Piccola fashion week

“Bentornata piccola, tutto bene?”

“Benissimo mami, che si mangia?”

“E ti pareva che potevamo parlare d’altro. Ma…cos’hai sui pantaloni?”

“Questo? Ah, è un pezzo di scotch che ho messo in classe perché c’era un buco”

“Aspetta che lo tiro via…ma non vedo il buco, dov’è?”

“Non si vede perché ho colorato la pelle sotto col pennarello nero, come i pantaloni”

“Caspita, ingegnosa la fanciulla, eh? Vabbè dai tirali fuori che li diamo alla nonna da cucire”

“Perché tu non sai cucire”

“Perché io non so cucire, se dobbiamo proprio sottolinearlo”

“Già”

“Però adesso toglili, su”

“Non posso”

“Perché non puoi?”

“Perché per chiudere il buco ho provato anche la colla. Non scendono più”

La settimana della moda si apre così.

E si chiude subito dopo.

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L’insostenibile leggerezza dei tredici anni

Lascio la giacca in macchina che fa caldo, lo senti il sole che bello a quest’ora, sembra di vivere in due stagioni diverse nello stesso giorno.

Studio le leggi di Keplero su youtube, c’è la canzone di una boy band, senti che ritmo.

Oggi mangio le carote e la mela, nient’altro non insistere. E faccio ginnastica, addominali, flessioni, corsa, salto.

Dove hai nascosto la nutella? Mi fai la carbonara a pranzo e la pizza a cena? E’ ora della merenda, vero?

Vado in cortile, devo allenarmi nella battuta.

ll divano è casa mia, ho tutto quello che mi serve.

Massaggiami la schiena, le spalle, fammi i grattini, coccolami.

Esci dalla mia camera e chiudi la porta, sono in video chat con le mie compagne di squadra, perché dovete stare tutti a ascoltare quello che dico, guardare quello che faccio, giudicare quello che penso?

Secondo te faccio bene mamma? Quale scelgo? A te cosa piace di più? E se sbaglio?

Esci? vengo con te, non voglio stare a casa da sola.

Come non posso stare a casa da sola? Sono grande, ormai.

Dopo il liceo farò l’università, poi andrò a vivere a New York.

Non ce la farò mai, lascio tutto, farò la badante della nonna.

La vita con una tredicenne è un pullulare di emozioni.

Sembra di stare al Bates Motel di Psyco.

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Vieni a ballare in Umbria

Il meeting è stato un successo.

Malgrado sia stato pianificato all’ultimo momento, l’organizzazione è stata ineccepibile.

Le partecipanti hanno portato contributi di valore e linfa al dibattito, in alcuni momenti acceso.

Il brain-storming ha prodotto idee di buon livello.

Il clima generale è stato di reciproco rispetto e di positività.

Il catering, nella sua semplicità, ha soddisfatto i palati di tutti.

Il gruppo ricerca sull’Umbria si è riunito oggi nel mio salotto, per completare la ricerca assegnata dalla maestra e a far merenda con lo yogurt, dopo che la torta preparata con amore dalla mamma si è carbonizzata nel forno.

Le fanciulle di quinta elementare, trent’anni in tre, hanno concluso che

-l’Umbria è una regione d’Italia

-i legumi a mensa sono una schifezza

-M ama D ma nessuno lo deve sapere

-D ama F ma M non lo deve sapere

-i circle time in classe sono momenti bellissimi perché non si fa matematica

-il martedì c’è merenda sana e P porta il panino con la porchetta

-nell’ora di motoria si gioca a baseball ma le regole sono peggio di quelle degli scacchi

-le mamme ti fanno sempre fare brutte figure

-l’Umbria è una regione d’Italia

Per info e prenotazioni, la sala congressi è disponibile.

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La buona novella

“Mother, buongiorno! Non puoi capire cosa è successo a scuola oggi”

“No, basta, pietà. Si può avere una buona notizia ogni tanto? È chiedere troppo? Cosa ho fatto di male? Perché c’è l’obbligo scolastico?”

“Mother, tranquilla. Su un bel respiro che se corrughi la fronte si vedono le rughe. Non ho brutte notizie”

“Ah no? Vuoi dire che il tema è andato bene? Hai preso la sufficienza in fisica? L’insufficienza in inglese non è troppo bassa?”

“Niente di tutto questo, carissima!”

“E allora? Dimmi!”

