Open day

Se pensate che gennaio rappresenti solo il mese degli inizi, dei saldi, del radicchio rosso e dei mandarini, vi sbagliate.
Sarà che prende il nome da Giano, antica divinità  preposta a passaggi e mutamenti, ma gennaio è ufficialmente il mese degli open day. Gli antichi ci avevano visto lungo.
Teatro della giornata aperta la scuola media del paese, che ospiterà per i prossimi tre anni la figlia mezzana insieme a tanti altri ragazzini e ragazzine come lei. Una scuola tirata a lucido per l’occasione ha aperto i cancelli e le classi a un considerevole numero di quasi ex bambini e ai loro trepidanti genitori. Adulti sudati e rossi in volto intabarrati in pesanti giacconi che si aggiravano per l’istituto, come pecorelle smarrite alla ricerca dell’insegnante a loro assegnato. Tra un laboratorio e un’aula, dentro una mensa e fuori dalla palestra, su da una scala, giù per un corridoio. Io, che sono quinto dan di open day, ho seguito senza indugio la mia professoressa preferita. Accanto a me una figlia emozionata e tremante, titubante e insolitamente silenziosa. Con in testa però tutt’altro pensiero: l’amichevole di volley under dodici che l’aspettava all’uscita.
E si, perché alla fine i destinatari principali di tutto questo circo sono gli adulti, le loro ansie e preoccupazioni. I bambini accettano passaggi e cambiamenti come una parte naturale e inevitabile della vita, perché sono loro stessi in costante mutamento. L’open day tranquillizza noi grandi, che le scuole le abbiamo finite da un pezzo ma viviamo ogni nuovo inizio dei figli come se fosse nostro.
E lo dice una che, al primo giorno di medie del primogenito, si è emozionata più che alla discussione della sua tesi di laurea. In questo secondo giro di giostra sono visibilmente più rilassata. Così serena e pacifica che lo scorso lunedì mi sono dimenticata di andare all’incontro informativo col dirigente. Che ho già perso tre volte la password per accedere alle iscrizioni on line.
Se continuo così, quando sarà il turno della piccola rischio di non ricordarmi nemmeno di andare.

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Maschile plurale

Corsia sette: igiene persona/intimo uomo e donna.
Tre anziani, uomini. Il primo con grossi occhiali a lenti fumè e una baguette in mano, il secondo a mani vuote, se si esclude il pesante e luccicante anello d’oro all’anulare. L’ultimo sopraggiunge col pesante giaccone blu generosamente spruzzato di forfora, spingendo curvo il carrellino con bandierina dei bambini.

“Tel chi il terùn!”

Esclama l’uomo del pane.

“Ma guarda un po’ chi si rivede! Sei ancora vivo? Non ti ho mica visto a far le ricette dal medico, pensavo fossi morto”

Risponde con un sorriso buono il signore senza spesa ma con un forte accento del sud.

“E guarda lì l’altro scemo col carrellino che usa mio nipote”

“Antonio! Pasquale! Chi non muore si rivede, eh!”

“Va che noi siamo più giovani di te, ricordatelo. Siamo di luglio, te di gennaio”

“Ecco perché era così scomodo ‘sto carrello”

“Ma te non compri niente? Sempre qua a veder le belle donne?”

“Zitto che c’è mia moglie in macelleria. Poi non c’è niente di male a guardare. Tanto qui non funziona più niente”

“Eh già, come volere lo zucchero filato ma avere il diabete”

“O le arterie otturate e per pranzo il cotechino”

“O il mandorlato e la dentiera sul comodino”

E tutti e tre esplodono in una risata arrochita da anni di Nazionali senza filtro, i sorrisi che disegnano intrecci di rughe ai lati degli occhi.

“Cià, vado a cambiare carrello e a far scorta di pandori, adesso te li tirano dietro. Che qui gli unici piaceri rimasti sono mangiare e bere. Ci si rivede se Dio vuole!”

Pacche sulle spalle, saluti da maschi.
E ognuno va per la sua corsia.

