Proiezioni

Avrei voluto un figlio bravissimo nello sport.

Una figlia con il talento per la danza classica, una appassionata di cucina che già impastava biscotti a cinque anni.

Avrei voluto un figlio con le idee chiare, che dopo la terza media mi guardasse negli occhi dicendo “farò il liceo classico come te, mamma”.

Avrei voluto una figlia mancina, come me.

Avrei voluto un figlio coi capelli rossi, capace di suonare il flauto traverso o il pianoforte.

Avrei voluto una figlia intrepida, cintura nera di taekwondo.

Avrei voluto un figlio capace di dipingere e disegnare, una figlia appassionata di sci, un’altra con le lentiggini.

Avrei voluto una figlia con le fossette sulle guance, l’attitudine al canto, amante della lettura come rifugio dell’anima.

Ho avuto tre figli e ho buttato al vento tutti i miei avrei voluto.

Ho avuto tre figli senza lentiggini e fossette, nessuna ballerina di danza classica né campione di pallacanestro.

Ho scoperto che tutti quegli avrei voluto non erano per loro, bensì per me.

Che erano solo proiezioni e desideri, inconsistenti e aeriformi in confronto a quei corpicini solidi e pieni di sorprese che mi giravano intorno.

Ho scoperto che si può essere molto di più e in tanti modi diversi, che si può fare il salto mortale, i trucchi di magia con le carte, scrivere poesie e inventare giochi.

Ho capito che i miei avrei voluto andavano buttati senza riserve, perché proiettare fantasie rischia di non farti vedere la realtà, e spesso la realtà è molto più interessante e variopinta.

Le proiezioni, meglio lasciarle al cinema.

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Mowgli

La radio spenta, il riscaldamento acceso, una piccola isola calda che si muove nel freddo della mattina.

Appoggiato pigramente al sedile del passeggero, in un viaggio in macchina come ce ne sono tanti nelle nostre giornate.

La testa china, lo sguardo basso, le mani in grembo.

Il dito che tormenta la pellicina, il cappuccio tirato sul ciuffo ribelle,cenni di assenso quasi impercettibili.

È un discorso serio e lui è attento, essere genitori è anche questo, è prendersi in mano temi scomodi e provare a sviscerarli, tradurli in una lingua comprensibile e accettabile per un adolescente.

È scegliere le parole, modulare il tono, saper aspettare.

È ricordarsi che non siamo amici né pari, che si ha un compito di guida che va svolto con autorevolezza.

È il coraggio di dire ad alta voce verità scomode, di essere assertivi ma anche comprensivi.

“Mother, hai detto qualcosa?”

“Come? Sì, certo che ho detto qualcosa, anzi ho detto tante cose”

“Puoi ripetere? Scusa ma è uscito l’album nuovo di Salmo, non puoi capire quanto è bello. Dovresti ascoltarlo”

Dovrei ascoltare Salmo, dice il primogenito rimettendosi le cuffie nelle orecchie.

Forse avrei dovuto farlo allevare dai lupi.

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National Geographic

“Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. Visto mami, le so tutte! Ho imparato le regioni d’Italia”

“Brava amore, però ne manca una”

“No, non manca niente, le ho dette tutte”

“Manca il Molise”

“Ahahahah bella questa, lo sanno tutti che il Molise non esiste”

“Ma no, piccola che dici? Certo che esiste”

“La mia compagna ha detto di no, ne era certa”

“E io ti garantisco che esiste. Ne sono certa anche io”

“Ma è la regione che confina con l’Australia?”

“Amore di mamma, noi non confiniamo da nessuna parte con l’Australia”

“Neanche a sud-est?”

“Neanche a sud-est”

“È un vero peccato. Domani a scuola lo dirò a tutti. Bisognerebbe fare qualcosa”

La moderna geografia sposta i confini e ridefinisce gli spazi, almeno nelle intenzioni e nei desideri di una bambina di quinta elementare.

Forse, come diceva Gagarin nello spazio, “da quassù la terra è bellissima. Non si vedono né confini né barriere”

Intanto da quaggiù, piccoletta si prepara a dominare il mondo.

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Sicilia

L’ho scartato in anticipo, quest’anno, il mio pacchetto di Natale.

Dentro c’era una prima volta.

E così siamo volati quaggiù, a conoscere un pezzo di mondo dove non ero mai stata, insieme all’uomo che è in assoluto il mio compagno preferito di avventure e scoperte. Che porta la curiosità in alto come una bandiera e mi contagia con l’entusiasmo e la voglia di imparare.

Ho tolto la giacca e tirato su le maniche, ché mentre a casa nevica qui la gente puccia i piedi in un mare turchese.

Ho camminato tanto, tra antico e moderno, bellezza e decadenza, ricchezza e povertà.

Ho annusato l’aria che sa di mare sulla costa, l’odore del pesce fresco al mercato, il fritto dei cartocci vicino alle vetrine.

