Abbracci

Ci sono abbracci caldi come casa quando rientri e fuori è buio e freddo; abbracci che ti avvolgono come la coperta rimboccata dalla mamma quando sei piccolo e hai la febbre; ci sono abbracci a cui stare aggrappati come l’unico appiglio in una tempesta o un tronco d’albero tra le onde; abbracci che sono incastri, finalmente giusti; abbracci in cui chiudere gli occhi e spegnere la mente lasciando che sia la pelle a decidere; abbracci da cui non vorresti uscire mai, come un cerchio magico, abbracci in cui lanciarsi perché non puoi aspettare neanche un istante di più, abbracci come approdi e riconoscimenti; abbracci che sanno di sempre e senza parole ti raccontano una storia; abbracci che lasciano uno spazio vuoto quando finiscono e rischi di caderci dentro; abbracci in cui riposare dopo un lungo viaggio, abbracci che rapiscono il tempo e la memoria; abbracci che slegano nodi e legano anime.

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Tacchi e passeggini

La prima arriva correndo, la tuta gialla coi polsini sporchi di pennarello, i codini che saltano sulle spalle a ogni passo di corsa. Si arresta proprio al limitare del marciapiede, che arriva in contemporanea a una voce autorevole che intima di fermarsi. Subito dietro un bambino più piccolo, col sederino rotondo dal sospetto pannolino. La maglietta dell’incredibile Hulk e la felpa legata in vita che scivola sui fianchi. Corre scomposto dietro la sorella maggiore e si ferma scontrandosi sulle sue gambe, con urlo che sembra proprio quello del supereroe verde sulla maglietta.
A poca distanza sopraggiunge la mamma, che spinge un passeggino rosso Ferrari con lo schienale reclinato, dove un bambino di non più di un anno si rialza come una molla a ogni tentativo di metterlo sdraiato. Anche il suo urlo non ha nulla da invidiare a quello di Hulk.
La mamma non sembra infastidita, ma rassegnata e stanca. Cammina su scarpe da ginnastica comode, di quelle che indossi senza nemmeno slacciare. Abiti comodi in tinta unita scura, ché le macchie si vedono meno. È senza trucco e i capelli sono legati. È molto bella anche se forse non mi crederebbe se glielo dicessi.
Io sto camminando dall’altra parte della strada con un vestitino a fiori che indosso ogni primavera e le scarpe col tacco, lusso che da poco ho ricominciato a concedermi. Da quando ho dato via l’ultimo passeggino, direi. Siamo ai due lati opposti della stessa strada ma quella donna potrei essere io, in un passato non troppo remoto. Stanca, struccata, dietro un passeggino o davanti a un bambino con un altro per mano. E quando i bambini sono più delle mani anche solo una passeggiata può diventare un’impresa estenuante.
Avrei voluto dirle che la capisco, che questo momento faticoso tra non molto lascerà spazio a vestitini a fiori e tacchi, che significa soprattutto tempo e cura di sé, orizzonti più lunghi di pappe e pannolini, passeggiate in cui guardare anche il cielo oltre la strada a destra e sinistra affinché nessuno si faccia male.
Perché è vero che gli anni volano. Sono le giornate a volte a non passare mai.

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In edicola

La macchina è parcheggiata come al solito, alla mia maniera.
Le quattro frecce accese lampeggiano per sottolineare la provvisorietà della situazione. All’interno i tre fanciulli, uno davanti e due dietro, ad aspettare litigando che la mamma termini i suoi acquisti in edicola.
Una signora bionda con una evidente  quanto per me inspiegabile passione sta pagando gli ultimi numeri di Cucito e Ricamo, Modellina Facile, Punto Croce per tutti. Dietro di me un signore a prima vista mio coetaneo, braccia conserte in un elegante completo blu scuro e delle inspiegabili scarpe da runner fluorescenti ai piedi. Occhiali dalla montatura rossa, pochi capelli in testa, disposti in modo ingegnoso a coprire un’incipiente calvizie. Mi fissa a corrente alternata, abbassando gli occhi quando li giro nella sua direzione. La prontezza di riflessi non è tale da passare inosservato. Pago il mio quotidiano e mi avvio verso la macchina. Lui mi segue, con una strana manovra di avvicinamento simile a quella che si fa per entrare nei parcheggi a lisca di pesce. La prende larga e poi vira all’improvviso, con apparente noncuranza.
Mi si avvicina sorridendo e con un copione probabilmente già sperimentato mi chiede se ci conosciamo. Nello stesso istante parte una musica altissima, di quelle da discoteca tamarra. Proviene dalla mia macchina, che ondeggia al ritmo dei tre scatenati al suo interno. Il bizzarro sconosciuto barcolla, forse colpito dall’onda d’urto di musica trash, altrimenti basito dagli scatenati occupanti dell’auto. Farfuglia qualcosa a proposito di sbagli e di scuse e si allontana a gran velocità. Ecco spiegato il motivo delle scarpe da corsa.

