Si e no

Emerge da una mattina di scuola con il berretto storto, la coda disfatta e le briciole di cracker sul naso. Ha le mani più variopinte di Klimt dopo l’ultima pennellata del celebre bacio. Il grembiule nero è ordinatamente appallottolato sul fondo dello zaino, tra gli avanzi della merenda. Risplende di un sorriso felice, che scopre due incisivi a rischio apparecchio. La sua voce è ancora il cinguettio di un passerotto, che nei momenti bui si trasforma nello strillo di un’aquila.

“Mamma, ho pensato. Sai che la stessa parola può avere significati diversi? Per esempio, concentrati sul sì e il no”

“Concentrata”

“Si potrebbe pensare che sì è bello e no è brutto, giusto?”

“Gius..”

“Non mi interrompere. Dicevo. Non sono belli o brutti in assoluto. Dipende dalla domanda che arriva prima, sai?”

“Ma tu sei sicura di avere solo sette anni? No, perché io comincio a credere nella reincarnazione”

“Non cambiare argomento. Per esempio. Prova a chiedermi se ho compiti per domani”

“Hai compiti per domani, piccola?”

“No! Visto?? Questo è un no bello come un sì, perché fa dire una cosa stupenda”

“In effetti..”

“Aspetta! Rispondi a questa domanda. Mio fratello è a casa?”

“Sì, ma non capisco cosa..”

“Vedi? Questo sì è come un no, perché a casa lui mi darà il tormento, io mi arrabbierò e tu ci sgriderai. Sembriamo un episodio dei telefilm”

“Veramente quando litigate e partono le mazzate io mi sento più in un film horror”

“Comunque, parliamo di cose serie. Cosa si mangia a pranzo?”

Chiede con quella delizia di sorriso che si ritrova, che mi strega e mi ammalia. E non sa che, quel faccino rotondo con l’espressione furba a metà strada tra l’elfo e la fatina, Trilly e Malefica, Biancaneve e Pippi calzelunghe me lo mangerei io, ma di baci.

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Polaroid

Sono giovani e nuovi.
Belli e inconsapevoli come solo a vent’anni. Stanno accanto con naturalezza, occupano lo spazio vuoto fra loro per stare più vicini. Si guardano rassicuranti, certi della presenza dell’altro. Sono due ma sembrano uno. Hanno lo stesso nome, al maschile e al femminile. Nelle pieghe delle loro parole ci sono amore, futuro, infinite possibilità. Per l’ultimo compleanno di lei lui, che con attenzione e pazienza l’ha sempre ascoltata, le ha fatto trovare in dono proprio ciò che lei desiderava. Il regalo in questione è una macchina fotografica d’altri tempi, di quelle che dopo lo scatto con un lieve ronzio consegnano fra le tue mani l’immagine già stampata, da fare asciugare tenendola con cautela tra due dita. Istantanee di un amore che riesce così bene forse solo a vent’anni, quando la vita è ancora un piano inclinato su cui scivolare senza cadere, come quando i bambini, in autunno, si lasciano rotolare da una collinetta sopra un pavimento di foglie colorate, ridendo di ebbrezza e vertigini. Un amore che fa accendere due sigarette dalla stessa fiamma, che fa portare un ombrello solo che poi non si aprirà perché è così bello correre per mano sotto la pioggia. E tu, che di anni ne hai più del doppio, li guardi e sorridi, felice per quei due, tua nipote e il suo ragazzo. Vorresti fare loro una foto, di quelle dove i protagonisti sono inconsapevoli dello scatto.
Una foto che intrappola un attimo, cristallizza un’emozione, conserva un ricordo.