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Un diavolo per capello

Una mattina tranquilla, centro città. Capita che un appuntamento venga annullato all’ultimo momento e ti trovi con un’ora libera davanti, proprio come a scuola quando c’era l’ora buca. Allora bevi un cappuccino con la cannella e bighelloni per le vie ammirando scarpe e vestiti in saldo. Fin quando una vetrina ti restituisce l’inquietante immagine di una donna che ha urgente bisogno di un parrucchiere. Detto fatto, ti infili in un locale di una famosa catena francese, al secondo piano di un centro commerciale. Ingenuamente chiedi una piega veloce, ti accomodi e sfogli un giornale di pettegolezzi di agosto, facendoti una approfondita anche se tardiva cultura degli amori estivi di personaggi a te sconosciuti. E poi arriva lei, con una divisa bianca troppo stretta, che per qualche malvagia politica aziendale è costretta a indossare nonostante una generosa fisicità. È giovane e a occhio e croce potresti essere sua madre. Fissa la chioma rossa ribelle in silenzio, un lampo di orrore le passa negli occhi scuri. Poi si fa coraggio e afferra tra pollice e indice una ciocca di riccioli.

“Ciao. Cosa vogliamo fare?”

“Ehm.. Niente di particolare. Shampoo e piega, grazie”

“Cosa?? Scherzi?? Qui c’è bisogno di un trattamento urgente anti age, una maschera ristrutturante/nutriente/districante. Non vedi come sono stressati i tuoi capelli??”

Vorresti avere la prontezza nel risponderle di essere tu quella stressata, figuriamoci se ci si puo’ preoccupare dello stato emotivo di una chioma. Che poi mancava proprio l’anti age ai capelli, per dare il colpo di grazia. Invece rispondi così:

“No grazie. Shampoo e piega andranno benissimo.”

“Come vuoi. Ma così non va affatto bene, sai? Per una donna i capelli sono fondamentali, incarnano la femminilità e bisogna averne cura per il proprio benessere, sai? Perché vedi, io ho studiato un bel po’ di psicologia e queste cose le so”

“Apprezzo molto, davvero. Ma tra mezz’ora devo essere al lavoro quindi ti sarei grata se potessimo cominciare”

“Come vuoi. Aspetta! Potremmo risolvere il problema con un bel taglio!”

“Devi prima passare sul mio cadavere”

La parrucchiera vestita di bianco ha portato a termine il suo compito senza più proferire parola, vagamente infastidita.
Perlomeno non ha messo in conto la consulenza psicologica.

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Trasgressioni innocenti

“Lo facciamo?”
Bacio.
“Shhh! Abbassa la voce che ci sentono”
Altro bacio.
“Dai amore, coraggio! Tanto lo so che vuoi farlo anche tu”
Serie di baci.
“Beh, la tentazione c’è ma.. se ci scoprono? Mio padre mi ammazza”

Un ragazzo e una ragazza, età media quindici anni, in un bar del centro la mattina presto. Seduti così vicini da occupare un posto solo, non lasciano passare più di otto parole tra un bacio e l’altro. I capelli lunghi di lei appoggiati alla spalla di lui. Ai loro piedi due zaini gemelli di una marca famosa, quello di lei con orsetti, giraffine e gattini appesi alla cerniera. Stanno decidendo se bigiare la scuola o entrare di corsa con un po’ di ritardo.
Il mio cuore ha un sussulto. La mia memoria va a pescare ricordi lontani, di un passato scolastico non propriamente ineccepibile. Perche io sulle bigiate potrei scriverci un manuale. Da non seguire alla lettera, però: nella mia illustre carriera di ore saltate sono stata quasi sempre scoperta.
Una volta ho preso il pullman per andare al Sacro Monte -la Mecca dello studente assenteista- e dopo due fermate è salito mio zio. Che mi ha visto, riconosciuto e cazziato prima ancora di obliterare il biglietto.
Un’altra volta sono rincasata al solito orario, come se nulla fosse, a parte i fili d’erba tra i capelli e sui vestiti, regalo della mia mattinata trascorsa a prendere il sole al pratone del solito Sacro Monte. E subito notati da mia madre.
Ancora, ho passato cinque intere ore al tavolo di un famoso bar del centro, con la mia migliore amica. Dopo aver bevuto sette cappuccini a testa abbiamo preso coraggio e siamo uscite dal locale, certe di non incontrare nessuno. Andando direttamente a sbattere contro il professore di italiano, che aveva appena terminato l’ora di lezione nella nostra classe. E che l’indomani ha telefonato a casa mia per informare mia madre. Fortuna ha voluto che io fossi a letto malata -troppi cappuccini, probabilmente- e che rispondessi al telefono, fingendo di essere la persona che stavano cercando. Mia madre, appunto.
Insomma, una che con le trasgressioni è capace solo di combinare disastri. Tuttavia queste esperienze mi hanno insegnato molto e hanno contribuito in maniera significativa e pregnante alla mia crescita. Oggi sono bravissima nella falsificazione di firme altrui, capacità maturata negli anni delle false giustificazioni.
E ancora adesso, ad anni luce di distanza, la mia firma è la copia esatta di quella di mio padre.