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Campagna elettorale

“Hai visto quante facce appese sui muri?”

“Si. Sai chi è quello col maglioncino blu?”

“Certo che lo so, è il sindaco. Ogni tanto viene a scuola. E’ bellissimo perché andiamo tutti in palestra ad ascoltarlo e saltiamo matematica”

“E perché sta sui manifesti? Canta? E’ famoso come Ariana Grande?”

“Non so ma non penso. La mamma ha detto che tra poco bisogna votare per dire chi si vuole come nuovo sindaco, allora le persone mettono la loro faccia sui manifesti”

“E vince il più bello?”

“Ma no, che dici? Mettono la faccia perché così le persone sanno chi sono, a parte il sindaco che lo sappiamo già che faccia ha. Poi fanno le riunioni e dicono cosa vogliono fare per la loro città. Se ti piace quello che dicono li voti, uno vince e diventa sindaco. La mamma ha detto che vota chi le toglie il senso unico fuori di casa, ma forse scherzava”

“Capisco. E tu chi voti?”

“La mamma ha detto che i bambini non possono votare e devo aspettare di avere diciotto anni”

“Eh già, i grandi non ci fanno fare mai niente”

La campagna elettorale è nel pieno del suo svolgimento. Anche nella mia macchina. E non escludo che, tra una ventina d’anni, le due bambine di sette anni sedute dietro saranno sui manifesti in tutto il paese.

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Tra cielo e terra

Erano settanta, abbastanza equamente divisi tra maschi e femmine. Tutti insieme facevano settecento anni. Oltre a loro una chiesa gremita di genitori, parenti, padrini e madrine.
Lei era lì, col suo vestito non più da bambina ma nemmeno da grande, i capelli con i boccoli come quelli della mamma ma più lunghi e splendenti. Emozionata e felice, sorridente ma seria, piccola e grande. Alla sua destra la madrina, la cugina preferita, anche lei emozionata per la prima volta in questa veste inedita. Fuori un cielo grigio carico di nubi, che ha pazientemente atteso le due ore della cerimonia prima di scaricare la pioggia nel momento dell’uscita.
La figlia mezzana ha ricevuto ieri la Cresima, ultimo sacramento dell’infanzia. Una scelta tutta sua, forse più meditata e sincera di quella della sua mamma. Una mamma sempre in bilico tra spiritualità e concretezza, fede e dubbi, cielo e terra. Un mamma stanca per l’organizzazione del rinfresco, l’assemblaggio delle bomboniere e la scelta dei vestiti per tutti. Che la mattina stessa si è accorta che stava per indossare un abito troppo simile a quello della propria figlia e ha dovuto rimediare all’ultimo cercando qualcos’altro nell’armadio. Una mamma però emozionata e fiera, come ogni volta che uno dei tre fa un passo in più nella vita. Sempre traballante sulla coerenza, che spera la funzione non duri tropo a lungo e di non avere dimenticato qualcosa. Timorosa che la piccola faccia come durante l’ultima messa, quando all’intonare del canto “io verrò per mano con mio fratello” ha sollevato lo sguardo sdegnata dicendo che lei con suo fratello non sarebbe andata da nessuna parte. Evidentemente qualcuno ha guardato giù e non c’è stato motivo di vergognarsi, le due ore non sono passate in fretta ma comunque sono passate e la festa è stata a immagine e somiglianza della cresimanda: colorata, confusa, rumorosa e felice.
E io, dall’alto dei miei tre battesimi, due comunioni e due cresime, posso dire di avere ormai maturato una certa esperienza. Mi aspetta un anno di tregua, prima che tocchi alla piccola ricominciare con le cerimonie. Fortunatamente per i matrimoni c’è ancora tempo.