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Omissioni

Aprire la porta di casa su una mattina fredda e buia, e accorgersi con orrore che sullo zerbino giacciono i visceri di un animale non meglio identificato, confusa via di mezzo tra la pantegana e il corvo.
Pensare che forse il felino è dedito all’imbalsamazione, o ha deciso di costruirsi un riparo di fortuna nella pelle dello sventurato animale, come l’altrettanto sventurato DiCaprio con il suo cavallo in Revenant.
Scoprire con sgomento che la tua memoria non è semplicemente selettiva, ma a singhiozzo, e di avere dimenticato, omesso, scambiato una serie di eventi tra cui
– preparare panini, acqua e merende varie per la gita del figlio maggiore, che si svolgerà questo stesso giorno ma di un altro mese. Essere grati per l’esistenza del gruppo whatsapp della seconda c, che ha evitato per un pelo l’abbandono del minore in stazione, solo con tre panini al formaggio;
– inviare una importante mail di lavoro a tante persone, fissare una data per incontrarsi, ricevere le adesioni e accorgersi di avere indicato il giorno sbagliato;
– ricevere la telefonata di richiamo della catechista di tua figlia, sorpresa che tu non abbia ancora consegnato le adesioni per la cena comunitaria, perché sicuramente hai letto gli avvisi messi nel quaderno, vero??
– rendersi conto di non trovare più, dopo lunghe e approfondite ricerche, la tua collana preferita, le carte da mago del figlio prestigiatore e l’album degli amici cucciolotti, che conta la bellezza di seicentocinquanta figurine ed era pieno quasi a metà. Domandarsi se in casa viva un folletto dispettoso o se la tua memoria sia solo un grande buco nero;
– stendere con cura lo smalto sulle unghie, in un raro momento in cui non c’è nessuno in casa, e realizzare a vernice fresca che devi essere a scuola in meno di cinque minuti per riprendere le bambine.

Ecco, spesso ho la sensazione di stare facendo più puzzle insieme, e che qualcuno mi abbia mischiato i pezzi. Io che, fra l’altro, ho difficoltà persino a far combaciare il puzzle da quattro dei barbapapà, adatto per bambini dai dodici mesi ai tre anni.
Ma posso star tranquilla, perché non sono sola e c’è qualcuno che pensa al mio benessere.

“Mamma, ti vedo distratta. Hai bisogno di una vacanza: portaci al mare!”

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Divieto di sosta

Centro città, pomeriggio affollato, alla ricerca di un parcheggio. Al terzo infruttuoso giro dell’isolato comincio a pensare di rientrare a casa e lasciar perdere, mentre il figlio seduto a fianco a me indica forsennatamente luoghi più o meno sensati dove lasciare la macchina.

“Lì, lì guarda mamma c’è un posto!”

“È il cancello dei vigili, non mi pare il caso”

“Eccone un altro, quello laggiù”

“Veramente è l’entrata del parcheggio a pagamento, che sfortunatamente è pure al completo!”

“Lì mamma, quel signore esce!”

“Si, ma da casa sua”

“No aspetta! Ci siamo!”

In effetti è proprio un posto libero, riquadrato nelle sue belle strisce blu tutto intorno, esattamente tra altre due auto perfettamente parcheggiate.
A onor del vero va detto che per me le strisce blu rappresentano un consiglio, un suggerimento, tuttalpiù un’indicazione, e quando parcheggio ricordo la figlia piccola quando colora: non riesco a stare nei margini.
Lasciata la macchina in tutta fretta accompagno quindi il figlio al suo improrogabile impegno e vengo liquidata velocemente a pochi metri dal luogo di ritrovo, fosse mai che gli amici lo vedessero in compagnia di sua madre. Faccio quindi per ritornare alla mia auto quando scorgo in lontananza una giacchetta blu con scritta bianca degli ausiliari del traffico, che sta osservando con attenzione il mio estroso parcheggio. Preparo il mio più bel sorriso per intenerire l’amico ausiliare, che purtroppo si rivela essere una donna di mezza età con i capelli corti, anche particolarmente agguerrita. Dopo i primi simpatici convenevoli:
“è sua la macchina?”

“ehm..sì”

“le sembra il modo di parcheggiare?”

“ehm..sì” ”

“non faccia la spiritosa”
la gentile signora estrae dal borsello il temutissimo kit per le multe. A questo punto, perso per perso, mi gioco l’ultima carta a disposizione: la verità.