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Saturday night

Sabato sera.
Una cucina piccola, colorata e in disordine. Su una mensola gialla il pothos cerca invano qualcuno che se ne prenda cura. L’aria è satura del fumo della griglia, l’olio in padella schizza impazzito e in forno si sta gonfiando la torta al cioccolato. La temperatura è quella riscontrata a Sharm El Sheik ad agosto e lei indossa una maglietta a maniche corte più vecchia del suo primogenito. La chioma rossa è imbrigliata in un mollettone da nonna e profuma come i capelli di un dipendente McDonald’s dopo otto ore di turno. Dal cellulare in carica sopra il microonde si susseguono le note di una vecchio album dei Led Zeppelin, a memoria di una vita precedente senza cene da preparare, figli da sfamare e tavole da apparecchiare.
In sala la aspettano sei affamati bambini, un po’ maschi e un po’ femmine, un po’ suoi e un po’ no. Lei cuoce le bistecche, frigge le patatine e spera che quella maledetta torta si decida a gonfiarsi. La musica è sempre lì a ricordarle un’altra vita, dove di sabato sera la scelta non era il menù ma le scarpe da abbinare al vestito, i capelli profumavano di argan e le responsabilità erano al massimo la cura di una pianta. Non che ne senta tutta questa nostalgia, però. Sono ricordi, flash di momenti, non necessariamente da rivolere indietro. Nel frattempo passa un ragazzino in cucina, ruba una patatina mentre spia nel forno col piglio severo da giudice di Masterchef. Si accomoda sullo sgabello che gira e assorto ascolta la musica, mentre aspetta che si raffreddi la patatina. Dice che è strana ma bella, apprezza l’assolo di chitarra. Lei gli racconta la storia di quella canzone così lunga, nata per caso e diventata un mito, mentre cerca di azzeccare, come un terno al lotto, la cottura della carne. Un po’ alla volta arrivano anche gli altri piccoli ospiti, incuranti del fumo e del fritto, ad ascoltare una storia musicale. Note allineate come un lungo filo, che per quei bellissimi otto minuti legano insieme passato e presente. Otto minuti sufficienti a bruciare una torta, in un piovigginoso sabato sera di gennaio.

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Strani amici

E poi ci sono quelli che ti chiedono l’amicizia su Facebook. Tu non li conosci, ma avete settantaquattro amici in comune e allora dai una sbirciata al profilo per capirne qualcosa in più. In quest’ultimo periodo il panorama delle richieste che giungono a me è il seguente:

⁃ uomini, virtuosi padri di famiglia, che alternano frasi di madre Teresa a condivisioni di bambini malati, tenere foto dei propri figli piccoli e immagini di avvenenti signorine poco vestite e in pose sinuose con la scritta “nel presepe non dimenticare la pecora”

⁃ uomini e donne la cui immagine di profilo è un tenero cucciolo e condividono SOLO fotografie di animali torturati, abbandonati, investiti o cucinati al ristorante giapponese. Ora, io anche amo molto gli animali, ma non credo li amerò di più scorrendo ogni mattino queste immagini truci;

⁃ persone che condividono solo bufale “avvistato clown romeno che ruba i bambini fuori da scuola”,” fate attenzione abitanti della via: c’è una fiesta grigia sospetta parcheggiata all’angolo da ben dieci minuti”, “la scienza lo ha finalmente dimostrato: chi ha un brutto carattere/è disordinato/è ritardatario cronico/picchia i bambini è più intelligente della media”;

⁃ signorine affascinanti, procaci e tendenzialmente poco coperte che sono -giustamente- orgogliose di sfoggiare le loro curve  con la collezione completa autunno/inverno di lingerie di pizzo, meglio se nera e con qualche borchia qua e là. Ma, forse per par condicio, è arrivata anche la richiesta del signor Priapo, del quale vi lascio immaginare la foto profilo.

Spesso invece sembrano persone tranquille e perbene, tra una foto che ritrae la festa per i novant’anni della nonna o i lavoretti di Natale fatti a mano dai figli all’asilo. Salvo scatenarsi cinque minuti dopo il tuo “conferma” con la gara del selfie più assurdo. Uomini sdraiati sulla spiaggia di Gatteo a Mare con i muscoli e la pancetta dolcemente lambiti dalle onde o attaccati agli scogli con lo slippino bianco come una modella sul calendario Pirelli. Il premio miglior foto, però, va indubbiamente al gentil signore che mi ha inviato l’istantanea del suo -credo- piede destro, in tutto il suo splendore. Forse cercava consigli per una perfetta pedicure, chissà.