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Fai da te

Al supermercato, mamma e figlie. Come tradizione di famiglia, non si prende il carrello perché le cose da comprare non sono più di tre, per poi ritrovarsi con le braccia cariche di cartoni di latte, pacchi di biscotti, confezioni in offerta di cosce di pollo e altri generi alimentari di prima necessità.
Arriviamo alla cassa fai da te, che rientra a pieno titolo nella top ten dei giochi preferiti delle bambine. Le regole sono poche ma inviolabili: si passa un prodotto per uno e il bancomat lo usa solo la mamma. Comincia la piccola, che non trova il codice a barre nel pacco dei vietatissimi biscotti con gocce di cioccolato. Interviene la sorella strappandoglielo di mano. La piccola, con la calma e la serenità che la contraddistingue strilla il nome della sorella così forte da farsi sentire pure nell’altro punto vendita del supermercato, due paesi più in giù. Nel frattempo le persone che aspettano di usare la cassa sono già diventate tre. Intervengo facendo sfoggio di tutte le mie competenze pedagogiche per sedare il conflitto tra sorelle, minacciandole sottovoce di non far loro usare mai più l’amata cassa. Sotto ricatto, le sorelle procedono in relativa calma, o forse dovrei dire eccessiva. Le persone in fila ora sono cinque e si scambiano delle occhiate eloquenti. Ma ormai mancano solo un paio di articoli e mi convinco di potercela fare, a pagare prima e recuperare l’altro figlio poi. Finché la piccola, non si sa come, schiaccia un tasto che cancella tutti i prodotti già passati.

“Nooo! Dobbiamo ricominciare! Guarda mamma!”

“Ma non è possibile! Ancora? Ma cosa ti ripeto sempre?”

“Che l’unico smalto rosso degno di questo nome è Chanel?”

“Nooo! Non quello! Che non devi schiacciare senza leggere! Siamo pure in ritardo. Su su svelte! Ripassiamo tutto”

Le persone dietro di noi non cercano nemmeno di mascherare il fastidio e il disappunto per la lunga attesa. Più veloci che mai arriviamo all’ultimo prodotto.

“Ok, adesso schiaccia il tasto bancomat così pago”

“Fatto”

“…”

“Mamma? Forza, che la gente aspetta!”

“Mamma?”

“Ho dimenticato a casa il bancomat”

Abbiamo lasciato la spesa nei sacchetti, evitato il linciaggio dei clienti in attesa, recuperato il bancomat e pagato quanto dovuto.
E da domani e per sempre, la spesa la farò on line.

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Inconfutabili falsità

Tre giorni fa

“Mamma, ti trovo splendente! È la nuova crema idratante che ti fa il viso così liscio?”

“Non ho nessuna nuova crema”

“Ah. Allora continua pure a usare quella vecchia”

Due giorni fa

“Ferma lì mamma! Non ti muovere! Così.. Un po’ più a destra..”

“Si può sapere che stai facendo?”

“Voglio farti una foto: sei bellissima”

Ieri

“Mammina, spiegami come devo fare da grande per essere magra e in forma come te”

“Eh no, adesso basta. Cosa stai cercando di ottenere???”

All’inizio mi aveva fatta sorridere. Il secondo giorno ho cominciato a vacillare. Al terzo l’ho smascherata. La perfida figlia di mezzo ha ordito un piano diabolico fatto di lusinghe, complimenti e clamorose bugie. Tutto per avere le scarpe di una famosa marca.
E io, tonta, che ci avevo quasi creduto.

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42

Il contrario di quarantadue è ventiquattro.
La riflessione non è mia, bensì della piccola di casa, che ha cercato nel giorno del mio compleanno di regalarmi una nuova giovinezza. Non che io ne sentissi il bisogno, francamente.
Ascoltate le sue parole ho provato a ricordarmi chi ero io, a quell’età. A ventiquattro anni non ero sposata, non avevo figli, quasi nessuna responsabilità. Avevo meno capelli bianchi, chili e rughe. Più energia, pazienza, spensieratezza. Meno esperienza, consapevolezza, sensibilità. Ma anche meno fatica, ansia, preoccupazione. Vivevo con meno fantasia, inventiva e passioni. Con meno parole e immagini, ricordi ed errori. Con più paure e dubbi, tempo e possibilità. Con un orizzonte più immediato ma allo stesso tempo più limitato, con meno sonno ma anche meno sogni.Meno grata e riconoscente, più polemica e lamentosa.
Non ho grossa nostalgia della me stessa ventiquattrenne.
Tuttavia, per non pensare alle rughe che aumentano mi sono impegnata in una piccola ricerca sul numero degli anni che compio, con risultati curiosi e sorprendenti:
1. 42 è la risposta alla domanda fondamentale “sulla vita, l’universo e tutto quanto” che un super computer chiamato Pensiero Profondo elabora dopo sette milioni e mezzo di anni. Il romanzo, per chi volesse, è Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams;
2. 42 è il risultato della somma delle facce dei due dadi da gioco: (1+2+3+4+5+6)x2= 42;
3. quattro alla seconda è uguale a due alla quarta e il numero 42, assieme al 24, è l’unico numero non palindromo a due cifre in grado di dare questo risultato;
4. secondo la tradizione della Cabala, 42 è il numero che Dio utilizzò per creare l’universo;
5. il 42 era uno dei numeri preferiti di Bach, che era appassionato di numerologia e l’aveva calcolato moltiplicando per tre (come la trinità) la somma dei valori delle lettere del suo cognome;
6. nelle carte di yu-gi-oh! la carta numero 42 è la potentissima Galaxy Tomahawk;
7. il 42 è il numero della benevolenza, delle simpatie reciproche, degli scambi, dei favori e dei buoni rapporti con le altre persone. Quando è presente questo numero scaturisce la simpatia per i figli, per i parenti, per i vicini di casa, per i colleghi di lavoro, per gli amici, e la gioia per le piccole cose. Questo numero è rappresentato dal pane, dal sale, dal vino, dagli alimenti, dai soldi prestati senza scopo di lucro, dal cavallo, dal falegname, dal tulipano, dal metro;
8. nella smorfia napoletana 42 è il numero del caffè.

