La buona novella

“Mother, buongiorno! Non puoi capire cosa è successo a scuola oggi”

“No, basta, pietà. Si può avere una buona notizia ogni tanto? È chiedere troppo? Cosa ho fatto di male? Perché c’è l’obbligo scolastico?”

“Mother, tranquilla. Su un bel respiro che se corrughi la fronte si vedono le rughe. Non ho brutte notizie”

“Ah no? Vuoi dire che il tema è andato bene? Hai preso la sufficienza in fisica? L’insufficienza in inglese non è troppo bassa?”

“Niente di tutto questo, carissima!”

“E allora? Dimmi!”

“Oggi c’era la verifica di informatica. Difficile. Io avevo il bigliettino perfetto. Piccolo ma con tutte le informazioni necessarie, nascosto in un posto strategico ma di facile accesso”

“Non sono sicura di voler sentire”

“Quindi io facevo la mia verifica, bello tranquillo, quando all’improvviso il prof ha urlato: tu! Laggiù! Ti ho visto! Porta subito qui quel bigliettino”

“Quindi ti ha beccato”

“No! E qui viene il bello. Io mi sono visto passare la vita davanti, sai come quando stai per morire. Pensavo già che non sarei tornato mai più a casa e avrei passato il resto dei miei giorni vagabondando come Remì l’orfano”

“E quindi?”

“E quindi si è alzato quello dietro di me perché anche lui aveva un bigliettino! E io, salvo! Visto, che era una bella notizia?”

Il concetto di buona novella è assai relativo, eh.

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Anche se

Si incespica un po’ in salita, talvolta.

Gli astri sono ostili, il karma ti attanaglia, la nemesi ti osserva.

Si sta malfermi sulle gambe sotto il peso di progetti, responsabilità, quotidiano.

Ma poi.

Arriva la pagella della piccola con un bel giudizio, anche se lei si lamenta per un sette in matematica che doveva essere di più.

Una email conferma l’iscrizione al liceo dell’ormai sfiduciata mezzana, anche se non è proprio l’indirizzo prescelto ma gli somiglia molto.

Il primogenito legge un libro complicato, anche se è costretto dalla sua illuminata professoressa di italiano.

C’è il sole e chiacchieri con una amica bella fuori dal supermercato di mattino presto, anche se di un argomento tanto triste.

Trascorri del tempo pieno di gioia con la persona che ti fa sempre tornare il sorriso e ti accompagna nei marosi della vita, anche se poi partirà e dovrai avere un po’ di pazienza.

Ogni mattina dedichi un po’ del tuo tempo a studiare una cosa nuova che volevi imparare da tempo, anche se sarà un percorso lungo.

Forse la misura della felicità è proprio lì, in quell’anche se.

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Tropico del capricorno

Figlia piccola: mami, Margherita è morta. Ah no, era una bufala ahahahahahahaha

Vigile: signora, guardi che non può mica passare di qui, eh? Non facciamo i prepotenti col suv, eh!

Segretario: no, non c’è posto nella nostra scuola per sua figlia. Nemmeno negli altri quattordici licei della provincia

Figlio: la verifica è andata male a tutti, mother

Benzinaio: il gasolio è finito, spiace

Spia della riserva: non andrai lontano

Figlia: non trovò più il libro di storia, le ginocchiere, il mascara e la (tua) collana

Display Lavatrice: error 40, contattare il tecnico

Postino: bollette, signora!

Speranza: addio!

Destino cinico e baro: eccomi!

Oroscopo: giornata scintillante per i nati sotto il segno dell’Ariete. Finalmente le stelle sono allineate per voi, raccoglierete i frutti di tanto lavoro, stringerete nuove amicizie e sarete travolti dalla passione amorosa.

Chissà se posso chiedere il trasferimento al Capricorno.

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In gara

Ha la felpa gialla di quattro taglie più grandi, che nasconde un body nero, verde e scintillante.

Una coda alta e ben tirata durata quanto un gatto in tangenziale, che ha liberato ciuffi pazzi intorno a quel faccino che mi mangerei di baci.

In preda a logorrea da emozione non ha smesso di parlare un solo istante, riempiendo i silenzi con aneddoti e improbabili barzellette.

Ha ascoltato con attenzione i consigli dell’ultima ora del suo maestro, che potrebbe scrivere “lo zen e l’arte di allenare ginnaste preadolescenti” facendone un best seller.

Ha fatto riscaldamento prima della gara col suo stile unico e inimitabile, una via di mezzo tra Nadia Comaneci alle Olimpiadi di Montreal e Fantozzi alla coppa Cobram.

Si è esibita con impegno, concentrazione e emozione al corpo libero, trave e trampolino, con un occhio verso quel podio tanto desiderato.

