Noi

Ehi tu, lassù, qualche aggiornamento.

Il primogenito è al secondo anno di Liceo, fa allenamento di pallacanestro tre volte a settimana, prende insulti durante gli arbitraggi ma il giorno di Natale sarà al palazzetto per una partita importante. Te l’immagini? Avrei voluto vederti sugli spalti, saresti stato orgogliosissimo di quel nipote col fischietto in mezzo ai tuoi giocatori preferiti.

Fa ancora magie con le carte e ascolta la musica trap, che non sto qui a spiegarti perché è un argomento complicato e non sempre piacevole.

È mutevole come la primavera ma al posto dei boccioli è pieno di spine. È un adolescente.

La mezzana è al giro di boa della terza media, naviga verso il primo serio bivio della sua vita con una inaspettata determinazione.

Osserva le persone e ne intuisce i sentimenti, sembra distratta e maldestra ma coglie il punto e ricuce strappi.

Mi somiglia tanto, ed è tanto più bella di me.

Mi incanta la tenerezza con cui si prende cura della sorella, ammiro un legame che non conosco e invidio ma che mi dà fiducia e speranza per il futuro.

La piccola mi toglie il fiato e il sonno.

È come un’alba bellissima, di quelle dov’è il cielo prende un colore unico, ma che preannuncia una giornata faticosa.

Ha più domande da fare delle risposte che ho da dare.

È in quinta elementare, è alta quasi come me e qualche brufolo sulla fronte. Quando la guardo sorrido e qualcosa mi si scioglie dentro.

Io sto bene, mi impegno a essere felice. Perché ho tanti motivi per esserlo.

Il dolore cambia, la mancanza trasforma, ma il mio sorriso quando penso a te è sempre lo stesso di quella bambina sulle tue spalle.

Papà, lassù, ci manchi.

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Dobbiamo parlare

Ho sempre amato osservare le interazioni umane e la comunicazione fra le persone.

Negli anni ho imparato a temere alcuni incipit, delle parole che messe in fila non fanno presagire nulla di buono.

Per esempio, un fidanzato che ti dice “dobbiamo parlare”, ed è quasi certo che non voglia confrontarsi sul ristorante dove andare a cena.

La piccola che sussurra “senza offesa, mami, ma…” (il polpettone fa schifo, hai la pancia, non aggrottare la fronte quando ti arrabbi che si vedono le rughe)

E poi lui, il primogenito.

Che torna da scuola con le cuffiette nelle orecchie e così esordisce: “mother, non puoi capire quello che è successo a scuola oggi” che di solito si completa con “ho preso quattro in fisica ma la prof ha deciso di non fare media perché hanno preso la sufficienza solo quattro gatti” o “c’era l’ora buca e ci siamo messi a saltare sui banchi, un mio compagno è caduto e abbiamo fatto un video che ti schianti dalle risate”

Il suo rientro di oggi, ore tredici e trenta, cuffiette nelle orecchie. Ciuffo ribelle, sorriso divertito.

“Mother, non puoi capire quello che è successo a scuola oggi”

“Ancora? Ma basta, neanche a Natale si può stare tranquilli? Cosa c’è stavolta?”

“Ora di arte: il prof stava parlando e ovviamente nessuno lo interrompeva altrimenti si ricordava che ci doveva interrogare. Parlava di oggetti artistici, stili architettonici”

“Quindi?”

“Quindi ha preso uno sgabello e ci ha chiesto ‘allora cosa mi dite, vi piace questo oggetto?’ e tutti hanno risposto di sì. E lui ha chiesto perché”

“Dunque”

“Dunque mi sono alzato in piedi e ho detto ‘perché è sga-BELLO’”

“Ossignore. E il professore cosa ti ha detto?”

“È venuto verso di me e mi ha stretto la mano”

Lo sbocco naturale del liceo non è più l’università.

È il palco di Zelig.

