Vuoi essere mia amica?

“Ti piace il nome Serena, mamma?”

“Si piccola, molto. La mia amica del cuore alle scuole elementari si chiamava proprio così”

“Amica del cuore? E perché noi non l’abbiamo mai vista?

“Beh, sono passati tanti anni e abita in un altro paese”

“Insomma, ti ha scaricata”

“Sei sempre gentile tu, vero? La preadolescenza ti ha regalato anche questa squisita delicatezza. Comunque no, non mi ha scaricata, anche se..”

“Anche se??”

“Anche se ho dovuto combattere per tutto il tempo con la sua perfida cugina, che aveva la nostra età e voleva essere la sua amica del cuore. Lei passava con Serena molto più tempo e io ero gelosa”

“Che storia triste mother. Sei sola e senza amici”

“Ha parlato l’anima della compagnia. Di amici ne ho eccome, sono molto fortunata”

“Ah, gli amici di Facebook?”

“No tesoro, gli amici veri sono quelli delle passeggiate, le telefonate e i cappuccini. Dello shopping coi saldi, le chiacchiere davanti alla pizza e gli abbracci quando sei triste”

“Ricapitolando: scaricata da Serena, tutti quelli su Facebook che non sono amici. Ah, che vita difficile, mother. Mi dispiace”

“Mamma non ascoltarlo che è un puzzone. Facciamo così: la piccola e io saremo le tue amiche del cuore e staremo sempre insieme! Andiamo a fare shopping, domani?”

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Buoni consigli

Tutti seduti nella sala d’aspetto, le sedie di plastica blu ordinate contro le pareti dipinte di fresco.

“Su, stai buono che non succede niente. Il dottore ti visita senza farti male, lo sai”

“Ma che carino, quanto ha?”

“A maggio fa i due anni”

“Ma davvero! Sembra più grande! Il mio ne ha tre e sono quasi alti uguali”

“Il suo com’è?”

“Monello. Molto monello. Mi fa disperare. Però sono contenta che mi dorme tutta notte”

“Anche il mio”

“Beate voi! Non potete capire, la mia la notte ha sempre fame, non riesco a darle il ritmo giusto. La mattina son distrutta. La dottoressa ha detto che le femmine fanno così”

“Ha provato con la camomilla? Io l’ho data al mio all’inizio, appena è arrivato a casa, e ha funzionato. Basta non esagerare”

“Dice? Proverò. Però che meraviglia, guarda che occhi magnetici”

“Grazie, anche la sua è bellissima. Col mangiare come va?”

“Ma, insomma. È molto selettiva, vuole sempre le stesse cose. E dire che ho provato a farle assaggiare di tutto”

“Ah, ma son tutti così! Stia tranquilla che non muoiono di fame. Come diceva sempre mia nonna, quando hanno appetito arrivano!”

Altro che la sala d’aspetto del pediatra. È in quella del veterinario che si apprendono trucchi, segreti e misteri della genitorialità.

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Piccole donne (crescono)

Il venerdì pomeriggio, ogni tre settimane, è mio il turno andata e ritorno del gruppo catechismo della quinta elementare. Tre bambine, a volte quattro, cinque con la piccola che non c’entra ma accompagna. Punto di ritrovo un supermercato ormai chiuso, equidistante dalle abitazioni di tutte.
Una dopo l’altra le giovani fanciulle arrivano, la cartelletta in una mano, l’altra alzata al cielo come saluto per la mamma, che le osserva da lontano. Sono troppo grandi per essere accompagnate e troppo piccole per essere lasciate sole.
È il periodo dei saluti a distanza, degli sguardi che seguono, del rientro a casa con le braccia conserte e il pensiero che si, magari la prossima volta può arrivare fin qui da sola.
È il tempo delle contraddizioni, di un corpo quasi grande ma un pensiero ancora bambino, che ti fa ascoltare la musica da adolescenti e guardare i cartoni animati quando nessuno ti vede. Loro sono allegre e sorridenti, lontane ancora per poco da malumori e montagne russe.
Qualcuna è già alta come la sua mamma, altre no ma si incomincia a indovinare le donne che saranno, come uno schizzo a matita prima del colore di un quadro. Gli elastici colorati nei capelli, orecchini luminosi ai lobi.
I capelli lunghi, le parole in codice, i gesti aggraziati. Le piccole imperfezioni della pelle, primo segnale di una infanzia che sta per terminare. Le parole, tante, continue, diverse.

