Per te

Cara mamma,
sì parlo proprio con te, che adesso sarai in piazza a leggere queste righe, approfittando del wi-fi gratuito che non ti fa consumare i giga. Che neanche sapevi fino a poco tempo fa cosa fossero esattamente questi giga, e l’hai imparato per venire su una paginetta in bianco e nero ogni mattina. A leggere le parole di questa figlia unica e non tanto presente, che si racconta con più facilità agli altri che a te.
Domenica è la festa della mamma, la festa di entrambe dunque, che oggi vorrei celebrare da figlia, la tua. In anticipo sui tempi come nostra tradizione familiare, che non aspetta i compleanni per fare regali o le ricorrenze per gli auguri.
E allora buona festa, mamma, perché le cose belle vanno dette ad alta voce e fatte sentire a tutti. Buona festa a te che ogni domenica mi prepari quello che mi piace da mangiare e che da sola non mi cucinerei; a te che hai addobbato la casa e preparato torta, fiori e biglietti insieme ai bambini due settimane dopo il mio compleanno, perché le sorprese vere si fanno così; a te che hai accolto i tre nipoti, uno dopo l’altro, emozionandoti ogni volta di più; a te che sei figlia mezzana come la mia, e con lei condividi fantasia e disordine; a te che nel giorno più triste mi hai detto che sarei stata ancora felice e sì, avevi ragione; a te che con me custodisci e conservi la memoria di tuo marito, il mio papà; a te che stiri due volte l’anno ma prepari la crostata ogni domenica, che rivuoi l’euro del carrello e poi mi regali un viaggio; a te che non va mai bene niente e che tante volte mi hai fatto arrabbiare; a te che ancora più spesso io ho fatto arrabbiare; a te, che mi hai insegnato a disegnare e ad avere cura.
Buona festa allora, proprio a te, la mia bellissima mamma che in quella piazza si sta asciugando le lacrime.
Sorridi, che domani siamo tutti a pranzo da te. E aspettiamo la crostata.

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Pronto, chi chatta?

Lui, il figlio primogenito, è amorevolmente detto lo stalker, per la sua capacità tanto di ignorarmi in casa quanto di perseguitarmi online, soprattutto quando sono al lavoro. Non avendo il cuore di bloccarlo -sono pur sempre sua madre- da tempo cerco una via per arginare
la sua logorrea tecnologica. Forse questa è la volta buona.
Di seguito la fedele trascrizione della nostra ultima (forse) chat su whatsapp.

“Mother”

“Motheer”

“Motheeer”

“Mamma! Rispondimi”

“Adesso si ragiona. Dimmi ma veloce, sto lavorando. Augurati che sia una cosa seria”

“Lo è (faccina con goccia di sudore). Qual’è la password per iTunes? Devo scaricare una canzone”

“(Faccina viola infuriata) Qual è si scrive senza l’apostrofo”

“Mamma, ti prego!!! (Più faccine con urlo). È un’emergenza! Devo scaricare un’applicazione! (Mani giunte in preghiera)”

“Avevi detto una canzone. Mi stai forse mentendo?”

“Nn sto mentendo, mi sn confuso, finiscono nello stesso modo. La password!!!!!”

“Hai finito le vocali? Guarda che non te le fanno mica pagare quelli di whatsapp”

“(Faccine che piangono, due righe) Basta mamma, che strazio! Fa niente, non ti scrivo più”

“Faccina col bacio”

Forse questa è la volta buona (e qui ci starebbero bene gli applausi)

