Doccia fredda

“Toc toc”

Senza aspettare risposta, la porta del bagno si spalanca, facendo entrare una bimba col pigiama rosso di Minnie.

“Mamma, non è giusto”

“Tesoro, quante volte te lo devo dire che la doccia la vorrei fare in pace e soprattutto da sola?”

“Ci ho pensato molto, e non è proprio giusto. Allora: mio fratello ti ha visto partorire due volte, mia sorella una quando sono nata, ma io?? Non è giusto, anche io voglio vederti col pancione”

Altri passi, arriva il grande.

“Ah, sai che bell’affare. Io ci ho guadagnato voi due rogne, proprio una meraviglia”

Arriva anche la mezzana. Ormai sembra una riunione di condominio.

“Che poi avere la mamma col pancione non è mica questo gran che, sai? Non puoi abbracciarla perché non arrivi dall’altra parte, non può prenderti in braccio perché fa fatica, poi deve stare in ospedale e quando torna scopri che ha ancora la pancia e in più uno gnomo malefico con la tutina colorata che strilla notte e giorno”

“Io non ero uno gnomo malefico!”

“Tu sei ancora uno gnomo malefico!”

“Mamma!! Digli qualcosa”

“Dico qualcosa a tutti: fuori da questo bagno!! Subito!”

“Andiamo, va, che la mamma è nervosa. Sarà perché la pancetta le è rimasta ancora, anche senza bambino dentro”

Devo mettere la chiave alla serratura del bagno, al più presto.

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Gelato al cioccolato

La giornata è così calda che sembra stia primaveriggiando, come dice la figlia piccola.
Siamo al primo gelato dell’anno, momento che per noi rappresenta l’equinozio e durante il quale celebriamo l’addio all’inverno, pure se il giorno dopo dovesse arrivare la perturbazione gelida dall’Alaska insieme a mezzo metro di neve, pinguini e orsi polari.
Seduti al sole su una panca, con il cono nocciola e cioccolato tra le mani, i raggi di sole sulla faccia. Insomma, la felicità.
Di fronte a noi, appoggiato a un muretto basso, un papà. Giacchetta leggera di chi si fa influenzare dai primi caldi, capelli brizzolati lunghi sul collo, occhiali a specchio e sigaretta in mano. Poco distante la sua bambina, con la tuta rosa, il giacchino senza maniche che mi immagino abbia ottenuto dopo un breve capriccio, la borsetta rosa delle principesse a tracolla.
Saltella lieve scuotendo la testa, come solo le bambine dai capelli lunghi sanno fare, nel prato vicino. Lui parla concitato al telefono, lei lo interrompe di continuo.

“…e vi dico che la ricarica l’ho fatta più di quarantotto ore fa e non ho ancora ricevuto il messaggio!”

“Papà, guardami!”

“Si amore, ti vedo. No, non dicevo a lei. Io le sto dicendo che ho già chiamato quattro volte e voi dovete..”

“Papinooo! Guarda che bei frutti rossi su questa pianta! posso metterli sul gelato?”

“…dovete ricaricare… cosa?? No no amore non toccare che sono bacche velenose per carità. Mangia il gelato che l’ho preso apposta per te al pistacchio”

“Ma a me il pistacchio fa SCHIFO! Volevo cocco e nutellone come mi prende sempre la mamma!!”

“Cocco e nutellone? No sono qui, aspetti che sono stato una vita in attesa, non metta giù. Mangia quel gelato, tesoruccio. No!! Non dicevo a lei tesoruccio!”

“Papi, giochiamo alle principesse?”

“Più tardi, facciamo più tardi cara. Dicevo… Pronto? pronto? No! Hanno attaccato!”

“Hai finito? bene! Allora possiamo giocare!”

“No tesoro, adesso andiamo a fare la ricarica del cellulare di papà”

Si prendono per mano e se ne vanno, l’uno scuotendo la testa per l’incredulità, l’altra i lunghi capelli da principessa, mentre dalla manina libera lascia cadere tante piccole bacche rosse, come le briciole di Pollicino.

