La stagione del basilico

Di corsa tra una corsia e l’altra, alla ricerca del vasetto che mi salverà la cena.
Ieri mattina la piccola ha convocato i fratelli annunciando come un messo reale che per cena, a casa nostra, si sarebbe celebrata la giornata mondiale della pasta al pesto. Che poi, a me sembrava la celebrassimo già abbastanza spesso,  ma essendo cena rapida e poco impegnativa ho aderito con gioia all’evento. Peccato che, manco a dirlo, di pesto in casa non ce ne fosse nemmeno l’ombra. Ho fatto quindi il solito salto al supermercato vicino, pensando di cavarmela in fretta.
Sono stata così brava da non farmi affascinare dai tre per due di deodoranti per ambiente o tentare dal maxi sconto sull’ammorbidente. Ho oltrepassato le insidie della corsia offerte speciali, giungendo alla cassa veloce e leggera con un solo prodotto in mano, tra l’altro quello giusto. Mai successo prima. Davanti a me, in coda nell’unica cassa aperta, una anziana signora. Capelli bianchissimi e vaporosi, coi ricci freschi di permanente. Viso dai segni profondi intorno alla bocca e agli occhi, di un azzurro ancora brillante. Avvolta da capo a piedi in un lungo cappotto nero che ha probabilmente avuto giorni migliori, stava appoggiando la spesa sul nastro con ordine maniacale, i prodotti dal più grande al più piccolo e senza lasciare spazi vuoti intorno. Io ammiravo in silenzio, incuriosita dalle numerose lattine di birra, coca cola e aranciata, i pacchi di patatine e le noccioline. Poteva sembrare la spesa per la festa di compleanno di un bambino, birre escluse naturalmente.
Rendendomi conto di avere ancora pochissimo tempo, mi sono rivolta alla signora per chiederle di poter passare prima io, in virtù del mio unico acquisto.
La signora ha sollevato il viso, mi ha osservata per un lungo attimo col sopracciglio alzato,come se le avessi appena chiesto di regalarmi il suo bel cappottino.

“No”

Una sillaba sola, sputata fuori come una cicca che non ha più sapore.
Io sono rimasta incredula, col vasetto di pesto in mano, aspettando che la cara signora sistemasse tutta la sua spesa, cercasse a lungo la carta fedeltà nella grossa borsa e si facesse contare gli spiccioli dalla cassiera, dopo aver rovesciato il portamonete.
Se avessi atteso la stagione del basilico, raccolto i pinoli e preparato il pesto con le mie mani avrei sicuramente fatto prima.

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Giri di parole

“Quanti libri sul tuo comodino! Li leggi tutti, mamma?”

“Beh, si. Un po’ alla volta però. Ce n’è uno per ogni umore, così mi fanno compagnia”

“Ma hanno le figure??”

“No, piccola. Solo parole. Tante, belle, nuove parole”

“Cielo. Quasi quasi preferisco infuriarmi con Wally e il suo maglioncino a righe”

“No, credimi, è bello così. Io imparo tante parole nuove, sai?”

“Allora potresti leggere il vocabolario, no? Le impari tutte in una volta e…zac! Dopo non devi più leggere e puoi giocare con me alle Barbie tutto il tempo. Sono un genio!”

“Grazie per il suggerimento amore, ma il vocabolario è pesante da tenere e francamente un po’ mi annoia”

“Allora mi dici l’ultima parola che hai imparato da un libro?”

“Mmm…aspetta. Ci penso. Eccola! La parola frangibile”

“C’entra con la frangetta?”

“No piccola, significa qualcosa che si può rompere, andare in mille pezzi. Era una parola che non sentivo da tanto e mi è piaciuta”

“Caccapuzza!!”

“Come scusa?”

“L’ultima parola che ho imparato da un libro, no? La famiglia caccapuzza, ricordi? Eh già, avevi ragione tu, dai libri si impara. Vado a dirla a mio fratello”

La piccola corre via felice, girando quella parola nella bocca come si fa con una caramella rotonda, andando incontro al fratello.
E, come in un finale di libro già scritto, volano le solite mazzate.

