Che sapore ha la felicità

“Mamma, la maestra ha detto che la felicità è importante. Ma esattamente, che cos’è la felicità?”

“Piccola, che domanda impegnativa che mi fai. Non lo potevi chiedere alla maestra?”

“No. Lo voglio sapere da te. Se poi non mi basta o non capisco lo chiedo anche a lei”

“Ah, ecco. Hai un piano di riserva, meno male. Allora..La felicità è.. Dunque.. Diciamo..”

“Mamma, coraggio, rispondi strano come quando ti ho chiesto cosa facevano gli orsi abbracciati dello zoo”

“Si, ma tu me lo hai chiesto quando avevi cinque anni, alla cassa veloce del supermercato”

“Va bene mamma, ma non cincischiare e rispondi per piacere”

“Certo. Non cincischio. Rispondo. Allora, non lo so cos’è la felicità. Ma posso dirti alcune delle cose che mi fanno felice. Proviamo così?”

“Proviamo”

“Bene. Io sono felice quando dormo abbastanza, quando per cena c’è qualcosa di buono preparato da qualcun altro, quando penso a una canzone e la mettono alla radio, quando tu apri gli occhi al mattino e scendi col piede buono dal letto. Sono felice quando conosco delle belle persone, quando imparo e anche quando insegno. Sono felice quando il cappuccino al bar ha la schiuma cremosa, quando sul comodino trovo ad aspettarmi un bel libro, quando ho le lenzuola pulite nel letto; sono felice quando scrivo, quando parlo con voi, quando non avete troppi compiti nel fine settimana. Sono felice l’ultimo giorno di scuola è ancora di più il primo, quando vedo un bel paesaggio e quando insieme scopriamo qualcosa di nuovo. Sono felice quando ad agosto arriviamo al mare e prima di disfare le valigie ci buttiamo in acqua, quando la mia amica mi manda i messaggi che fanno ridere, quando tornate da scuola e mi chiedete cosa si mangia”

“È così che si fa? Allora provo anche io: io sono felice quando prepari le lasagne, quando mia sorella mi presta le sue Barbie e mio fratello è in campeggio due settimane d’estate. Sono felice quando c’è la mia maestra Samanta, nell’ora di motoria e quando è il compleanno di un compagno e distribuiscono le caramelle all’intervallo. Sono felice quando gioco con le mie amiche, quando faccio la figlia unica e quando mi lasci dormire nel lettone. Sono felice quando piove e quando c’è il sole, basta che non devo scrivere in corsivo o studiare le tabelline. Delle lasagne ho già detto?”

“Si, l’hai detto”

“Allora non manca niente”

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Nuovi eroi

Al supermercato.

Il papà spinge stancamente tra le corsie un carrello pesante di casse d’acqua, con lo sguardo perso che indugia tra gli scaffali e le signorine sole. Nel seggiolino davanti a lui, con le gambette a penzoloni, un bambino con una testa piena di ricci, la candela al naso e un gran sorriso. Il piccolo parla in continuazione, senza aspettarsi un ascolto che in effetti non sembra arrivare. L’uomo si ferma davanti a un’offerta speciale di birre, si gratta la testa pensieroso osservando il prezzo e decide di mettere nel carrello una cassa da sei. Il bambino lo osserva attento ed esclama “papà, la mamma non vuole che bevi la birra! Guarda che ce lo dico! E poi ti mette in castigo!!”. Il padre si ferma, osserva il bambino e poi le bottiglie, alza gli occhi al cielo.
“Ah sì Kevin? E allora dì a tua mamma pure questo” e carica sul già pesante carrello altre due confezioni di birra.

Alla cassa, una mamma con il suo bambino accanto, mentre sistema sul nastro la spesa settimanale. Articolo dopo articolo, petto di pollo dopo detersivo, la creatura interroga senza sosta.
“Perché il caffè è così duro e invece quando lo bevi è liquido e caldo?”

