Quotidiane equazioni

pag10-copia-e1428671945313“Mami, domani si torna a scuola! Che dramma!”

L’inesorabile squillo della sveglia, ogni mattina alle sei. Lo scuolabus alle sette e trenta, al freddo e buio. Il recupero a scuola il martedì e giovedì, che oltre lo zaino bisogna portare anche la cartelletta, la pianola e le scarpe da ginnastica. La pallavolo, il basket e la ginnastica tre volte a settimana per ognuno, che moltiplicato per tre fa nove accompagnamenti, se contiamo andata e ritorno fa diciotto.
Il catechismo, sempre per tre. La partita di basket del sabato, quella di pallavolo la domenica. I compiti e le operazioni, l’orientamento dopo la terza media e il tedesco, il libro da leggere e la poesia da imparare. Le divise pulite e i vestiti stirati, i biscotti per la colazione, una merenda per cartella, un cappello per ogni testa. Le liste e i post it, l’agenda e il cellulare, il presto che è tardi e la benzina alla macchina. Le vacanze sono finite, scuola e lavoro ricominciano. Sono bastati pochi giorni per disabituarci al dovere e al rigore, per abituarci ai vestiti comodi e alla lentezza. È che la comodità è infingarda, ti culla con una melodia lenta e sussurrata, finché non tocca ricominciare a muoversi al ritmo incalzante dei tamburi.
La quotidianità è una equazione complessa con più di un’incognita. Di quelle che tutti i passaggi devono funzionare, altrimenti bisogna ricominciare daccapo. Perché invertendo l’ordine dei fattori e dei bambini, il risultato cambia eccome.

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Buon compleanno

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Ci scorgi mentre camminiamo sul lago ghiacciato tenendoci sottobraccio, ridendo, per non cadere, sospesi come sul nulla.
Ci scorgi mentre frughiamo nelle calze della befana, seduti in pigiama sotto l’albero. Mentre facciamo i compiti delle vacanze intorno al grande tavolo di legno della nonna. Ci scorgi mentre ci sediamo nella sala già buia col bicchiere di pop corn in equilibrio, e per le due ore successive sprofondiamo nelle poltroncine e nella storia drammatica di un bambino perduto in India. Mentre prepariamo le polpette, scriviamo storie o ci incantiamo coi trucchi di magia.
Ci scorgi mentre soffiamo su una candelina i settantuno anni che oggi avresti compiuto e la piccola mette da parte per te una fetta di crostata.
Ci scorgi e sorridi sotto i baffi, ne sono certa.
Buon compleanno papà.

Barbara

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Eppur si cresce

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“Uh, guardate bambine, siamo capitate per caso al campetto dove gioca vostro fratello. Lo andiamo a salutare, che dite?”

“Mamma, stai bene? È lì coi suoi amici, nonché compagni di squadra ovvero quanto di più vicino a un fratello ho mai avuto, come dice lui. Continua a guidare e andiamo a casa, è meglio”

“Ma solo un saluto veloce, che vuoi che sia? Potrei lasciargli i soldi della merenda…”

“Mami, loro non fanno merenda. Vanno al Mc a bere la coca”

“Va bene ma la dovrà pagare, giusto? Dai che giro qui alla rotonda, ci mettiamo un attimo solo”

“Mamma, no. Non puoi piombare lì senza un valido motivo. Alluvione, cataclisma, asteroide in rotta di collisione, nient’altro. Altrimenti è la vergogna sociale”

“Ma su, che esagerazione, sono solo la sua mamma!”

“Appunto!!”

E così siamo tornate a casa, solo noi femmine, senza salutare il primogenito che è tornato più tardi baldanzoso e sorridente. Nella mano una bottiglia di coca piena per metà, gentilmente offerta dai suoi amici. E ho ripensato a quando ero io a vergognarmi di uscire coi miei genitori. Alla voglia di libertà, il desiderio di stare in gruppo, ai pomeriggi vuoti di tutto e pieni di niente, ma allegri e necessari. Alla vertigine dell’autonomia, la giacca uguale per tutti, il lessico in comune. Alla voglia di andare, quando sai sempre di poter tornare.

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Ascoltate tutti quanti

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“Accidenti! È finito il latte. E i biscotti. Pure il succo di frutta. Bambini, tutti qui! Stamattina si fa colazione fuori: vestitevi che andiamo al McDonald!”

“Mother, mi meraviglio. Ti ricordo che abbiamo cenato al mc due settimane fa e tu dici sempre che non bisogna mangiare al fast food più di una volta al mese”

“Ciao mamma, si sì tutto benissimo a scuola. Come? La verifica di geografia? Ehm…mi pare…forse ho preso quasghhfhkj”

“Hai preso quattro?? Come sarebbe? Ma allora non hai studiato proprio niente”

“Ecco, mi tratti male! Sigh sigh! Tu dici sempre che noi non siamo i voti che prendiamo, e invece davanti a un misero quattro che fai? Mi sgridi! Ah, come soffro”

“Forza forza che siamo in ritardo! Andiamo!”

