Aloha

“Mamma, ti ricordi che domani a scuola c’è la festa di carnevale e che io mi devo travestire, vero?”

Dieci minuti più tardi le due sorelle e io eravamo in macchina. Destinazione Moreno, dove tutto costa meno, patria indiscussa dell’acquisto di tutto il necessario per Natale, carnevale e feste comandate. Che poi io, il carnevale, non lo sopporto proprio. Da sempre. O meglio, da un momento ben preciso della mia infanzia. Quando ero piccola, per festeggiarlo partecipavo con i miei compagni di classe alla sfilata dei carri della mia città, ogni anno con un tema diverso. Un anno, sarò stata in terza o quarta elementare, il tema prescelto è stato il circo e io, come tutte le mie amiche, ho desiderato mascherarmi da trapezista. Mi sono presentata invece al ritrovo vestita da clown, in un costume che aveva confezionato la mia solerte mamma con le sue stesse mani. Un costume enorme, con grossi pois variopinti cuciti sopra. Tocco finale una grossa parrucca riccia e rossa, in tinta col pallino rotondo di plastica appoggiato sul naso  attaccato con due elastici dietro le orecchie. Insomma, un trauma, che mi porto addosso da allora e che penso di avere trasmesso ai figli più grandi. La piccola è rimasta immune alla mia nefasta influenza, e ogni anno pretende a gran voce travestimento, coriandoli e stelle filanti. Una volta arrivate da Moreno, ci siamo accorte con sgomento che non era rimasto praticamente nulla, a eccezione del costume da pulcino taglia sei mesi, la sexy suora e l’odalisca conturbante. A complicare la situazione, la piccola si è ricordata che il travestimento avrebbe dovuto rappresentare un paese, come raccomandato dalla maestra. Dopo lunghe meditazioni e contrattazioni, siamo uscite dal negozio con un sacchetto bianco e rosso contenente un gonnellino di paglia, una collana di fiori, un’orchidea di stoffa da mettere nei capelli, ondeggiando come le ballerine di hula che si attaccano sopra il cruscotto della macchina.
Ed è subito Hawaii.

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Pensieri e parole

“Ti vedo pensieroso, tutto bene?”

“Sono pensieroso perché sto pensando, mamma”

“Capisco. E posso chiederti qualcosa dei tuoi pensieri?”

“Non capiresti”

“Uh. Forse hai ragione. Fatevi buona compagnia tu e i tuoi pensieri, che io vado a prendere le tue sorelle”

“Ma non ti ho detto i miei pensieri! Vedi, non mi ascolti”

“Che madre senza cuore che ti è capitata in sorte, eh? Forza, dai, racconta”

“No, se lo devi fare per forza lascia stare”

“Tesoro ascolta, ho terminato la pazienza di oggi più o meno tre ore fa, quindi non esagerare. Parla ora o taci per sempre”

“Uff.. La mamma di Antonio è sempre pronta a ascoltare e.. No no va bene, non guardarmi così che poi non dormo la notte. Parlo”

“Ascolto”

“Tu lo sapevi che le capre svengono, che l’elettricità statica fa muovere gli oggetti, che un uomo può stare sul soffitto attaccato col nastro adesivo??”

“In effetti alcune di queste informazioni mi giungono nuove..”

“Te l’avevo detto!”

“Cosa, mi avevi detto?”

“Oh, che fatica. Te l’avevo detto è il titolo della trasmissione, mamma! Insegna un sacco di cose interessanti, e io sto pensando a cosa inventarmi per andarci. Dev’essere qualcosa di unico che non ha mai fatto nessuno!”

“Ho un’idea. Senti qui. Qualcosa che non si è mai visto né sentito. Potresti essere il primo preadolescente al mondo rispettoso, obbediente e conciliante. Geniale, eh?”