“Oggi c’era la verifica di informatica. Difficile. Io avevo il bigliettino perfetto. Piccolo ma con tutte le informazioni necessarie, nascosto in un posto strategico ma di facile accesso”

“Non sono sicura di voler sentire”

“Quindi io facevo la mia verifica, bello tranquillo, quando all’improvviso il prof ha urlato: tu! Laggiù! Ti ho visto! Porta subito qui quel bigliettino”

“Quindi ti ha beccato”

“No! E qui viene il bello. Io mi sono visto passare la vita davanti, sai come quando stai per morire. Pensavo già che non sarei tornato mai più a casa e avrei passato il resto dei miei giorni vagabondando come Remì l’orfano”

“E quindi?”

“E quindi si è alzato quello dietro di me perché anche lui aveva un bigliettino! E io, salvo! Visto, che era una bella notizia?”

Il concetto di buona novella è assai relativo, eh.

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Anche se

Si incespica un po’ in salita, talvolta.

Gli astri sono ostili, il karma ti attanaglia, la nemesi ti osserva.

Si sta malfermi sulle gambe sotto il peso di progetti, responsabilità, quotidiano.

Ma poi.

Arriva la pagella della piccola con un bel giudizio, anche se lei si lamenta per un sette in matematica che doveva essere di più.

Una email conferma l’iscrizione al liceo dell’ormai sfiduciata mezzana, anche se non è proprio l’indirizzo prescelto ma gli somiglia molto.

Il primogenito legge un libro complicato, anche se è costretto dalla sua illuminata professoressa di italiano.

C’è il sole e chiacchieri con una amica bella fuori dal supermercato di mattino presto, anche se di un argomento tanto triste.

Trascorri del tempo pieno di gioia con la persona che ti fa sempre tornare il sorriso e ti accompagna nei marosi della vita, anche se poi partirà e dovrai avere un po’ di pazienza.

Ogni mattina dedichi un po’ del tuo tempo a studiare una cosa nuova che volevi imparare da tempo, anche se sarà un percorso lungo.

Forse la misura della felicità è proprio lì, in quell’anche se.

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Tropico del capricorno

Figlia piccola: mami, Margherita è morta. Ah no, era una bufala ahahahahahahaha

Vigile: signora, guardi che non può mica passare di qui, eh? Non facciamo i prepotenti col suv, eh!

Segretario: no, non c’è posto nella nostra scuola per sua figlia. Nemmeno negli altri quattordici licei della provincia

Figlio: la verifica è andata male a tutti, mother

Benzinaio: il gasolio è finito, spiace

Spia della riserva: non andrai lontano

Figlia: non trovò più il libro di storia, le ginocchiere, il mascara e la (tua) collana

Display Lavatrice: error 40, contattare il tecnico

Postino: bollette, signora!

Speranza: addio!

Destino cinico e baro: eccomi!

Oroscopo: giornata scintillante per i nati sotto il segno dell’Ariete. Finalmente le stelle sono allineate per voi, raccoglierete i frutti di tanto lavoro, stringerete nuove amicizie e sarete travolti dalla passione amorosa.

Chissà se posso chiedere il trasferimento al Capricorno.

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In gara

Ha la felpa gialla di quattro taglie più grandi, che nasconde un body nero, verde e scintillante.

Una coda alta e ben tirata durata quanto un gatto in tangenziale, che ha liberato ciuffi pazzi intorno a quel faccino che mi mangerei di baci.

In preda a logorrea da emozione non ha smesso di parlare un solo istante, riempiendo i silenzi con aneddoti e improbabili barzellette.

Ha ascoltato con attenzione i consigli dell’ultima ora del suo maestro, che potrebbe scrivere “lo zen e l’arte di allenare ginnaste preadolescenti” facendone un best seller.

Ha fatto riscaldamento prima della gara col suo stile unico e inimitabile, una via di mezzo tra Nadia Comaneci alle Olimpiadi di Montreal e Fantozzi alla coppa Cobram.

Si è esibita con impegno, concentrazione e emozione al corpo libero, trave e trampolino, con un occhio verso quel podio tanto desiderato.

Sul quale, purtroppo, non siamo riusciti a salire.

Per ora.

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L’allegro chirurgo

Ore 4.20.

Di notte.

“Mamma!”

“Mammaaaaaa!!!”

“Meow!”

“Ehi, che succede? Chi mi chiama, che c’è?”

(Parole pronunciate rotolando giù dal letto)

“Mamma sono io, ho un dolore fortissimo, aiuto”

“Un dolore? Dove?”

“Qui, aiuto, un dolore fortissimo, pulsa tutto!”