“Senta, lei ha ragione e io ho parcheggiato da schifo. Ma dovevo portare mio figlio a quel maledetto torneo di carte di yu-gi-oh che fanno qui dietro, eravamo in ritardo e non ne potevo più di girare intorno come un criceto sulla ruota e allora..”

“Ha detto torneo di yu-gi-oh?”

“Si”
Rispondo temendo che anche questo costituisca reato e che il torneo sia illegale.

“Come la capisco! Anche il mio ultimo è preso con questo gioco da incubo! E i soldi che ci buttiamo! Prenda la macchina e vada, su!”

È così faccio, prima che la signora ausiliare possa cambiare idea, stupita, commossa e incredula davanti a una solidarietà che si manifesta quando meno te lo aspetti (e sulle questioni più improbabili)

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Corsia quattro

“E poi se ne è andato. Ha chiuso la porta di casa ed è andato via. Mi ha lasciata, capisci? Mio marito mi ha voltato le spalle nella nostra cucina, ha preso la giacca che gli ho regalato per l’anniversario, le chiavi della macchina ed è andato via. Quelle di casa le ha lasciate all’ingresso, insieme al portachiavi che gli ha fatto Leo all’asilo per la festa del papà. Mi ha lasciata, capisci? Dopo dodici anni. Sai quanti sono dodici anni? Io si, perché quando lui è uscito mi sono seduta su una sedia della cucina e ho fatto il conto con la calcolatrice del telefonino. Dodici anni sono quattromila trecento ottantatré giorni, perché ci sono stati tre anni bisestili. Lui è andato via e io mi sono seduta a contare i giorni, capisci?”

Lei è alta, coi capelli lisci appoggiati sulle spalle, di quel nero quasi blu. Il contrasto con l’incarnato pallido e senza trucco è notevole. Ha cerchi scuri intorno agli occhi, verdi del vetro opaco, quasi la sofferenza calasse un velo sopra. Gli occhi di chi non dorme abbastanza e il naso rosso di chi ha pianto troppo. Anche adesso sta piangendo, in una corsia del supermercato. L’uomo che la sta ascoltando con attenzione e serietà è l’addetto al reparto ortofrutta, che indossa la divisa bianca con sopra un gilet blu, per proteggersi dal freddo. Osserva la donna, annuisce appena, intanto si sfila i grossi guanti. Senza smettere di prestarle attenzione allunga un braccio verso lo scaffale e afferra una grossa confezione di fazzoletti di carta. Ne prende un pacchetto e gliene porge uno. La donna sta singhiozzando, non riesce a parlare. Lui la guarda con tenerezza e comprensione.

“Anto, cambiamo corsia. Andiamo agli spumanti. Se ne è andato? Era ora! Prendiamo una bottiglia e brindiamo!”

Lei lo fissa stupita, le lacrime scendono ancora ma non singhiozza più. Si soffia il naso nel fazzoletto bianco, si asciuga gli occhi con le mani aperte.
Lui le mette una mano sul gomito, in un gesto dolce che sa di conforto e insieme di esortazione.
E se ne vanno, lasciando vuota la corsia, a parte me.

Che il supermercato sia molto più di un luogo dove fare la spesa, l’ho capito da un po’.
Quello che ho scoperto oggi è che a volte, per star meglio, basta solo cambiare corsia.

