Varie e eventuali

Il gatto maggiore ricoverato per due giorni nell’ambulatorio della dottoressa dai capelli rossi, per malori diffusi e poco chiari. Lui che ha già perso sei delle sette vite facendosi investire, deve tenersi cara quest’ultima rimasta, ché non siamo mica in un videogioco.

La piccola che sfiora picchi di isteria e collera mai visti prima, e saranno i comandamenti, la bresaola al posto delle lasagne, il male di vivere incontrato ma in questi giorni è meglio girarle al largo.

Il messaggio in segreteria della scuola, che mi esorta a correre lì al più presto. “È per sua figlia, veloce, sta male” e quando tu arrivi trafelata con dieci anni di più e le sette vite del gatto ormai andate, trovi una mezzana con un leggero mal di pancia che sgranocchia un cracker e mediti di crocifiggere in sala mensa colui che ti ha fatta correre lì.

Il fidanzato in tour che nemmeno Jovanotti, le immagini che arrivano di stanze d’albergo colorate, teatri pieni, sorrisi felici.

La neve che mannaggia la miseria è romantica e filosofica solo se stai in baita a duemila metri, con una scorta di cioccolata e waffle.

Saranno anche i giorni della merla, ma io prendo un po’ di primavera, grazie.

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Metamorfosi

“E poi hanno parlato di un po’ di argomenti.

L’aborto, l’eutanasia, la legalizzazione delle droghe leggere”

“Urca, tutto insieme?”

“Sì, nella mattina. Abbiamo visto dei video, dei pro e dei contro. Poi ognuno poteva argomentare la propria tesi”

“Caspita, tanta roba”

“Sì ma è stato molto interessante. Sull’aborto avevo già un’idea, per la legalizzazione l’ho cambiata, dell’eutanasia non sapevo cosa dire. E allora ho pensato che è un diritto anche non avercela, un’opinione”

“Eccome. Anzi, mi sembra una riflessione molto profonda. Non siamo preparati su tutto, e poi ci sono questioni talmente grandi che magari non sono giuste o sbagliate in assoluto, andrebbero valutate volta per volta”

“Sí, beh, l’importante è essere liberi, no? Di pensare, decidere, anche cambiare idea”

“Giusto”

“Sai qual è il problema della libertà? È che tutti possono dire la propria, e credimi che qualcuno ha detto delle cose stupidissime”

“Magari ti sembravano stupide perché erano opinioni diverse dalle tue”

“Forse. Ma comunque se non si sanno le cose bisogna informarsi, altrimenti si tace. Qui si parlava della vita, del suo valore. Oh, guarda! Il video degli orsetti gommosi che cantano! Ahahahah”

Quindici anni, maschio, seconda liceo.

Un attimo prima è Zygmunt Bauman, quello dopo Alvaro Vitali.

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Il catechismo, questo sconosciuto

“Mami mi sono dimenticata, devo studiare a memoria i dieci comandamenti per il catechismo”

“Bene, studiali”

“Ma non ce la faccio! Ho troppo da fare, non è che posso ricordarmi tutto. E poi non sono neanche in ordine alfabetico”

“Dai, leggili e prova a ripetere”

“Ma li devo sapere tutti per forza? Non basta qualcuno come esempio?”

“No, tutti. Zitta e leggi”

“Non avrai altro Dio all’infuori di me. Ricordati di sacrificare le feste…”

“Santificare! Non sacrificare!”

“Beh tu le sacrifichi quando porti mio fratello a fare l’arbitro alla domenica mattina presto”

“Non commentare e vai avanti a leggere”

“Non commettere atti impuri…Mami, cosa vuol dire?”

“Ehm…dunque…ma non te l’ha spiegato la catechista?”

“Non mi ricordo. Boh, magari non ero attenta. Quindi cosa vuol dire?”

“Beh, come dire, significa…che ci sono cose che è meglio non fare”

“Tipo rubare la pasta avanzata dopo cena?”

“Eh, ecco, sì, tipo”

Due ore dopo

“Piccola, ciao. Com’è andata coi comandamenti?”

“Benissimo Mami, li ho saputi tutti e nove”

Che il Signore ci perdoni.

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Quale onore

S’era concesso così, con la disinvoltura di un’udienza privata dal pontefice, l’agio di un caffè con Obama, la serenità di un tè alle cinque con la regina Elisabetta.

Io ho capito che non dovevo esitare, prendere quel sì come l’ultimo biglietto su ticket one per il concerto preferito, anche se costa più dello stipendio e sei nell’ultimo anello sul tetto del palazzetto.

Ho afferrato il momento con il più glorioso dei carpe diem da attimo fuggente.

Ho accolto con commozione l’onore che mi era toccato in sorte.

Il primogenito quasi guarito, qualche giorno fa, ha accettato di accompagnarmi a un evento importante, a cui tenevo in modo particolare.

Io e lui soli, una volta abbandonate-in ottime mani- le sorelle minori.

