Scelte obbligate

“..e poi guardiamo l’astuccio e le matite, così abbiamo finito il controllo della cartella. Ma cos’è questo foglio accartocciato nel porta merenda? Fammi leggere.. Piccola!”

“Qualcuno mi chiama?”

“Piccola non fare la gnorri, eri qui fianco a me fino un minuto fa. Perché hai nascosto questo avviso? C’è scritto che entro domani bisogna consegnare i soldi per l’acquisto del libro delle vacanze! Se non l’avessi trovato per caso? Eh?”

“No mamma, c’è scritto di scegliere, vedi? C’è la casella del si è quella del no e si deve mettere la crocetta. Io ci ho pensato e no, grazie, il libro delle vacanze non lo voglio”

“No amore, non è così. C’è scritto di scegliere se siamo d’accordo a prenderlo tutti insieme, così costa meno. Ma il libro va preso. Per forza”

“Ah, sono obbligata? Non è giusto. Vado a scuola da settembre. E ci sono andata pure l’anno scorso. Avrò diritto a un po’ di vacanze sì o no?”

Alla fine contro il parere della figliola ho fatto la croce sulla casella del sì.
Tuttavia, sebbene non sia il caso di dirglielo, sono completamente d’accordo con lei.

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Charlot

È bella, bionda e con gli occhi celesti. Minuta ma energica, sottile e aggraziata, simpatica e creativa. L’animo dell’artista con la concreta attitudine della giovane donna, presa in un turbine di attività, lavori e occupazioni. Una di queste si svolge a casa mia, perché lei è Il mio faro nel buio e punto cardinale dell’organizzazione quotidiana. La parola baby sitter non mi è mai piaciuta, nemmeno quando ero io ad esserlo. Tata fa anziana, e lei è esattamente il contrario. Ci hanno pensato le bambine a ribattezzarla e da più di un anno lei è semplicemente la nostra Charlot.
Capace di gestire le molteplicità, ricordarsi il teorema di Pitagora e i complementi di agente e di causa efficiente, gestire le bizze della piccola e le trasgressioni della mezzana, contenere le ansie da studio del primogenito.
Qualche sera fa mentre studiava geometria col grande ha mandato la piccola a lavarsi. E nel bagno si è consumata la tragedia. La dolce bambina ha male inteso la richiesta, pensando di risolvere il problema dell’igiene personale entrando con i piedi in un grosso catino pieno d’acqua, detersivo e capi delicati che provavo invano a smacchiare. Qualcosa però è andato storto e invece che essere lei a entrare è stata l’acqua ad uscire, inondando il bagno. Accortasi del disastro, la bella lavanderina ha fatto la scelta più coraggiosa: nascondersi prima e negare poi, non appena è stata ritrovata. Ecco, se ci fossi stata io mi avrebbero probabilmente sentito urlare fino in Papuasia. Invece la dolce Charlot è riuscita a farla confessare senza scomporsi, nonostante il caos domestico, il pavimento da asciugare e i compiti da finire. Al mio rientro tutti dormivano tranquilli -e puliti- il gatto si è svegliato per un breve spuntino e la casa era asciutta e in ordine. E la nostra super Charlot sorridente e serena, coi capelli ancora in piega.
Quasi quasi mi faccio accudire da lei anche io.

