Interrotte

Di tutte le parole che si possono spendere sul tema della maternità e della cura dei figli non si dovrebbero dimenticare quelle che raccontano aspetti meno edificanti e più faticosi del mestiere di genitore.
Di questi aspetti, forse il meno considerato ma nella mia esperienza il più frequente e che mi è apparso con tutta la sua rilevanza in questi giorni di solitudine, è il fatto di essere interrotti.
Nei pensieri, nelle attività, nel lavoro, nel fare la pipì, nel mangiare, a metà di una canzone che vuoi sentire, una telefonata importante, il prelievo al bancomat, la lettura di un libro o di un giornale, girando il risotto, rifacendo il letto, mettendo lo smalto, asciugando i capelli. Interrotti durante una conversazione con un’amica, mentre ti metti il mascara, stendi il bucato, paghi alla cassa. Mentre prendi il sole, cerchi di addormentarti, fai la ceretta.
C’è sempre una comunicazione, un’urgenza, una improrogabile necessità. Di verificare che la mamma sia sempre lì, che ci senta ancora, che sia pronta in ascolto. Tante volte non è ben chiaro nemmeno a loro la richiesta.
La frequenza con cui ciò accade è allarmante. Facendo un calcolo spannometrico ogni figlio riesce a interrompere pensieri, parole e opere una quarantina di volte al dì. Immagino esista un algoritmo per calcolare esattamente il quoziente di interruzioni quando le creature sono multiple. Il che porta inevitabilmente a uno stato di confusione perenne, dimenticanze continue, colossali pasticci. Entrare in una stanza e chiedersi cosa si fosse mai venuti a cercare, aprire il frigo e non sapere più che ingrediente servisse, prendere il telefono senza sapere chi chiamare.
Diciamo la verità. Questo stato di cose dovrebbe di diritto essere riconosciuto dalla medicina.
Magari come sindrome della madre interrotta.

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Nostalgia canaglia

“Mamma, mi sto divertendo moltissimo. Abbiamo già mangiato la pizza tre volte, sono stata in edicola a comprare un braccialetto, un giornalino, un dvd e altre cose che non ti racconto perché una è un regalo per te e poi adesso devo andare a giocare. Evviva! Ti mando tanti baci. Ti passo mio fratello. Ah, aspetta! Mi hai comprato un regalo?”

“Ciao Mother! Sì, tutto a posto. Sì, mangio. Sì, mi diverto. No, non do il tormento alle sorelle. Perlomeno non più che a casa. I compiti? Beh, diciamo che ci sono state delle complicazioni e degli eventi imprevisti. Il libro di antologia è rimasto a casa e quindi non posso studiare Torquato Tasso. Cosa? Come dici? Devo usare Wikipedia? E ma la connessione a internet va e viene, anche adesso non ti sento tanto bene.. Ti passo la piccola!”

“Ciao mami!!! Sono io! Sì sì sto benissimo. Vado al parco e faccio i compiti. Da te c’è il sole? Da noi si, tranne oggi che piove e fa freddissimo ma abbiamo visto tutti i film di Jurassik Park. Quelli dei dinosauri, insomma. Mi hai comprato qualcosa? E perché hai questa voce felice? Non ti manchiamo??”

Certo, che mi mancano. I tre fratelli stanno trascorrendo qualche giorno di vacanza in montagna, felici e contenti. Io, invece che aspettarli a casa, ho approfittato di questa inaspettata libertà per andare in un posto dove non ero mai stata, dove il cielo è azzurro con pennellate di indaco, l’aria è pulita, il sole carezzevole, il silenzio totale. Nessuno chiama mamma, o se lo fa non è rivolto a me.
Certo, che mi mancano. Ma tra due giorni saranno di nuovo a casa, giusto in tempo per non mancarmi più.

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Cercasi passione

“Mamma, ho deciso: basta con la pallavolo. Dall’anno prossimo farò equitazione!”

“Ma come basta? Così? Dopo tre anni, dopo il minivolley e i tornei che duravano un giorno intero, gli allenamenti lo zaino e la divisa, dopo il passaggio nell’under dodici, dopo tutti quegli episodi di Mimì Ayuara? Basta? Perché??”

“Perché si. Ho voglia di cambiare. E i cavalli sono animali bellissimi. Quindi, viva l’equitazione!”

