Alzarsi all’alba ogni mattino che il Signore manda in terra è, di per sè, abbastanza faticoso. Non mi lamento, so che i fornai, i minatori, gli autisti di pullman e qualche altro milione di madri si alzano anche prima di me, quindi non ne faccio un dramma. Ma quelle rare volte che vado a letto tardi rispettare la sveglia e la tabella di marcia diventa davvero eroico. Due giorni fa ho lavorato fino a tarda sera, e per me tarda significa rincasare dopo Cenerentola. Ieri mattina mi sono quindi alzata dal letto facendo il conto di quante ore mancassero a rimettermi il pigiama.
La pesantezza del sonno perduto si è resa evidente da subito. Al gatto miagolante e affamato ho versato il latte -delle bambine- al posto della pappa -sua- e mi sono trovata faccia a muso con un felino perplesso e vagamente ostile. Ho un ricordo sbiadito dell’ora successiva, ma da una ricostruzione a posteriori so di aver confuso le merende negli zaini dei fratelli con conseguenti tragedie.
“Perché avevo la mela? Io vado a scuola fino alle due! Sto morendo di fame!!”
“Io dovevo prendere la merenda sana e ho trovato la focaccia col salame e il formaggio! Dovevi vedere la faccia della maestra!”
“Beati voi, io non avevo niente”
Ho trascorso il resto della giornata sbadata, approssimativa e sbadigliante -più del solito- riuscendo anche a lavorare un po’ e portare la figlia di mezzo dal dentista per la rimozione dell’apparecchio. Per non farmi mancare niente, ho fatto pure un salto al supermercato, dove ho dimenticato alla cassa o chissà dove la carta fedeltà.
Non ho più vent’anni, mi pare evidente. Il mio corpo non si riprende con la stessa velocità con cui, baldanzoso e ignaro, mi concedeva in passato di lavorare dopo una notte in bianco. O forse tanto dormire ho già immolato sull’altare della maternità, tra pianti, coliche, febbri, dentini, otiti, brutti sogni e malanni vari.
Il mio debito di sonno è lungo come la lista dei debiti che Paperino ha verso zio Paperone.
E come per lo sfortunato papero, temo che non si estinguerà mai.