“Perché adesso è in polvere, poi c’è una macchina che aspira l’aria e lo conserva meglio. Si chiama sottovuoto”

“Da che animale viene il prosciutto cotto? E il crudo? E la pancetta? E il salame”

“Dal maiale”

“Oh povera bestia. Perché l’acqua ha le bollicine?”

“Perché è frizzante”

“Lo so, ma perché è frizzante?”

“Filippo zitto o salti la merenda”

Corsia giochi, un pianto che si leva alto e sovrasta la filodiffusione. Una bambina bionda con le trecce e un peluche azzurrino stretto al petto.
“Lo voglioooooooo” urla la piccola singhiozzando, tra disperazione e rabbia.

“Caterina a nonna, fa la brava che ci guardano tutti e poi pensano che sei una bambina maleducata”

“Non mi importa niente io lo vogliooooooo” continua imperterrita la piccola furia.

“Amore da brava che la nonna è stanca e ha il cuore malato. Posa quell’affare che devo andare a prendere il cavolfiore per lo sformato”

“Io odioooo il cavolfiore!!! Comprami questo perché lo vogliooooo!!”

“Caterina metti giù quella bestia all’istante altrimenti la nonna che è tanto cara ti crepa di mazzate”
Altro che punti e bollini. Un monumento bisognerebbe erigere ai coraggiosi che fanno la spesa con dei bambini piccoli al seguito.

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Spese pazze

Quando alcuni giorni fa me lo aveva domandato, ho faticato a crederci. Non mi sembrava vero. Lui, il preadolescente spigoloso e pungente, ha abbassato i suoi aculei da riccio per chiedere alla sua mamma di portarlo a fare shopping. La parola gli è uscita dalla bocca un po’ di traverso, con una punta di disgusto e una certa dose di fatica. Lui, che abiterebbe in un bosco -con una buona connessione wi fi- che immagina il centro commerciale come luogo di perdizione, che vivrebbe con la divisa dei Lakers addosso, ha abbassato le armi e dichiarato una tregua. E’ salito in macchina davanti solo, senza sorelle, si è allacciato la cintura e col tono fermo del soldato che va alla guerra ha dichiarato “andiamo”. E così siamo andati, mettendo fine all’epoca in cui è la mamma a scegliere e acquistare vestiti e scarpe secondo il proprio gusto personale. Abbiamo visitato più negozi di quanti fossero necessari, osservato e valutato felpe e magliette, scoperto di avere i gusti simili quanto un gatto e un topo. Io alla ricerca di colori e leggerezza, lui saldamente ancorato ad un’unica certezza: il nero totale. Lui, già pallido di suo, forse per non rischiare di abbinare i colori sbagliati ha deciso di evitarli del tutto ed è tornato a casa con un look total black, dalla testa ai piedi. Lieto e soddisfatto di avere assunto le sembianze di un vampiro, il figlio primogenito si è finalmente rilassato concedendo alla sua mamma di sbirciare dentro quel mondo sconosciuto, misterioso e lontano che è la preadolescenza. Fatto di amici, amiche, scuola, professori lontani e compagni ribelli, tanta pallacanestro e teorie sul mondo. Di uno sguardo che sembra superficiale e invece è critico e attento, profondo e sensibile, adulto con lo stupore di un bambino. Di un’ironia pungente e pertinente, di una simpatia che a casa tiene ben nascosta e al sicuro. Ciliegina sulla torta, un bel giro in una grande libreria, dove abbiamo osservato e sfogliato tanti libri diversi, scegliendo alla fine la biografia di un famoso e altissimo giocatore di pallacanestro.
Di ritorno a casa con le sorelle il giovane riccio ha rialzato gli aculei, ma pazienza. Per questa volta ho sbirciato abbastanza.