“Tu non mi capisci, te l’avevo detto”

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In treno

La grande borsa maculata è appoggiata un po’ storta sul sedile a fianco, accanto a un sacchetto di carta con sopra il nome di una pasticceria. Ne fuoriesce un profumo dolce e zuccheroso, di quelli che ti fa venire fame pure se ti sei appena alzato da tavola. È seduta dalla parte del finestrino, anche se fuori è buio e si intravedono solo delle luci lontane. Capelli corti con un taglio preciso, che stanno bene appena fatti dalla parrucchiera ma franano inesorabili quando provi a replicarne la piega in casa. Occhiali dalla montatura rossa che quando non legge tiene sulla testa come un cerchietto colorato. Ha indosso abiti in tinta, in varie sfumature di verde, con una sciarpa arancione appoggiata morbidamente sul collo. L’insieme è piacevole e in qualche modo rilassante. Ai lobi sono appesi degli orecchini a forma di gatto, che sembrano pronti a saltare nelle pagine che sta leggendo. Un libro in edizione economica, dal titolo in rilievo che si staglia su una copertina dove dominano rosso e nero. Sullo sfondo, un frustino. La signora legge, e ride. Ma ride così tanto che ondeggiano pure i gatti che ha sulle orecchie. Ride di cuore, con le lacrime agli occhi, una risata contagiosa. Che appunto contagia anche me, col risultato di fare alzare lo sguardo alla signora che ho di fronte su questo treno regionale delle diciotto e trentacinque.
Si asciuga i lati degli occhi col dorso della mano, picchiettando appena. Controlla che non le sia colato il mascara, e mi sorride.

“L’ha letto anche lei?”

“Ehm.. A dir la verità no, ma mi sto incuriosendo. Una lettura che fa tanto ridere merita sicuramente”

“Guardi, le confesso un segreto. Io in vita mia ho letto di tutto, roba seria, impegnata. Filosofia, romanzi storici, saggi. Classici. E va bene, sul serio. Poi per i cinquant’anni un’amica mi ha regalato un libro simile a questo. E io ho pensato: è impazzita.”

“E invece?”

“E invece ha fatto proprio bene. Ho cominciato a leggere di passioni clandestine, amori proibiti, fruste, catene e armamentari vari. Di uomini bellissimi, ricchissimi, dotatissimi. L’ho trovato talmente assurdo che mi ha fatto ridere. È una via di mezzo tra comicità e fantascienza. E di questi tempi, di qualcosa bisognerà pur ridere”

Intanto piega l’angolo in alto a sinistra della pagina per non perdere il segno, infila il libro nella borsa maculata e scorre rapida la cerniera della giacca. Con un gran sorriso mi saluta, è arrivata la sua fermata.
Io rimango lì seduta, indecisa se per farmi quattro risate sia meglio scaricare sul Kindle la trilogia di cinquanta sfumature o l’ultimo libro della Littizzetto.

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Dubbi di fede

“Mamma, cos’è una escort?”

Gesù, Giuseppe, Maria. Perché dico io, perché devo sempre essere nei paraggi quando arrivano queste domande, quando i figli vengono colti da tali quesiti esistenziali? Di quali misfatti e crimini contro l’umanità mi sono macchiata nelle vite precedenti per essere chiamata a rispondere a certi interrogativi? Io, che preferirei spiegare il mistero della Trinità, la teoria della relatività o il funzionamento di un altoforno. E invece. Mi faccio coraggio e la prendo larga, sperando in una via di fuga.

“Piccola, dove hai sentito questa parola?”

“Al telegiornale dai nonni, dove sennò. Ho chiesto e mi hanno detto di domandare a te”

“Eh certo, che gentili. Va bene. Dunque. Ehm.. Si, ci sono. Dicesi escort una signorina, di solito molto bella, che fa compagnia agli uomini in occasioni importanti, cene, feste, eccetera.”

“Ma è un lavoro, come l’educatrice, la maestra o l’infermiere?”

“Aiuto. No, non direi, cioè si, è pagata per quello che fa e quindi in un certo senso..”

“La pagano per andare alle feste? Wow! Allora da grande voglio fare..”

“No!! Per carità! Non è un lavoro da fare. Fidati di me.”

“Oh. Va bene mamma, ma calmati che così mi fai paura. Comunque non deve essere così tremendo, al telegiornale dicevano che anche il Papa ha la escort”

“Cosaaaa??”

“Ah, che sorella scema che mi ritrovo, santo cielo. In televisione hanno detto che il Papa ha la SCORTA, non la escort, torda che non sei altro!”

E volano mazzate, al solito. Mai come questa volta sono felice che la discussione termini con una rissa. Giuro che, dovesse ricapitare, risponderò che la escort è il modello di punta della Ford.