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Un amore così

Una mattina che comincia prestissimo in un bosco a camminare, appena dopo la partenza dello scuolabus.
Una mattina che porta il verde e l’azzurro e l’aria pulita, quasi una necessità per pensare e ritrovarsi.
Un anno nel mezzo, nel quale ho percorso altre strade. Ma il bosco è rimasto lì, sempre uguale, sempre silenzioso e sicuro.
Una mattina che regala un incontro a metà percorso, nella fatica della salita.
Li incrociavo spesso un anno fa, una coppia non più giovane ma più in forma di me, che camminava affiancata, stivali neri ai piedi e due cani dietro, uno più grande beige con un probabile antenato Labrador, l’altro così piccolo e scombinato frutto di infiniti incroci.
Loro con due bastoni da cammino, uno per uno, il passo allo stesso ritmo.
In una mattina di un anno dopo c’è solo lei, coi cani e i due bastoni, sul sentiero.
Ci fermiamo entrambe per un saluto, i suoi occhi si velano un attimo prima di dirmi che suo marito non c’è più. Che sono stati sposati quarantaquattro anni, che lui era un uomo buio con lampi di luce, che stava solo con i suoi pensieri, idee e emozioni finché non è arrivata lei, ha aperto la porta e lui l’ha fatta entrare. Che non hanno avuto figli perché non sono arrivati, e una volta asciugate tutte le lacrime di questa mancanza si sono aperti al mondo col volontariato, l’accoglienza e i viaggi. Che ogni mattina camminavano nel bosco e quando lui non c’è più stato lei non ci voleva venire più, finché i cani non hanno cominciato ad aspettarla davanti alla porta. E lei ha capito che quella porta a un certo punto bisognava aprirla, sia per uscire che per far entrare. Che il suo sentiero non era ancora terminato, anche se a tratti le sembra di camminare scalza sui vetri rotti, ma dopo un po’ si ritorna a passeggiare sull’erba.
Una mattina in un bosco che racconta di un amore che non si chiude nell’assenza ma si trasforma con l’esistenza.
Una mattina che regala speranza e anche fiducia, che ci si possa amare così per davvero.

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È la primavera

Che fretta c’era, maledetta primavera, cantavano tanto tempo fa.
A me la primavera piace, per carità. Ci sono pure nata in questa stagione. Tuttavia presenta alcune controindicazioni, almeno per me. La distrazione è una di queste. Qualcuno potrebbe obiettare che spesso racconto episodi di sbadataggine o disavvedutezza.
Ma ci sono dei segnali di incuria e sciatteria materna che non possono essere altrimenti giustificati:
– le unghie: quando ti accorgi che i tuoi figli assomigliano sempre di più a Edward mani di forbice e se provi a prendergli la mano ti graffi;
– le merende in cartella, che si stratificano depositandosi sul fondo dello zaino che nemmeno in un sito archeologico;
– gli avvisi: di catechismo, pallavolo, festa della scuola, scioperi revocati, raccolta fondi, premiazioni, progetti, serate tematiche, tutti rigorosamente in triplice copia e altrettanto inevitabilmente scaduti;
– i libri della biblioteca, in un sacchetto del baule, che devono essere riportati da troppo tempo e invece vengono solo portati in giro;
– l’autorizzazione per la gita del catechismo con i soldi messi in una busta senza rendersi conto di essere fuori tempo massimo; scoprire che il pullman è ormai al completo e promettere a una figlia mezzana in lacrime che, se sarà necessario, verrà accompagnata in macchina, a costo di inseguire il pullman;
– il cambio armadio, che nel caso specifico fa plurale perché gli armadi da cambiare sono quattro, e quasi mi sembra di sentire una risata beffarda quando apro le ante e scorgo un ammasso disordinato di maglioni pesanti, magliette a manica corta e sciarpe, ché non si sa mai cosa mettersi;
– ultimo, ma non per gravità, avere spedito per errore su whatsapp una frase del malvagio gufetto che diffonde odio. A un neuropsichiatra con cui ho lavorato anni fa.

Se domani non ci sarà alcun post, saprete dove sono ricoverata.

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Etchi! Salute

Io non amo gli stereotipi, dubito delle etichette e sfuggo dalle categorie. Cerco di non generalizzare e sono ben lontana dalle polemiche di genere. Non mi interessano il rosa e l’azzurro e penso che giochi, sport, film ed esperienze siano per tutti e che i bambini si crescano prima di tutto come persone.
Tuttavia a volte basta un pomeriggio lungo di un inizio maggio freddo per arrendersi alle differenze tra maschile e femminile, in uno stereotipo che da sempre cerchi di evitare ma che ti cattura tuo malgrado.
Lui, dodici anni, raffreddore.

“Mamma, sto malissimo, non ce la posso fare”

“Cosa ti senti?”