Ho capito che la vera impresa sarebbe stata tornare negli stessi pantaloni della partenza, vista la moltitudine di dolci e una gastronomia unica al mondo.

Ho ammirato l’ingegno di Archimede, in una mostra immersiva nel suo paese d’origine.

Ho contemplato le opere e il genio di Salvador Dalì camminando tra le sale di un castello antico.

Ho visto la sorgente del fiume Amenano, nascosto in una grotta sotto un ristorante.

Ho ascoltato i racconti della vita dei santi che proteggono queste città, non senza una certa inquietudine.

Ho scrutato un vulcano sotto la luna piena, ché ultimamente qui si passa da un’isola vulcanica a un’altra.

Sempre e comunque sentendosi a casa.

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A novembre

La prima neve, la prima febbre, i primi passi in una passione che si preannuncia totalizzante, quella degli audiolibri, ascoltati in macchina nel perpetuo e lungo tragitto casa lavoro, lavoro casa.

Un mese che diventa freddo e buio, che sta in mezzo tra l’autunno e il Natale.

Tanti, troppi impegni, la reclusione forzata di una figlia malata, che si aggira per casa col naso gocciolante, il cappello coi pon pon storto sulla testa, la coperta come mantello appoggiata alle spalle e la richiesta incessante di qualcosa da fare.

Giocare a carte insieme, vedere i film, vestire le Barbie e raccontarsi storie, chiuse dentro la bolla della Tachipirina.

Il gatto grande che ogni sera, alla stessa ora, miagola imperioso e supplice dietro la porta di casa. Vuole entrare per raggiungere il letto del primogenito che sta per andare a dormire e allungarsi fiduciosi di fianco a lui, per l’ultima coccola della giornata.

I piani per il Natale, la ricerca dei regali che si fa da un anno all’altro più complicata, mentre fino a poco fa bastava un giro nel reparto giocattoli per garantirsi sorrisi e felicità.

Una cosa bella che sta per arrivare, che io mi tengo in tasca perché c’è bisogno di pensieri luminosi quando la sera fa buio presto.

La stanchezza combattuta a suon di cioccolata, la tristezza come una coperta che a un certo punto va scalciata via.

Le paure e le preoccupazioni, che sembrano aspettarti come un burrone alla fine di un sentiero.

Provare a camminare vicino al bordo del precipizio, chè nel buio bisogna sempre saper dare un’occhiata, quando hai tanta luce che ti aspetta.

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E poi

L’open day il sabato mattina, tra centinaia di altri genitori confusi e assonnati, insieme ad altrettanti ragazzine e ragazzini con lo sguardo curioso e il cellulare in mano.

L’onore e l’onere della scelta, che è complicata proprio perché di scelta ce n’è tanta, forse troppa.

Perché una volta era più semplice, se volevi studiare andavi al classico o allo scientifico, se volevi diventare maestra andavi alle magistrali, nel dubbio c’erano sempre geometra e ragioneria.

Oggi ci si perde in una giungla di indirizzi, acronimi, specializzazioni.

La mezzana si è mossa disinvolta e intraprendente tra aule e corridoi, ha dichiarato che l’istituto è di suo gradimento e non saranno necessari ulteriori open day, che però faremo lo stesso.

Il pigiama party della piccola, ormai lanciata verso una vita sociale più ricca di quella di sua madre. La preparazione dello zainetto perché ‘dormo fuori, mami, non essere troppo puntuale per venire a prendermi che così sto un po’ di più’.

La latitanza del figlio maggiore, che torna da scuola, si nutre come se arrivasse da settimane nella foresta, prepara il borsone e saluta tutti ‘mother, vado. Adesso c’è la partita, poi si va tutti a mangiare da M che fa le braciole con la pizza e poi a giocare alla PlayStation da A. Ci vediamo poi’ ‘Ma quand’è poi?’ ‘Boh’

Qui si diventa grandi, un poi alla volta.

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Il suggeritore

Il segretario: esce dalla classe e fa le fotocopie dalla bidella, controlla i compagni quando non c’è la maestra in classe, porta tè o caffè alla suddetta maestra.

Il segretario ha il potere.

Il Distributore: distribuisce quaderni, libri ai compagni.

Distributore di schede: appunto, distribuisce solo le schede.

Raccoglitore: l’alter ego del distributore.

Il giardiniere: annaffia le piante della classe.

Bibliotecario: sistema i libri della biblioteca di classe.

Ritiratore della carta: raccoglie la carta avanzata quando si ritaglia qualcosa.

Aiutante palestra: porta e ripone le palle.

Squadra ordine e pulizia: pulisce la classe con scopa e paletta.

“Mami, ne dovrebbero aggiungere uno: il suggeritore”

“E cosa dovrebbe fare il suggeritore?”

“Suggerire le cose che non sai quando sei interrogato, no?”

Non siamo in un romanzo di Donato Carrisi ma nella classe della piccola, la quinta A.