“Hai voglia di cambiare. Bene. Facciamo un passo indietro. Prima della pallavolo facevi ginnastica artistica. Prima ancora corsi vari di nuoto, finché abbiamo capito che il cloro ti faceva male alla pelle. Nel mezzo c’è stato l’anno di danza classica, col tutù rosa pallido che costava come le mie scarpe da corsa, le collant introvabili dello stesso punto di rosa, lo chignon che ho imparato a fare guardando i tutorial su Internet. Credevo che con la pallavolo avessimo finalmente trovato la tua passione!”

“Mamma, la pallavolo era la tua passione, non la mia”

“Ecco, mai una gioia. O forse no. Il grande ha fatto la sua scelta, dopo un breve peregrinare da nuoto alle arti marziali. Ma lì stava in kimono a disegnare, insieme al suo amico e compagno di merende quindi forse non conta. Ma ho ancora speranze con la piccola”

“Cosa? Eh? No grazie, voglio fare nuoto il prossimo anno. Piscina aspettami, arrivo!”

Sì, ma dove abitano le passioni? Nella testa, nella pancia, nelle gambe che fremono per andare? Quanto a lungo bisogna esplorare e camminare per trovarla? In quale piega dell’anima, curva del cuore, angolo della mente?
Hanno ragione loro, lo so bene. La passione è come il gusto, ognuno ha il proprio.
E se qualcuno ha già chiaro da piccolo l’amore per la pallacanestro o per le lasagne, altri devono assaggiare ancora prima di scegliere.

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Scelte obbligate

“..e poi guardiamo l’astuccio e le matite, così abbiamo finito il controllo della cartella. Ma cos’è questo foglio accartocciato nel porta merenda? Fammi leggere.. Piccola!”

“Qualcuno mi chiama?”

“Piccola non fare la gnorri, eri qui fianco a me fino un minuto fa. Perché hai nascosto questo avviso? C’è scritto che entro domani bisogna consegnare i soldi per l’acquisto del libro delle vacanze! Se non l’avessi trovato per caso? Eh?”

“No mamma, c’è scritto di scegliere, vedi? C’è la casella del si è quella del no e si deve mettere la crocetta. Io ci ho pensato e no, grazie, il libro delle vacanze non lo voglio”

“No amore, non è così. C’è scritto di scegliere se siamo d’accordo a prenderlo tutti insieme, così costa meno. Ma il libro va preso. Per forza”

“Ah, sono obbligata? Non è giusto. Vado a scuola da settembre. E ci sono andata pure l’anno scorso. Avrò diritto a un po’ di vacanze sì o no?”

Alla fine contro il parere della figliola ho fatto la croce sulla casella del sì.
Tuttavia, sebbene non sia il caso di dirglielo, sono completamente d’accordo con lei.

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Charlot

È bella, bionda e con gli occhi celesti. Minuta ma energica, sottile e aggraziata, simpatica e creativa. L’animo dell’artista con la concreta attitudine della giovane donna, presa in un turbine di attività, lavori e occupazioni. Una di queste si svolge a casa mia, perché lei è Il mio faro nel buio e punto cardinale dell’organizzazione quotidiana. La parola baby sitter non mi è mai piaciuta, nemmeno quando ero io ad esserlo. Tata fa anziana, e lei è esattamente il contrario. Ci hanno pensato le bambine a ribattezzarla e da più di un anno lei è semplicemente la nostra Charlot.
Capace di gestire le molteplicità, ricordarsi il teorema di Pitagora e i complementi di agente e di causa efficiente, gestire le bizze della piccola e le trasgressioni della mezzana, contenere le ansie da studio del primogenito.
Qualche sera fa mentre studiava geometria col grande ha mandato la piccola a lavarsi. E nel bagno si è consumata la tragedia. La dolce bambina ha male inteso la richiesta, pensando di risolvere il problema dell’igiene personale entrando con i piedi in un grosso catino pieno d’acqua, detersivo e capi delicati che provavo invano a smacchiare. Qualcosa però è andato storto e invece che essere lei a entrare è stata l’acqua ad uscire, inondando il bagno. Accortasi del disastro, la bella lavanderina ha fatto la scelta più coraggiosa: nascondersi prima e negare poi, non appena è stata ritrovata. Ecco, se ci fossi stata io mi avrebbero probabilmente sentito urlare fino in Papuasia. Invece la dolce Charlot è riuscita a farla confessare senza scomporsi, nonostante il caos domestico, il pavimento da asciugare e i compiti da finire. Al mio rientro tutti dormivano tranquilli -e puliti- il gatto si è svegliato per un breve spuntino e la casa era asciutta e in ordine. E la nostra super Charlot sorridente e serena, coi capelli ancora in piega.
Quasi quasi mi faccio accudire da lei anche io.

