L’arte della disubbidienza

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“Taaaadaaaaaaa!!!! Sorpresa!”

“E questo cosa sarebbe?”

“Come cosa sarebbe? È un pesce rosso, no? L’ho chiamato Dorothy”

“Piccola, quanti milioni di volte ti ho detto di non fare il gioco dei cigni! Si vincono solo animali e io sono stata categorica!”

“Ma io ti avevo chiesto se potevo provare a vincere un criceto..”

“E io ho detto no”

“..o una tartaruga..”

“E io ho detto no”

“..e si vede che per il pesce mi sarò distratta”

“Distratta un corno. Io ti do un euro e tu torni subdolamente col sacchettino pieno d’acqua e il pesce più morto che vivo. Mi dici adesso dove lo metto?”

“La pentola grande? In quella ci sta un sacco di acqua”

“Quella è la pentola della pastasciutta! Se lo metto lì dentro va anche sul fuoco, credimi”

“Mami, sei la Crudelia De Mon dei pesci”

“Abbiamo due gatti piccola, due! Ti sei dimenticata? Come lo prenderanno secondo te?”

“Ehm..in amicizia?”

“No! Con il retino di tuo fratello! Basta. Quel pesce non può stare da noi”

“Quel pesce si chiama Dorothy”

Nella braccio di ferro tra Crudelia e Biancaneve ha vinto, per ora, la prima. Il piccolo sushi rosso è stato trasferito a casa di nonna, dove ha trovato alloggio e riparo.
E che nessuno dia un euro alla piccola fino alla chiusura della sagra.

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Si scende in campo

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Le scarpe nuove sul pavimento fanno un rumore sordo. Stridono, cigolano, alternando il tonfo di un passo al silenzio di un salto. La palla arancione rimbalza e rimbomba, tra le pareti appena imbiancate della palestra. L’aria si sposta appena dietro una corsa o un palleggio.
I ragazzi sono lì, in piedi e in campo, riuniti finalmente dopo la pausa estiva, nell’unica certezza delle nostre vite, la pallacanestro. La stagione ha compiuto la sua magia e fatichi a riconoscere qualcuno di loro, che conosci da quando erano poco più alti della palla e ora svettano una testa sopra di te, un’ombra di baffi sul labbro superiore e lo sguardo indolente e sfuggente. L’odore nell’aria è di quelli che non vorresti sentire, quel misto di formaggio, testosterone e muschio bagnato. Il profumo dell’adolescenza agonistica, insomma.
Io, che sono competitiva ma solo nelle cose in cui sono brava, poco costante anche in quello che amo, osservo e ammiro tanta reiterata passione. Un amore che convoglia in sé energia e pensieri, tanto da non lasciare spazi e angoli vuoti per altro, che li fa alzare dal divano su cui quotidianamente sprofondano solo per prendere al volo un rimbalzo. Che ascoltano la voce dell’allenatore come dei discepoli il messia, e intanto ti chiedi perché tu faccia tanta fatica anche solo a farli alzare dal letto.
Quasi quasi lascio il primogenito a dormire in palestra.

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Alla sagra

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“Due panini con la salamella
Due porzioni di patatine
Una pasta al ragù
Verdure grigliate”

“Mamma, mi dai un euro?”

“Posso fare il gioco dei cigni? Si può vincere un criceto, un pesce o una tartaruga. Poi scegli tu che animale preferisci”

“Vivo, nessuno”

“Chissà cosa vincerò alla pesca di beneficenza! Ecco, ho il quattrocento ventisette che è.. Ma che cos’è?”

“Mamma, mi dai due euro?”

“Io vado a prendere il bis di patatine”

“Arrivano i miei amici! Ciao mother, ci si vede”

“Ci sono le mie amiche! Quest’anno posso andare anche io da sola perché vado in prima media”

“Mami, allora io e te stiamo insieme. Sediamoci qui sugli scalini e leggiamo questo interessantissimo libro sulla natura che abbiamo vinto. Allora, devi sapere che il toporagno quando muore puzza così tanto che gli altri animali si rifiutano di mangiarlo”

“Mmm.. Interessante”

“Mamma, mi dai tre euro?”

