Memory lost

“Mother, ciao, vado”

“Figliolo ciao, io resto. Ma lo zaino non lo prendi? Si va a scuola leggeri oggi?”

“Oh mannaggia è vero. Bene. Vado”

Qualche minuto dopo

“Pronto mamma? Abbiamo un problema. Ti ricordi quando ieri mi hai dato l’abbonamento nuovo e mi hai detto di scriverci sopra il numero della tessera? Ecco, non ho trovato la penna”

“E quindi? Vuoi il numero?”

“No, è che mentre cercavo la penna mi hanno chiamato, poi c’era la cena e l’abbonamento è rimasto sulla scrivania. Non è che me lo puoi portare alla fermata? Ho perso il primo pullman ma posso prendere il secondo”

“Hai meno memoria di un pesce rosso. Persino i materassi sono memory foam! E poi sono in pigiama”

“Nessuno se ne accorgerà”

Un minuto dopo

“Mamma? Una cosa incredibile, è passato prima il secondo pullman, mi dovresti accompagnare a scuola. Ricordati l’abbonamento, eh”

Quindici minuti dopo

“Eccoci a scuola! Grazie per il passaggio, Mother, a dopo!”

“Il cellulare”

“Come?”

“Il cellulare che hai in mano, è mio”

“Ahahah è vero, si vede che si somigliano”

Il primogenito.

Perderebbe anche la testa, se non l’avesse attaccata alle cuffiette.

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Declinazioni

Ho camminato in un bosco col mio compagno di avventure preferito in una domenica mattina colorata d’estate.

Ho tirato via il maglione, legandolo storto in vita.

Le braccia spuntavano bianchissime dalla maglietta nera, ché sono state al buio per tanti mesi.

Ho visto un film che faceva ridere ma di un riso amaro, cenato al giapponese e cominciato a leggere un bellissimo libro.

Il primogenito, accompagnato da un gruppo di adulti coscienziosi e saggi che non smetterò di ringraziare, ha passato la serata a Milano, distribuendo pasti caldi ai senza tetto. Gli si è seduto accanto, ha ascoltato le loro storie, ha fatto riflessioni da grande che mi hanno regalato un soffio di sollievo dalle preoccupazioni per la sua crescita.

La squadra della mezzana s’e giocata la finale di campionato contro sei ragazzine di nero vestite, con un tifo agguerritissimo e delle scritte inquietanti sulle magliette: cobra, killer, psyco e diablo. Praticamente Biancaneve versus Crudelia Demon.

La piccola ha rovesciato il cassetto dell’armadio alla ricerca di un paio di pantaloncini da indossare per andare a mangiare il gelato, ché anche l’abito fa il monaco quando si parla di primavera.

La felicità si declina come l’aoristo nel greco antico: in tanti modi doversi.

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Al sacco

È partita di mattino presto, carica di speranze e del pranzo al sacco, dove sacco sta a indicare quello da venticinque chili di cemento.

Più che una bambina, un autogrill.

È scesa dal treno nel tardo pomeriggio, spettinata come dopo una cavalcata e con lo sguardo spiritato.

“Mami, una signora ci ha trattato male sul treno”

“Bentornata, piccola, che è successo?”

“Quando ci siamo alzati per scendere ha detto ‘meno male che ve ne andate’ e io ho risposto ‘altrettanto a lei’ non sai la rabbia che mi è salita”

“Beh, sicuramente non è stata gentile ma posso immaginare il casino di due quinte elementari in tre scompartimenti”

“Ma noi siamo bambini! Stavamo solo vivendo”

“Vivendo con una gran caciara, presumo”

“Vabbè, comunque la gita è andata bene e mi sono divertita tantissimo. Abbiamo visto anche un sottomarino. A Milano, pensa un po’. Poi al laboratorio cercavano un volontario per il microscopio e io mi sono offerta, solo che poi il signore ha detto che serviva un prelievo e io allora ho cambiato idea, ma poi ha detto che non era come quello del sangue perché gli serviva solo un po’ di saliva. Allora ne ho prodotta in abbondanza”

“E poi hai visto la tua saliva al microscopio?”