Sul quale, purtroppo, non siamo riusciti a salire.

Per ora.

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L’allegro chirurgo

Ore 4.20.

Di notte.

“Mamma!”

“Mammaaaaaa!!!”

“Meow!”

“Ehi, che succede? Chi mi chiama, che c’è?”

(Parole pronunciate rotolando giù dal letto)

“Mamma sono io, ho un dolore fortissimo, aiuto”

“Un dolore? Dove?”

“Qui, aiuto, un dolore fortissimo, pulsa tutto!”

“Meow”

“Adesso la pappa no che è notte, felino. Dai, fammi vedere dove ti fa male”

“Aaaarghh è insopportabile”

(Mentre si tiene il polpaccio con le mani)

“Hai un crampo? Tranquillo, adesso passa”

“No, non è un crampo, molto peggio, è il piede”

“Meow, meow, meow”

(A questo punto il gatto viene buttato fuori di casa)

“Togli la calza, vediamo. Ma non urlare che svegli le tue sorelle. Ah, ma non è niente, un giradito! Rimetti la calza e dormi che tra un’ora e mezza mi alzo”

“Meow!!!”

(Fuori dalla porta)

“Ma io soffro, mamma!”

“Che faccio, amputo?”

“Va bene, dormo”

Il primogenito ha una notevole tolleranza al dolore. Appena lo tocchi, salta.

Praticamente vivo con Dario, il malato immaginario dell’allegro chirurgo.

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Non si sa mai

La classe della piccola, insieme a altre quinte elementari della scuola, partecipa da qualche tempo a un progetto di ricerca sul comportamento dei bambini.

Io, sempre favorevole a tutto ciò che aiuta a comprendere quello che accade nelle testoline della amata progenie, ho subito firmato l’autorizzazione affinché anche la piccola -che già da sola sarebbe un bel case study- fosse inclusa nella sperimentazione.

Stamattina all’alba, tra una tazza di latte e un letto da rifare, la fanciulla si è presentata con un questionario di dodici pagine che dovevo compilare lì, subito, nell’immediatezza della colazione.

A malincuore ma fiduciosa nella scienza e ricerca ho preso una penna.

Domanda tre, pagina sei. “Il bambino/a sembra ansioso per situazioni specifiche? Es. cani, temporali, altezza, prendersi una pallottola”

“Prendersi una pallottola? Ma che viviamo nel Bronx? Piccola, ma tu hai mai avuto questa paura?”

“Mami, che dici? E perché qualcuno dovrebbe spararmi? Non essere ridicola”

“Ah, ecco. Lo dicevo io che non potevi avere queste paure assurde”

“Infatti è così. Perché devi sapere invece che ci sono delle probabilità di essere colpiti da un meteorite, sai? Meno di quelle per vincere alla lotteria ma non si sa mai, meglio guardare bene il cielo. E il rischio tsunami? Vero, noi non abitiamo tanto vicino al mare, ma non si sa mai. E le eruzioni vulcaniche? Ah, quelle sì che sono tremende. Vero che qui non abbiamo vulcani, ma…”

“Ma non si sa mai”

“Giusto! Brava mamma, adesso bacio che vado a scuola. A dopo! E speriamo che nessuno ti spari, eh”

Io esco, ma mi guardo le spalle.

Non si sa mai.

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Musica

Stava in una cesta dei giochi, in fondo, tra una gamba rotta di Barbie, Saetta McQueen senza una ruota, il libro del pesciolino multicolore consunto sugli angoli.

Era lì, finito chissà come e perché, ma in una casa con tanti bambini non ti chiedi mai perché qualcosa sparisce.

Sai che tornerà, prima o poi.

Il vecchio IPod stava lì, lucido e spento, forse rotto, magari no.

La mezzana, prodigio tecnologico della famiglia, gli si è seduta accanto mentre lo collegava al caricatore, come un parente al capezzale del suo caro con la flebo.

Un timido luccichio sullo schermo, un grido di gioia, il paziente è salvo.

Come aprire una scatola dei ricordi, la prima nota, quella melodia, le parole.

Canzoni di una playlist di qualche anno fa, che col potere unico posseduto solo da musica e profumi, ci hanno riportato a un periodo lontano, ma non così tanto da essere dimenticato.

A turno, stretti in cucina, ci siamo passati le enormi cuffie viola per ascoltare pezzi di canzoni e vita, ti ricordi quella volta, questa la ballava la mamma a Zumba, l’altra l’abbiamo ascoltata in quel viaggio lunghissimo quando non si arrivava mai, gli acuti della piccola che è stonata.

E ogni nota ti porta indietro, lentamente, come a scendere su una lunga scala mobile.