“Mami ma io non ho ancora lavato i denti”

“E cosa hai fatto fino ad ora? Vabbè faccio tardi al lavoro, li lavi dalla nonna”

“Ma tu dici sempre che li devo lavare subito! Che l’igiene orale è importante!”

Genitori tutti, ascoltatemi. Tutto quello che direte potrà essere usato contro di voi. Per sempre. Fatevi assistere da un bravo avvocato.

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Un mestiere speciale

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C’è una categoria professionale che mi affascina e per la quale da sempre provo una certa ammirazione; l’ostetrica. Negli ultimi quindici anni mi è capitato di incontrarne più di una, come accade a ogni donna che intraprenda il percorso della maternità. Alcune mi sono rimaste nella memoria e nel cuore.

La prima che ricordo l’ho incontrata quando ancora non avevo bambini, pur aspettandone uno. È stata seduta a fianco a me in un momento buio e triste. Lei, con un calore tanto lontano dai toni freddi dell’ospedale, mentre un medico diceva parole che non volevo sentire, ha avvicinato la sua sedia alla mia, passando dalla mia parte della scrivania e del mio cuore in pezzi. Un gesto così semplice e nello stesso tempo così significativo.

Ne ho conosciuta un’altra la notte in cui è nato il mio primogenito, qualche settimana prima del dovuto e previsto. Nel momento più brutto, quando tutto si è fatto nero fuori e dentro di me, questa giovane ostetrica si è avvicinata al mio letto. Con un gran sorriso e una tranquillità contagiosa mi ha chiesto di darle i vestitini del bambino. “Li metto sotto la lampada, così il piccolo starà al caldo”. Allora ho pensato che se servivano i vestiti significava che il mio bambino sarebbe stato bene, e il mondo si è fatto un posto un po’ meno scuro e un po’ meno pericoloso.

L’ostetrica che ha fatto partorire la mia amica merita altrettanto.
Una donna ormai prossima alla pensione, con lo sguardo saggio e sereno di chi ha visto tanto e tanto imparato. Con poche parole l’ha assolta dall’impossibilità di allattare la sua bambina. Perché di assoluzione si ha bisogno, quando ti trovi madre di un figlio e di un insidioso senso di colpa nello stesso momento.

Per motivi di lavoro mi è capitato di conoscere e frequentare un’altra ostetrica e, come la maggior parte di quelle che ho conosciuto, è avvolgente ma ferma, accoglie ma sprona, comprende senza per questo giustificare. Sarà la categoria, sarò stata fortunata, non so. Forse per accompagnare un momento così speciale come la nascita bisogna essere delle persone davvero speciali.

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Giorno 1

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Lui è sul divano rosso, una gamba piegata sotto di sé e l’altra allungata davanti. Con una mano tiene il Kindle, con l’altra accarezza pigramente il piccolo felino, che giace abbandonato e sopraffatto dai grattini sul collo.

Lei è sul suo letto, sdraiata a pancia in sotto e coi piedi dai calzettoni colorati intrecciati e dondolanti. I capelli lunghissimi raccolti in un grosso nodo instabile sulla testa. Gioca distrattamente con una decorazione natalizia mentre legge il libro assegnato per le vacanze altrettanto distrattamente.

L’ultima è al tavolo della cucina, col libro e il quaderno di matematica aperto davanti, la lingua tra le labbra per la concentrazione e lo sguardo fisso sulla mano aperta, sua personale calcolatrice. Il felino maggiore la osserva composto, seduto al suo fianco, come un precettore d’altri tempi.

Incredula e commossa sto per raccogliermi in preghiera e innalzare canti di lode, quando suona il campanello. In un attimo fanno il loro ingresso tre preadolescenti amici del primogenito, giacca alla moda d’ordinanza e skate sotto braccio. Appena dietro di loro le tre vicine-amiche delle sorelle, giubbotti colorati e orecchini scintillanti. E così, travolti da questo tsunami umano vengono abbandonati libri, compiti e operazioni. La casa si riempie di voci, risate e qualche parolaccia.
Per le preghiere c’è ancora tempo.

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31

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Non confondere la grinta con la prepotenza
Litiga pure ma litiga bene, senza insulti, lagne o mani alzate
Cerca di essere più socievole e meno social, più contento e meno connesso
Ascolta prima di parlare, che l’ordine alfabetico non è casuale
Sii gentile, sempre
Assaggia qualcosa di nuovo, annusa un profumo diverso
Tieni in tasca un pensiero bello e un fazzoletto
Sorridi di faccia e ridi di pancia
Porta pazienza che le cose belle arrivano come i fari dentro la nebbia, all’improvviso
Ascolta una bella canzone con le cuffie, poi toglile e falla sentire a tutti
Piangi anche da solo se necessario, poi cerca delle braccia amate per sprofondare in un abbraccio
Scrivi ogni bella frase che ti viene in mente, anche sullo specchio appannato del bagno
Dai voce alla tristezza quanto alla felicità
Viaggia con la fantasia quando non lo puoi fare con l’aereo
Testa alta, coraggio e sorriso per ognuno dei prossimi trecentosessantacinque giorni a venire.
Buon anno a voi tre, che siete il mio caleidoscopio sul mondo.
Buon anno a voi tutti, che in un modo o nell’altro mi avete fatto compagnia su questa pagina bianca.