“Senti che bella canzone questa!”

“Ha vinto Sanremo. Giovani proposte. L’ha scritta un tizio che abita qui”

“Si, e andava a scuola con mio zio”

“E noi ora l’ascoltiamo. Tutto torna”

“Già. È come un cerchio. Nella vita tutto torna”

La filosofia è femmina, pure se va in quinta elementare.

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In silenzio

La prima è stata la sorella di mezzo, che senza dire niente a nessuno si è accomodata in poltrona, gambe in su e testa in giù, perché ognuno lo fa come meglio crede, ha silenziato la voce sfogliando rapita un libro a fumetti che racconta la storia di due sorelline.
Poi è stata la volta della piccola, arrivata in sala in pigiama con il grosso volume delle storie della fattoria in bilico sulla testa, come una modella che si eserciti per una sfilata. Si è seduta al tavolo e ha sfogliato, una per una, le centosessantadue pagine del poderoso testo, leggendone anche una ogni tanto. E le voci in silenzio erano già diventate due. È così, come un virus o un contagio anche il primogenito ha estratto dalla sua libreria, ben nascosto dietro la collezione di Paperinik e un numero imprecisato di album di figurine della pallacanestro, il primo libro di una trilogia, regalo della cresima. Persino il gatto ha saggiamente scelto di astenersi dal miagolare. La mamma nel frattempo preparava la cena con meno rumore possibile, per non spezzare l’incantesimo che sembrava avere avvolto la stanza.

Per la prima volta ho intravisto, contemporaneamente, un germoglio spuntare, dopo tante parole che credevo perdute nel vento. Fa niente se dopo mezz’ora il grande fischiettava, la piccola si è indispettita e la sorella le ha dato man forte, e sono volate le solite mazzate. Per quei trenta minuti di un silenzio così solido che quasi lo potevi toccare, sono stata felice e contenta.
Fino alla prossima occasione.

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Diamo i numeri

Il grande e la mezzana in cucina, a dividersi il tavolo.
La piccola in sala, al suo fianco la carrozzina con Alice, la bambola del cuore che accudisce come la più amorevole delle mamme pur dichiarandosi sorella. Essere madre, ha sentenziato, fa diventare vecchi anzitempo. Quaderni, libri, evidenziatori e matite in ordine sparso. Tre zaini sul pavimento, due diari aperti sul giorno sbagliato, una gomma rossa e blu sotto la sedia. E’ l’ora x, quella dei compiti.

“No, mamma, non è così! Le brocche di Enzo Penso dicono che si fa così!”

“Le brocche di chi?”

“Enzo Penso, chi sennò? Per fare venticinque più nove bisogna fare più dieci meno uno, chiaro?”

“Secondo me sei tu che sei sbroccata, sorella”

“Zitto tu e metti via il cellulare, ti ho visto che stai giocando. Devi studiare scienze, domani c’è la verifica”

“Keep calm mother, tutto sotto controllo. Sono preparatissimo. Gli idrocarburi sono orgasm…”

“ORGANISMI! Leggi bene! E tu, invece? A che punto sei con storia?”

“Devo andare in bagno”

“Non è possibile. Sarebbe la terza volta. La storia ti provoca immancabilmente misteriosi mal di pancia”

“Ma glielo hai detto alla mamma che hai preso sei meno meno meno nell’interrogazione?”

“Fatti gli affari tuoi! Cosa ti interessa! Spione!”

“Mamma, Enzo Penso dice che per fare meno undici bisogna contare meno dieci meno uno”

“Dì a Enzo Penso di farli lui, i conti. E tu, invece? Che voto sarebbe un sei con tutti quei meno?”