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Open day-atto terzo

Nell’aula di musica abbiamo ascoltato La Bamba e Paloma magistralmente interpretati da una decina di preadolescenti armati di flauto traverso, trombone, pianola e bonghi.

Abbiamo visitato l’aula di informatica anche se i ragazzi più che lo schermo ammiravano il panorama fuori dalla finestra.

In biblioteca una ragazzina ci ha spiegato come sviluppare la logica attraverso il gioco degli scacchi.

Un’altra ha raccontato il viandante in un mare di nebbia per il progetto di arte, con competenza, semplicità e le maniche della felpa tirate giù a coprire le mani, forse per l’emozione di tante paia di occhi addosso.

Ancora ci hanno raccontato che è meglio non fare il pomeriggio, la lingua da scegliere è decisamente il tedesco e sulla mensa meglio non esprimersi, ma questo lo sapevamo già.

In palestra le femmine giocavano a pallavolo e i maschi a Ping pong, per prepararsi al torneo di domani. Quando a scuola ci andavo io l’ora di ginnastica era solo tanti giri di corsa, arrampicate sul quadro svedese e drammatiche risalite sulla pertica.

Per tutto il tempo è caduta la neve.

La piccola e io abbiamo partecipato all’open day della scuola media, il primo per lei, il terzo per me.

È ufficiale: stiamo diventando grandi.

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Sotto spirito natalizio

“Ho fatto una foto bellissima al gatto, cerco una cornice per mettercela”

“Prendiamo quella bambola, che dici?” “Gliela abbiamo regalata uguale l’anno scorso, mamma!”

“Embè? I bambini non si ricordano niente. E poi è in offerta”

“Bene, guarda un po’ qui quanti! Un pigiama per zio Alfredo, uno per zia Giannina, un altro per nonna Tonia”

“E a zia Serafina?”

“Le ciabatte col pelo, le piacciono le cose raffinate”

“Nella letterina di Babbo Natale Rebecca ha scritto: villa di Barbie, quella con lo scivolo e l’ascensore mica fatta di cartone; Barbie magia dell’oceano, Barbie principessa stellare, Barbie fata dei boschi, Barbie rockstar, Barbie col cavallo, Barbie dottoressa, Barbie e la magica collana. PS la Barbie vera, mica la Stefi che è un tarocco”

“Barbie si vende un rene per pagare i regali non c’è?”

“I super pigiamini. Deve essere tutto dei super pigiamini, chiaro? È dipendente dai super pigiamini. Ha la tazza, il pigiama, felpa e maglietta, lo zainetto, il copripiumino, i pennarelli. Io odio i super pigiamini”

“Ma che dici, prendiamo un cesto ad Aurelio e famiglia?”

“Sì ma niente cotechino, la moglie è vegana”

“E niente grana, la figlia è intollerante al lattosio”

“E che non ci siano arachidi o il figlio soffoca”

“Sai che c’è? Ad Aurelio scriviamo gli auguri su whatsapp”

La meraviglia di un giro tra gli scaffali del centro commerciale, a meno sette dal Natale.

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La chiave

Sarà il sentirsi come il Grinch, la rapida fuoriuscita della tredicesima per i regali, il pensiero che non basta il pensiero, i pacchetti da fare e la paura che nevichi, perché sarà pure Natale ma a lavorare ci devi andare lo stesso.

Tuttavia.

I calendari dell’avvento sparsi per casa, quello classico per la piccola, che ogni mattina prima ancora di dire ciao corre ad aprire la finestrella e dopo sorride con gli occhi chiusi, mentre il cioccolatino si scioglie in bocca.

La mezzana che da una grossa calza rossa con tante taschine, allunga la mano verso il premio del giorno, rigorosamente fondente.

Il grande che apre il frigo, ché se sei maschio e adolescente ci vuole almeno un budino, altro che caramelle.

Il conto alla rovescia su un bizzarro nonché tamarro segna giorni con due pellicani appollaiati sopra, imperdibile souvenir di Mikonos.

