato, che non è riuscito a usare la nuovissima carta di credito prepagata perché ha sbagliato il codice.

Così, a occhio, si intravedono ampi margini di miglioramento.

La mezzana prepara divisa e ginocchiere, felpe e magliette, panini e succhi perché è arrivato il suo turno di partire, per il torneo dell’epifania al mare, di precetto ogni anno in questo periodo.

È felice di andarsene da casa come un ergastolano a cui viene ridotta la pena, e viene da chiedersi se non venga torturata dal gatto la notte per nutrire un simile desiderio di fuga.

La piccola tace, osserva e, quando nessuno la vede, sorride. Sfrega le mani soddisfatta come chi ha appena messo a segno un gran colpo.

In effetti si potrebbe definire così trovarsi figlia unica, anche solo per pochi giorni, progettare l’invasione del lettone e chiedere lasagne a pranzo e a cena.

Io sogno viaggi esotici e intanto vado a lavorare, godendomi questo conto alla rovescia di figli, i pochi letti da rifare, i biscotti che durano di più.

Ancora per poco.

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Quaranta a capodanno

“Quaranta tondi tondi”

“Ma sì, vedrai che non è niente”

“Non ti reggi in piedi”

“Starò seduto”

“Non mangi da due giorni”

“Ho bevuto un tè, sono a posto così”

“Hai tossito tutta la notte”

“Però abbiamo visto la serie su Netflix”

“Con la febbre alta deliri”

“Non sono deliri, è filosofia”

“Lassù fa freddo, sai?”

“Cambiare aria mi farà bene”

“Non è che la cambi, ti porta via se non stai attento”

“Mother sto bene, non ti preoccupa…cough cough cough cough”

A pochi giorni dalla partenza per il torneo di basket, il primogenito aveva le stesse possibilità di fare un canestro da metà campo a un secondo dalla fine del derby come di prendersi l’influenza peggiore della sua vita.

Inutile dire che non ha fatto canestro ma ha centrato solo il cestino con la scatola vuota della Tachipirina.

Tra dubbi e perplessità -mie- entusiasmo e felicità -suoi- il ragazzo rimesso in forze salirà domani mattina su un aereo diretto in Svezia, insieme al resto della squadra.

Un trolley giallo pieno di felpe, calzettoni e antibiotici. Il cappuccio sulla testa e le cuffiette nelle orecchie.

Mi sembra un buon modo per cominciare il nuovo anno.

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Di Natale, ancora

Il pomeriggio del giorno di Natale ero in macchina, destinazione lavoro.

Di umore ombroso, immersa in quella vittimistica sensazione tanto sgradevole quanto a volte comoda di essere sola e raminga mentre il resto del mondo scia sulle Dolomiti, mette in valigia il pareo per le spiagge di Zanzibar o allunga le gambe nella piscina di una spa.

Guidavo così, coi pensieri persi e i gesti automatici di chi percorre una strada quotidianamente.

A svegliarmi dal torpore un cappotto rosso, sul lato sinistro della strada.

Un cappotto rosso indossato da una donna bionda, la cintura stretta in vita, i capelli sciolti, lunghi e lisci.

La schiena china, verso qualcosa sul ciglio della carreggiata. 

Una strada normalmente trafficata, a volte pericolosa.

Tra le mani una fila di lucine intermittenti, come quelle che si appoggiano sull’albero di Natale. Solo che non c’erano alberi, sul ciglio di quella strada, ma una piccola croce, un mazzo di fiori gialli e, appoggiata alla croce, la foto sorridente di una giovane ragazza. 

La signora col cappotto rosso sistemava le lucine intorno a quella croce e a quella foto con la delicatezza di una madre che rimbocca le coperte la sera, su bene in alto così non prendi freddo, la naturalezza di chi è nel salotto di casa sua a piegare i panni, la lentezza di chi fa le cose con cura, nonostante l’auto parcheggiata con le quattro frecce accese, poco più avanti.

Se ne vedono spesso di quelle croci, ai lati delle strade. Si passa oltre con la velocità di impegni e appuntamenti, con la sicurezza stupida di essere al sicuro, con la falsa convinzione che capiti solo agli altri.