“Ho il naso chiuso e mal di gola, soffro terribilmente. Perderò anche la gita”

“Su coraggio. Febbre non ne hai, la gola è appena arrossata. La gita è fra quattro giorni, possiamo ancora nutrire speranza. E’ solo un raffreddore”

“Solo un raffreddore? Come puoi dire una cosa del genere? Vorrei vedere se l’avessi tu. Per favore passami il cellulare e il tablet, non posso muovermi dal divano, ho i capogiri”

Lei, dieci anni, lo stesso raffreddore.

“Mamma, i fazzoletti di carta sono quasi finiti, meglio comprarli. Adesso mi faccio una camomilla, magari aiuta”

“Fammi sentire se sei calda, vieni qui”

“Non ho la febbre, l’ho provata. mi metto un po’ di crema sul labbro perché è arrossato. Facciamo la pastina per cena? Vorrei qualcosa di caldo per guarire. Il lunedì è l’unico giorno bello per andare a scuola, si fa teatro”

La piccola, sette anni e ancora nessun raffreddore.

“Se mio fratello non ce la fa posso avere io la sua stanza?”

Ci sono i maschi, ci sono le femmine. E poi ci sono le sorelle avvoltoio.

 

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Love is in the air

“Ti amo. Lo sai?”

“Anche io ti amo tesoro, tanto tanto”

“Ma allora si può dire ti amo anche tra mamma e figlia? O è solo per gli innamorati?”

“Si può dire piccola, certo. Ti voglio bene, ti amo, basta dirlo. In fondo io la prima volta che ti ho vista mi sono perdutamente innamorata di te”

“Anche io, mamma. Dal primo momento fuori dalla tua pancia. Perché noi due stiamo proprio bene insieme. Come il latte con il Nesquik”

“O il verde degli alberi contro l’azzurro del cielo”

“O Violetta con Leon”

“Il tubino nero con le perle bianche”

“La spiaggia con il mare”

“Il blu vicino al giallo”

“La Nutella con le crêpes”

“La domenica con il sole”

“Il Natale con la neve”

“il vento e gli aquiloni”

“Le lasagne col risotto”

“Piccola, che dici? Non mi sembra sia un gran bel abbinamento”

“Sbagli mamma: le lasagne stanno bene con tutto”

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Tutti in posa

Le fotografie sono dei ricordi importanti e insostituibili, che è bello conservare per rivedersi e rievocare momenti passati.
A casa mia questa non la si potrebbe esattamente definire un’abitudine, tanto che mia madre aspetta ancora una domenica piovosa per trovare il tempo di sistemare gli scatti che mi ritraggono bambina. Forse traumatizzata da una tale mancanza, mi sono ripromessa di creare per i miei figli i più completi album di ricordi possibili.
Ho cominciato baldanzosa col primogenito, immortalando ogni suo respiro, sorriso e pappa, incollando le ecografie dei nove mesi di attesa, scrivendo accanto date e ricordi. Con la seconda figlia l’entusiasmo si era leggermente affievolito, ma ne conservavo a sufficienza per scattare, ordinare e attaccare. Con alcune pappe in meno qualche paesaggio in più.
Poi è arrivata lei, la piccola, che è stata fotografata con tutti i cellulari di famiglia. E lì è rimasta, almeno fino a quando ha cominciato a parlare e quasi immediatamente pretendere il suo personalissimo album di ricordi.
Ieri, la solita piccina stava seduta per terra circondata da vecchie foto. All’improvviso ne ha afferrato una con due dita, sgranando gli occhi. È corsa dai fratelli sventolando la fotografia e con la voce carica di stupore.

“Guardate qui la mamma da giovane!! Che bella! Irriconoscibile!!”

I due figli maggiori hanno guardato con attenzione l’immagine della loro mamma una ventina di anni addietro, sorridente su una spiaggia lontana, finché il grande ha commentato.

“Beh, avrà avuto anche lei i suoi momenti di gloria in passato, no?”

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La materia preferita

“Mother, le mie preghiere sono state esaudite: non sono stato interrogato in storia. C’è mancato tanto così ma ce l’ho fatta! Alleluia!”