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Fili colorati

Il sabato appena passato, per la prima volta dopo un tempo abbastanza lungo da essere significativo, ho scelto di dedicare l’intera giornata a qualcosa di bello che fosse solo per me, e non includesse nel conto i tre amati figlioli.
Non mi sono rilassata in una beauty farm (anche se ce ne sarebbe un gran bisogno), non mi sono affidata alla professionalità di un parrucchiere per curare la chioma ribelle, o alle mani miracolose di una estetista per un massaggio drenante. Non sono andata al cinema né al ristorante.
Al contrario ho messo la sveglia presto e sono uscita in una mattina fredda e grigia per andare in stazione. Il treno mi ha portato in una città vicina, ad un appuntamento che aspettavo con curiosità.
Al mio fianco in questa giornata un amico che, per professione, inclinazione e talenti è il perfetto compagno di giochi.
Ad accoglierci una donna con gli occhi così celesti da scatenare l’invidia di ogni signora, non fossero vestiti di uno sguardo tanto amichevole e dolce. Non ci eravamo mai incontrate di persona, anche se qualche filo colorato delle nostre vite si era già incrociato in passato. Gli stessi fili che sono stati protagonisti della mattinata, in un ordito di storie, materia e colori.
Il pomeriggio è stata la volta delle immagini, con un artista bravissimo che con abilità comunica attraverso pennellate silenziose, messe nei libri al posto delle parole. Ci ha raccontato di inizi e percorsi, crescita e nascita, di animali che non sono ciò che sembrano e che non sembrano ciò che sono. Tutto attraverso delle immagini così belle da giocarci a nascondino, per scoprire personaggi nascosti dipinti tra le foglie di un albero scuro.
Sono tornata la sera con tante storie da raccontare, di un coccodrillo che in realtà era un boomerang, della colomba che è un cuore con una testa sopra e una volpe che è una piuma per fare il solletico.
“Mamma, io non ho capito tanto bene. Ma da grande voglio fare anche io il tuo lavoro, di qualunque cosa di tratti”

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Apriti, Sesamo!

In macchina, appena parcheggiata, tardo pomeriggio.
Sto per scendere a bere un cappuccino con la cannella, approfittando degli unici dieci minuti di libertà tra un accompagnamento a catechismo, un recupero di basket e una corsa a pallavolo.
Di fianco alla mia auto, una banca. Davanti alla banca, un uomo. Sui trenta, capelli scuri tirati su col gel e pizzetto, giubbotto e jeans neri. Una macchia scura davanti alla porta arancione -chiusa- della banca. È arrivato deciso, senza alcun dubbio di fede sugli automatismi e i meccanismi di apertura. Ma qualche dubbio è sempre meglio avercelo, per evitare di schiantarsi contro il vetro, come accaduto invece al pover’uomo. Che però, va detto, non si è perso d’animo nonostante l’impatto. Ha subito fatto un passo indietro per mettersi a favore di fotocellula, senza ottenere alcunché. Allora ha provato con un passo avanti, uno indietro, a destra e a sinistra ma nulla, nonostante questa scoordinata macarena la porta è rimasta drammaticamente chiusa. Quindi, in un’improvvisa epifania, ha estratto il portafoglio dalla tasca posteriore dei jeans, prendendo il bancomat come fosse la chiave della città. Tenendolo tra indice e pollice lo ha mostrato alla fotocellula con aria di sfida, giusto per far capire al diabolico congegno chi comanda. Ma ancora niente. Dal vetro dell’auto ho avuto modo di cogliere il movimento delle sue labbra, ma dal labiale non sono riuscita a stabilire se stesse provando con “apriti sesamo” o più semplicemente snocciolando il rosario. Proprio in quel momento è sopraggiunta una giovane donna dai lunghi capelli biondi. Gli si è affiancata, passando il bancomat nella banda magnetica. Come in una favola, la porta si è spalancata, facendo entrare la bella signorina. E richiudendosi immediatamente alle sue spalle, come le acque del mar Rosso al passaggio di Mosè. Lasciando l’uomo solo sul marciapiede, con la bocca spalancata dall’incredulità. A passi lenti e scuotendo la testa, risentito e offeso, è risalito sulla sua auto partendo a tutta velocità.