Un mondo dove ogni bambino ha un incarico e trama silenziosamente per ottenere privilegi e potere.

La piccola, mentre raccoglie furtiva la carta avanzata tra i banchi, sta cercando di circuire la maestra per farsi affidare il compito più prestigioso.

Segretario, attento a te.

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Do you like?

Nella mia famiglia le regole sono poche ma imprescindibili.

Molte di queste si sono adattate alla crescita e ai cambiamenti degli abitanti di casa, ma una è rimasta immutata nei secoli: si parla e ci si racconta.

A pranzo, a cena, a colazione o merenda, mentre si va a pallavolo o nella sala d’aspetto del pediatra, che sia la giornata a scuola, il litigio col compagno, un bel voto o un desiderio, si condivide raccontando.

Tuttavia.

“Mother, non hai messo like alla mia ultima foto?”

“Eh? No, non l’ho vista, perché?”

“Vai a vederla, c’è già una reaction”

“Mamma, ti ho taggato su musically, puoi vedere anche tu il video nuovo che ho fatto con la piccola dove raccontiamo come è andata la domenica”

“Scusa ma non me lo puoi dire adesso?”

“No, però ti ho scritto in direct”

“Come? Dove?”

“Mamma, sulla direct di Insta, no?”

“Mami, c’è una palestra bellissima dove vorrei andare. Mia sorella ti manda il link su whatsapp”

“Piccola? Tu quoque? Non puoi semplicemente spiegarmelo?”

“No, e tu dovresti smettere di stare in quel posto da vecchi”

“Quale posto da vecchi?”

“Facebook, no?”

È evidente che in questa casa frequentiamo social diversi.

Io, che non amo le risse da web, che al posto delle app scarico la spesa, che sto ancora imparando l’educazione digitale, che non mi struggo per un pugno di like.

È incomunicabilità 2.0

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Carpe diem

“Mami?”

“Dimmi piccola”

“Facciamo un’ipotesi: mettiamo il caso che una bambina di quinta elementare che fa sempre tutti i compiti…”

“Sei tu?”

“Mami, è un’ipotesi! Allora: questa brava e diligente bambina di impegna e non dimentica mai di fare i compiti”

“Bene”

“Ma…mettiamo -sempre per ipotesi- che per due lunedì di fila si dimentichi di fare i compiti di inglese e quello di geografia”

“Ah”

“E mettiamo pure che non sappia dove sia la scheda della Lombardia”

“Per ipotesi”

“Certo, per ipotesi”

“Se tu fossi la maestra, cosa faresti?”

“Mamma, no, non devo studiare storia. Il prof ha detto di non guardarla sul libro, che è sbagliata”

“Scusa, in che senso sbagliata? E quindi dove dovresti studiarla?”

“Non dovrei, infatti”

“Mother!! Non immagini! Che giornata epica”

“È andata bene? La verifica di matematica è andata bene?”

“Sì, cioè no, insomma è successo questo. C’erano un sacco di assenti per la verifica. Eravamo a metà e io stavo già pensando di non tornare a casa e scappare in Colombia perché, diciamo, non stava andando granché bene”

“Però sei qui”

“Sì, sono qui. Perché a dieci minuti dalla fine…è suonato l’allarme antincendio della scuola!!! E allora ci siamo messi in fila per uscire e ci siamo detti tutte le soluzioni”

“E la prof, si è accorta?”

“Certo. Ha annullato la verifica! La rifacciamo lunedì prossimo”

“Ma allora il problema è solo rimandato”

“Mother, non capisci. Cogli l’attimo”

A breve inizieranno i colloqui con gli insegnanti.

Chissà com’è il clima adesso in Colombia.

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Gratta gratta

La lavatrice che si intasa e allaga il bagno, il primogenito che si siede sul suo cellulare frantumando lo schermo con le sue delicate terga, la spia dell’olio che si accende implacabile sul cruscotto della macchina.

Una settimana senza sosta e senza tregua tra lavoro, trasferte, bisogni e scadenze.

La richiesta di una relazione scritta in inglese, quando ti senti preparata come Mr. Flanagan di Mai dire gol e il massimo della tua padronanza linguistica si raggiunge declamando “the cat si on the table”

L’avvicinarsi di un evento che tanto ti emoziona quanto terrorizza, con la sindrome dell’impostore sempre in agguato, la tachicardia e la perenne sensazione di non essere mai abbastanza.

Cesare e Marco Aurelio da provare al primogenito finché non si sente pronto, che la sicurezza passa nel dna come i denti storti o i piedi piatti.

E poi un pomeriggio con la cioccolata e i biscotti, la piccola sul divano che legge ridendo un libro della biblioteca sulla storia di una quarta elementare, la mezzana che porta a casa dieci in inglese guadagnandosi una standing ovation da tutti, gatti inclusi. Il primogenito felice per aver ottenuto un permesso speciale.

Gratta gratta, qualcosa di bello si trova sempre.

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