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Sulla strada

Seduta nell’auto col motore spento, mangio una mela essendomi persa l’ora di pranzo lavorando. Nel mentre scrivo qualche appunto sulla mia agenda, prima che il resto della giornata e i mille impegni si inghiottano le nuove informazioni come un buco nero.
A un certo punto una sensazione strana, quella di essere osservata. Alzo lo sguardo mordendo la mela e vedo un ragazzo in piedi di fronte alla mia macchina. È alto, coi riccioli biondi che probabilmente da bambino saranno stati dei boccoli da cherubino. Di quella magrezza dei giovani che resiste alle pizze e ai frequenti pranzi al McDonald. Occhi chiari contornati da ciglia quasi bianche, un inizio di acne sotto un filo di barba. Non può avere più di diciotto anni e probabilmente è appena uscito da scuola, con lo zaino invicta appoggiato su una spalla e la cartelletta bianca di tecnologia fra le mani. Mi sorride e mi saluta. Perplessa, abbasso il finestrino col dubbio -spesso fondato- di non riconoscere il mio interlocutore. Lui si avvicina sempre più sorridente.

“Ciao”

“Ehm.. Ciao. Scusa, ma ci conosciamo?”

“No, ma vorrei tanto”

“Non ho capito”

“Che mi piacciono da morire i capelli rossi e vorrei conoscerti. Sei su Facebook?”

A questo punto mi guardo in giro pensando a uno scherzo, ma non vedo telecamere nei dintorni. Nel dubbio accendo il motore.

“Ascolta, credo tu debba tornare dalla tua mamma che probabilmente ti sta aspettando tenendoti in caldo la pasta al sugo, quindi ciao. Meglio se ti togli da lì, io devo passare”

“Se a investirmi sei tu allora va bene. Me lo dai il tuo numero di cellulare?”

“Ti saluto”

Metto la freccia e riparto, lasciando il giovanotto solo sul ciglio della strada.
Questa volta non mi chiederò se ho incontrato un ragazzo matto, in fuga dal carcere minorile, dalla comunità di recupero o bisognoso di una figura materna.
Perché non sono più stata abbordata da un diciottenne da quando ero IO ad avere diciotto anni.
E, dopo le esternazioni dei figli nei giorni passati, una iniezione di autostima è proprio quello che ci vuole.

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Doccia fredda

“Toc toc”

Senza aspettare risposta, la porta del bagno si spalanca, facendo entrare una bimba col pigiama rosso di Minnie.

“Mamma, non è giusto”

“Tesoro, quante volte te lo devo dire che la doccia la vorrei fare in pace e soprattutto da sola?”

“Ci ho pensato molto, e non è proprio giusto. Allora: mio fratello ti ha visto partorire due volte, mia sorella una quando sono nata, ma io?? Non è giusto, anche io voglio vederti col pancione”

Altri passi, arriva il grande.

“Ah, sai che bell’affare. Io ci ho guadagnato voi due rogne, proprio una meraviglia”

Arriva anche la mezzana. Ormai sembra una riunione di condominio.

“Che poi avere la mamma col pancione non è mica questo gran che, sai? Non puoi abbracciarla perché non arrivi dall’altra parte, non può prenderti in braccio perché fa fatica, poi deve stare in ospedale e quando torna scopri che ha ancora la pancia e in più uno gnomo malefico con la tutina colorata che strilla notte e giorno”

“Io non ero uno gnomo malefico!”

“Tu sei ancora uno gnomo malefico!”

“Mamma!! Digli qualcosa”

“Dico qualcosa a tutti: fuori da questo bagno!! Subito!”

“Andiamo, va, che la mamma è nervosa. Sarà perché la pancetta le è rimasta ancora, anche senza bambino dentro”

Devo mettere la chiave alla serratura del bagno, al più presto.

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Gelato al cioccolato

La giornata è così calda che sembra stia primaveriggiando, come dice la figlia piccola.
Siamo al primo gelato dell’anno, momento che per noi rappresenta l’equinozio e durante il quale celebriamo l’addio all’inverno, pure se il giorno dopo dovesse arrivare la perturbazione gelida dall’Alaska insieme a mezzo metro di neve, pinguini e orsi polari.
Seduti al sole su una panca, con il cono nocciola e cioccolato tra le mani, i raggi di sole sulla faccia. Insomma, la felicità.
Di fronte a noi, appoggiato a un muretto basso, un papà. Giacchetta leggera di chi si fa influenzare dai primi caldi, capelli brizzolati lunghi sul collo, occhiali a specchio e sigaretta in mano. Poco distante la sua bambina, con la tuta rosa, il giacchino senza maniche che mi immagino abbia ottenuto dopo un breve capriccio, la borsetta rosa delle principesse a tracolla.
Saltella lieve scuotendo la testa, come solo le bambine dai capelli lunghi sanno fare, nel prato vicino. Lui parla concitato al telefono, lei lo interrompe di continuo.