I pacchetti confezionati di nascosto, con il pensiero all’emozione che proverà chi lo scarta, i nascondigli segreti ma non troppo che si rischia di ritrovare i pacchi l’anno dopo.

Il primo aereo da solo che il primogenito si appresta a prendere subito dopo le feste, armato di trolley, pigiama termico, incoscienza e entusiasmo in egual misura, e la spavalderia di chi può solo che divertirsi.

Il saggio di ginnastica, che mi fa commuovere a ogni ruota, capriola o salto.

La festa della pallavolo, con una mezzana in divisa e coda alta, sorridente fra le sue amiche e compagne di squadra, nonché seconda famiglia.

Sarà che hai voglia a mettere lucchetti sul cuore, magari per anni, quando poi hai tre chiavi che li aprono tutti.

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Un’altra me

“Bellissima, ciao! Ma quanto tempo! Tutto bene?”

“Ehm…si sì, tutto a posto. Posso avere un caffè?”

“Ma certo! Lungo in tazza grande, giusto?”

“Ehm…va bene”

“Ma allora raccontami qualcosa che non ci si vede da una vita! Certo che tu sei sempre uguale, come una volta”

“Posso avere un po’ di latte per favore?”

“Ecco il latte! Comunque alla grande la gara di settimana scorsa, eh?”

“Eh già”

“A proposito, ho visto tua sorella, mi sembra che stia bene”

“Scusa, devo proprio scappare, buona serata”

“Sì ma torna presto, mi raccomando”

C’è un bar, non lontano da dove abito.

Qualche anno fa il proprietario nonché barista ha deciso che io fossi qualcun’altra.

Da allora, sistematicamente, mi confonde con quest’altra donna dai capelli rossi, che beve caffè lungo in tazza grande, non è figlia unica e frequenta ogni fine settimana coi figli le gare di atletica.

All’inizio ho provato, timidamente, a fargli notare che stava sbagliando persona.

Niente da fare, il caffè lungo in tazza grande non me lo toglieva nessuno.

Nemmeno i commenti sull’ultima corsa a ostacoli o il risultato del salto in alto.

Mi sono quindi tenuta alla larga dal locale fino a stasera, quando sono entrata senza nemmeno pensarci, guidata solo da un primitivo bisogno di caffè.

Che, ovviamente, ho bevuto lungo e in tazza grande.

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Fiocco rosa

“Mami, che bella questa nuova Barbie che mi hai regalato”

“Veramente non è un regalo, me l’hai estorta al supermercato”

“Non so cosa vuol dire comunque me l’hai comprata tu, no?”

“È estorsione quando siamo alla fine della spesa, la mamma ha la febbre, non ha preso il carrello e si ritrova con una torre di prodotti tra le braccia, le baguette sotto le ascelle e la scatola di bastoncini fra i denti”

“Vabbè, comunque è bellissima e mi piace tanto. Non avevo mai avuto la Barbie incinta”

“Ah, è incinta? Non l’avevo mica capito, mi era sembrato che finalmente ne avessero fatta una un po’ più in carne. Ero già contenta”

“E guarda qui? Schiaccio qui e…ecco il bambino che esce!”

“Oddio, ma da dove esce?”

“Dalla pancia, no? Vedi, si apre come la sorpresa dell’ovetto Kinder”

“Ossignore, quindi poi togli il bambino e lei rimane con la pancia vuota?”

“No, guarda. Tac, tac e taac! La pancia si gira e lei torna piatta piatta come prima! E le puoi mettere subito l’abito da sera”

“Beh amore, sarebbe bello. Nella realtà ci vuole un bel po’ di tempo dopo che nasce un bambino perché la pancia torni come prima”

Lungo sguardo della piccola sul bottone dei miei jeans che tira sulla pancia.

“Eh, lo so. Io sono già nata da dieci anni”

Io l’ho sempre detto, che le Barbie sono diseducative.