“Meow”

“Adesso la pappa no che è notte, felino. Dai, fammi vedere dove ti fa male”

“Aaaarghh è insopportabile”

(Mentre si tiene il polpaccio con le mani)

“Hai un crampo? Tranquillo, adesso passa”

“No, non è un crampo, molto peggio, è il piede”

“Meow, meow, meow”

(A questo punto il gatto viene buttato fuori di casa)

“Togli la calza, vediamo. Ma non urlare che svegli le tue sorelle. Ah, ma non è niente, un giradito! Rimetti la calza e dormi che tra un’ora e mezza mi alzo”

“Meow!!!”

(Fuori dalla porta)

“Ma io soffro, mamma!”

“Che faccio, amputo?”

“Va bene, dormo”

Il primogenito ha una notevole tolleranza al dolore. Appena lo tocchi, salta.

Praticamente vivo con Dario, il malato immaginario dell’allegro chirurgo.

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Non si sa mai

La classe della piccola, insieme a altre quinte elementari della scuola, partecipa da qualche tempo a un progetto di ricerca sul comportamento dei bambini.

Io, sempre favorevole a tutto ciò che aiuta a comprendere quello che accade nelle testoline della amata progenie, ho subito firmato l’autorizzazione affinché anche la piccola -che già da sola sarebbe un bel case study- fosse inclusa nella sperimentazione.

Stamattina all’alba, tra una tazza di latte e un letto da rifare, la fanciulla si è presentata con un questionario di dodici pagine che dovevo compilare lì, subito, nell’immediatezza della colazione.

A malincuore ma fiduciosa nella scienza e ricerca ho preso una penna.

Domanda tre, pagina sei. “Il bambino/a sembra ansioso per situazioni specifiche? Es. cani, temporali, altezza, prendersi una pallottola”

“Prendersi una pallottola? Ma che viviamo nel Bronx? Piccola, ma tu hai mai avuto questa paura?”

“Mami, che dici? E perché qualcuno dovrebbe spararmi? Non essere ridicola”

“Ah, ecco. Lo dicevo io che non potevi avere queste paure assurde”

“Infatti è così. Perché devi sapere invece che ci sono delle probabilità di essere colpiti da un meteorite, sai? Meno di quelle per vincere alla lotteria ma non si sa mai, meglio guardare bene il cielo. E il rischio tsunami? Vero, noi non abitiamo tanto vicino al mare, ma non si sa mai. E le eruzioni vulcaniche? Ah, quelle sì che sono tremende. Vero che qui non abbiamo vulcani, ma…”

“Ma non si sa mai”

“Giusto! Brava mamma, adesso bacio che vado a scuola. A dopo! E speriamo che nessuno ti spari, eh”

Io esco, ma mi guardo le spalle.

Non si sa mai.

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Musica

Stava in una cesta dei giochi, in fondo, tra una gamba rotta di Barbie, Saetta McQueen senza una ruota, il libro del pesciolino multicolore consunto sugli angoli.

Era lì, finito chissà come e perché, ma in una casa con tanti bambini non ti chiedi mai perché qualcosa sparisce.

Sai che tornerà, prima o poi.

Il vecchio IPod stava lì, lucido e spento, forse rotto, magari no.

La mezzana, prodigio tecnologico della famiglia, gli si è seduta accanto mentre lo collegava al caricatore, come un parente al capezzale del suo caro con la flebo.

Un timido luccichio sullo schermo, un grido di gioia, il paziente è salvo.

Come aprire una scatola dei ricordi, la prima nota, quella melodia, le parole.

Canzoni di una playlist di qualche anno fa, che col potere unico posseduto solo da musica e profumi, ci hanno riportato a un periodo lontano, ma non così tanto da essere dimenticato.

A turno, stretti in cucina, ci siamo passati le enormi cuffie viola per ascoltare pezzi di canzoni e vita, ti ricordi quella volta, questa la ballava la mamma a Zumba, l’altra l’abbiamo ascoltata in quel viaggio lunghissimo quando non si arrivava mai, gli acuti della piccola che è stonata.

E ogni nota ti porta indietro, lentamente, come a scendere su una lunga scala mobile.

Sono in cucina, ma sono anche lì, quando

Il mondo era un po’ meno colorato e un po’ più faticoso e le parole ancora non mi facevano compagnia nel racconto, come oggi.

Sono lì e sono anche qui, in questa cucina piena di figli, musica e profumo di polpette.

A ballare zumba con la piccola, fare cori con la mezzana, ascoltare rap col grande.

Siamo cresciuti bene, in fondo.

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