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Amici felini

Nella mia casa vive, da ormai quasi tre anni, un gatto di nome Felix.
Un felino impegnativo, figlio di una gatta selvaggia e poco incline alla maternità, che ha preferito i vagabondaggi nei boschi alla cura dei suoi piccoli micini.
Lui aspettava in una calda cesta con i suoi fratelli e, non appena ha udito salire dalle scale tre bambini eccitati e vocianti è corso a rintanarsi sotto un vecchio armadio di legno scuro. Per questo è stato il prescelto. E’ venuto a casa con noi quel giorno stesso, chiuso in una gabbietta di fortuna. Si è affiliato alla nostra famiglia con l’ardore di Remì, il piccolo orfano in cerca della sua mamma in giro per il mondo. Abbiamo capito subito di avere fatto la scelta giusta quando, a un controllo dalla veterinaria, si è scoperto che lui -vero maschio certificato- si stava preparando per allattare. Per la serie, se non sono strani non li vogliamo. Accettata quindi la sua duplice natura con serenità, ché in questa casa non si fa distinzione di genere, abbiamo proseguito con la vita di tutti i giorni. Finché l’amico felino non ha pensato bene di farsi investire e trovare moribondo sull’uscio di casa dalla sottoscritta. Ripreso per un pelo -è il caso di dirlo- senza la milza, una fila di punti e un’ipoteca sulla casa per pagare la bravissima veterinaria salva-vita, pensavamo di esserci lasciati la sfortuna alle spalle (nonostante sia un gatto quasi tutto nero).
E invece. Da qualche settimana l’inquieto felino ha stravolto i suoi ritmi di sonno-veglia, come un neonato appena portato a casa dall’ospedale. Ogni sera, all’ora della buonanotte, Felix segue i suoi fratelli umani in fila indiana, e sceglie su quale dei tre letti trascorrere le prime ore della notte. Perché poi, verso le due, arriva zampettando accanto a me e miagola finché non mi decido ad alzarmi e dargli da mangiare. Torno a letto ma non è finita, perché dopo una buona porzione di pappa non c’è niente di meglio di una passeggiata al chiaro di luna, per digerire. Così il caro felino torna alla carica più miagolante di prima, per farsi aprire la porta. Io ci provo, a ignorarlo, davvero. Mi giro dall’altra parte, fingo di dormire, ma niente. Lui lo sa, e si dirige baldanzoso verso la poltrona dove sono ordinatamente (!) appoggiati i miei vestiti per il giorno dopo, e comincia energicamente a farsi le unghie. Mi è capitato di andare al lavoro con le calze a brandelli, giuro. Così mi alzo, apro la porta congelandomi e lo caccio letteralmente fuori di casa. Fino all’alba, quando il suo miagolio e’ il secondo rumore che sento dopo il trillo della sveglia.
Ora, se qualcuno fra voi fosse esperto di psicologia felina, umana o quant’altro vi prego, aiutatemi. Ogni idea, suggerimento, strategia e consiglio per riportare i suoi bioritmi alla normalità sarà accolto con gratitudine. Eterna.

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Curva nord

Io non sono mai stata una tifosa vera. Forse neanche finta, a ben guardare.
Se penso al tifo la prima cosa che mi viene in mente è la malattia infettiva, mica i cori e gli striscioni. Io sono quella che ha tradito generazioni di fede bianconera quando andava in prima ginnasio, e ogni mattina il pullman della società faceva scendere davanti alla scuola le future promesse di Milanello. Abbagliata da tanto splendore, ho abbracciato la fede rossonera incurante delle proteste e del dolore di mio padre, juventino da sempre. Tuttavia non sono mai riuscita ad appassionarmi fino in fondo a una partita, di qualunque sport, serie o campionato fosse. Per me negli stadi si fanno i concerti, I mondiali mi annoiano, figuriamoci i tornei di mini volley, mini basket o palla rilanciata dei miei figli, ai quali naturalmente non posso mancare.
Questo fino allo scorso sabato, che mi ha visto impostare il navigatore della macchina subito dopo un pranzo frettoloso, per portare lo sportivo di famiglia alla partita. Sede dell’incontro, un grigio palazzetto dell’hinterland milanese.
Una partita iniziata fiacca ma trasformatasi in fretta in match infuocato. Lui, il giovane giocatore di basket, che siamo abituati a vedere sempre un po’ timoroso e nelle retrovie, ha segnato due canestri di fila, riportando la squadra in vantaggio. Vantaggio che poi i baldi giovani hanno mantenuto fino alla fine, in un estenuante testa a testa.
Le sorelle, che non si perdono una partita ma hanno ricevuto il divieto da parte del fratello di  incitare, esultare e pronunciare il suo nome invano, si sono lasciate andare a un urlo di trionfo come se avessimo vinto la finale Nba.
L’infortunata ha sollevato le stampelle al cielo come Cannavaro la coppa del mondo quella sera a Berlino, sorridente e esultante. C’è mancato poco che dovesse intervenire la sicurezza a impedire l’invasione di campo alla piccola. Siamo tornati a casa canticchiando “we are the champions”, dimenticando di accendere il navigatore e perdendoci di conseguenza.
Ma che importanza può mai avere qualche chilometro in più tra le brume della provincia, quando si è finalmente acceso il sacro fuoco del tifo nel cuore.