Quindi, ora è da capire se la mia potente calamita di matti funzioni anche qui, in questo oceano virtuale, o se sia stata solo particolarmente sfortunata.

 

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Aspettando

“Grado di sovraffollamento: grave”
Queste parole, scritte in rosso sullo schermo luminoso di un pronto soccorso, sono l’equivalente giuridico del “fine pena: mai”.
Era da tempo, per fortuna, che non mi capitava di frequentare l’ospedale con i bambini. Va detto che in passato abbiamo ampiamente assolto questo dovere, eh. Grazie a un primogenito probabilmente montato al contrario che, come diceva il buon Elio, ha il gomito che fa contatto col ginocchio. Ed è proprio col fantasioso figlio che mi sono trovata, in una mattina uggiosa, in piedi davanti a quella scritta rossa che gettava un’ombra inquietante sulla nostra giornata. Il pronto soccorso è innanzitutto un luogo di lamentazione: si dolgono i malati -a ragione-, si lagnano i parenti in attesa, si lamentano i medici del sovraffollamento, degli spazi insufficienti, della frenesia. Da parte nostra abbiamo cercato di limitare le rimostranze, a parte il giovane infortunato che non si è fatto una ragione di non avere una connessone wi-fi. La disperazione si è impossessata di lui -e un po’ lo ammetto, anche di me- quando ha realizzato che entrambi i nostri cellulari erano al due per cento di batteria. Ci eravamo seduti nella sala d’attesa da non più di quindici minuti. Per trascorrere il tempo -sarebbero state sei ore, ma fortunatamente non ce lo immaginavamo neanche- ci siamo dedicati a piacevoli attività: con una moneta da cinque centesimi l’illusionista in erba ha intrattenuto i nostri compagni di attesa, con apparizioni, sparizioni e magie. Ci siamo poi raccontati delle storie buffe, per sorridere un po’ e alla fine, a corto di argomenti e stremati dalla fame, abbiamo spudoratamente origliato le conversazioni delle persone intorno. E’ arrivato così il nostro turno di appoggiare il piede malconcio del ragazzo sul freddo tavolo del reparto radiologia, accompagnati da un simpatico tecnico.

“Signora, entri anche lei. Devo chiederle se è in stato di gravidanza”

“Per carità. No, grazie, ho già dato”

“Ci metterebbe la mano sul fuoco?”

“Mi dica dov’è la fiamma”

Siamo usciti così, con un nulla di fatto e un nulla di rotto, delle nuove amicizie e gli stessi dubbi diagnostici di quando siamo entrati. Affamati e vicini, finalmente col sole, siamo tornati a casa.

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Befana in offerta

Sembra impossibile, ma anche la Befana è arrivata e se ne è andata.
Portando con sé, si spera, gli originali auguri che tutti gli uomini del pianeta si sentono in dovere di fare ogni benedetto sei gennaio. Mio papà, che avrebbe compiuto gli anni proprio in questo giorno, si diceva fortunato di esser nato uomo, altrimenti sai che ridere.
A casa mia il copione assomiglia molto a quello della notte di natale. Si appoggiano le calze davanti al camino, si lascia un bicchier d’acqua (chissà perché poi, a Babbo Natale latte e biscotti. Pure la Befana deve stare a dieta) e si va a dormire speranzosi.
Per essere più precisi, è speranzosa la piccola, mentre il grande è ormai a conoscenza della verità e la mezzana la va cercando. Abbiamo sfiorato il disvelamento già a Natale, quando vicino al piattino dei biscotti ha appoggiato un foglio con la scritta: “caro Babbo, se esisti metti una crocetta qui. E una firma, grazie”. Inutile dire che ho compilato io il modulo, proprio come quello lasciato per la Befana. La mattina, prima ancora di guardare nella calza, la giovane investigatrice ha preso entrambi i fogli, confrontandone le grafie come un consumato perito calligrafico. Durante la giornata si è comportata normalmente, solo ogni tanto sentivo il suo sguardo su di me, che distoglieva non appena incrociava il mio. La sera, a casa silenziosa e fratelli addormentati, si è presentata ai piedi del mio letto.
Mi ha fissato a lungo, poi si è decisa a parlare.