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Piccoli criminali

Sono giorni difficili, tra temporali estivi e primule che spuntano dove ci dovrebbe essere la neve.
Se i bioritmi della natura sono sfasati, i miei da qualche giorno sono completamente sconclusionati. Colpa di una cronica mancanza di sonno, conseguenza di un intenso periodo di ore piccole e sbadigli grandi. Ma si sa, quando la vita prende il sopravvento molto poco si può fare. Così mi aggiro confusa e assonnata tra lavoro e famiglia, famiglia e lavoro, sovrapponendo gli ambiti e perdendo pezzi, con la carica e l’energia di Sid, il bradipo dell’era glaciale. Ma c’è qualcuno che ha saputo trovare del buono in questo stato di ottundimento materno. I tre fratelli, insolitamente complici anziché rivali, negli ultimi due giorni sono riusciti ad approfittare della situazione come dei consumati truffatori.
In ordine sparso la lista dei crimini a loro imputati:
– “Una firma al volo in fondo al foglio, mamma”, e scoprire il giorno seguente di aver messo il proprio nome sotto la valutazione di una serie disastrosa di prove invalsi;
– “Avevi promesso che stasera avremmo mangiato la pizza! Se ce lo ricordiamo tutti e tre e tu no abbiamo ragione noi, non credi?” Aprire il frigorifero dopo cena e scoprire che avevi preparato apposta il minestrone;
– “No che non mi serve il grembiule mamma. Al mercoledì ho palestra, non ricordi?”. Peccato fosse martedì.
– “Sei stanca mammina, sdraiati qui sul divano vicino a me. Brava. Ecco la copertina.. Adesso guardiamo dieci minuti di televisione e poi tutti a fare i compiti!” Risvegliarsi dopo un’ora, assonnati e disorientati, mentre i tre manigoldi guardano su real time una trasmissione che gli è normalmente vietata. Sperare che la piccola non faccia domande scomode, ché non sapresti cosa rispondere.

Lo so, dovrei essere lieta del fatto che non abbiano fatto di peggio, come farsi intestare la casa. Ma forse sapevano che avrebbero dovuto finire di pagare le rate del mutuo.

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Di domenica

Qualche giorno fa ho partecipato, più nolente che volente, alla domenica insieme in oratorio dei bambini delle quinte elementari, ormai prossimi alla Cresima.
La figlia mezzana, che guarda caso è in quinta, si appresta a ricevere l’ultimo sacramento dell’infanzia, per sua precisa e meditata scelta. Il ricco programma domenicale prevedeva messa mattutina, pranzo comune e incontro di gruppo, per poi convergere nella classe di riferimento a farsi raccontare l’andamento catechistico dei giovani eredi. Io ho partecipato solo all’ultima parte, che è stata comunque ricca di spunti e riflessioni.
Tanto per cominciare ho avuto la conferma che, per essere padrino o madrina di un cresimando, devi soddisfare una serie di criteri che neanche il teorema dell’impossibilità di Arrow. Praticamente, il livello di rettitudine va da madre Teresa in su. Ergo, trovare in famiglia e nella rete amicale qualcuno che risponda a cotanti requisiti è impresa ai limiti dell’umano.
La buona -per me- notizia è stata invece la cancellazione di un evento consolidato negli anni per i cresimandi. Il primo sabato di giugno, da tempo immemore, lo stadio di San Siro ospita non un derby ma una folla di ragazzini, catechisti e accaldati genitori per un momento di preghiera comune. Quest’anno, in quella stessa data, lo stadio è stato prenotato da Laura Pausini per un concerto, rendendo così impossibile il religioso raduno. Uscita dalla riunione sono stata tentata di acquistare l’opera omnia della cantante emiliana, in segno di gratitudine eterna. Poco prima della fine, un piccolo intermezzo. Una gentile signora ha presentato, con l’ausilio di alcune slide, un progetto dedicato a mamme con bambine sulla soglia della pubertà. Obiettivo -condivisibile e buono- di questi incontri, cominciare un dialogo con le proprie figlie sui temi del cambiamento, il rispetto del corpo e l’affettività. Ho ascoltato finalmente con curiosità, fin quando la signora col microfono ci ha poeticamente spiegato che l’utero è un cestino profumato e le ovaie dei piccoli ovetti di cioccolato, spegnendo così ogni mia speranza e interesse nonché ogni appetito verso gli ovetti Kinder da qui all’eternità.