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Tre motivi

Sfida parzialmente raccolta.
Sono stata invitata da una mia amica, ex compagna di liceo e tris mamma a pubblicare su Facebook tre foto che rappresentino il mio orgoglio di essere madre.
Ma, sarà che sono un po’ bastian contrario, sarà che vengo meglio a parole che in fotografia, ho deciso di raccontare tre momenti che fanno di me una madre felice.
Eccoli qui:
1. quando i miei figli aprono gli occhi al mattino e mi sorridono spettinati e stropicciati, la piega del cuscino sulla guancia, lo stiracchiarsi lento sotto le coperte. Gli abbracci caldi della piccola, il cantare della mezzana -unica componente della famiglia a emettere suoni comprensibili prima della colazione- gli occhi gonfi di sonno del grande. È questione di attimi, prima che il tempo acceleri e io cominci ad urlare per il ritardo accumulato. Per questo Goethe diceva “fermati attimo: sei bello”. Probabilmente aveva figli piccoli pure lui.
2. Le scoperte. Del caldo e del freddo, il dolce e l’amaro, il salato e l’aspro, il grande e il piccolo, il morbido e il ruvido. L’alba e il tramonto, la gioia e il pianto, l’acqua salata del mare e il sapore dei fiocchi di neve sulla lingua. Il primo cioccolatino, un piede avanti all’altro che diventa una corsa nel vento. Le loro prime volte diventano un po’ anche le mie. E avere una seconda opportunità di fare esperienze è un dono e una grande fortuna.
3. Quando chiudono gli occhi e la bocca la sera, e finalmente dormono. Perché, se è vero che essere mamma è una gioia inspiegabile, è altrettanto vero che essere una persona rimane un diritto inalienabile. E se il sonno della ragione genera mostri, aveva ragione chi diceva che il sonno dei bambini è necessario alla madri per continuare ad amarli.

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Record di bellezza

C’è un momento che amo molto, da trascorrere con le mie figlie.
È quando, dopo la doccia, asciugo loro i capelli. Pur essendo tutte e due abbastanza grandi e capaci da reggere in autonomia un phon e asciugarsi le lunghe chiome, so che si stabilisce un’intimità profonda in un gesto di cura tanto semplice quanto pieno di dolcezza e significato. Spazzolare con cura, sciogliere pazientemente i nodi, non solo dei capelli. E’ un momento di donne e fra donne, una già grande e due che lo diventeranno. Poche cose mi incantano come immaginare le ragazze che saranno.
E allora sedute sul lettone in accappatoio, con il ronzio dell’asciugacapelli in sottofondo, si mescolano segreti di bellezza, qualche goccia di olio sulle punte e piccole confessioni, emozioni, pensieri. il tutto accompagnato da qualche libro, perché entrambe hanno ereditato dalla mamma il piacere di sfogliare le pagine mentre ci si asciuga i capelli. Io li leggo, loro curiosano, ma va bene così. Un giorno è il vocabolario: “peponide: frutto carnoso con epicarpo duro, polpa carnosa contenente numerosi semi. Mamma, ma io l’ho mai mangiato un peponide??”
Un altro il grande libro delle mappe: “lo sapevi che alle isole Figi il regalo tradizionale è il dente di capodoglio? Che in Madagascar vive il geco gigante dalla coda a foglia?Che la bandiera del Nepal è a forma di albero di Natale? Che a Maramures, in Romania, ci sono le tombe colorate nei cimiteri allegri?”
Oppure il grande libro dei Guinness:
“sapevate che la sposa più vecchia del mondo si chiama Minnie e si è sposata a centodue anni con un signore di ottantatré? Si vede che le piacevano giovani”.
Nel mentre la piccola sfoglia senza sosta e con nervosismo crescente un grosso volume, che in copertina invita il lettore a cercare al suo interno il protagonista, un simpatico omino di nome Wally. Peccato che le grandi pagine siano costellate di centinaia di personaggi simili tra cui distinguere l’amico con il maglioncino a righe rosse e bianche. Ogni volta si inizia con curiosità e si finisce col lancio del libro. Chissà che non stabilisca il record mondiale e mettano anche lei nel Guinness.