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A Natale sei

L’albero di Natale comprato in offerta su Groupon, antigatto, nel senso che è così sconclusionato che neppure il felino si prende la briga di tirare giù le palline.

Il peloso amico di famiglia predilige invece passeggiare per il presepe, dormire tra il muschio e abbeverarsi al laghetto.

Una bambina dal faccino angelico e il cerchietto con le orecchie da renna canticchia felice “sono piccola e tenera come un mamba”

Brillantini per tutte le casa e probabilmente anche nelle mutande, dopo che la piccola ha finito coi lavoretti di Natale.

La cioccolata calda con le canzoni delle feste, mentre il primogenito ascolta rap in cuffia bevendo coca cola.

La letterina a Babbo Natale, ché le tradizioni si mantengono anche quando vengono smascherate.

La piccola che chiede a chi intestare la missiva al termine della quale auspica la pace nel mondo e nella testa di suo fratello.

La mezzana che rischia la falsa testimonianza dichiarando “quest’anno mi sono impegnata a scuola”.

Un check in voce dei regali presi e da prendere, che mostra preoccupanti mancanze alle quali urge porre rimedio.

Un babbo di plastica attaccato malamente alla ringhiera del terrazzo, che a Natale, si sa, siamo tutti più buoni.

E un po’ più tamarri.

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Tachipirina mon amour

La tosse che squassa, il naso che gocciola, i fazzoletti abbandonati in ogni dove.

La febbre che ti fa debole e stanca, e ti chiedi come sia possibile alzarsi e cominciare con le mille cose da fare.

I panni da stirare che crescono alla velocità del bambù, il frigo che si svuota allo stesso modo, la polvere che si appoggia sui mobili ma a quella non hai mai fatto troppo caso quindi continui a non guardare.

Il gatto che ti si acciambella sopra, forse perché sei calda o forse per mettere fine alle tue sofferenze sdraiandosi coi suoi otto chili sul tuo petto.

L’ennesima serie netflix terminata, ché anche leggere è faticoso in questi giorni.

Gli acquisti compulsivi su Amazon, che alla fine consegni la carta di credito alla mezzana con la preghiera di nasconderla e di non usarla per comprarsi l’ultimo modello di iPhone.

La pastina in brodo mangiata col plaid scozzese appoggiato alle spalle, le occhiaie disegnate col pennarello nero sulla faccia.

Il sonno che ti coglie come fosse un’imboscata, mentre sei sul divano, ascolti il primogenito che si fa provare la lezione di storia ma tra Adriano e Traiano tu stai già russando.

La piccola che ti sbaciucchia e propone inquietanti tisane da lei preparate, e che sia messo a verbale casomai non dovessi sopravvivere.

La cura di chi ti ama, che passa dalle pizze portate a casa per cena e lascia in bocca il dolce dei pasticcini finiti dalla piccola.

Influenza, non mi avrai.

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El diablo

Da quando è ricominciata la stagione di pallavolo, la mezzana ha smesso di lasciarmi in lavatrice la divisa gialla della squadra, quella con il numero ventisei stampato sulle spalle.

Pare che una mamma le abbia fatto notare che la sua maglia era la più scolorita di tutte, forse perché era lavata in modo troppo aggressivo.

Da quel momento, per non risultare la giocatrice più sbiadita sulla foto di fine anno, la fanciulla si è messa a sfregare a mano la suddetta maglia alla fine di ogni partita.

La piccola non gradisce più fare i compiti di matematica con la mamma. Dice che si agita troppo perché la genitrice non capisce lo stress a cui è sottoposta tra divisioni a due cifre e potenze, quindi preferisce mettersi alla scrivania da sola, senza distrazioni.

Il maggiore quando può è lieto di essere accompagnato e ripreso da partite e allenamenti da altri genitori, perché pare che nelle altre macchine ci sia musica migliore e chiacchiere più maschili.

Il mio piano diabolico sta funzionando.

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