“Sì, l’hanno vista tutti quanti. Faceva le bolle. Poi abbiamo unito delle sostanze di colori diversi che invece che sciogliersi si sono separate. Bello. E poi ho comprato regalini per tutti, vedrai”

“Hai avanzato soldi?”

“No”

“Cibo?”

“Neanche”

La piccola ha trascorso la giornata in gita con la scuola, al Museo della scienza e della tecnica.

Scienza della polemica e tecnica dell’abbuffata, direi.

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Via il superfluo

Arriva un momento, nella vita di un cucciolo di femmina, di cambiamenti profondi.

Fuori e dentro è tumulto e esplosione, insicurezza e spavalderia, amore e odio, digiuno e ingordigia, gioia e disperazione.

Arriva il momento in cui una madre deve saper accettare i cambiamenti, cogliere la gravità di certe istanze, essere modello, guida e mentore.

Animata da tale e tanto spirito di moderna maternità, questo pomeriggio ho accompagnato le due sorelle a un appuntamento obbligato per ogni essere umano di sesso femminile: l’estetista.

E per chi dovesse pensare alla giovane età delle fanciulle, vorrei ricordare che il mono ciglio sta bene solo a Elio.

“Ciao piccola, mettiti qui sdraiata”

“Posso stare in piedi?”

“No, meglio sdraiata”

“Mannaggia”

“Su su tranquilla, non fa male”

“Non è vero, l’ho già fatto, fa malissimo”

“Eh che esagerata! Vedrai da grande quando dovrai fare la ceretta all’inguine!”

“Piuttosto divento Bigfoot”

“Ma dai! Non lo sai il detto? Se bella vuoi apparire…”

“Io non voglio soffrire”

La giovane estetista non ha più proferito parola.

Chissà perché.

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Spunte blu

Sono tante le cose che non capisco.

Per esempio, non capisco perché la gente tolga le spunte blu e l’ultimo accesso da whatsapp, come se il mondo fosse popolato da spie che indagano le tue abitudini social.

Non capisco quelli che nei gruppi scrivono grazie a ogni comunicazione, che va bene, ce l’hanno insegnato da piccoli, ma dall’essere gentili a stalker il passo è veramente troppo breve.

Non capisco chi sotto un articolo che racconta di qualche personaggio scriva nei commenti “e questo chi c…o è”

Sono ben cinque parole da digitare, ne basterebbero due su google per scoprire di chi si stia parlando, anche se a quel punto non si potrebbe più fare i superiori perché non si conosce un cantante/scrittore/atleta.

Non capisco chi legge, apprezza e poi ti dice che non mette like perché è contrario.

Non capisco chi ti scrive per chiederti una copia del tuo libro in omaggio, come se per te Amazon fosse una onlus con scopi benefici.

Non capisco quelli che ciclicamente sono convinti che whatsapp diventerà a pagamento, che l’Ikea e la Decathlon offriranno buoni da cinquecento euro a chiunque condividerà questo messaggio, mi spaventano quelli che avvisano della presenza on line di tizio e caio, loschi web individui pronti a rubarti l’account per farci poi chissà cosa.

Non capisco chi scrive messaggi minacciosi tanto sibillini da non essere capiti nemmeno dai reali destinatari, allora tanto vale un bel whatsapp con “devi morire male”, privato ma inequivocabile.

Non capisco chi ti risponde “tutt’apposto”

al messaggio “come stai?” Di quattro settimane prima, che nel frattempo ti eri pure dimenticato.

Sarò io, che non capisco.

Vado a organizzare un video party, magari è divertente.

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Un segno

Sono arrivati tutti puntuali, perché quando si ha voglia di cominciare qualcosa non si fa ritardo.

In una scuola elementare, dentro una stanza dai soffitti altissimi con gli affreschi.

Seduti in un grande cerchio, perché mica tutte le lezioni si fanno frontali e i cerchi danno sempre energia, anche quando non si fa niente.

Lei, la docente, minuta e sorridente, che a un primo sguardo sembrava coetanea della mezzana, si è rivelata essere competente e appassionata della materia.

