Rosso fuoco

In principio è stata una fiamma, rossa e ribelle, che un vento fortissimo che spazzava il cielo ha portato nel posto sbagliato. Poi è stato spavento, concitazione, tentativi vani di arginare l’inarginabile. Poi sono arrivati loro, con la divisa colore del fumo e il casco sulla testa, che camminano sui tetti con la disinvoltura dell’uomo ragno e la calma di Gandhi. Che hanno spento le fiamme ma non la paura, lasciando una casa con una voragine vista cielo, la fuliggine sui muri e l’acqua sul pavimento. Lasciando pezzi di vita sparsi qua e là in una forma diversa, deformata dal calore, e un odore pungente che si attacca ai vestiti, sui capelli e nell’anima. Dei libri che non si leggeranno più, le foto con gli angoli accartocciati, l’orologio della cucina fermo sulle sette. La casa avrà bisogno di tempo, lavori e pulizia per tornare quella di prima. La nonna indomita e coraggiosa, sua proprietaria, ha dato comunque quattro giri di chiave alla porta prima di andare via. Con un pigiama in un sacchetto è approdata nella casa dove la aspettavano tre nipoti e due gatti. Pronti per ricominciare.

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“Ehm…buongiorno”

“Buongiorno signora. Patente e libretto, prego”

“Sì, certo, un attimo che li cerco…no, questa è la ricevuta del parrucchiere…lo scontrino del supermercato…la revisione della caldaia! Ecco dov’era finita!”

“Signora, non abbiamo tutto il giorno”

“Eh? No, certo, signor vigile. Aspetti che dovrebbero essere qui…eccoli!”

“Mi faccia un po’ vedere. Dove correva così di fretta?”

“Al lavoro, ma non andavo troppo veloce”

“Signora, la vede quella macchinetta lì? Lei dice un’altra cosa”

“No, guardi, posso spiegare. Ero un po’ in ritardo, non c’era nessuno…ma io sono sempre molto prudente, davvero”

“Vabbè, per questa volta…certo che se sarebbe andata più piano…”

“Fossi”

“Come?”

“No, niente, mi scusi”

“Scenda dalla macchina, su”

Lezione numero uno. Mai correggere o contraddire le forze dell’ordine e mordersi la lingua quando la solita grammar nazi fa capolino. Per la cronaca non sono stata arrestata nonostante la mia guida spericolata, la mia linguaccia e il bizzarro contenuto del baule della mia auto.

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Va’ dove ti porta il treno

pag10-copia-e1428671945313La sveglia è suonata implacabile e incorruttibile alle quattro e zero zero della notte, ché mattino ancora non si può chiamare, interrompendo un gran bel sogno di cui non mi pare opportuno raccontare. Fuori la Pasquetta era lì ad aspettarci, insolitamente fredda e giustamente buia, molto buia, forse perché mi ero dimenticata di accendere i fari della macchina. Alla stazione eravamo più di duecento, tra ragazzini in calzoni corti e genitori con sciarpa e piumino. Le mamme insieme, in cerchio e con le mani in tasca. A confrontarsi sull’abbigliamento “ma il tuo ha la giacca con le maniche lunghe o corte?”, sulla valigia “zaino o trolley? Ah, nel dubbio gli ho dato tutti e due”, sui mezzi di trasporto “ma va proprio tanto veloce il freccia rossa? Ma poi prendono anche la metropolitana?”, sulle paure, le stesse di quando erano all’asilo e prendevano lo scuolabus per andare alla fattoria “si perderanno? Mangeranno? Avranno fame, sete, sonno, nostalgia?”. Ma anche paure nuove, figlie di un mondo tanto bello quanto imprevedibile .
Il primogenito è partito alla volta della capitale con uno zaino più grosso di lui sulle spalle e i suoi amici intorno, con un pranzo al sacco, pigiama e magliette oltre a un invidiabile entusiasmo e voglia di andare.
E allora vai, ragazzo mio quasi grande. Vai e goditi l’avventura, che ci penso io a custodire la paura.

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43

Il tredici aprile sono nati Caterina de’ medici, Samuel Beckett, Thomas Jefferson e Jacques Lacane. Ma anche un’attrice pornografica polacca, un calciatore sud coreano, un cestista serbo, un modello giapponese, un rugbista argentino, un rapper statunitense, un pallavolista bulgaro, un hockeista su ghiaccio ucraino, una sciatrice alpina italiana, un calciatore panamense. Oltre a un sacco di altre persone. I nati il tredici aprile nell’oroscopo cinese sono tigri, in quello Maya cani, in quello nostrano arieti. Insomma, quadrupedi a qualsiasi latitudine. I nati il tredici aprile sono egoisti ma altruisti, generosi ma avari, coraggiosi ma pavidi, impulsivi ma riflessivi.