“Mamma, smettila di fingere. Senza offesa, che la Befana sei tu l’ho capito ormai. Quella vera non avrebbe lasciato l’etichetta sulla mia giacca nuova. Almeno, la prossima volta togli l’adesivo “settanta per cento di sconto” così la piccola può continuare a crederci”.

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Caffè e latte

Al bar vicino a casa, tra la scuola materna e la chiesa. Una pioggerella sottile, freddo pungente, madre e figlio che fanno colazione seduti a un tavolino. Sorseggiano succo e cappuccino pronti per l’ennesimo controllo pediatrico.
Nel locale poche persone, tutti uomini, eccezion fatta per la biondissima barista e me.
Un giovane beve il caffè con un bambino di qualche mese in braccio, un fagotto di ciniglia arancione. Con tranquillità e perizia, tiene in equilibrio il figlio sgambettante mentre allunga un braccio verso la borsa appoggiata sulla sedia al suo fianco. Ne estrae un biberon con l’acqua, lo porge alla barista per farselo scaldare “trenta, quaranta secondi e non di più, mi raccomando che poi sennò si scotta”.
Una volta alla giusta temperatura, aggiunge quattro misurini di latte in polvere, un biscotto e agita il tutto finché non si è ben sciolto. Nel mentre descrive al bimbo impaziente e affamato ogni sua azione: “adesso scuotiamo forte forte, ecco! È pronto il lattino del mio ometto!”.
Il piccolo apre la bocca con un sorriso sdentato, pronto per la sua colazione e il papà finisce di bere il caffè ormai freddo. Due tavoli più in giù, un uomo sulla cinquantina appoggia gli occhiali, chiude il giornale dalle pagine rosa di sport che stava leggendo e sorride al bambino.

“Che bel mangione abbiamo qui! E le pappe le prende già?” Chiede al giovane papà.

“Si sì, dovresti vedere quanta! Metto duecento grammi di acqua, duecento di passato di verdure, omogeneizzato, una spruzzata di parmigiano e un giro d’olio et voilà! Non ne avanza un cucchiaio!”

“Anche il mio nipotino mangia volentieri, ha cominciato a Natale a gattonare, adesso va come una scheggia!”

Un uomo in piedi accanto al bancone, in tenuta da lavoro, sta aspettando di pagare col portafoglio in mano il suo bicchiere di bianco. Chiede un pacchetto di MS morbide, un gratta e vinci da dieci euro e si volta verso i due.

“E si, poi quando camminano bisogna stare attenti e mettere in sicurezza la casa, si capisce”

I tre annuiscono seri, in silenzio, quasi non ci fosse bisogno di aggiungere altro.
Sono capitata in un universo parallelo, non c’è altra spiegazione. Un mondo dove i papà sono capaci e partecipi tanto quanto le mamme. E sembrano anche contenti.

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Il tempo passa e se ne va

“Mamma, quanto manca per arrivare?”

“Ancora un’ora, più o meno”

“Si, ma quanto dura un’ora?”

“Mmm.. dunque.. Ecco! Come due puntate di Violetta”

“Ma con la pubblicità o senza? Non capisco”

“Allora, vediamo. Come quando al lunedì arrivi a scuola, c’è la maestra di italiano, poi vi saluta e arriva quella di matematica”

“Ma mamma, la maestra di matematica arriva al pomeriggio dopo la mensa. È così lunga una sola ora??”

Spiegare il tempo ai bambini è una sfida con se stessi, perché ti chiama a mettere in parole un concetto astratto che per i grandi è ben chiaro e condiviso. Sebbene i bambini qualche certezza in proposito già ce l’abbiano.

“Tra un mese si parte per il mare!”

“Così tantoooo?? Noooo”

“Tra un mese ricomincia la scuola”

“Di già?? Ma se ho appena cominciato le vacanze! Mondo infame”

“Bene, puoi giocare con il Nintendo ma tra mezz’ora si spegne”

“Cosa? Ma tra mezz’ora avrò appena cominciato”

“Manca solo mezz’ora alla fine della messa”

“Non ce la posso fare: è troppo per me”

Ciò che i bambini imparano da subito è che quando sei felice il tempo corre via veloce, se sei triste le lancette dell’orologio sono più pesanti e lente e se ti annoi sono inchiodate lì senza muoversi. Io, pur essendo al terzo tentativo, non ho ancora trovato le parole giuste per spiegare quanto è lunga un’ora.
E come spesso accade è la saggezza della piccola a venirmi in aiuto.

“Mamma, ho capito: le ore che passo con te hanno meno minuti, quelle di scuola di più. Bisognerebbe fare solo mezz’ora, di lezione”

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