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Per te

Cara mamma,
sì parlo proprio con te, che adesso sarai in piazza a leggere queste righe, approfittando del wi-fi gratuito che non ti fa consumare i giga. Che neanche sapevi fino a poco tempo fa cosa fossero esattamente questi giga, e l’hai imparato per venire su una paginetta in bianco e nero ogni mattina. A leggere le parole di questa figlia unica e non tanto presente, che si racconta con più facilità agli altri che a te.
Domenica è la festa della mamma, la festa di entrambe dunque, che oggi vorrei celebrare da figlia, la tua. In anticipo sui tempi come nostra tradizione familiare, che non aspetta i compleanni per fare regali o le ricorrenze per gli auguri.
E allora buona festa, mamma, perché le cose belle vanno dette ad alta voce e fatte sentire a tutti. Buona festa a te che ogni domenica mi prepari quello che mi piace da mangiare e che da sola non mi cucinerei; a te che hai addobbato la casa e preparato torta, fiori e biglietti insieme ai bambini due settimane dopo il mio compleanno, perché le sorprese vere si fanno così; a te che hai accolto i tre nipoti, uno dopo l’altro, emozionandoti ogni volta di più; a te che sei figlia mezzana come la mia, e con lei condividi fantasia e disordine; a te che nel giorno più triste mi hai detto che sarei stata ancora felice e sì, avevi ragione; a te che con me custodisci e conservi la memoria di tuo marito, il mio papà; a te che stiri due volte l’anno ma prepari la crostata ogni domenica, che rivuoi l’euro del carrello e poi mi regali un viaggio; a te che non va mai bene niente e che tante volte mi hai fatto arrabbiare; a te che ancora più spesso io ho fatto arrabbiare; a te, che mi hai insegnato a disegnare e ad avere cura.
Buona festa allora, proprio a te, la mia bellissima mamma che in quella piazza si sta asciugando le lacrime.
Sorridi, che domani siamo tutti a pranzo da te. E aspettiamo la crostata.

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Pronto, chi chatta?

Lui, il figlio primogenito, è amorevolmente detto lo stalker, per la sua capacità tanto di ignorarmi in casa quanto di perseguitarmi online, soprattutto quando sono al lavoro. Non avendo il cuore di bloccarlo -sono pur sempre sua madre- da tempo cerco una via per arginare
la sua logorrea tecnologica. Forse questa è la volta buona.
Di seguito la fedele trascrizione della nostra ultima (forse) chat su whatsapp.

“Mother”

“Motheer”

“Motheeer”

“Mamma! Rispondimi”

“Adesso si ragiona. Dimmi ma veloce, sto lavorando. Augurati che sia una cosa seria”

“Lo è (faccina con goccia di sudore). Qual’è la password per iTunes? Devo scaricare una canzone”

“(Faccina viola infuriata) Qual è si scrive senza l’apostrofo”

“Mamma, ti prego!!! (Più faccine con urlo). È un’emergenza! Devo scaricare un’applicazione! (Mani giunte in preghiera)”

“Avevi detto una canzone. Mi stai forse mentendo?”

“Nn sto mentendo, mi sn confuso, finiscono nello stesso modo. La password!!!!!”

“Hai finito le vocali? Guarda che non te le fanno mica pagare quelli di whatsapp”

“(Faccine che piangono, due righe) Basta mamma, che strazio! Fa niente, non ti scrivo più”

“Faccina col bacio”

Forse questa è la volta buona (e qui ci starebbero bene gli applausi)