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Un amore dorato

Lei è bassa, ma issata su un paio di vertiginose zeppe. Indossa solo due colori, nero e oro, ma senza parsimonia alcuna. Una cintura stretta in vita allarga i fianchi morbidi, una scollatura generosa rivela forme giunoniche. Ha un profilo perfetto, di quelli che si spengono sui primi piani e incantano di lato. Il viso è truccato con cura, un tripudio di pagliuzze dorate appiccicate anche dove non dovrebbero. Sorride persino con le orecchie, dove scintillano due cerchi tintinnanti.
Un insieme che mai indosserei e che fa domandare il perché, ma su questa donna è tanto eccentrico da risultare armonico, portato con la disinvoltura di chi ha da tempo sorpassato il giudizio.
Lui è alto, magro e grigio. Negli abiti, gli occhi e capelli. Nei gesti misurati coi quali sistema la spesa nei sacchetti, mentre la sua dorata compagna paga e racconta alla cassiera come si sono conosciuti e innamorati.
“È arrivato così, quando non c’era più speranza, o forse sì ma nessuno dei due la riusciva a trovare. Ci siamo incontrati e abbiamo litigato tanto, ma tanto, che adesso possiamo amarci per sempre. Io l’ho inondato di colori e lui mi ha un po’ smorzata, ma forse serviva proprio quello”
L’uomo in grigio la guarda e la bacia, così, davanti alla cassiera e a noi tutti dietro.
Sorride e saluta, anche lui ora con le pagliuzze dorate appiccicate sul viso.

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Tacchini e pavoni

In posta.

Io, con il biglietto P035 osservo con sgomento il display luminoso, che beffardo mostra il tempo infinito di attesa in questo luogo ameno.
Appoggiata al muro come priva di un baricentro, osservo con invidia le persone sedute. All’improvviso un signore spazientito si alza e annuncia che non trascorrerà un altro attimo della sua esistenza in questo posto. Ne approfitto accomodandomi velocemente sulla sedia rimasta libera, proprio accanto a due signore sedute composte con la borsetta appoggiata sulle gambe. La più anziana delle due estrae dalla tasca un nuovissimo ed esageratamente grande smartphone dal nome orientale, e racconta all’amica di averlo ricevuto in dono dal nipote prediletto, che ha preferito una marca più nota. La signora sembra padroneggiare perfettamente lo strumento, pur non avendo le sembianze di una nativa digitale. Tra un click e l’altro illustra all’amica meno tecnologica le gioie del mondo virtuale, inimmaginabile alleato per scoprire come togliere le macchie di vernice, cuocere un roast beef perfetto e perseguitare figli e nipoti chattando su whatsapp. Nel mentre alza lo sguardo e i suoi occhi incrociano i miei. Si rimette gli occhiali che tiene al collo con una cordicella rosa e mi fissa attentamente.
“Signorina, ma lei è quella che scrive sul blog?”

“Ehm..si, sono io” rispondo con apparente imbarazzo anche se, a ben guardare, sono così orgogliosa che mi manca solo di aprire la coda come un pavone.

“Pinuccia, hai visto, la signorina scrive delle cose bellissime! La leggo tutti i giorni! E non sai come mi è utile quando tengo i nipoti!”

“Signora, grazie, mi fa davvero un gran piacere. E’ bello essere apprezzati”

“Mia cara, ci mancherebbe. Lei è un vero talento, l’ho detto pure a mia figlia. Brava, continui così, che mi dà un sacco di idee”

“Grazie ancora, nemmeno mia madre fa tutti questi complimenti”

“E sbaglia! Glielo dica pure, perché la sua ricetta di ieri del tacchino con ripieno di fave era una bomba!”

Ecco, appunto. La signora ha sbagliato blog, e qui il pavone ha lasciato posto al tacchino.

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Chi parte e chi resta

“Indovina chi va a Torino? Indovina chi va a Torinoooo?? Ioooo! Si è liberato un posto e anche se tu hai dimenticato di consegnare l’iscrizione in tempo ci posso andare! Evviva, sto via tutto il giorno con le mie amiche!”

“Sono contenta tesoro. Tutto si è risolto per il meglio. E ora si comincia, con gite e vacanze vostre”

“Posso andare anche io con mia sorella?”

“No piccola, non si può. È una gita per la quinta elementare. E poi devi andare a scuola, è la giornata della solidarietà”

“A scuola il sabato??”

“Mother lascia stare lei e ascoltami: mi hai iscritto in campeggio?”

“Si, tranquillo. Già consegnato tutto”

“E a me?”

“Certo, se iscrivo lui iscrivo anche te, ti pare?”

“Ma io vado in campeggio?”