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E tu quanto hai preso?

“Dieci!!!”

“Nove!!”

“Otto!”

“Sette”

“Sei?”

No, non siamo a capodanno con la bottiglia di spumante in mano e neanche al conto alla rovescia per il lancio dello shuttle. Siamo a casa mia, la sera delle pagelle. Una bambina sul divano, l’altra stravaccata sul pavimento, il suo posto preferito. Il fratello grande seduto al contrario su una sedia, ché la ribellione passa anche dai gesti.

“Hai preso davvero sei?? Ah ahahah tu che fai tanto il signor sotuttoio!”

“Zitta tu, un sei alle medie è un otto delle elementari, lo sanno tutti”

“E allora perché non danno otto?”

“Zitta anche tu, piccola. Che sei tanto perfettina a scuola ma dieci in condotta mica l’hai preso”

“Guarda che tu hai preso otto in comportamento!”

“Si, ma l’otto alle medie significa..”

“Dieci alle elementari, abbiamo capito, grazie. Ora, per favore, leggiamo i giudizi? Sono molto più interessanti dei voti”

“Eh? Leggi tu mamma, se vuoi. Noi andiamo a confrontare le pagelle intanto”

“Nooo! Come ve lo devo dire che i voti non sono così importanti? Sono solo dei numeri, in fondo. E le persone non possono mica star dentro a un numero. A me interessa che voi impariate le cose, non il voto che prendete. Senti qui, nel giudizio “..rivela responsabilità di fronte..”

“Va bene va bene mamma, leggi pure tranquilla che noi andiamo di là. Tanto abbiamo capito tutto”

“Ah davvero?”

“Certo, che i voti non sono così importanti e che noi non siamo i voti che prendiamo”

“Oh, bravo, così mi piaci”

“Già. E ho imparato pure che il cinque del liceo è il sette delle medie. Quindi, tranquilla”

Eh sì. C’è proprio da star tranquille.

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Musica, maestro

“Mamma”

“Pietà”

“Cambia”

I tre minorenni seduti sul sedile posteriore assomigliano sempre più di più a Qui, Quo Qua, nipoti di Paperino. Una parola a testa per formulare una frase. Che è una via di mezzo tra implorazione e lamento, richiesta e capriccio, lagna e preghiera.

La macchina è da sempre il nostro auditorium preferito, la discoteca multisala di famiglia. Banditi cellulari, iPod e varie diavolerie tecnologiche, la regola dice che si ascolta tutti quello che esce dalle casse dell’auroradio. Facile a dirsi, complicato a farsi. Perché i gusti musicali variano da primo a seconda, da seconda a terza e anni luce da quelli della mamma autista. Che però esercita in modo arbitrario e dittatoriale il potere che le è stato conferito.

“Mamma, questa canzone è orribile, ti prego basta”

“Voi non capite nulla di musica. Questi sono gli Eagles, silenzio e ascoltate così vi fate una cultura musicale”

“Metti Rihanna?”

“Piccola, non puoi essere così tamarra alla tua età. Dovresti ascoltare lo zecchino d’oro”

“E allora mettilo! Tutto ma non questo”

“Non ce l’ho, e anche l’avessi non lo metterei. Tuo fratello mi ha fatto diventare pazza ascoltando per un anno la canzone del gatto nero”

“È vero! Me ne ero dimenticato!! Sorelle, tutti insieme: volevo un gatto nero, nero, nero, mi hai dato un gatto bianco e con te non gioco piuuuuu”

“Per carità, basta. Avete vinto. Cerco Rihanna”