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Un amore così

Una mattina che comincia prestissimo in un bosco a camminare, appena dopo la partenza dello scuolabus.
Una mattina che porta il verde e l’azzurro e l’aria pulita, quasi una necessità per pensare e ritrovarsi.
Un anno nel mezzo, nel quale ho percorso altre strade. Ma il bosco è rimasto lì, sempre uguale, sempre silenzioso e sicuro.
Una mattina che regala un incontro a metà percorso, nella fatica della salita.
Li incrociavo spesso un anno fa, una coppia non più giovane ma più in forma di me, che camminava affiancata, stivali neri ai piedi e due cani dietro, uno più grande beige con un probabile antenato Labrador, l’altro così piccolo e scombinato frutto di infiniti incroci.
Loro con due bastoni da cammino, uno per uno, il passo allo stesso ritmo.
In una mattina di un anno dopo c’è solo lei, coi cani e i due bastoni, sul sentiero.
Ci fermiamo entrambe per un saluto, i suoi occhi si velano un attimo prima di dirmi che suo marito non c’è più. Che sono stati sposati quarantaquattro anni, che lui era un uomo buio con lampi di luce, che stava solo con i suoi pensieri, idee e emozioni finché non è arrivata lei, ha aperto la porta e lui l’ha fatta entrare. Che non hanno avuto figli perché non sono arrivati, e una volta asciugate tutte le lacrime di questa mancanza si sono aperti al mondo col volontariato, l’accoglienza e i viaggi. Che ogni mattina camminavano nel bosco e quando lui non c’è più stato lei non ci voleva venire più, finché i cani non hanno cominciato ad aspettarla davanti alla porta. E lei ha capito che quella porta a un certo punto bisognava aprirla, sia per uscire che per far entrare. Che il suo sentiero non era ancora terminato, anche se a tratti le sembra di camminare scalza sui vetri rotti, ma dopo un po’ si ritorna a passeggiare sull’erba.
Una mattina in un bosco che racconta di un amore che non si chiude nell’assenza ma si trasforma con l’esistenza.
Una mattina che regala speranza e anche fiducia, che ci si possa amare così per davvero.

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È la primavera

Che fretta c’era, maledetta primavera, cantavano tanto tempo fa.
A me la primavera piace, per carità. Ci sono pure nata in questa stagione. Tuttavia presenta alcune controindicazioni, almeno per me. La distrazione è una di queste. Qualcuno potrebbe obiettare che spesso racconto episodi di sbadataggine o disavvedutezza.
Ma ci sono dei segnali di incuria e sciatteria materna che non possono essere altrimenti giustificati:
– le unghie: quando ti accorgi che i tuoi figli assomigliano sempre di più a Edward mani di forbice e se provi a prendergli la mano ti graffi;
– le merende in cartella, che si stratificano depositandosi sul fondo dello zaino che nemmeno in un sito archeologico;
– gli avvisi: di catechismo, pallavolo, festa della scuola, scioperi revocati, raccolta fondi, premiazioni, progetti, serate tematiche, tutti rigorosamente in triplice copia e altrettanto inevitabilmente scaduti;
– i libri della biblioteca, in un sacchetto del baule, che devono essere riportati da troppo tempo e invece vengono solo portati in giro;
– l’autorizzazione per la gita del catechismo con i soldi messi in una busta senza rendersi conto di essere fuori tempo massimo; scoprire che il pullman è ormai al completo e promettere a una figlia mezzana in lacrime che, se sarà necessario, verrà accompagnata in macchina, a costo di inseguire il pullman;
– il cambio armadio, che nel caso specifico fa plurale perché gli armadi da cambiare sono quattro, e quasi mi sembra di sentire una risata beffarda quando apro le ante e scorgo un ammasso disordinato di maglioni pesanti, magliette a manica corta e sciarpe, ché non si sa mai cosa mettersi;
– ultimo, ma non per gravità, avere spedito per errore su whatsapp una frase del malvagio gufetto che diffonde odio. A un neuropsichiatra con cui ho lavorato anni fa.

Se domani non ci sarà alcun post, saprete dove sono ricoverata.

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Etchi! Salute

Io non amo gli stereotipi, dubito delle etichette e sfuggo dalle categorie. Cerco di non generalizzare e sono ben lontana dalle polemiche di genere. Non mi interessano il rosa e l’azzurro e penso che giochi, sport, film ed esperienze siano per tutti e che i bambini si crescano prima di tutto come persone.
Tuttavia a volte basta un pomeriggio lungo di un inizio maggio freddo per arrendersi alle differenze tra maschile e femminile, in uno stereotipo che da sempre cerchi di evitare ma che ti cattura tuo malgrado.
Lui, dodici anni, raffreddore.

“Mamma, sto malissimo, non ce la posso fare”

“Cosa ti senti?”