“Ehm.. No piccola, si può andare dalla terza elementare e tu sei ancora in seconda”

“Ma non è giusto!”

“Mamma!! Il camp estivo del basket in montagna! Hai consegnato l’iscrizione?”

“No, settimana prossima, c’è ancora tempo”

“Ma io posso fare il camp di qualcosa?”

“No, tu sei piccola e te ne stai a casa”

“Ragazzi! Non potete parlare così alla vostra sorellina. Mettetevi nei suoi panni”

“Mi vanno larghi”

“Dillo un’altra volta e invece che a quello della pallacanestro finisci al camp del ricamo”

Essere la più piccola di casa non è affatto cosa semplice. Forse le lasagne sono una consolazione.

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Dopo i pollici, gli indici

“..e poi ho chiesto di andare in bagno un attimo prima che cominciasse a interrogare e l’ho scampata anche stavolta. Quando mi ci metto sono un genio, mother. Adesso ho una gran fame. Che si mangia?”

“Tortellini al sugo”

“Ma è sugo vero? Quello dei pomodori? O è qualcosa di già pronto? Sai che non mi piacciono le cose confezionate mother”

“Ehm..pomodori, certo. Avrei preparato volentieri anche la pasta fatta in casa, peccato che si è fatto tardi al lavoro. Mangia!”

“Mangio, mangio. Prima vado a prendere l’acqua. Ma cosa.. Mammaaaa! Cos’è questa confezione? Quattro salti in padella?? Avevi detto che i tortellini erano veri! È un inganno!”

“Va bene, ti ho ingannato. Segnati anche questa da rinfacciarmi quando sarai grande. Ma adesso vai a mangiare”

“Ma non mi piacciono le cose pronte! E io devo mangiare! Oggi a scuola abbiamo usato un programma per calcolare il nostro indice di massa corporea. Ho messo i dati, ho premuto invio e sai cosa è uscito sullo schermo? Contatta un medico. Io DEVO mangiare e nutrirmi!!!”

“Se non abbassi la voce avrai bisogno sì di un medico, mio caro. Se hai fame mangia quello, ti è ancora andata bene che sono passata di corsa dal supermercato”

“Se non crescerò sarà colpa tua, sappilo”

“Va bene, farà compagnia a tutte le colpe che mi prendo, non c’è problema”

“Mamma?”

“Cosa??”

“A scuola ho calcolato anche l’indice di massa corporea della piccola. Sai cosa è uscito?”

“No e non lo voglio sapere. E ti dirò di più: da questo momento non lo ricordi più nemmeno tu. E guai se glielo vai a raccontare, che si preoccupa già troppo”

“Oook mother, tranquilla. Dimenticherò. Però siamo nei guai”

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In alto i pollici

Che non ci fosse due senza tre non era solo una remota possibilità ma una granitica certezza. Certo, del tempo è passato e ammetto che l’illusione di averla scampata mi ha attraversato fugacemente i pensieri. E invece. Un pianto nella notte, un pollice gonfio e rosso trasformatosi in salsiccia ha fatto sì che il mattino, dopo avere accompagnato i due maggiori a scuola, la piccola e io ci recassimo al più vicino Pronto Soccorso per una valutazione più accurata. La piccola ha fatto il suo ingresso nella sala d’aspetto con il medesimo entusiasmo di chi varca i cancelli di Dineyland. Sola con la mamma, saltando il giorno di scuola più lungo con la mensa in mezzo, armata di brioches consolatoria, ché le lasagne nei distributori automatici non si trovano ancora. La fanciulla sorridente ha raccontato a infermieri, medici e astanti la natura del suo malessere e la dinamica dell’incidente. Ha stretto amicizia con un radiologo scorbutico che dopo l’ultima lastra l’ha salutata come due coscritti del cinquantanove che si ritrovano con i compagni delle elementari, con pacche sulle spalle, sorrisi e promessa di rivedersi. Ha esaminato di nascosto dietro il dottore le immagini illuminate sulla lastra, porgendo con gioia il braccio all’infermiera con il tutore taglia small e le bende. Uscendo ha augurato buon proseguimento a tutti e ho dovuto impedirle di percorrere il corridoio dell’ospedale in scivolata sulle ginocchia.
Tutto questo perché, per una decina di giorni, non potrà né scrivere né colorare.
E indovinate un po’ cosa si è meritata per cena.