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Evoluzioni

In principio furono i Gormiti, piccoli blocchi di plastica variopinta a forma di mostri, alti come un puffo e mezzo, al prezzo stimato di un euro al centimetro. Giungevano gioiosi dall’isola di Gorm all’edicola di fronte alla scuola, divisi per popoli e comandati dal Sommo Luminescente, perennemente in lotta con il malvagio Obscurio. Sulla confezione si poteva leggere, appena sotto il prezzo, lo spirito pedagogico elevatissimo dei piccoli mostri: “..il tutto viene inserito in una cornice mitica fortemente intrigante, con momenti epici, drammatici e di riflessione”. Sarà, ma l’unico momento epico per me era evitare di passare dall’edicola, il dramma la spesa sostenuta mentre riflettevo su come uscirne.
Col tempo, e più precisamente nel passaggio dall’asilo alle scuole elementari, venne il momento dei Pokemon.
Per i fortunati che ne fossero all’oscuro, la storia comincia con Ash, un ragazzino di dieci anni divenuto finalmente abbastanza grande da ricevere il suo primo Pokemon. Peccato che quella mattina non si svegli in tempo e si becchi l’ultimo rimasto, il giallo, lento e rotondo Pikachu. Tra un lancio di una sfera, un’evoluzione e una battaglia si sviluppano le storie di alcuni ragazzini e una quantità disumana di Pokemon. Ho dimenticato tutto -forse perché non ci ho mai capito niente- tranne il prezzo folle delle bustine di carte e tre parole: Girafarig, Ho-oh, Alomomola, gli unici tre mostri dal nome palindromo.
Tra la fine della quinta e l’inizio della prima media ecco spuntare lui, il celebre Yu-Gi-Oh!, prodotto giapponese che nasce come manga, diventa anime e ci sfinisce con una serie illimitata di carte. Si gioca da due in su, si duella, si evoca e si manda al cimitero. Si conta molto per stabilire i punteggi, e probabilmente mio figlio ha imparato più matematica con questo gioco che in sette anni di scuola. Per questo motivo potrei forse giustificare il prezzo indegno di carte, dek e affini, non fosse che si svolgono dei veri e propri raduni ai quali il ragazzo ha dovuto più volte essere accompagnato.
In quest’ultimo periodo l’interesse – e la spesa- sembrano fortunatamente scemare.
Perché lui, il preadolescente, è diventato prestigiatore.
Ore di video tutorial su internet, mazzi di carte ovunque, ma soprattutto un tormento incessante: “mamma, posso farti un trucco? Su, prendi una carta” che si ripete dalle venti alle trenta volte al dì. Che poi, lui è anche bravino, e in piccole dosi pure piacevole.  Peccato sia al tempo stesso assai permaloso e poco incline alle critiche. Se qualcuno malauguratamente indovina il trucco dietro la magia, apriti cielo.
E se continua così, proprio come il grande Houdini sarà costretto a liberarsi dalle catene, nell’armadio dove le sue sorelle lo avranno rinchiuso imbavagliato e bendato.

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Le cose che abbiamo in comune

Insieme non fanno nemmeno l’età per guidare il motorino. Sono alte uguali, entrambe con la coda di cavallo, la giacchetta colorata e le scarpe da ginnastica. Si guardano e scoppiano a ridere, come se ci fosse qualcosa di molto buffo che solo loro possono vedere. Risate come mucchi di monete che cadono, con dei sorrisi bianchi e rosa su denti ancora in disordine.
Sono amiche dal primo giorno di asilo, quindi da buona parte delle loro giovani vite. Sono nella stessa classe a scuola e vanno insieme a catechismo e all’oratorio feriale. A giovedì alterni si fermano a casa di una o dell’altra per giocare alle Barbie, a nascondino o palla prigioniera. Sono amiche del cuore.
Qualche giorno fa, sedute sul sedile dietro in macchina, con le loro valigette di catechismo strette al petto.

“Noi abbiamo tante cose in comune, vero?”

“La stessa età”

“La stessa classe”

“La stessa maestra”

“Lo stesso scuolabus”

“La stessa sorella. Che non è proprio la stessa, ma tutte e due ne abbiamo una di dieci anni”

“Si, ma tu hai anche un fratello”

“Già. È molto dura”

“Capisco”

“Grazie”

“Anche per me non è facile. Sono in banco vicino a due maschi”

“Una tragedia”

“Già”

È inutile. L’incomunicabilità tra i sessi comincia a sette anni.