Si passa e si guarda, ma non si vede, finché un cappotto rosso e delle lucine lampeggianti te lo mostrano, un pomeriggio di Natale, quando ti senti sfortunato perché stai andando a lavorare e non in vacanza, perché non sei con i tuoi figli o sul divano di casa tua.

E allora guido, lavoro, sorrido e racconto.

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Strike

Se c’è una cosa peggiore di un adolescente maschio, è un adolescente maschio malato.

Il primogenito, per non perdere l’allenamento e rispolverare antichi talenti, da ormai due giorni veleggia per i quaranta di febbre, tossisce come una cassa di risonanza e la notte delira di prendere il borsone e andare all’allenamento che si fa tardi.

Di giorno leva il suo lamento per un destino cinico e baro che lo confina a letto durante le tanto sospirate vacanze natalizie, con l’aggravante dell’imminente nonché tanto desiderato viaggio in direzione del nord d’Europa.

La mezzana documenta le ultime ore del fratello come il più agguerrito dei fotoreporter, armata della nuova macchina fotografica trovata sotto l’albero di Natale.

La piccola gioca con le Barbie, fa il karaoke col microfono donato dalla nonna finché qualcuno esasperato non glielo porta via con la forza.

Io non dormo la notte e stasera vado a giocare a bowling per lavoro, per quanto possa sembrare un ossimoro.

Che fatica le vacanze.

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Quattro verticale

“Serena, conduttrice dell’ottavo nano? Sedicesimo presidente degli Stati Uniti?

Perugia è il capoluogo di?”

“Ma da quando hai cominciato? Bello, eh, però non puoi perseguitarmi tutto il giorno a farmi domande, altrimenti lo risolvo io”

“Mami mami mami sono pronta per cucinare. Dimmi cosa devo fare e io lo farò . Dimmi cosa devo impastare e io impasterò. Dimmi cosa devo cuocere e io cuocinerò”

“Cuocerò, amore. Aspettiamo tua sorella e cominciamo”

“No mamma ti prego, io la mia parte la faccio stasera”

“Lavi i piatti?”

“No, mangio”

“Vieni qui e lava l’insalata, va”

“Mami metto la musica”

“Va bene basta che non siamo Albano e Romina come al solito”

“Felicità! È un bicchiere di vino con un panino la felicità! È lasciarti un biglietto dentro al cassetto, la felicità

È cantare a due voci quanto mi piaci, la felicità, felicità felicità felicitaaaaa”

Il primogenito fa finta di fare i compiti e poi si sdraia sul divano con le parole crociate, sua nuova passione.

La mezzana svicola dai doveri e va in cerca solo di piaceri.

La piccola modella polpette e impasta biscotti, mescola e assaggia, cantando a gran voce Felicità.

Domani è Natale.

Auguri, a tutti

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Noi

Ehi tu, lassù, qualche aggiornamento.

Il primogenito è al secondo anno di Liceo, fa allenamento di pallacanestro tre volte a settimana, prende insulti durante gli arbitraggi ma il giorno di Natale sarà al palazzetto per una partita importante. Te l’immagini? Avrei voluto vederti sugli spalti, saresti stato orgogliosissimo di quel nipote col fischietto in mezzo ai tuoi giocatori preferiti.

Fa ancora magie con le carte e ascolta la musica trap, che non sto qui a spiegarti perché è un argomento complicato e non sempre piacevole.

È mutevole come la primavera ma al posto dei boccioli è pieno di spine. È un adolescente.

La mezzana è al giro di boa della terza media, naviga verso il primo serio bivio della sua vita con una inaspettata determinazione.

Osserva le persone e ne intuisce i sentimenti, sembra distratta e maldestra ma coglie il punto e ricuce strappi.

Mi somiglia tanto, ed è tanto più bella di me.

Mi incanta la tenerezza con cui si prende cura della sorella, ammiro un legame che non conosco e invidio ma che mi dà fiducia e speranza per il futuro.