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Che sapore ha la felicità

“Mamma, la maestra ha detto che la felicità è importante. Ma esattamente, che cos’è la felicità?”

“Piccola, che domanda impegnativa che mi fai. Non lo potevi chiedere alla maestra?”

“No. Lo voglio sapere da te. Se poi non mi basta o non capisco lo chiedo anche a lei”

“Ah, ecco. Hai un piano di riserva, meno male. Allora..La felicità è.. Dunque.. Diciamo..”

“Mamma, coraggio, rispondi strano come quando ti ho chiesto cosa facevano gli orsi abbracciati dello zoo”

“Si, ma tu me lo hai chiesto quando avevi cinque anni, alla cassa veloce del supermercato”

“Va bene mamma, ma non cincischiare e rispondi per piacere”

“Certo. Non cincischio. Rispondo. Allora, non lo so cos’è la felicità. Ma posso dirti alcune delle cose che mi fanno felice. Proviamo così?”

“Proviamo”

“Bene. Io sono felice quando dormo abbastanza, quando per cena c’è qualcosa di buono preparato da qualcun altro, quando penso a una canzone e la mettono alla radio, quando tu apri gli occhi al mattino e scendi col piede buono dal letto. Sono felice quando conosco delle belle persone, quando imparo e anche quando insegno. Sono felice quando il cappuccino al bar ha la schiuma cremosa, quando sul comodino trovo ad aspettarmi un bel libro, quando ho le lenzuola pulite nel letto; sono felice quando scrivo, quando parlo con voi, quando non avete troppi compiti nel fine settimana. Sono felice l’ultimo giorno di scuola è ancora di più il primo, quando vedo un bel paesaggio e quando insieme scopriamo qualcosa di nuovo. Sono felice quando ad agosto arriviamo al mare e prima di disfare le valigie ci buttiamo in acqua, quando la mia amica mi manda i messaggi che fanno ridere, quando tornate da scuola e mi chiedete cosa si mangia”

“È così che si fa? Allora provo anche io: io sono felice quando prepari le lasagne, quando mia sorella mi presta le sue Barbie e mio fratello è in campeggio due settimane d’estate. Sono felice quando c’è la mia maestra Samanta, nell’ora di motoria e quando è il compleanno di un compagno e distribuiscono le caramelle all’intervallo. Sono felice quando gioco con le mie amiche, quando faccio la figlia unica e quando mi lasci dormire nel lettone. Sono felice quando piove e quando c’è il sole, basta che non devo scrivere in corsivo o studiare le tabelline. Delle lasagne ho già detto?”

“Si, l’hai detto”

“Allora non manca niente”

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Nuovi eroi

Al supermercato.

Il papà spinge stancamente tra le corsie un carrello pesante di casse d’acqua, con lo sguardo perso che indugia tra gli scaffali e le signorine sole. Nel seggiolino davanti a lui, con le gambette a penzoloni, un bambino con una testa piena di ricci, la candela al naso e un gran sorriso. Il piccolo parla in continuazione, senza aspettarsi un ascolto che in effetti non sembra arrivare. L’uomo si ferma davanti a un’offerta speciale di birre, si gratta la testa pensieroso osservando il prezzo e decide di mettere nel carrello una cassa da sei. Il bambino lo osserva attento ed esclama “papà, la mamma non vuole che bevi la birra! Guarda che ce lo dico! E poi ti mette in castigo!!”. Il padre si ferma, osserva il bambino e poi le bottiglie, alza gli occhi al cielo.
“Ah sì Kevin? E allora dì a tua mamma pure questo” e carica sul già pesante carrello altre due confezioni di birra.