“Che bella notizia! Così hai tempo per studiare ancora, perché ieri avevi le idee un po’ confuse su colonialismo e libertà”

“Cosa?? Studiare ancora? Ma non ho storia fino a venerdì! C’è tantissimo tempo!”

“No che non ce l’hai, il tempo. Il tempo è ora. Sai cosa faceva la mia professoressa di latino del liceo? Entrava in classe col sacchettino dei numeri della tombola e estraeva gli interrogati del giorno. Mai una certezza, mai una gioia. Eravamo sempre all’erta. Quando era cattivissima si metteva una fascia nei capelli. Io ancora oggi ho timore delle fasce e terrore della tombola. Quindi non lamentarti e studia”

“Ma perché? Sono tutti morti! Mi sembra già tanto sapere questo. Per tutto il resto c’è Google”

“Google un cavolo. Apri il libro e studia. Altrimenti spengo il wi-fi”

“Va bene hai vinto, madre crudele. Fammi vedere i capelli: mi sa che la fascia ce l’hai pure tu”

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Crisi d’identità

“Ma ti sei ammattita? Ti sembrano cose da dire? Non è giusto fare i confronti fra i bambini. Sono molto delusa. Perché dici che il nuovo compagno è più bravo di noi? Non è vero! Non si mette neanche il grembiule mentre noi per due anni l’abbiamo dovuto indossare ogni giorno, a parte il martedì che c’è motoria! Ti rendi conto? Non mette il grembiule!! Ma dove caspita hai fatto la scuola di maestra?”

Strabuzza gli occhi, gesticola animatamente e alza il tono della voce, che da dolce melodia si trasforma in gracchiante sproloquio.

“Piccola, ma ti sei rivolta davvero così alla tua maestra?”

“Eh? No, certo. Però le ho pensate tutte queste parole, qui, nella mia testa”

Dice battendo forte il dito sulla fronte.

“Mamma, la piccola ha ragione a pensare questa cose. Il grembiule è una cosa seria”

“Una cosa seria? il grembiule? Ma se tua sorella non fa in tempo a scendere dallo scuolabus per lanciarlo il più lontano possibile?”

“Mamma, non capisci proprio. Il grembiule è un simbolo. E’ un’identità. E’ come il camice per il dottore, la pistola per il carabiniere, la divisa per la commessa. Dice chi sei”

“Sono senza parole. Ho una figlia filosofa”

“Ma tu non hai una divisa, mamma”

“No amore, le mamme non devono mettere le divise”

“E invece si! Ce l’hanno!”

“E quale sarebbe?”

“Le rughe, no?”

Magari mi procuro anche io un grembiule, meglio di niente.

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Simone

È entrato così senza chiedere il permesso, senza essere stato invitato, da due genitori che non l’hanno cercato ma si sono fatti trovare.
Lui che ha festeggiato sabato i suoi primi tre anni, certo che tutti quei regali li avesse portati babbo natale.
Lui che è cintura nera di monelleria quanto il suo papà lo è di arti marziali, lui che è arrivato sul gradino più basso del podio familiare dopo una sorella e un fratello ormai grandi.
Lui che questa estate si aggirava per la spiaggia con uno striminzito costumino giallo, lo stesso colore della sua adorata ruspa e salutava le signore all’ombrellone come un consumato playboy romagnolo.
Lui che combatte come l’incredibile Hulk ma col fisico di Mowgli, il cucciolo d’uomo del libro della giungla; lui che ha rubato il cuore della sua mamma, mia amica e omonima, oltre al tempo e il sonno.
La sua mamma così brava che un po’ la invidio, capace di ricucire la corda della pazienza quando il piccolo Hulk la tira fino a spezzarla. Che corre e si ferma, porta e recupera, cura e sgrida.
Che diventa più bella quando lo osserva, perché lo sguardo si fa liquido e il sorriso dolce, e spero sempre che sia lo stesso anche per me con i miei bambini.
Auguri a te dunque, piccolo Hulk, dispotico come Masha e tenero come Bambi, che ondeggi al ritmo di zumba e conosci le mosse di Nippon Kempo.
Che tutti i giorni a venire siano pieni di gioia come questi tre anni.

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