Eternità che, se continuo così, passerò all’inferno.

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Amore & spesa

“Mamma, tu quanti fidanzati hai avuto?”

La domanda mi coglie così, impreparata come al solito, mentre scarichiamo la spesa dal baule della macchina. Mi chiedo come funzionino le connessioni nella loro testolina di bambini, che cosa li faccia pensare al passato sentimentale della mamma mentre portano su per le scale la pappa del gatto o la bottiglia di latte.

“Allora mamma??!”

“Si amore, un attimo, sto pensando.”

“Ma perché, non ti ricordi?”

“Ma si, certo che mi ricordo, sto facendo il conto..”

“Il conto??? Ossignur mamma! Quanti ne hai avuti???”

“Ma no, non pensar male! C’è stato.. E poi.. Ah sì e anche.. Aspetta un momento: tu cosa intendi con la parola “fidanzato”?”

“Ovvio, il fidanzato è quello simpaticissimo che ti vuole bene, ti ascolta, ti sorride perché è felice di vederti, ti protegge e si ricorda sempre di te. Che vuole passare la vita insieme. E che quando non sei con lui gli manchi così tanto, ma così tanto, che deve per forza tornare da te”

“Oh, caspita. La faccenda si complica. O forse si fa più semplice. Perché mi sa che non ce ne sono stati mica tanti così come hai descritto tu.”

“Mamma, non ho capito. Non si può mica avercelo a metà, il fidanzato. È o non è, mi sembra chiaro”

Magari fosse stata così chiara a me, questa visione shakespeariana dei rapporti di coppia.

“Certo amore, è che tutte le belle qualità che hai elencato son difficili da trovare in una persona sola”

“Stai dicendo che bisogna fare un collage di fidanzati per averne uno intero mamma??”

“In un certo senso.. No, no, che dico. Hai ragione tu. E sono certa che da grande troverai un fidanzato meraviglioso. Adesso porta su la carta igienica, per favore”

Se esistesse un manuale di risposte per genitori, sono certa che sarebbe più venduto della Bibbia.

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Delegare è meglio

In posta, metà mattina di un giorno feriale .
Sportelli e sedie tutti occupati, tempo di attesa stimato per il pagamento bollettino della ottantaquattresima uscita del T-Rex da montare: tendente a infinito. Anziane signore agguerrite pronte a scattare se il vecchietto col bastone e l’aria smarrita si dimentica di avere il C021, comparso sul display luminoso proprio in quel momento.
Allo sportello pacchi una signora anziana si lamenta ad alta voce con l’addetto dall’altra parte del vetro. Ha uno spiccato ma delizioso accento piemontese.
L’espressione di lui racconta un buon grado di sfinimento, un inizio di esaurimento e probabilmente un filo di misoginia.
La signora, avvolta in un lungo cappotto color cammello, occhiali appesi al collo da una cordicina dorata, è agguerrita.

“Il pacco è mio e lei me lo deve dare, ha capito giovanotto?”

Il giovanotto -che è così giovane da poter essere mio padre- sospira prima di rispondere. Il gomito appoggiato al bracciolo della sedia, la mano che sostiene la faccia pesante dall’aria annoiata.

“La delega, signora, la delega. Non ce l’ha. Non so più come dirglielo. Deve firmare suo figlio”

“Mio figlio un accidente. Che quello è a Santo Domenico o come diavolo si chiama, laggiù ai Caraibi a correr dietro a una smandrappata conosciuta su internet. E meno male che mio marito -pace all’anima sua- è già morto che altrimenti lo faceva morire lui”

“Signora, mi dispiace. No delega, no pacco”
E sorride fiero della sua battuta, quasi fosse George Clooney nel celebre spot dell’aperitivo.
Nel mentre, gli astanti seguono con attenzione lo scambio di battute fra i due come fosse la finale di Wimbledon, parteggiando silenziosamente per la signora vedova. Anche chi ha già pagato esita sulla porta, indeciso se uscire o aspettare la fine del match.

“Allora sai che ti dico giovanotto? Tienitelo pure il pacco, io me ne vado. Che secondo me pure tu vorresti stare a Santo Domenico a correr dietro a una smandrappata”

Ed è standing ovation per la signora.

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