Alla cassa, una mamma con il suo bambino accanto, mentre sistema sul nastro la spesa settimanale. Articolo dopo articolo, petto di pollo dopo detersivo, la creatura interroga senza sosta.
“Perché il caffè è così duro e invece quando lo bevi è liquido e caldo?”

“Perché adesso è in polvere, poi c’è una macchina che aspira l’aria e lo conserva meglio. Si chiama sottovuoto”

“Da che animale viene il prosciutto cotto? E il crudo? E la pancetta? E il salame”

“Dal maiale”

“Oh povera bestia. Perché l’acqua ha le bollicine?”

“Perché è frizzante”

“Lo so, ma perché è frizzante?”

“Filippo zitto o salti la merenda”

Corsia giochi, un pianto che si leva alto e sovrasta la filodiffusione. Una bambina bionda con le trecce e un peluche azzurrino stretto al petto.
“Lo voglioooooooo” urla la piccola singhiozzando, tra disperazione e rabbia.

“Caterina a nonna, fa la brava che ci guardano tutti e poi pensano che sei una bambina maleducata”

“Non mi importa niente io lo vogliooooooo” continua imperterrita la piccola furia.

“Amore da brava che la nonna è stanca e ha il cuore malato. Posa quell’affare che devo andare a prendere il cavolfiore per lo sformato”

“Io odioooo il cavolfiore!!! Comprami questo perché lo vogliooooo!!”

“Caterina metti giù quella bestia all’istante altrimenti la nonna che è tanto cara ti crepa di mazzate”
Altro che punti e bollini. Un monumento bisognerebbe erigere ai coraggiosi che fanno la spesa con dei bambini piccoli al seguito.

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Spese pazze

Quando alcuni giorni fa me lo aveva domandato, ho faticato a crederci. Non mi sembrava vero. Lui, il preadolescente spigoloso e pungente, ha abbassato i suoi aculei da riccio per chiedere alla sua mamma di portarlo a fare shopping. La parola gli è uscita dalla bocca un po’ di traverso, con una punta di disgusto e una certa dose di fatica. Lui, che abiterebbe in un bosco -con una buona connessione wi fi- che immagina il centro commerciale come luogo di perdizione, che vivrebbe con la divisa dei Lakers addosso, ha abbassato le armi e dichiarato una tregua. E’ salito in macchina davanti solo, senza sorelle, si è allacciato la cintura e col tono fermo del soldato che va alla guerra ha dichiarato “andiamo”. E così siamo andati, mettendo fine all’epoca in cui è la mamma a scegliere e acquistare vestiti e scarpe secondo il proprio gusto personale. Abbiamo visitato più negozi di quanti fossero necessari, osservato e valutato felpe e magliette, scoperto di avere i gusti simili quanto un gatto e un topo. Io alla ricerca di colori e leggerezza, lui saldamente ancorato ad un’unica certezza: il nero totale. Lui, già pallido di suo, forse per non rischiare di abbinare i colori sbagliati ha deciso di evitarli del tutto ed è tornato a casa con un look total black, dalla testa ai piedi. Lieto e soddisfatto di avere assunto le sembianze di un vampiro, il figlio primogenito si è finalmente rilassato concedendo alla sua mamma di sbirciare dentro quel mondo sconosciuto, misterioso e lontano che è la preadolescenza. Fatto di amici, amiche, scuola, professori lontani e compagni ribelli, tanta pallacanestro e teorie sul mondo. Di uno sguardo che sembra superficiale e invece è critico e attento, profondo e sensibile, adulto con lo stupore di un bambino. Di un’ironia pungente e pertinente, di una simpatia che a casa tiene ben nascosta e al sicuro. Ciliegina sulla torta, un bel giro in una grande libreria, dove abbiamo osservato e sfogliato tanti libri diversi, scegliendo alla fine la biografia di un famoso e altissimo giocatore di pallacanestro.
Di ritorno a casa con le sorelle il giovane riccio ha rialzato gli aculei, ma pazienza. Per questa volta ho sbirciato abbastanza.

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