“Boh. Forse alla maestra dispiaceva darmi cinque, sa che ci rimango male”

“Forse se studiassi non ci rimarrebbe male nessuno, no? Allora, seduta. Gli Etruschi..”

“Mamma guarda! I lipidi sono grassi. Come la piccola!”

“Mammaaaaa! Digli di smetterla o gli tiro gli acquarelli”

“Mother, io farei una pausa”

“Immagino che tu sia affaticato. Stai studiando da quasi otto minuti, non sia mai che arrivi a dieci senza una boccata d’aria”

“Oh, bene. Vedo che mi capisci mother”

“Zitto, seduto e studia! E piantala con ‘sto mother!”

Il momento dei compiti dovrebbe essere inserito di diritto nella lista dei crimini contro l’umanità. E forse anche Enzo Penso.

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Keep calm, mother

Ho finalmente capito perché il periodo delle gestazione, quei nove lunghi mesi di gravidanza, portano il nome di attesa.
È un monito, un velato suggerimento, un malcelato imperativo, una inesorabile verità.
È il tentativo vano di farti immaginare il tuo futuro prossimo che sarà segnato, appunto, da un’attesa costante.
Attesa che nasca, in primis. Attesa che dorma, parli, cammini. Attesa seduta su un pavimento freddo ad aspettare che si decida a fare la cacca nel vasino. Attesa nello studio del pediatra, dal dentista, dermatologo, oculista e specialisti vari. Attesa nella notte, che non passa mai, nella sala d’aspetto (!) di un pronto soccorso pediatrico. Attesa dell’acqua che bolle per buttare la pasta, di una telefonata per farsi venire a prendere, ai colloqui generali con i professori delle medie. Attesa alla fermata dello scuolabus la mattina, fuori dai cancelli di un oratorio a mezzogiorno, a bordo campo una domenica pomeriggio.
Attesa su un marciapiede per il rientro di una gita scolastica quando il pullman è bloccato nel traffico, per una festa di compleanno più lunga del previsto e a casa in apprensione le prime volte che esce da solo.
Per me, donna di urgenze e emergenze, imparare ad attendere è stata una delle rivelazioni più potenti della maternità. Più che un’insegnamento graduale è stato un master di alto livello di pratiche zen, ma la competenza di attesa acquisita negli anni è stata poi trasversale in ogni esperienza della mia vita. Nel lavoro quanto nella vita privata, oggi più di ieri, mi faccio una ragione quando per avere quello che desidero o di cui ho bisogno mi tocca aspettare.
Attesa è imparare a riordinare i bisogni nella propria lista interiore, accantonare fame, sete, sonno o pipì perché c’è un bambino da ascoltare, un bicchiere da riempire, una ferita da medicare.
L’attesa è dentro quanto fuori, è nella capacità di non sbuffare alle parole “ancora un attimo”, che saranno di attesa per te, di gioco per loro.
Aspettare è anche e soprattutto una forma profonda di amore. È il tempo che si fa dono, smette di essere tuo e diventa spazio di vita per un altro. Per aspettare ci vuol pazienza, tolleranza, allenamento.
Non sempre si riesce, a volte si grida, di rado si scappa, più spesso si trattiene l’istinto omicida.
Davanti a un preadolescente serafico, con tutta la vita davanti, che mentre rischi di perdere lo scuolabus, il lavoro e la pazienza scandisce lento ” keep calm, mother”.

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Tra sogno e realtà

(seconda e ultima parte)
“Mamma, quello di ieri notte è stato proprio un sogno orribile, il più brutto di tutti”

“Si piccola, l’avevo intuito visto che dalle due e mezza ho dormito con te, relegata in un angolo, mentre occupavi il resto del letto stesa come una stella marina”

“Restiamo concentrate mamma, ti stavo raccontando il mio sogno. Praticamente, dopo che tu eri morta, stavo giocando tranquillamente nella mia camera con tutte le mie amiche, poi a un certo punto ho detto la parola “sexy” ed è venuta la polizia, mi hanno arrestato e sono stata in prigione senza incontrare la mia famiglia per quattro anni. L’unica cosa positiva è che non vedevo mio fratello, per il resto un dramma e una tragedia”

“Capisco lo spavento allora, stare lontano per tanto tempo..”