La sagra settembrina del paese è sempre un’esperienza imperdibile. Immutabile e inevitabile. Le patatine col sale che ti rimane sulle dita, il tentativo vano di ottenere un pesce rosso, i misteriosi premi della pesca di beneficienza, che saranno donati l’anno seguente per lo stesso evento. Una comunità che si ritrova, grandi e piccini, nel fresco della sera sotto il caldo di un tendone. A osservarsi abbronzati e a trovarsi cresciuti. A chiacchierare del niente, in attesa di ricominciare con tutto, nell’ultimo strascico d’estate.

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Eppur si torna

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“Una settimana. Sette giorni. Centosessantotto ore. Diecimila ottanta minuti. Poi sarà la fine di tutto”

“Accidenti che conto alla rovescia! Cosa aspettiamo, l’apocalisse?”

“Peggio! Immensamente peggio! L’apocalisse sarebbe preferibile! Lunedì si torna a scuola, e non aggiungo altro”

“Come? Cosa? Scuola? Mi prendete in giro? Io non sono pronta. Mi mancano le matite colorate nuove e otto pagine del libro delle vacanze”

“Piccola tranquilla, le matite le compriamo e il libro lo finiamo. Ce la faremo”

“Ma chissene importa delle matite della piccola! Avete visto quanti libri che dovrò studiare? In un solo anno? Non è possibile”

“E pensa che manca ancora quello di tedesco”

“Argh”

“Le vostre preoccupazioni sono ridicole. Io ho gli esami quest’anno! Devo scegliere la scuola superiore! C’è in gioco il mio futuro! La mia vita!”

“Se la metti così puoi andare di diritto all’Accademia d’arte drammatica, tesoro”

“Io a scuola non ci voglio andare”

“Io nemmeno”

“Idem”

Non sarà un grande inizio, ma per la prima volta nella loro vita, i fratelli sono d’accordo su qualcosa.

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L’estate indosso

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L’estate è quel tempo di mezzo, senza inizio né fine.
D’estate è nata mia madre, d’estate è nata mia figlia.
L’estate è la stagione che ci cambia di più, anche il colore della pelle. D’estate la musica è più alta, perché i finestrini sono abbassati. D’estate si lascia la porta aperta per fare corrente, ed è più facile sia uscire che invitare ad entrare. L’estate ci lascia scoperta la pelle e l’anima, la prima  si scotta e la seconda si scalda. È il tempo del sollievo immediato, della doccia fredda per rinfrescare dal caldo, delle sorsate d’acqua fresca per dissetarsi, del dolce di un  gelato per rincuorarsi.
L’estate è il tempo del sogno che diventa possibilità, del cambiamento che sembra più vicino, della solitudine in una spiaggia affollata.
L’estate è nostalgia e desiderio, quando ci manca quello che vorremmo.
L’estate è andare a letto più tardi, alzarsi più tardi ma doversi sbrigare perché finisce presto.
L’estate che fa le gambe molli ma apre le braccia per accogliere novità.
D’estate fioriscono le fresie, si colgono i mirtilli e germogliano i cambiamenti.
L’imperativo categorico è di essere felici, allora ti senti un po’ più triste, ché i brividi si sentono più con il caldo che con il freddo.
E’ il tempo che si ferma per poi scorrere più veloce, verso quell’autunno che ci regola e rasserena. Quel settembre che è come un lunedì o un primo di gennaio, che odora di colla bianca e quaderni intonsi.
Su cui scrivere storie nuove.