Ci siamo presentati uno alla volta scoprendoci un gruppo assai eterogeneo, tra insegnanti, studenti, disoccupati, pensionati e genitori.

Con una cosa in comune. Il desiderio di conoscere qualcosa di più.

E visto che c’è bisogno di imparare per crescere, ho scelto di aggiungere un impegno alla mia già complessa economia di vita, un impegno che però fosse tutto per me.

Esclusa la Zumba, abbandonata l’idea del corso di cucina -anche se i miei figli ne sarebbero stati felici- ho deciso di dare seguito a un desiderio che avevo da tempo.

E così, il primo giorno di primavera, ho cominciato il corso LIS per imparare la lingua dei segni.

Dopo la prima ora di storia e cultura sorda

abbiamo spento le voci e provato questa diversa, potente e affascinante forma di comunicazione.

Il mio nome-segno, per riconoscermi tra gli altri, è boccolo, dall’iniziale del mio nome e i miei strambi capelli.

Piano piano, segno dopo segno, si impara.

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Cristo si è fermato a Disney World

“Mother, molto bene. Sono arrivato al cinquanta per cento del libro, sul Kindle”

“Oh, finalmente! Arrivi sempre all’ultimo giorno a cercare i riassunti di Wikipedia quando devi leggere un libro per la scuola”

“Vero. Ma questa volta è stata una piacevole sorpresa. Insomma, quando mi hanno detto il titolo mi aspettavo tutta un’altra cosa”

“Te l’ho detto che non ti devi fermare al titolo per giudicare un libro”

“E poi la trama ti appassiona, voglio dire io non sapevo neanche esistessero certe cose e invece…ci sono dei tratti molto drammatici anche”

“Beh, mi fa un gran piacere che tu ne colga la drammaticità. Ti avevo decisamente sottovalutato. Bello sbagliarsi, ogni tanto”

“Visto Mother? Sempre a pensar male di me”

“Beh insomma, qualche ragione l’avevo visto i precedenti. A che punto sei arrivato?”

“Sono arrivato al punto che la bambina va Disney World e si rompe un braccio”

“Scusa?”

“Sì, dai, non ti ricordi? Mi hai detto che lo hai letto anche tu”

“Certo che l’ho letto, ma in Cristo si è fermato a Eboli sono piuttosto certa che nessuna bambina vada a Disney World”

“Ma io l’ho letto, tieni, guarda qui”

“Questo non è il tuo libro, è quello che sto leggendo io”

“Stai dicendo che ho letto metà di un libro…per niente?”

“Non si legge mai per niente”

“Parla per te”

Eh sì, mi ero proprio sbagliata.

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Stop!

In macchina, allo stop.

Altre due auto prima di me.

Traffico, tanto, in una strada particolarmente frequentata.

La piccola è seduta al mio fianco, ma nemmeno la cintura di sicurezza può contenere il moto perpetuo che la caratterizza. Sta raccontando infervorata di una ingiustizia accorsa a scuola e del suo intervento per ristabilire giustizia ed equità. Le mancano solo mantello e mascherina e per trasformarsi in Wonder Piccola, ma tant’è.

Così, tra un gesticolare e l’altro, inavvertitamente schiaccia il clacson.

Un suono stridulo fende l’aria.

Scorgiamo il proprietario della prima auto, che sta invecchiando dietro la linea bianca dello stop, inveire ed agitarsi verso l’ignaro conducente della macchina prima di lui.

Non so leggere il labiale ma sembra abbastanza evidente a tutti che non stia recitando il rosario.

Il signore dietro, destinatario di gesti vietati ai minori e parole non proprio di pace, suona a sua volta il clacson più volte, abbassa il finestrino e tira fuori la mano. Non per salutare.

A questo punto l’autista fermo allo stop scende dall’auto, si dirige minaccioso verso il suonatore di clacson e non serve più leggere il labiale per capire che non gli sta indicando la strada per arrivare prima a casa.

La lite prosegue per qualche minuto, finché il coro di clacson della fila, lunga ormai come la coda per entrare al padiglione del Brasile a Expo duemilaquindici, convince i litiganti a riallacciarsi le cinture e ripartire.