“Che dici mamma? Sono stata io a spiegarle che la parola “sexy” non bisogna dirla. Non è una parola per bambine. Sta a significare una donna bellissima che si veste con vestiti provocanti, minigonne cortissime e scollature fino all’ombelico e con gli stivali altissimi.”

“Insomma, il contrario della mamma”

“A parte il fatto che non è proprio così, e la sensualità non si misura con la lunghezza delle minigonne, cosa vorresti dire scusa? Che la mamma non è affascinante?”

“Ehm…dunque…vediamo… tu non ti vesti in quel modo lì grazie al cielo, se no sai la vergogna quando mi prendi a scuola. Diciamo che non è questione di sensualità, tu sei più, ecco! Mammosa!”

“Si, ha ragione la piccola! Tu sei carina, morbida, coccolosa. In una parola, mammosa! “

Praticamente la descrizione di Kowalski, il pinguino di Madagascar.
Intanto, speriamo che l’Accademia della Crusca non li abbia sentiti.

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Nella notte

La mezzanotte sarà anche l’ora prediletta da streghe e vampiri, ma il momento più faticoso a casa mia sono le due e trenta.
Altro che pavor nocturnus, sonnambulismo e insonnie. Per qualche strano motivo a turni alterni ma probabilmente pianificati con accuratezza, uno dei miei figli si sveglia a quell’ora. Un bicchiere d’acqua, perché si dimenticano di averlo sul comodino. La pipì da fare, che prima di dormire ci si è bevuti di nascosto una tazza di latte e nesquik. L’improvvisa consapevolezza di non avere terminato la ricerca di geografia da consegnare l’indomani. O, più frequentemente, gli incubi. La notte passata è stato il turno della piccola di invocare disperatamente la mamma. Mi sono trascinata nella sua cameretta in compagnia del gatto, che ha colto l’inaspettato risveglio come occasione buona per ottenere cibo.

“Mamma, un sogno bruttissimo: tu eri morta. Ti prego stai qui con me”

“Ecco, appunto. Da domani basta cartoni di Walt Disney, che le mamme fan sempre una brutta fine. Va bene amore, fammi posto che rimango un po’ qui con te”

“No! Non è giusto! Non crederle, è solo una strategia per dormire con te, non cadere nel tranello!”

“Ha ragione lui, mamma, lo sanno tutti che la piccola è una falsona”

“Miaoo”

“Adesso basta. Zitti tutti, anche tu gatto, se ci tieni a continuare a vivere in questa casa. Ho sonno e voglio dormire, qualunque letto va bene a quest’ora.”

“Ma mamma..”

“Silenzio! Il prossimo che fiata sarà messo fuori col gatto”

“Miaoo”

E niente, l’ultima parola deve essere sempre la sua.

(Fine prima parte)