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Ancora tu

Eccoci qua, ancora tu e io.
Di nuovo a discutere, polemizzare, recriminare e divergere. Tu che mi accusi di non capirti, io che ti dico sì, è così.
Perché sono una donna di quarantuno anni e non un maschio di dodici e, per tutti gli sforzi che possa fare, non riesco a mettermi nei tuoi panni da basket. In realtà ne so, di bambini e ragazzi, di crescita e adolescenza, di scontri e mediazioni. Ho studiato, letto i libri giusti e al lavoro a volte mi riesce anche bene comprendere, mitigare, avvicinare. Sono preparata sulle tappe evolutive, ho le idee chiare su quanto può succedere da qui ai prossimi anni. Conosco la strada in generale, come nella teoria dovrebbe essere. Ma tu, mio provocatorio e ribelle dodicenne, percorri sentieri fuori dalle mie mappe.
Io, che sono la tua mamma, ho il compito anche di farti da guida in questi primi anni di esperienze. Ma la geografia della tua crescita l’hai soltanto tu.
Io ci provo a immaginare, sai. Penso che avere dodici anni somigli molto a un giro sulle montagne russe che tanto ti piacciono. Un giorno in alto, veloce; un altro giù in picchiata, altri ancora ad arrampicarsi faticosamente prima della discesa. O disorientati a testa in giù, con la pancia in gola e le gambe in alto. Solo che da questa giostra è presto per scendere, anche se sei stanco e stufo. Abbiamo biglietti ancora per parecchi giri. E io soffro pure di vertigini, lo sai.
E allora andiamo di gioco e serietà, risate e tristezze, vicinanza e distanza. Di coccole e ripiegamenti, sorrisi e musi lunghi, abbracci e porte chiuse.
Io non ti capisco, è vero.
Ma non ti capivo nemmeno quando eri un neonato che urlava la sua rabbia e disperazione mentre io dovevo indovinarne il perché.
Non ti capivo quando non camminavi e blateravi infiniti discorsi comprensibili solo a te.
Alla fine un modo per capirci lo abbiamo trovato, impegnandoci entrambi. Tu a parlare, io a ascoltare e comprendere. Certo, adesso è complicato e faticoso mantenere la lucidità e non cadere in una pericolosa simmetria, persi tra le tue provocazioni e le mie adulte rigidità. Ma ce la possiamo fare, credimi. Perché se è vero che prima era tutto più facile, non vorrei tornare indietro. Vederti provare da solo, formulare pensieri, esprimere opinioni mi incanta e mi appassiona. Ascoltare il tuo punto di vista, seguire il tuo sguardo sul mondo fa crescere un po’ anche me.
Quindi forza e coraggio, che come diceva mia nonna, ogni male è di passaggio.