Ora, per non essere da meno di Bach ho provato anche io a sommare i numeri corrispondenti alle lettere del mio nome: è uscito novanta.
Eh niente, sto proprio invecchiando.

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Parcheggio caliente

Parcheggio di un grande ipermercato, pochi minuti all’apertura.
Spengo il motore, guardo con attenzione lettera e numero per non fare la solita fine, ovvero vagare dopo la spesa alla ricerca della macchina, trovandola un attimo prima della denuncia ai carabinieri per furto. Prendo il cellulare, lo butto in borsa e apro la portiera. Lo sguardo si posa involontariamente sulla macchina parcheggiata di fianco alla mia, un’utilitaria grigia. Davanti non c’è nessuno, solo giacche buttate in modo disordinato. Nei sedili posteriori ci sono due persone, un ragazzo e una ragazza. Si stanno baciando. Appassionatamente. Di  lui si scorge solo la nuca, tenuta salda da una mano con le unghie perfette e decorate, di quelle che serve un pomeriggio intero per finire. Lei ha i capelli lunghi castani e una marcata linea nera di eye liner sulle palpebre, che fa tanto Cleopatra. Distolgo lo sguardo rapida, non vorrei passare per spiona anche se, a ben vedere, un centro commerciale in pieno giorno non è esattamente il tempio della privacy. Mi dirigo decisa verso l’ingresso, alla ricerca di una giacca più leggera per la figlia di mezzo. Vago più o meno per un’ora, tra vetrine e caffè, vestiti colore della primavera e scarpe col tacco impossibile. Non trovo la giacca per la figlia, perché avere dieci anni nel corpo di una sedicenne rende lo shopping un po’ più complicato e spesso infruttuoso. Torno alla macchina di corsa ricordandomi fortunatamente lettera e numero. Loro sono ancora lì, avvinghiati, a baciarsi come se non ci fosse un domani. Incuranti del tempo, del contorno e degli sguardi. Un Romeo con la sua Giulietta, sul sedile posteriore di una Fiat, in un parcheggio trafficato di una mattina qualunque. È arrivata la primavera e, come dicono la puzzola Fiore e il coniglio Tippete di Bambi, è arrivata anche la gingillonite.

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Compiti appetitosi

“Trova un nome adatto per ogni aggettivo. Bene piccola, coraggio, non è complicato. Cominciamo dal primo: nutriente. Qual è il nome giusto?”

“Lasagne!”

“Insomma..non so se va proprio bene. Minestrone?”

“Scherzi mamma? Non lo scriverò mai”

“Ci ritorniamo. Andiamo avanti: gustoso”

“Lasagne!”

“Eh no però!  Lasagne non può essere la risposta a tutto!”

“Perché no? Son così buone! Proseguiamo: testardo. La so: fratello!”

“Questa te la concedo. Poi: sporco”

“Fratello!”

“No! Non puoi scrivere nei compiti che tuo fratello è sporco!”

“Perché? E’ vero”

“Basta così. Andiamo avanti: leggero”

“Lasagne”

“Quindi, ricapitolando, le lasagne sono nutrienti, gustose e leggere. Ho capito bene?”

“Si mamma. Finalmente hai capito. Adesso però fai la brava e cucinale, che ai compiti ci penso io”

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