“…e vi dico che la ricarica l’ho fatta più di quarantotto ore fa e non ho ancora ricevuto il messaggio!”

“Papà, guardami!”

“Si amore, ti vedo. No, non dicevo a lei. Io le sto dicendo che ho già chiamato quattro volte e voi dovete..”

“Papinooo! Guarda che bei frutti rossi su questa pianta! posso metterli sul gelato?”

“…dovete ricaricare… cosa?? No no amore non toccare che sono bacche velenose per carità. Mangia il gelato che l’ho preso apposta per te al pistacchio”

“Ma a me il pistacchio fa SCHIFO! Volevo cocco e nutellone come mi prende sempre la mamma!!”

“Cocco e nutellone? No sono qui, aspetti che sono stato una vita in attesa, non metta giù. Mangia quel gelato, tesoruccio. No!! Non dicevo a lei tesoruccio!”

“Papi, giochiamo alle principesse?”

“Più tardi, facciamo più tardi cara. Dicevo… Pronto? pronto? No! Hanno attaccato!”

“Hai finito? bene! Allora possiamo giocare!”

“No tesoro, adesso andiamo a fare la ricarica del cellulare di papà”

Si prendono per mano e se ne vanno, l’uno scuotendo la testa per l’incredulità, l’altra i lunghi capelli da principessa, mentre dalla manina libera lascia cadere tante piccole bacche rosse, come le briciole di Pollicino.

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Tre motivi

Sfida parzialmente raccolta.
Sono stata invitata da una mia amica, ex compagna di liceo e tris mamma a pubblicare su Facebook tre foto che rappresentino il mio orgoglio di essere madre.
Ma, sarà che sono un po’ bastian contrario, sarà che vengo meglio a parole che in fotografia, ho deciso di raccontare tre momenti che fanno di me una madre felice.
Eccoli qui:
1. quando i miei figli aprono gli occhi al mattino e mi sorridono spettinati e stropicciati, la piega del cuscino sulla guancia, lo stiracchiarsi lento sotto le coperte. Gli abbracci caldi della piccola, il cantare della mezzana -unica componente della famiglia a emettere suoni comprensibili prima della colazione- gli occhi gonfi di sonno del grande. È questione di attimi, prima che il tempo acceleri e io cominci ad urlare per il ritardo accumulato. Per questo Goethe diceva “fermati attimo: sei bello”. Probabilmente aveva figli piccoli pure lui.
2. Le scoperte. Del caldo e del freddo, il dolce e l’amaro, il salato e l’aspro, il grande e il piccolo, il morbido e il ruvido. L’alba e il tramonto, la gioia e il pianto, l’acqua salata del mare e il sapore dei fiocchi di neve sulla lingua. Il primo cioccolatino, un piede avanti all’altro che diventa una corsa nel vento. Le loro prime volte diventano un po’ anche le mie. E avere una seconda opportunità di fare esperienze è un dono e una grande fortuna.
3. Quando chiudono gli occhi e la bocca la sera, e finalmente dormono. Perché, se è vero che essere mamma è una gioia inspiegabile, è altrettanto vero che essere una persona rimane un diritto inalienabile. E se il sonno della ragione genera mostri, aveva ragione chi diceva che il sonno dei bambini è necessario alla madri per continuare ad amarli.