“Ho il naso chiuso e mal di gola, soffro terribilmente. Perderò anche la gita”

“Su coraggio. Febbre non ne hai, la gola è appena arrossata. La gita è fra quattro giorni, possiamo ancora nutrire speranza. E’ solo un raffreddore”

“Solo un raffreddore? Come puoi dire una cosa del genere? Vorrei vedere se l’avessi tu. Per favore passami il cellulare e il tablet, non posso muovermi dal divano, ho i capogiri”

Lei, dieci anni, lo stesso raffreddore.

“Mamma, i fazzoletti di carta sono quasi finiti, meglio comprarli. Adesso mi faccio una camomilla, magari aiuta”

“Fammi sentire se sei calda, vieni qui”

“Non ho la febbre, l’ho provata. mi metto un po’ di crema sul labbro perché è arrossato. Facciamo la pastina per cena? Vorrei qualcosa di caldo per guarire. Il lunedì è l’unico giorno bello per andare a scuola, si fa teatro”

La piccola, sette anni e ancora nessun raffreddore.

“Se mio fratello non ce la fa posso avere io la sua stanza?”

Ci sono i maschi, ci sono le femmine. E poi ci sono le sorelle avvoltoio.

 

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Love is in the air

“Ti amo. Lo sai?”

“Anche io ti amo tesoro, tanto tanto”

“Ma allora si può dire ti amo anche tra mamma e figlia? O è solo per gli innamorati?”

“Si può dire piccola, certo. Ti voglio bene, ti amo, basta dirlo. In fondo io la prima volta che ti ho vista mi sono perdutamente innamorata di te”

“Anche io, mamma. Dal primo momento fuori dalla tua pancia. Perché noi due stiamo proprio bene insieme. Come il latte con il Nesquik”

“O il verde degli alberi contro l’azzurro del cielo”

“O Violetta con Leon”

“Il tubino nero con le perle bianche”

“La spiaggia con il mare”

“Il blu vicino al giallo”

“La Nutella con le crêpes”

“La domenica con il sole”

“Il Natale con la neve”

“il vento e gli aquiloni”

“Le lasagne col risotto”

“Piccola, che dici? Non mi sembra sia un gran bel abbinamento”

“Sbagli mamma: le lasagne stanno bene con tutto”

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Tutti in posa

Le fotografie sono dei ricordi importanti e insostituibili, che è bello conservare per rivedersi e rievocare momenti passati.
A casa mia questa non la si potrebbe esattamente definire un’abitudine, tanto che mia madre aspetta ancora una domenica piovosa per trovare il tempo di sistemare gli scatti che mi ritraggono bambina. Forse traumatizzata da una tale mancanza, mi sono ripromessa di creare per i miei figli i più completi album di ricordi possibili.
Ho cominciato baldanzosa col primogenito, immortalando ogni suo respiro, sorriso e pappa, incollando le ecografie dei nove mesi di attesa, scrivendo accanto date e ricordi. Con la seconda figlia l’entusiasmo si era leggermente affievolito, ma ne conservavo a sufficienza per scattare, ordinare e attaccare. Con alcune pappe in meno qualche paesaggio in più.
Poi è arrivata lei, la piccola, che è stata fotografata con tutti i cellulari di famiglia. E lì è rimasta, almeno fino a quando ha cominciato a parlare e quasi immediatamente pretendere il suo personalissimo album di ricordi.
Ieri, la solita piccina stava seduta per terra circondata da vecchie foto. All’improvviso ne ha afferrato una con due dita, sgranando gli occhi. È corsa dai fratelli sventolando la fotografia e con la voce carica di stupore.

“Guardate qui la mamma da giovane!! Che bella! Irriconoscibile!!”

I due figli maggiori hanno guardato con attenzione l’immagine della loro mamma una ventina di anni addietro, sorridente su una spiaggia lontana, finché il grande ha commentato.

“Beh, avrà avuto anche lei i suoi momenti di gloria in passato, no?”

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