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Torino

Quando si fa il primo figlio oltre una certa età, i dottori ti definiscono -con sensibilità rara- primipara attempata.
Io sono stata una laureanda, attempata.
Ho cominciato l’università regolarmente, dopo il liceo, col primo anno da fuori sede. Poi la vita si è messa un po’ di traverso e i piani sono leggermente cambiati. Ho cominciato a lavorare, è arrivato un bambino via l’altro e l’università è diventata un orizzonte sempre più lontano. Ma io faccio molta fatica a lasciare le cose a metà, che siano lavori, progetti o relazioni. Ho sempre bisogno di chiudere il cerchio in un senso o nell’altro, con le cose e le persone. L’incompiutezza mi pesa e mi rallenta, impedendomi di fare dell’altro. Così ho deciso di terminare gli studi, finire gli esami, far felice la mia mamma che forse più di tutti ci credeva e, come amava ripetermi “chissà se ti vedrò laureata prima di andarmene”.
In ultimo -ma non troppo- mi sembrava bello per i miei figli.
Ho sempre pensato che i bambini si educhino con l’esempio più che con le parole. Mi sbagliavo. La figlia di mezzo, durante i festeggiamenti post-laurea, ha dichiarato che andrà a friggere patatine in un fast food piuttosto che fare tutta quella fatica.
Mi sono laureata quasi a quarant’anni, praticamente a un soffio dal master all’università degli anziani.
Questo fine settimana sono tornata nel capoluogo piemontese che mi ha accolto durante il primo anno di studi e dal quale proviene il ramo paterno della mia famiglia. L’occasione è stata l’incontro annuale con colleghi e amici che, come me, condividono prassi di lavoro buone e alternative.
Non tornavo a Torino da anni e avevo voglia di rivedere quei luoghi con occhi nuovi.
In realtà una occasione c’era stata qualche tempo fa, quando ho accompagnato la quarta elementare di mio figlio in visita al museo Egizio. Ma un pullman di trenta bambini ti fa passare la voglia di visitare alcunché, oltre a renderti gradita pure la vista delle tre sorelle mummie del museo, che saranno anche un po’ datate ma almeno non gridano di continuo.
Torino si è mostrata ancora più bella di quanto mi ricordassi, nonostante la pioggia. Passeggiare per i portici del centro storico, rivedere la Mole illuminata, simbolo della città che ammiravo ogni mattino dalle finestre della facoltà. È passata una vita dall’ultima volta che sono andata via sola, senza le mie tre chiassose appendici.
Sarà per questo, per l’imprevista libertà, la vertigine dell’indipendenza, il silenzio intorno a me, lo sguardo più maturo, ma anche la periferia di una metropoli mi sarebbe parsa ugualmente affascinante e magica.

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Tutti in gita

Otto tonde del mattino, sul piazzale della stazione. Un freddo inaspettato, nonostante la stagione. Ad aspettare il treno alcune classi delle medie, esattamente due seconde, più precisamente quella del mio primogenito.
Ragazzi e ragazze sono divisi a gruppetti, secondo un rigido criterio di genere: maschi da una parte, femmine dall’altra.
Quando Elio cantava “festa delle medie”, più che una canzone ci regalava un saggio antropologico sui dodicenni, a ben pensarci.
I maschi sono un mucchio disordinato, dal quale spuntano le teste dei più alti. Hanno tutti il cellulare in mano e se lo mostrano l’un l’altro, confrontando misure e applicazioni.
Quasi tutti hanno il cappello, portato sulla sommità del capo e che lascia scoperta la fronte. Un paio di ragazzini sono senza giacca, perché altrimenti non si vede la felpa nuova, uno di loro è in calzoncini, come se si stesse imbarcando sul traghetto per Alghero al mese di agosto.
Le femmine sono più composte, in piccoli cerchi ordinati. Sono vestite quasi tutte nello stesso modo, tanto da far pensare a una ordinanza del sindaco che imponga pantaloni neri aderenti, scarpe da tennis alte e capelli sciolti a tutte le minori di anni quindici. Ridono tutte, con la mano sulla bocca. Una di loro si trucca furtivamente, un’altra nasconde sciarpa e cappello nello zainetto non appena la madre si allontana.
Sono euforici ed elettrici, mentre i loro insegnanti li osservano da lontano con pazienza, contandoli per vedere che ci siano tutti.
Alcune madri aspettano chiacchierando, qualcuna velocemente scappa al lavoro, un’altra è preoccupata per il figlio che non sta tanto bene ma non vuole rinunciare alla gita.
Arriva il treno ed è ora di andare, un saluto rapido e quasi formale, ché a questa età non è socialmente accettabile scambiarsi effusioni in pubblico con la propria madre, pure se la sera prima sei stato accoccolato con lei sul divano a farti grattare la schiena.
Tutti vanno di corsa, mentre uno torna indietro pallido e tirato, perché come diceva la sua mamma, non stava proprio bene.
Sarà per la prossima gita.

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