La piccola e io, silenziose responsabili della situazione, cercando di non dare troppo nell’occhio passiamo lo stop e ce ne andiamo.

“Piccola, cosa abbiamo imparato oggi?”

“Che è meglio non fare più questa strada?”

“No!”

“Che non devo suonare il clacson se ci sono due signori arrabbiati prima di noi?”

“Ecco, già meglio”

La prossima volta che vi troverete in coda, potrebbe essere colpa mia e della piccola.

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È tutto un attimo

“Mother io vado, ci vediamo alle dodici e venticinque oggi, ti ricordi? Ah stasera ho allenamento, mi vieni a prendere alla fermata?”

“No”

“Mamma io vado, è venuta la mia amica a chiamarmi. Ci vediamo alle due. Non è che magari passi in macchina davanti alla scuola e così ci prendi tu che c’è la salita è fa caldo e siamo stanche e le cartelle pesano, eh?”

“No”

“Mami vado che arriva il pulmino. Ci vediamo alle cinque e venti oggi. Sì, mi ricordo che devo dare i soldi, far vedere quello che hai scritto alla maestra. Ho preso acqua e merenda. Ricordati di comprare qualcosa che sembri sano per la merenda sana di domani. Abbi cura dei gatti. Oggi lavori?”

“Sì, ma arrivo presto se vuoi ti vengo a prendere al pulmino”

“No no, grazie, torno con le mie amiche. Ciao ciao!”

Esiste un momento, che si colloca tra le sette e trentacinque e le sette e trentasette di ogni mattino, in cui il mondo si ferma.

La porta si chiude dietro l’ultima figlia che esce con la cartella in spalla.

Il silenzio cala, il gatto con il naso incollato al vetro resta fuori dalla finestra perché tu non lo fai entrare.

Un momento perfetto in cui nessuno ti chiama, litiga o cerca calzini e quaderni che aveva lasciato senz’altro sul tavolo e qualcuno deve averli spostati perché non si trovano più.

Un momento in cui tutti sono fuori di casa, e pazienza se hanno lasciato dietro di loro solo devastazione, letti da rifare e tazze della colazione da lavare.

Per quel meraviglioso quanto fugace istante, sei sola, anche se in pigiama e col mollettone di zia Assunta sulla testa.

Poi devi andare a lavorare, ma quella è un’altra storia.

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Tutta vita

La mezzana prepara crêpes nella mia piccola e colorata cucina con la sua amica, mentre sullo schermo del cellulare appaiono altre quattro fanciulle, ognuna nella propria casa, che sbattono uova o spalmano nutella. Dovresti sentire che profumo, le tue sono più buone, quante calorie avrà una crêpe doppio cioccolato con panna?

Si cucina insieme in video chat, altro che Masterchef.

La piccola pianta fagioli e fa esperimenti con le uova nell’aceto.

Riceve inviti e va a feste, un pomeriggio misteriosamente scompare per essere ritrovata poco dopo da madre e sorella al pratone vicino casa, dove con le sue compagne di classe si sta prodigando in ruote e verticali. “Madre scusa, credevo di averti detto che venivo qui. Adesso ciao, andate pure, eh”.

L’intervento dei paramedici è stato tempestivo e la madre si è ripresa abbastanza in fretta, tornando a casa con la drammatica consapevolezza di avere aperto la porta a una nuova e precoce adolescenza.

Il grande va a conoscere rapper più o meno famosi e si fa autografare cd, zaino, maglietta e probabilmente pure le mutande. Il sabato sera mangia con gli amici dall’unico chef di cui si fidi, il kebabbaro all’angolo.

La notte dorme altrove e passa il tempo a giocare alla PlayStation con tutto quello che è normalmente vietato a casa.

Nel frattempo arrivano inviti al ballo della scuola e si comincia a confrontarsi civilmente sul dress code “questo ti starebbe benissimo” “è da vecchia, piuttosto vado in pigiama”

Qui fanno trentotto anni in tre, ma hanno una vita sociale più scoppiettante della mia.

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