Una pizza mangiata sugli sgabelli alti di un locale del centro, la prima proiezione di un film che ci rende tutti un po’ protagonisti.

Per il red carpet il giovane uomo si è presentato con una felpa di quattro taglie più grande del normale e dei pantaloni mimetici arancione fluorescente -coi quali mimetizzarsi solo in una confezione di stabilo boss- e le caviglie rigorosamente scoperte.

A fine proiezione, preso da un attacco di tosse, forse causato dalle caviglie scoperte nel gelo di gennaio, ha pregato di essere riportato a casa per la tumulazione.

Giunti a destinazione si è ricordato degli esercizi di geometria da fare per il giorno dopo, li ha svolti con l’entusiasmo del condannato a morte e poi è andato a dormire.

Lui, il mio cavaliere scintillante dal pigiama coi risvoltini.

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Est modus in rebus

“Mami, no, ti prego!”

“Piccola, basta con queste scene”

“Ma a me non piace!”

“È solo un passato di verdura, santo cielo! Dobbiamo fare sempre tutti questi drammi?”

“Sì, io non lo voglio il passato di verdura”

“Peccato che per cena ci sia questo”

“Voglio il secondo”

“Lo avrai dopo il primo”

“Non ce la faccio”

“Senti, noi abbiamo finito anche la frutta. Siamo tutti qui ad aspettare te. Quindi adesso ci alziamo e comincio a sparecchiare. Tu fai come vuoi, ma non avrai altro”

“Sei peggio di Crudelia De Mon, meno male che non sono un cucciolo”

“Psss…psss…piccola!”

“Che vuoi? Non rompere”

“Abbassa la voce. Girati che ti passo i bastoncini! Non farti vedere dalla mamma”

“Si si passa”

“Ecco, tieni. Dai che la mamma sta lavando i piatti. Vuoi anche le patatine?”

“Sì sì, nascondi qui”

“Ecco, veloce, che arriva!”

Tu cerchi di tenere il punto, persegui l’agire pedagogico, sposi la coerenza educativa.

E poi ascolti il sussurro di un fratello spacciatore di bastoncini findus, intravedi le guance gonfie della piccola, come Fantozzi che ingurgita di nascosto le polpette, e decidi che la fratellanza a volte vale più della dieta.

Intanto, tu finisci il passato di verdura.

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Quando c’è la salute c’è tutto

La febbre che è tornata a farci visita più agguerrita che mai, buttando giù come birilli madre e figlio primogenito.

La madre, acciaccata e dolorante, si è auto somministrata l’intera farmacia casalinga, rimboccata le maniche ma non troppo ché fa freddo, fatto la spesa e il bucato.

Si è recata al lavoro, seppur non troppo lucida, per la abituale esercitazione antincendio.

Rientrata in casa, ha preparato le lasagne per la famiglia intera e un brodino caldo per lei.

Il primogenito, quando la colonnina di mercurio ha sfiorato i trentasette e sei ha dato disposizione per l’espianto degli organi-suoi e della sorella- suddiviso tra amici e parenti gli averi più cari -mazzi di carte, cd autografati dai più malfamati rapper di Caracas-donato in beneficienza i libri di scuola.

La mezzana ha deciso che il modo migliore per non infettarsi era girare al largo, perciò si è divisa tra una serata sushi con le amiche e una trasferta con la squadra di pallavolo.

La piccola ha accudito la madre moribonda a suo modo, rimboccando le coperte “tutta sotto a salsicciotto” come le è stato insegnato fin da piccina e lasciando sul comodino, per la notte, la migliore delle medicine, un bicchiere di latte e un po’ di gocciole avvolte in un tovagliolo.

Se non dovessi farcela, almeno me ne andrò con dolcezza.

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Di truffe e malattie

“Et voilà, trentotto anche per te! Mica che ci facciamo mancare qualcosa, eh. Mi sa che la scuola finisce qui, oggi”

“Mother, non scherzare. Trentotto non è mica febbre, è quasi la temperatura corporea gusta, non può bastare così poco per non mandarla a scuola, dai!”

“Ah ma davvero? Trentotto non è febbre? Lo dice quello che a trentasette e uno ha nominato un erede per il suo account Instagram?”

“È diverso, io stavo male”

“E sta male pure tua sorella, che a questo punto starà a casa a fare compagnia alla piccola”

“Cosa?! Ma scherziamo vero, la piccola non ha niente a parte un grande talento da attrice! Mother ti prego, non puoi essere così ingenua. Ti sta truffando, mandala a scuola”

“Ma tu guarda, la notte porta consiglio e anche una laurea in medicina, vedo. Ripassa quando avrai preso anche la specialistica, magari ti darò ascolto”

“Mother non puoi non vedere l’inganno! Sono tutti trucchi! Io lo so perché sono anni che…”

“Sono anni che…?”

“Oh, ma guarda come s’e fatto tardi, vado che non vorrei perdere il pullman per andare a scuola. Statemi bene”

Millantatore di titoli e truffatore.

Non ditelo all’Inps.