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Un amore dorato

Lei è bassa, ma issata su un paio di vertiginose zeppe. Indossa solo due colori, nero e oro, ma senza parsimonia alcuna. Una cintura stretta in vita allarga i fianchi morbidi, una scollatura generosa rivela forme giunoniche. Ha un profilo perfetto, di quelli che si spengono sui primi piani e incantano di lato. Il viso è truccato con cura, un tripudio di pagliuzze dorate appiccicate anche dove non dovrebbero. Sorride persino con le orecchie, dove scintillano due cerchi tintinnanti.
Un insieme che mai indosserei e che fa domandare il perché, ma su questa donna è tanto eccentrico da risultare armonico, portato con la disinvoltura di chi ha da tempo sorpassato il giudizio.
Lui è alto, magro e grigio. Negli abiti, gli occhi e capelli. Nei gesti misurati coi quali sistema la spesa nei sacchetti, mentre la sua dorata compagna paga e racconta alla cassiera come si sono conosciuti e innamorati.
“È arrivato così, quando non c’era più speranza, o forse sì ma nessuno dei due la riusciva a trovare. Ci siamo incontrati e abbiamo litigato tanto, ma tanto, che adesso possiamo amarci per sempre. Io l’ho inondato di colori e lui mi ha un po’ smorzata, ma forse serviva proprio quello”
L’uomo in grigio la guarda e la bacia, così, davanti alla cassiera e a noi tutti dietro.
Sorride e saluta, anche lui ora con le pagliuzze dorate appiccicate sul viso.

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Tacchini e pavoni

In posta.

Io, con il biglietto P035 osservo con sgomento il display luminoso, che beffardo mostra il tempo infinito di attesa in questo luogo ameno.
Appoggiata al muro come priva di un baricentro, osservo con invidia le persone sedute. All’improvviso un signore spazientito si alza e annuncia che non trascorrerà un altro attimo della sua esistenza in questo posto. Ne approfitto accomodandomi velocemente sulla sedia rimasta libera, proprio accanto a due signore sedute composte con la borsetta appoggiata sulle gambe. La più anziana delle due estrae dalla tasca un nuovissimo ed esageratamente grande smartphone dal nome orientale, e racconta all’amica di averlo ricevuto in dono dal nipote prediletto, che ha preferito una marca più nota. La signora sembra padroneggiare perfettamente lo strumento, pur non avendo le sembianze di una nativa digitale. Tra un click e l’altro illustra all’amica meno tecnologica le gioie del mondo virtuale, inimmaginabile alleato per scoprire come togliere le macchie di vernice, cuocere un roast beef perfetto e perseguitare figli e nipoti chattando su whatsapp. Nel mentre alza lo sguardo e i suoi occhi incrociano i miei. Si rimette gli occhiali che tiene al collo con una cordicella rosa e mi fissa attentamente.
“Signorina, ma lei è quella che scrive sul blog?”

“Ehm..si, sono io” rispondo con apparente imbarazzo anche se, a ben guardare, sono così orgogliosa che mi manca solo di aprire la coda come un pavone.

“Pinuccia, hai visto, la signorina scrive delle cose bellissime! La leggo tutti i giorni! E non sai come mi è utile quando tengo i nipoti!”

“Signora, grazie, mi fa davvero un gran piacere. E’ bello essere apprezzati”

“Mia cara, ci mancherebbe. Lei è un vero talento, l’ho detto pure a mia figlia. Brava, continui così, che mi dà un sacco di idee”

“Grazie ancora, nemmeno mia madre fa tutti questi complimenti”

“E sbaglia! Glielo dica pure, perché la sua ricetta di ieri del tacchino con ripieno di fave era una bomba!”

Ecco, appunto. La signora ha sbagliato blog, e qui il pavone ha lasciato posto al tacchino.

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Chi parte e chi resta

“Indovina chi va a Torino? Indovina chi va a Torinoooo?? Ioooo! Si è liberato un posto e anche se tu hai dimenticato di consegnare l’iscrizione in tempo ci posso andare! Evviva, sto via tutto il giorno con le mie amiche!”

“Sono contenta tesoro. Tutto si è risolto per il meglio. E ora si comincia, con gite e vacanze vostre”

“Posso andare anche io con mia sorella?”

“No piccola, non si può. È una gita per la quinta elementare. E poi devi andare a scuola, è la giornata della solidarietà”

“A scuola il sabato??”

“Mother lascia stare lei e ascoltami: mi hai iscritto in campeggio?”