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Fabrizio

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“Ero un bambino gracilino e anche un po’ solo. Dicevano che ero strano, lì seduto nel cortile di nonna, a parlare col vecchio cane e con le persone di passaggio. Mia madre mi ha iscritto a un corso di nuoto comunale, gratuito, non doveva pagare niente. È così è cominciata. Sono entrato in acqua e tutto è venuto naturale. Era il mio posto, il mio elemento. L’allenatore ha visto che andavo e mi ha preso con sé, mi ha portato nella squadra di nuoto della squadra vicina. Poi è arrivato l’agonismo, le prime gare, qualche vittoria. Le trasferte nei paesi intorno, qualche città lontana. Mi allenavo tanto, mi allenavo sempre. Poi tornavo a casa in bicicletta e le gambe non si muovevano dalla fatica. Pesanti come pietre. Ma nuotavo lo stesso, mi facevo il fisico. Il nuoto è l’asso di briscola per la crescita, sai? Però è bastardo, perché se non vinci non vali. E io non vincevo abbastanza. Allora è diventato altro. Un lavoro, da aprile a settembre, sempre in questa piscina. Anno dopo anno. Le persone, le stesse che crescono e invecchiano. Facce nuove, bambine coi braccioli prima che diventano adolescenti belle poi. I tuffi, non si può correre a bordo piscina, aiuto non so nuotare. Un altro si sarebbe depresso. Io no. Alla fine nuoto, quando tutti vanno via e la piscina ritorna ad essere la mia, e io ancora quel ragazzino che ci stava così bene. Ecco, il segreto è quello. Trovare un momento della giornata per lasciar libero il ragazzino che abbiamo dentro”

Tutti hanno una storia da raccontare, anche il bagnino della piscina. Basta volerla ascoltare.

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Chi ha voluto la bicicletta?

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“Conto fino a tre. Uno! Due! Due e mezzo..”

“Chi ha lasciato in giro il succo di frutta? Era così difficile rimetterlo in frigo?”

“Morire se dai una mano a apparecchiare. Niente. Se non è touch screen non merita considerazione. Qualche sera ti trovi l’iPhone da mangiare”

“Sto parlando. Parlando! Possibile che non puoi aspettare un momento? Va a fuoco il bungalow? Gli alieni hanno rapito tua sorella? No! E allora lasciami finire la telefonata!”

“Spegni subito o ti ritiro il Nintendo fino alla maggiore età”

E niente, siamo così, dolcemente complicati ma soprattutto clamorosamente inefficaci. La vita in campeggio al mese di agosto te la offre così, nuda e cruda, la verità su questi adulti -una sono io- impegnati nella sessione estiva della genitorialità. Che, come la pedalata di alcune biciclette, a volte avrebbe bisogno di essere assistita.

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L’età dell’amore

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“Sono confusa, non so che fare”

“Ma va così male?”

“No. Si. Non so. Insomma, all’inizio era come una festa. Meraviglioso. Attento, gentile, simpatico. Quanto ridere! Avevo dimenticato che le risate fanno sentire la testa così leggera”

“Appunto. È leggera e vola via. Bisogna tenerla ben attaccata alla testa, altrimenti è un disastro”

“Ma stavo così bene. Ci ho creduto davvero, insomma, ho esperienza e pensavo che mi sarei accorta. Il mio istinto mi avrebbe aiutato”

“È invece?”

“E invece niente. Scomparso. Inghiottito nel buio. Pensa che mi sono letta tutti i necrologi, ho pensato “magari è morto”. Mi sono pure preoccupata, capisci?”

“Hai provato a chiamarlo?”

“Certo. Nulla. La voce dice che il numero non esiste più”

“Quindi è scomparso”

“Scomparso. Volato via come una risata. Solo che a me viene da piangere”

Una sdraio orizzontale, parallela al mare. Alle spalle le file ordinate di ombrelloni e lettini a grosse righe giallo e arancione, di fronte le onde. Una delle due donne seduta indossa un costume con grosse foglie di edera stampate, a rampicare dalla pancia alle esili spalle. Tra una frase e l’altra sospira mentre con la mano accarezza una messa in piega perfetta di ricci ordinati. Candidamente bianchi. La sua amica è seduta accanto, avvolta in un grande pareo colorato. Di quelli comprati sulla spiaggia dagli ambulanti, il più bello tenuto aperto da mostrare e gli altri impilati sulla spalla.
I capelli grigi e corti tenuti indietro da una fascia, il capo leggermente inclinato a osservare con tenerezza la donna al suo fianco.
A sentirle parlare potevano essere due adolescenti alle prese coi marosi di una storia d’amore. Magari a casa hanno due nipoti quindicenni che si raccontano esperienze simili.
L’amore non ha età, le sofferenze del cuore pure.