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Ordine sparso

Ho dei seri problemi con l’ordine. Forse non è un caso che questa parola indichi sia la giusta disposizione degli oggetti che una azione obbligata. A me non piacciono né una né l’altra. O meglio. Apprezzo e ammiro i cassetti, gli armadi, le case, gli uffici e i negozi dove ogni cosa sembra trovare armoniosamente la giusta collocazione. Mi rilasso in un ambiente ordinato, che segue gli spazi e rispetta le regole del feng shui. E se qualcuno venisse sua sponte a farlo a casa mia, magari gratis, ne sarei ben lieta. Io ho deciso invece di credere nell’assunto “una casa disordinata è una casa felice”, frase inventata di sana pianta per giustificare le mie mancanze casalinghe. Dovendo decidere tra pulire i vetri o fare una passeggiata, passare l’aspirapolvere o mangiare il gelato con i bambini, stirare o andare in bici sul lago scelgo la seconda opzione. Sempre. Ho un’altissima tolleranza al caos domestico ed è praticamente impossibile che mi accorga del disordine altrui. Mi fa tenerezza chi, accogliendomi in casa, si scusa per il disordine. Se così fosse, io non dovrei fare più entrare nessuno nella mia, di casa.
Proprio io, che quando trovo in giro i vestiti dei bambini sono troppo pigra per valutarne la rimettibilità, per cui li lancio nel cesto dei panni da lavare. Quando il cesto è giunto al limite e anche sedendomi sopra non riesco a chiuderlo passo tutto nella lavasciuga, quando il bucato è pronto mi viene male all’idea di piegarlo e lo metto nella cesta dello stiro, dove è assai probabile che rimarrà per un tempo considerevole.
Il risultato è quello di svuotare gli armadi e mettere il prendisole alla piccola il mese di gennaio perché l’alternativa è andare a scuola in pigiama.
Un paio di anni fa proprio la piccola, a casa della nonna, ha fatto una scoperta strabiliante.

“Nonna, cosa fai?”

“Come cosa faccio? Stiro, come fa la tua mamma”

“Oh no nonna, la mamma non l’ho mai vista fare quella cosa lì”

“Ma dai, è impossibile!”

E invece, nulla è impossibile.

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In volo

“Mamma guarda, un aereo!!”

“Uh? Si amore, va bene”

“Mammaaa!! Stacca gli occhi da quel cellulare e guarda il cielo per favore. Ho detto che c’è un aereo!”

“Si, ho capito. Un aereo. Ne abbiamo già visti altri, no?”

“Ah, ma allora ha ragione mio fratello a dire che non ci capisci. Un aereo, non ti ricordi più?”

Un aereo. Si, adesso mi ricordo, grazie a questa gentile sollecitazione.
È un gioco che facevamo quando erano piccoli, mentre spingevo stanca e svogliata un passeggino, persa nelle ambivalenze tipiche della maternità: esserci e scappare via, amare e rifiutare, abbracciare e allontanare.
Passava un aereo, alzavamo il naso all’insù tutti e ci chiedevamo dove stesse andando.

“A Timbuktù, Honolulu, Shanghai, Capo Nord”

“E poi a Nairobi, Roma, Rio de Janeiro, Mosca”

“Addis Abeba, Stoccolma, Bora Bora”

“Magari torna da Malibù e sono tutti abbronzati e contenti”

“O tristi perché è finita la vacanza”

“Ma felici perché c’è qualcuno ad aspettarli”

“O perché c’è qualcuno di nuovo con loro”

“Magari quell’aereo ha fatto il giro del mondo. E adesso al pilota gira la testa”

“Magari c’è una mamma che torna dal suo bambino, un innamorato dalla sua amata, una regina dal suo re”

“Pensa mamma, noi immaginiamo loro lassù, senza che lo sappiano. Quando sull’aereo ci siamo noi ci sarà qualcuno che alza il naso, senza sapere che stiamo guardando giù”

“È sempre lo stesso mondo, ma visto da due parti diverse. Incredibile, vero?”

Eh già, piccola mia. Incredibile davvero.
Io ti ascolto e la voglia di scappare vola via lontano.

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