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Prove tecniche in corso

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“Mami…mami…MAMIIII!!!!”

“Aaaaaaa! Piccola! Signore che spavento. È notte fonda e tu urli?”

“Mi si è staccato un pezzo del l’apparecchio esterno me lo sistemi?”

“Aspetta che accendo la luce…”

“Aaargh!”

“Piccola, basta urlare! Che succede?”

“Perché c’è mio fratello nel lettone?”

“Chi? Ah, il grande. Ha fatto un brutto sogno, sii comprensiva”

“No. Domani allora vengo io”

“Va bene ma adesso torna a dormire per favore che ho sonno”

“Ok notte mami…aaaiaa”

“Ehi, ma che succede?”

“Mother?”

“O cielo è caduta la piccola!”

“Che male…aiaiaiaiaiai!”

“Fammi vedere e stai tranquilla. Un bel bacio sulla gamba e tutto passa”

“Va un po’ meglio ma non sono ancora guarita. E non ho più sonno”

“Neanche io!”

“Idem”

“Eh no, fermi tutti. Ora si dorme e non si discute”

“Ma dai, mother! Stiamo svegli e facciamo le prove tecniche per il capodanno. Pepepepe”

Ecco, appunto. Io che speravo di farla franca e andare a letto presto mi ritrovo con tre fanatici del trenino a mezzanotte e dei brindisi in compagnia.

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L’identikit

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Andatura ciondolante, scarpe slacciate. Felpa, maglietta, pantaloni e calze in tutte le sfumature del nero. Capelli spettinati, un’ombra di baffi sul labbro, un’ombra di inquietudine nello sguardo. In una mano un tubo di Pringles, nell’altra il cellulare, naturale prolungamento del suo arto. Il sorriso beffardo in casa, amichevole fuori, divertito con gli amici. La critica appoggiata sulla punta della lingua, un cobra pronto a scattare alla prima esitazione o contraddizione genitoriale.
Il dubbio e la messa in discussione di ogni certezza, da Babbo Natale al battesimo. La distrazione strisciante, la sciatteria imperante. Non si taglia le unghie ma taglia la corda non appena gli si presenta l’occasione. Lotta coi suoi amici tra il divano e il pavimento, in un crescendo di risate e virili pacche sulle spalle. Le mani rapide che fanno scomparire carte, apparire simboli, creare illusioni.
Lo studio fuori da ogni lista di priorità e bisogni primari, la pallacanestro in cima. Gli amici su, la famiglia giù. La contestazione sempre e comunque, come cifra stilistica e affermazione di sé. L’entusiasmo per le novità, l’appetito vorace in un corpo esile, le bibite gasate e le canzoni dei rapper arrabbiati. La tenerezza verso i cuccioli, umani e animali, l’inflessibilità contro il mondo di fuori.
La contraddizione in termini. L’identikit di un pre-adolescente, il mio.

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Solo un arrivederci

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Caro Babbo Natale,
Questa volta il caro è pura forma stilistica. Dobbiamo parlare. Credo ci sia stato un deprecabile scambio di missive, in tutto quel caos che devono essere le poste in Lapponia nella settimana di Natale. Se così non fosse, potrei addirittura vederci della malafede da parte tua. Perché non si spiega altrimenti. La congiuntivite bilaterale apparsa per magia la mattina del venticinque sui miei occhi, tanto per cominciare, e che sarebbe bastato anche per finire. Il febbrone da cavallo del primogenito, che ha passato la notte col minestrone surgelato findus sulla testa nel tentativo vano di riportare la temperatura al di sotto di quella di fusione del ferro, in un crescendo di deliri sportivi “era da tre! Il canestro era da tre!”
Il bicchiere di latte lasciato sopra il camino e rovesciato sull’albero, che tu dirai saran state le renne ma noi non ci crediamo mica. E poi, è difficile dirselo e non ci sono parole che possano addolcire la verità, ma bisogna avere coraggio. Questo è l’ultimo Natale che passiamo insieme. Ecco, l’ho detto. Abbiamo passato dei bei momenti. Per tanti anni sei sceso baldanzoso dal camino, anche quando non ce lo avevamo. Hai lasciato decine di pacchi e pacchetti, sgranocchiato pacchi di gocciole e consumato litri di latte. Ma è finita. La piccola, tua ultima fervente sostenitrice, non lo sarà ancora per molto. E qualche dubbio sarebbe dovuto venire anche a te questa volta, Babbo caro. Sul biglietto che ti ha lasciato accanto ai biscotti non si è limitata a chiedere certezza della tua esistenza, ma ha anche preteso la tua firma sugli appositi spazi. Ha persino voluto sapere se per caso sei mancino, come la sua mamma. Insomma, tanto vale guardare in faccia la realtà e salutarci. Ma mi raccomando, restiamo amici. Perché fra molti e molti anni ci sarà ancora bisogno di te.

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