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Albachiara

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L’aria pungente figlia della notte. Il cielo scuro che mostra lontani i primi bagliori. Un giorno nuovo appoggiato lì, sulla nitida linea dell’orizzonte. Arancione e rosa che stan così bene solo in un cielo d’agosto. La sabbia fredda sotto i piedi e il profumo di mare sotto il naso. Gli innamorati nei sacchi a pelo accanto agli scogli, per cogliere insieme il sorgere del sole e di nuove opportunità. E poi noi, una madre, un figlio e una canna da pesca. Felpa e sciarpona per una, infradito e canotta dei Lakers per l’altro. Il preadolescente, novello Sampei, ha affrontato baldanzoso la sua prima esperienza di pesca sportiva, e io ho finalmente capito perché nei cartoni animati la mamma del giovane pescatore di carpe giganti non s’è mai vista. È meglio aspettare a casa pelando patate per il contorno del pesce, che alzarsi a notte fonda per stare coi piedi a mollo nell’acqua ghiacciata. Nella nostra totale e assoluta ignoranza in merito, ci siamo scordati di portare una qualsivoglia esca. Ho dovuto pertanto sfoderare tutto il mio fascino per elemosinare qualche orrido verme dai pescatori di passaggio. Fascino che, alle sei di un mattino ventoso, mostra tutte le sue fragilità. Nonostante le avversità siamo comunque riusciti a montare la canna da pesca firmata Dechatlon, acquistata in un momento di debolezza per la bellezza di quattro euro e novantanove. E poi abbiamo aspettato, come ogni buon manuale consiglia. Lui in piedi, canna in mano, io seduta a gambe incrociate su uno scoglio, scomoda come non mai.
Dopo un tempo che è parso ragionevole a entrambi, ci siamo scambiati uno sguardo di intesa, di quelli che in un battito di ciglia decidono un destino. E canna in spalla ci siamo incamminati, vicini, sorridenti e a mani vuote. Un passo nella sabbia alla volta, abbiamo celebrato il battesimo della pesca con un cappuccio, un succo di frutta e due bomboloni al cioccolato al chiosco sulla spiaggia.
E per pranzo, pizza.

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Domani

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“Mamma, ho pensato a cosa vorrei fare da grande”

“Davvero? Raccontami, ti ascolto”

“Scarpe. Scarpe sportive”

“Scarpe?”

“Sì. Inventare nuove tecnologie per le scarpe da basket. Quelle delle marche famose, che indossano i giocatori più forti e anche per noi al campetto”

“Caspita, credo che non sarei riuscita mai a immaginarmelo. Mi sembra interessante”

“Sai perché sarei bravo?”

“Mmm.. Perché hai fantasia?”

“No. Sono un criticone. Non mi va mai bene niente. Trovo sempre qualcosa che non va. Quindi, posso provare a migliorarlo”

“Mi pare una gran bella motivazione. E anche un bel progetto”

“Mamma?”

“Dimmi amore”

“Stiamo più vicini, adesso”

La terra ha tremato a lungo, questa notte. Anche noi, dalla nostra casetta vicino al mare, ci siamo svegliati scossi da qualcosa di più del forte vento dei giorni passati. Mentre le bambine dormivano siamo stati lì, seduti sulla veranda, avvolti nella stessa coperta, coi piedi nudi che sbucavano fuori. A parlare del futuro che esorcizza il presente, quando dormire non pare possibile, e il domani è ancora troppo lontano.

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