Sono in cucina, ma sono anche lì, quando

Il mondo era un po’ meno colorato e un po’ più faticoso e le parole ancora non mi facevano compagnia nel racconto, come oggi.

Sono lì e sono anche qui, in questa cucina piena di figli, musica e profumo di polpette.

A ballare zumba con la piccola, fare cori con la mezzana, ascoltare rap col grande.

Siamo cresciuti bene, in fondo.

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Cara amica ti scrivo

La piccola ha un’amica di penna, si chiama Emma e vive in Colorado.

La maestra ha pensato che per migliorare la lingua è cosa buona e giusta corrispondere con chi la parla dalla nascita.

La bambina oltreoceano fa la seconda elementare e chiede che le si rivelino dei segreti per conoscersi meglio.

La piccola è un po’ infastidita dal fatto che la giovane amica parli solo inglese, ma ha deciso di dirle che ama gli unicorni perché era l’unica frase completa che riuscisse a tradurre.

Chissà Emma, laggiù in Colorado, cosa penserà.

La mezzana vive ormai stabilmente nell’iperuranio. Mangia l’ultima merendina e lascia il pacchetto vuoto, non mette il tappo al dentifricio, esce di casa col profumo ma senza la cartella. Qui tocca ancorarla con dei pesi alla caviglia per non vederla volare via.

Il grande è in un periodo di armonia e grazia, perché ha trasferito colpe e magagne sulla sua ignara madre, colpevole a giorni alterni del quattro in matematica, il canestro mancato all’allenamento e la fame nel mondo.

Fare di lui un uomo coscienzioso e responsabile sembra la più improbabile delle missioni educative.

Il gatto piccolo ha mangiato di nascosto la pappa del gatto grande, dove stavano abilmente nascoste le medicine che deve prendere.

Per ora si aggira per casa come fosse fatto di acido, poi vedremo.

Io mi incollo le dita con l’Attak, e mi sembra il male minore.

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Cronache

C’è una signora col pesante cappotto infeltrito abbottonato fino all’ultima asola, nonostante faccia così caldo che non ti stupiresti nel veder spuntare una mangusta o un’iguana.

Ha una ciocca di capelli blu elettrico che spicca su una chioma altrimenti candida, tiene la borsetta stretta a sé mentre racconta alla sua vicina di sedia che quel signore allo sportello che sta ritirando la pensione è proprio una gran brava persona, mette sempre un like ai suoi post di buongiorno e buonanotte.

Un signore nella fila dietro si lamenta di avere troppe persone davanti, che poteva venire la moglie al posto suo, che il suo tempo è prezioso anche se dà l’idea che passi la giornata a osservare cantieri con le braccia dietro la schiena, che il problema di questo paese è l’immigrazione e lui lo sa bene perché è arrivato dal sud tanti anni fa.

Una ragazza bellissima, con la piega perfetta e il trucco impeccabile si guarda intorno stranita e spaesata, come se non capisse quale incantesimo l’abbia condotta lì anziché dalla manicure.

Il signore allo sportello per ritirare la pensione, prima di uscire rivolge un gran sorriso alla signora con la ciocca di capelli blu, che sembra valga più di mille like.

A volte, più che entrare all’ufficio postale sembra di infilarsi nell’armadio per Narnia.

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Sotto dettatura

Il primogenito non è andato a scuola per due giorni di fila e considerato che dopo c’era la domenica fanno addirittura tre.

Era dai mondiali dell’ottantadue che non vedevo un entusiasmo simile, come quello esploso all’arrivo della comunicazione “l’istituto sarà chiuso per neve”.

La mattina seguente si è alzato comunque presto, ha preso coi suoi compagni di merende il treno delle sette e ventisette per andare a vedere Milano sotto la neve.

Pioveva. L’allegra compagine ha ripiegato con un pellegrinaggio a Starbuks, la mecca del cappuccino e del Wi-Fi gratuito.

La mezzana è andata scuola con un paio di Vans ai piedi, ed è tornata coi pinguini nelle calze.

Ha scaricato due applicazioni sul cellulare.

Una che misura i passi e grazie la quale ha scoperto che la sua media di cammino copre il tragitto divano-cucina-divano.

L’altra per tonificare il corpo con venti minuti di fitness estremo al giorno, che comincerà lunedì, anche se non si capisce quale.

La piccola ha passato pomeriggio e serata con un’amica del cuore, insieme hanno giocato alle ragazzine, ribaltato la camera da cima a fondo, mangiato una dose da sei di lasagne per cena.

A tavola hanno discusso animatamente sui metodi educativi e le teorie pedagogiche praticate dalle loro maestre, giungendo alla conclusione di essere sotto dittatura, anziché sotto dettatura.

Io, ho accolto con gioia il lunedì.

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