La tua mamma
(che, comunque, non ti prenderà un cellulare nuovo)

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Risvegli

Alzarsi all’alba ogni mattino che il Signore manda in terra è, di per sè, abbastanza faticoso. Non mi lamento, so che i fornai, i minatori, gli autisti di pullman e qualche altro milione di madri si alzano anche prima di me, quindi non ne faccio un dramma. Ma quelle rare volte che vado a letto tardi rispettare la sveglia e la tabella di marcia diventa davvero eroico. Due giorni fa ho lavorato fino a tarda sera, e per me tarda significa rincasare dopo Cenerentola. Ieri mattina mi sono quindi alzata dal letto facendo il conto di quante ore mancassero a rimettermi il pigiama.
La pesantezza del sonno perduto si è resa evidente da subito. Al gatto miagolante e affamato ho versato il latte -delle bambine- al posto della pappa -sua- e mi sono trovata faccia a muso con un felino perplesso e vagamente ostile. Ho un ricordo sbiadito dell’ora successiva, ma da una ricostruzione a posteriori so di aver confuso le merende negli zaini dei fratelli con conseguenti tragedie.

“Perché avevo la mela? Io vado a scuola fino alle due! Sto morendo di fame!!”

“Io dovevo prendere la merenda sana e ho trovato la focaccia col salame e il formaggio! Dovevi vedere la faccia della maestra!”

“Beati voi, io non avevo niente”

Ho trascorso il resto della giornata sbadata, approssimativa e sbadigliante -più del solito- riuscendo anche a lavorare un po’ e portare la figlia di mezzo dal dentista per la rimozione dell’apparecchio. Per non farmi mancare niente, ho fatto pure un salto al supermercato, dove ho dimenticato alla cassa o chissà dove la carta fedeltà.
Non ho più vent’anni, mi pare evidente. Il mio corpo non si riprende con la stessa velocità con cui, baldanzoso e ignaro, mi concedeva in passato di lavorare dopo una notte in bianco. O forse tanto dormire ho già immolato sull’altare della maternità, tra pianti, coliche, febbri, dentini, otiti, brutti sogni e malanni vari.
Il mio debito di sonno è lungo come la lista dei debiti che Paperino ha verso zio Paperone.
E come per lo sfortunato papero, temo che non si estinguerà mai.

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Nonne digitali

La notizia è questa: mia mamma si è iscritta a Facebook.
Notizia che, sono consapevole, può non essere rilevante per i più, ma che garantisco avere un impatto notevole nella mia vita.
La sensazione è, per intendersi, quella che si prova quando tua madre legge di nascosto il tuo diario segreto di ragazzina. E lo dico con cognizione di causa avendo avuto una genitrice che, facendosi beffe delle moderne teorie educative, quando voleva sapere qualcosa se la andava direttamente a leggere. Un po’ come consultare un’enciclopedia quando si fanno le parole crociate e ti manca una definizione. Il diario segreto come la pagina Wikipedia degli stati d’animo e gli inconfessabili segreti di una preadolescente silenziosa. A sua parziale discolpa posso dire di essere stata una ragazzina difficile da decifrare e parecchio riservata. Ci ho messo anni a raccontare alcuni episodi ai miei genitori, e non erano fatti gravi ma i normali accadimenti di una tredicenne alla scuola media. Oggi, da mamma, capisco il pensiero e la preoccupazione del non sapere cosa stia accadendo a un figlio che cresce. Con la differenza che, a casa mia, le figlie non sono tanto da spronare quanto da arginare. Entrambe tengono un diario segreto e io ho giurato solennemente sulle loro culle, come Malefica con la Bella Addormentata, che mai avrei letto degli scritti tanto privati. E invece.

“Mamma, ti leggo cosa ho scritto ieri sul diario, vieni”

“Mamma, capriccio con quante c si scrive? Sto raccontando di quando ho fatto..”

“Non dovete dirmelo!! Si chiama diario segreto per quello! Nessuno deve conoscerne il contenuto, neanche la mamma”

“E io che sono il fratello?”

“Zitto tu e gira al largo da quel comodino”

“Che noia, non si può mai divertirsi”

Certo, non durerà. So che arriverà il giorno in cui non sarà più la mamma la confidente privilegiata, quella a cui raccontare emozioni e turbamenti, inaspettate felicità o improvvisi dolori. Ci saranno le amiche, le sorelle. I fidanzati. Ma ci sarà anche Facebook.
E allora potrò saperne qualcosa anche io.

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