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Il grande salto

Cara mezzana,

Che sarebbe stata un’impresa tosta l’avevamo intuito già nella nursery dell’ospedale, quando avvolta in una tutina troppo grande hai sollevato la testa, a poche ore dalla tua venuta al mondo.

E per i primi anni non ti sei smentita, un piccolo uragano nel mezzo del terremoto, impavida e temeraria, scatenata e irruente, impulsiva e poco ubbidiente. Esploratrice dove non dovevi, scalatrice di librerie e specializzata in evasioni dai lettini, capace di manomettere la caldaia di nonna in pochi, semplici gesti.

Sorda a richiami e consigli, hai sempre cercato di fare quello che la tua testolina riccia ti suggeriva.

Crescendo l’uragano s’e fatto brezza, il terremoto ridotto a qualche scossa di assestamento.

Lo sguardo un po’ beffardo sotto la frangia, rivolto al mondo, ha ceduto il passo a una fronte scoperta e due grandi occhi marroni attenti a osservare cose e persone intorno.

La grinta s’è scoperta un po’ più fragile e qualche sicurezza ha cominciato a sgretolarsi.

Oggi non ti arrampichi più e ti sudano le mani se devi battere la prima palla di una partita, ma hai imparato ad ascoltare qualche volta di più la mamma, a pensare prima di correre via e hai acceso la luce sul tuo futuro più prossimo.

In un pomeriggio di gennaio insolitamente soleggiato e caldo, seduta sullo sgabello giallo della cucina, dopo aver aiutato a preparare le lasagne per cena, hai compilato insieme a me l’iscrizione per la scuola superiore, il primo grande salto della tua vita.

Hai scelto la strada meno facile ma più stimolante, perché come ci diciamo sempre bisogna provare a salire sul gradino più alto, dove la vista è migliore.

Oggi non abbiamo buttato solo il cuore oltre l’ostacolo, ma anche il coraggio, la pazienza, lo zaino e il vocabolario di latino.

Adesso dai, saltiamo anche noi.

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Lui, lei, l’altra

Lui ha giocato e vinto una partita, poi ne ha arbitrato altre due.

Ha ripassato i promessi sposi per l’interrogazione di lunedì, insieme a una madre che sperava di essersi liberata di Don Abbondio in seconda liceo, e che per fare prima ha mostrato il video di YouTube della rivisitazione del Trio con la Bella Figheira. Del resto la pratica era già stata sperimentata con successo ai tempi dello studio di Attila, con la visione di Diego Abatantuono e il celeberrimo flagello di Dio.

Lei ha giocato e vinto fuori casa, fatto finta di studiare scienze e geografia, chiacchierato per ore con le sue amiche in video chiamata.

L’altra si è trasferita a casa dell’amica del cuore per un pomeriggio di giochi e una cena con le patate al forno più buone di quelle di sua madre, come è giusto che sia. Ha fatto scherzi telefonici malvagi per i quali è stato deciso che possiederà un cellulare non prima dei venticinque anni.

Insieme hanno fatto una passeggiata, sono andati al cinema a vedere l’ennesimo cartone e hanno cantato in macchina come fossero a SanRemo.

Quando disse di riposare il settimo giorno, il Signore non aveva calcolato di avere dei figli.

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Alien vs. genitor

Si muove lento, come se tutto il tempo fosse a sua disposizione.

Si adatta al divano con un incastro da tetris, è in grado di fissare per ore lo schermo di un cellulare, perso tra fotografie di rapper dalle vite maledette, partite di basket americane, video di magia e tutorial di ogni genere.

Vive nell’incrollabile e insindacabile convinzione di essere sempre nel giusto, soprattutto se l’interlocutore è sua madre. Conclude ogni discussione scuotendo supponente il ciuffo, dando la ragione che si dà ai matti, come se le cuffiette che tiene impiantate nelle orecchie gli suggerissero solo verità assolute anziché musica trap, storie rabbiose di riscatto sociale e di gente che esce dal ghetto per comprarsi una Lamborghini e indossare giacche di dubbio gusto che costano quanto l’apparecchio ai denti della piccola.

È stanco dello studio, si lamenta dell’alzarsi presto la mattina, porta il peso del mondo sulle spalle insieme allo zaino North Face, crede nel dogma che nessun adulto possa capirlo.

Tre volte la settimana si risveglia all’improvviso dal torpore, abbandona le polemiche e si infila i calzoncini per correre -ah, ma allora non era così stanco- dalla sua squadra di basket, la vera famiglia da cui è stato separato, per allenamenti e partite.

Talvolta ti guarda, con quegli occhi pazzeschi tra il verde e l’azzurro, dice qualcosa di profondo e vero, parole che te lo fanno immaginare l’adulto che sogni possa diventare, ma dura solo quell’attimo, prima che si rimetta a inseguire la sorella picciola per toccarle la pancia.

Se gli alieni non ci hanno ancora invaso è grazie a loro, gli adolescenti coi risvoltini a gennaio, il cappuccio sugli occhi e gli auricolari nelle orecchie.

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