“Si, tranquillo. Già consegnato tutto”

“E a me?”

“Certo, se iscrivo lui iscrivo anche te, ti pare?”

“Ma io vado in campeggio?”

“Ehm.. No piccola, si può andare dalla terza elementare e tu sei ancora in seconda”

“Ma non è giusto!”

“Mamma!! Il camp estivo del basket in montagna! Hai consegnato l’iscrizione?”

“No, settimana prossima, c’è ancora tempo”

“Ma io posso fare il camp di qualcosa?”

“No, tu sei piccola e te ne stai a casa”

“Ragazzi! Non potete parlare così alla vostra sorellina. Mettetevi nei suoi panni”

“Mi vanno larghi”

“Dillo un’altra volta e invece che a quello della pallacanestro finisci al camp del ricamo”

Essere la più piccola di casa non è affatto cosa semplice. Forse le lasagne sono una consolazione.

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Dopo i pollici, gli indici

“..e poi ho chiesto di andare in bagno un attimo prima che cominciasse a interrogare e l’ho scampata anche stavolta. Quando mi ci metto sono un genio, mother. Adesso ho una gran fame. Che si mangia?”

“Tortellini al sugo”

“Ma è sugo vero? Quello dei pomodori? O è qualcosa di già pronto? Sai che non mi piacciono le cose confezionate mother”

“Ehm..pomodori, certo. Avrei preparato volentieri anche la pasta fatta in casa, peccato che si è fatto tardi al lavoro. Mangia!”

“Mangio, mangio. Prima vado a prendere l’acqua. Ma cosa.. Mammaaaa! Cos’è questa confezione? Quattro salti in padella?? Avevi detto che i tortellini erano veri! È un inganno!”

“Va bene, ti ho ingannato. Segnati anche questa da rinfacciarmi quando sarai grande. Ma adesso vai a mangiare”

“Ma non mi piacciono le cose pronte! E io devo mangiare! Oggi a scuola abbiamo usato un programma per calcolare il nostro indice di massa corporea. Ho messo i dati, ho premuto invio e sai cosa è uscito sullo schermo? Contatta un medico. Io DEVO mangiare e nutrirmi!!!”

“Se non abbassi la voce avrai bisogno sì di un medico, mio caro. Se hai fame mangia quello, ti è ancora andata bene che sono passata di corsa dal supermercato”

“Se non crescerò sarà colpa tua, sappilo”

“Va bene, farà compagnia a tutte le colpe che mi prendo, non c’è problema”

“Mamma?”

“Cosa??”

“A scuola ho calcolato anche l’indice di massa corporea della piccola. Sai cosa è uscito?”

“No e non lo voglio sapere. E ti dirò di più: da questo momento non lo ricordi più nemmeno tu. E guai se glielo vai a raccontare, che si preoccupa già troppo”

“Oook mother, tranquilla. Dimenticherò. Però siamo nei guai”

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In alto i pollici

Che non ci fosse due senza tre non era solo una remota possibilità ma una granitica certezza. Certo, del tempo è passato e ammetto che l’illusione di averla scampata mi ha attraversato fugacemente i pensieri. E invece. Un pianto nella notte, un pollice gonfio e rosso trasformatosi in salsiccia ha fatto sì che il mattino, dopo avere accompagnato i due maggiori a scuola, la piccola e io ci recassimo al più vicino Pronto Soccorso per una valutazione più accurata. La piccola ha fatto il suo ingresso nella sala d’aspetto con il medesimo entusiasmo di chi varca i cancelli di Dineyland. Sola con la mamma, saltando il giorno di scuola più lungo con la mensa in mezzo, armata di brioches consolatoria, ché le lasagne nei distributori automatici non si trovano ancora. La fanciulla sorridente ha raccontato a infermieri, medici e astanti la natura del suo malessere e la dinamica dell’incidente. Ha stretto amicizia con un radiologo scorbutico che dopo l’ultima lastra l’ha salutata come due coscritti del cinquantanove che si ritrovano con i compagni delle elementari, con pacche sulle spalle, sorrisi e promessa di rivedersi. Ha esaminato di nascosto dietro il dottore le immagini illuminate sulla lastra, porgendo con gioia il braccio all’infermiera con il tutore taglia small e le bende. Uscendo ha augurato buon proseguimento a tutti e ho dovuto impedirle di percorrere il corridoio dell’ospedale in scivolata sulle ginocchia.
Tutto questo perché, per una decina di giorni, non potrà né scrivere né colorare.
E indovinate un po’ cosa si è meritata per cena.

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