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Record di bellezza

C’è un momento che amo molto, da trascorrere con le mie figlie.
È quando, dopo la doccia, asciugo loro i capelli. Pur essendo tutte e due abbastanza grandi e capaci da reggere in autonomia un phon e asciugarsi le lunghe chiome, so che si stabilisce un’intimità profonda in un gesto di cura tanto semplice quanto pieno di dolcezza e significato. Spazzolare con cura, sciogliere pazientemente i nodi, non solo dei capelli. E’ un momento di donne e fra donne, una già grande e due che lo diventeranno. Poche cose mi incantano come immaginare le ragazze che saranno.
E allora sedute sul lettone in accappatoio, con il ronzio dell’asciugacapelli in sottofondo, si mescolano segreti di bellezza, qualche goccia di olio sulle punte e piccole confessioni, emozioni, pensieri. il tutto accompagnato da qualche libro, perché entrambe hanno ereditato dalla mamma il piacere di sfogliare le pagine mentre ci si asciuga i capelli. Io li leggo, loro curiosano, ma va bene così. Un giorno è il vocabolario: “peponide: frutto carnoso con epicarpo duro, polpa carnosa contenente numerosi semi. Mamma, ma io l’ho mai mangiato un peponide??”
Un altro il grande libro delle mappe: “lo sapevi che alle isole Figi il regalo tradizionale è il dente di capodoglio? Che in Madagascar vive il geco gigante dalla coda a foglia?Che la bandiera del Nepal è a forma di albero di Natale? Che a Maramures, in Romania, ci sono le tombe colorate nei cimiteri allegri?”
Oppure il grande libro dei Guinness:
“sapevate che la sposa più vecchia del mondo si chiama Minnie e si è sposata a centodue anni con un signore di ottantatré? Si vede che le piacevano giovani”.
Nel mentre la piccola sfoglia senza sosta e con nervosismo crescente un grosso volume, che in copertina invita il lettore a cercare al suo interno il protagonista, un simpatico omino di nome Wally. Peccato che le grandi pagine siano costellate di centinaia di personaggi simili tra cui distinguere l’amico con il maglioncino a righe rosse e bianche. Ogni volta si inizia con curiosità e si finisce col lancio del libro. Chissà che non stabilisca il record mondiale e mettano anche lei nel Guinness.

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E tu quanto hai preso?

“Dieci!!!”

“Nove!!”

“Otto!”

“Sette”

“Sei?”

No, non siamo a capodanno con la bottiglia di spumante in mano e neanche al conto alla rovescia per il lancio dello shuttle. Siamo a casa mia, la sera delle pagelle. Una bambina sul divano, l’altra stravaccata sul pavimento, il suo posto preferito. Il fratello grande seduto al contrario su una sedia, ché la ribellione passa anche dai gesti.

“Hai preso davvero sei?? Ah ahahah tu che fai tanto il signor sotuttoio!”

“Zitta tu, un sei alle medie è un otto delle elementari, lo sanno tutti”

“E allora perché non danno otto?”

“Zitta anche tu, piccola. Che sei tanto perfettina a scuola ma dieci in condotta mica l’hai preso”

“Guarda che tu hai preso otto in comportamento!”

“Si, ma l’otto alle medie significa..”

“Dieci alle elementari, abbiamo capito, grazie. Ora, per favore, leggiamo i giudizi? Sono molto più interessanti dei voti”

“Eh? Leggi tu mamma, se vuoi. Noi andiamo a confrontare le pagelle intanto”

“Nooo! Come ve lo devo dire che i voti non sono così importanti? Sono solo dei numeri, in fondo. E le persone non possono mica star dentro a un numero. A me interessa che voi impariate le cose, non il voto che prendete. Senti qui, nel giudizio “..rivela responsabilità di fronte..”

“Va bene va bene mamma, leggi pure tranquilla che noi andiamo di là. Tanto abbiamo capito tutto”

“Ah davvero?”

“Certo, che i voti non sono così importanti e che noi non siamo i voti che prendiamo”

“Oh, bravo, così mi piaci”

“Già. E ho imparato pure che il cinque del liceo è il sette delle medie. Quindi, tranquilla”

Eh sì. C’è proprio da star tranquille.

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Musica, maestro

“Mamma”

“Pietà”

“Cambia”

I tre minorenni seduti sul sedile posteriore assomigliano sempre più di più a Qui, Quo Qua, nipoti di Paperino. Una parola a testa per formulare una frase. Che è una via di mezzo tra implorazione e lamento, richiesta e capriccio, lagna e preghiera.