La piccola mi toglie il fiato e il sonno.

È come un’alba bellissima, di quelle dov’è il cielo prende un colore unico, ma che preannuncia una giornata faticosa.

Ha più domande da fare delle risposte che ho da dare.

È in quinta elementare, è alta quasi come me e qualche brufolo sulla fronte. Quando la guardo sorrido e qualcosa mi si scioglie dentro.

Io sto bene, mi impegno a essere felice. Perché ho tanti motivi per esserlo.

Il dolore cambia, la mancanza trasforma, ma il mio sorriso quando penso a te è sempre lo stesso di quella bambina sulle tue spalle.

Papà, lassù, ci manchi.

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Dobbiamo parlare

Ho sempre amato osservare le interazioni umane e la comunicazione fra le persone.

Negli anni ho imparato a temere alcuni incipit, delle parole che messe in fila non fanno presagire nulla di buono.

Per esempio, un fidanzato che ti dice “dobbiamo parlare”, ed è quasi certo che non voglia confrontarsi sul ristorante dove andare a cena.

La piccola che sussurra “senza offesa, mami, ma…” (il polpettone fa schifo, hai la pancia, non aggrottare la fronte quando ti arrabbi che si vedono le rughe)

E poi lui, il primogenito.

Che torna da scuola con le cuffiette nelle orecchie e così esordisce: “mother, non puoi capire quello che è successo a scuola oggi” che di solito si completa con “ho preso quattro in fisica ma la prof ha deciso di non fare media perché hanno preso la sufficienza solo quattro gatti” o “c’era l’ora buca e ci siamo messi a saltare sui banchi, un mio compagno è caduto e abbiamo fatto un video che ti schianti dalle risate”

Il suo rientro di oggi, ore tredici e trenta, cuffiette nelle orecchie. Ciuffo ribelle, sorriso divertito.

“Mother, non puoi capire quello che è successo a scuola oggi”

“Ancora? Ma basta, neanche a Natale si può stare tranquilli? Cosa c’è stavolta?”

“Ora di arte: il prof stava parlando e ovviamente nessuno lo interrompeva altrimenti si ricordava che ci doveva interrogare. Parlava di oggetti artistici, stili architettonici”

“Quindi?”

“Quindi ha preso uno sgabello e ci ha chiesto ‘allora cosa mi dite, vi piace questo oggetto?’ e tutti hanno risposto di sì. E lui ha chiesto perché”

“Dunque”

“Dunque mi sono alzato in piedi e ho detto ‘perché è sga-BELLO’”

“Ossignore. E il professore cosa ti ha detto?”

“È venuto verso di me e mi ha stretto la mano”

Lo sbocco naturale del liceo non è più l’università.

È il palco di Zelig.

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Open day-atto terzo

Nell’aula di musica abbiamo ascoltato La Bamba e Paloma magistralmente interpretati da una decina di preadolescenti armati di flauto traverso, trombone, pianola e bonghi.

Abbiamo visitato l’aula di informatica anche se i ragazzi più che lo schermo ammiravano il panorama fuori dalla finestra.

In biblioteca una ragazzina ci ha spiegato come sviluppare la logica attraverso il gioco degli scacchi.

Un’altra ha raccontato il viandante in un mare di nebbia per il progetto di arte, con competenza, semplicità e le maniche della felpa tirate giù a coprire le mani, forse per l’emozione di tante paia di occhi addosso.

Ancora ci hanno raccontato che è meglio non fare il pomeriggio, la lingua da scegliere è decisamente il tedesco e sulla mensa meglio non esprimersi, ma questo lo sapevamo già.

In palestra le femmine giocavano a pallavolo e i maschi a Ping pong, per prepararsi al torneo di domani. Quando a scuola ci andavo io l’ora di ginnastica era solo tanti giri di corsa, arrampicate sul quadro svedese e drammatiche risalite sulla pertica.

Per tutto il tempo è caduta la neve.

La piccola e io abbiamo partecipato all’open day della scuola media, il primo per lei, il terzo per me.

È ufficiale: stiamo diventando grandi.

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