La macchina è da sempre il nostro auditorium preferito, la discoteca multisala di famiglia. Banditi cellulari, iPod e varie diavolerie tecnologiche, la regola dice che si ascolta tutti quello che esce dalle casse dell’auroradio. Facile a dirsi, complicato a farsi. Perché i gusti musicali variano da primo a seconda, da seconda a terza e anni luce da quelli della mamma autista. Che però esercita in modo arbitrario e dittatoriale il potere che le è stato conferito.

“Mamma, questa canzone è orribile, ti prego basta”

“Voi non capite nulla di musica. Questi sono gli Eagles, silenzio e ascoltate così vi fate una cultura musicale”

“Metti Rihanna?”

“Piccola, non puoi essere così tamarra alla tua età. Dovresti ascoltare lo zecchino d’oro”

“E allora mettilo! Tutto ma non questo”

“Non ce l’ho, e anche l’avessi non lo metterei. Tuo fratello mi ha fatto diventare pazza ascoltando per un anno la canzone del gatto nero”

“È vero! Me ne ero dimenticato!! Sorelle, tutti insieme: volevo un gatto nero, nero, nero, mi hai dato un gatto bianco e con te non gioco piuuuuu”

“Per carità, basta. Avete vinto. Cerco Rihanna”

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Evoluzioni

In principio furono i Gormiti, piccoli blocchi di plastica variopinta a forma di mostri, alti come un puffo e mezzo, al prezzo stimato di un euro al centimetro. Giungevano gioiosi dall’isola di Gorm all’edicola di fronte alla scuola, divisi per popoli e comandati dal Sommo Luminescente, perennemente in lotta con il malvagio Obscurio. Sulla confezione si poteva leggere, appena sotto il prezzo, lo spirito pedagogico elevatissimo dei piccoli mostri: “..il tutto viene inserito in una cornice mitica fortemente intrigante, con momenti epici, drammatici e di riflessione”. Sarà, ma l’unico momento epico per me era evitare di passare dall’edicola, il dramma la spesa sostenuta mentre riflettevo su come uscirne.
Col tempo, e più precisamente nel passaggio dall’asilo alle scuole elementari, venne il momento dei Pokemon.
Per i fortunati che ne fossero all’oscuro, la storia comincia con Ash, un ragazzino di dieci anni divenuto finalmente abbastanza grande da ricevere il suo primo Pokemon. Peccato che quella mattina non si svegli in tempo e si becchi l’ultimo rimasto, il giallo, lento e rotondo Pikachu. Tra un lancio di una sfera, un’evoluzione e una battaglia si sviluppano le storie di alcuni ragazzini e una quantità disumana di Pokemon. Ho dimenticato tutto -forse perché non ci ho mai capito niente- tranne il prezzo folle delle bustine di carte e tre parole: Girafarig, Ho-oh, Alomomola, gli unici tre mostri dal nome palindromo.
Tra la fine della quinta e l’inizio della prima media ecco spuntare lui, il celebre Yu-Gi-Oh!, prodotto giapponese che nasce come manga, diventa anime e ci sfinisce con una serie illimitata di carte. Si gioca da due in su, si duella, si evoca e si manda al cimitero. Si conta molto per stabilire i punteggi, e probabilmente mio figlio ha imparato più matematica con questo gioco che in sette anni di scuola. Per questo motivo potrei forse giustificare il prezzo indegno di carte, dek e affini, non fosse che si svolgono dei veri e propri raduni ai quali il ragazzo ha dovuto più volte essere accompagnato.
In quest’ultimo periodo l’interesse – e la spesa- sembrano fortunatamente scemare.
Perché lui, il preadolescente, è diventato prestigiatore.
Ore di video tutorial su internet, mazzi di carte ovunque, ma soprattutto un tormento incessante: “mamma, posso farti un trucco? Su, prendi una carta” che si ripete dalle venti alle trenta volte al dì. Che poi, lui è anche bravino, e in piccole dosi pure piacevole.  Peccato sia al tempo stesso assai permaloso e poco incline alle critiche. Se qualcuno malauguratamente indovina il trucco dietro la magia, apriti cielo.
E se continua così, proprio come il grande Houdini sarà costretto a liberarsi dalle catene, nell’armadio dove le sue sorelle lo avranno rinchiuso imbavagliato e bendato.

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