E poi ci sono io, che amo le storie rubate nelle corsie dei supermercati, che al casello dell’autostrada pago con le monetine per fare quattro chiacchiere col casellante, che in casa perdono disordini e urla ma combatto per i congiuntivi.

Che sono nata il tredici aprile.

E allora benvenuto, numero quarantatré.

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Lo so

Lo so che non è semplice tenere dentro undici anni in centosessantacinque centimetri, in bilico su un quaranta di piede.Lo so che è faticoso nascere e crescere schiacciati come la sottiletta dei toast tra un primogenito saccente e una piccola esuberante.

Lo so che è complicato imparare a conoscersi e riconoscersi in un mondo che corre più veloce della banda larga, dove tutto sembra facile, immediato e divertente.

Lo so che non è normale amare la scuola alla tua età, che è più piacevole ascoltare la musica nelle cuffie che le prediche della mamma nelle orecchie.

Lo so che ti guardi in giro curiosa, che vuoi andare da sola ma corri perché insieme alla libertà arriva anche la paura.

Lo so che il tuo peluche preferito non è più vicino al cuscino ma ai piedi del letto.

Lo so che ci sono le amiche, la pallavolo e la squadra. Che ci sono i ragazzini.

Lo so perché ti guardo, ti vedo e ti osservo, sempre incantata da vederti tanto simile a me, ma più bella.

Lo so che la somiglianza confonde ma l’amore distingue, e io ho il privilegio di conoscerti e scoprirti.

Io la vedo, la fiammella dentro di te. Ancora non sappiamo per cosa si accenderà. Ma io sono qui a custodirla, a tenerle le mani intorno per proteggerla dalle turbolenze e dalle vacuità di questo momento di crescita, dagli acquazzoni dell’adolescenza e dalle trasformazioni dell’età.

Lo so e sono qui apposta, mezzana del mio cuore.

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Gente di poca fede

Sedute su un gradino appena fuori casa, a godersi pigramente il sole di un pomeriggio di aprile sulla faccia. Lei, la vicina-amica un po’ affaticata da una pancia rotonda e gioiosa e io, rilassata a fianco a lei. Intorno a noi un numero imprecisato di bambini, alcuni nostri e altri no che giocano, corrono, vanno in bici e scavano buche. Col passo felpato del felino predatore si fanno avanti due signori dall’abbigliamento serioso e fuori moda, con una valigetta in mano. Il più anziano dei due si presenta subito come Luciano, il portatore di luce. Nomen omen, insomma, come si ostina a spiegare al più piccolo dei bimbi presenti, che ignaro del tentativo di conversione continua a zappettare con la sua paletta.L’anziano predicatore rivolge quindi la sua attenzione a noi due, tutte prese da questioni esistenziali quali “abbronzerà già il sole in questa stagione?” e si complimenta per la pancia e il suo contenuto.
“I figli sono doni del Signore, sia lode all’uomo che compie quest’opera”
“Ehm, veramente la compie la donna”
“Eh no signora cara! È l’uomo, il maschio, che tira le frecce dalla sua faretra! Tanto onore all’uomo con tante frecce”
“Guardi, meglio non inoltrarsi in questa strada pericolosa, mi creda”
“Ma è l’uomo che…”
Il pomeriggio è proseguito rilassato e caldo, tra giochi e chiacchiere. Il buon signor Luciano ha rischiato di incontrare prematuramente la luce sotto i colpi di una paletta. Mai disturbare due mamme al sole.

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Mamma

Ha aperto la porta a mezzogiorno spaccato con già indosso il cappottino azzurro delle grandi occasioni e il sorriso di sempre, in una domenica delle palme piena di luce. Ha chiuso la porta con le solite quattro mandate, ché non c’è troppo da fidarsi ed è salita in macchina allacciandosi rapida la cintura di sicurezza. Ad attenderci un ristorante in cui non entravano da anni, per la precisione da quando la nostra era una famiglia di tre persone. Abbiamo chiacchierato mangiando, raccontandoci qualcosa di noto e altro di nuovo. Abbiamo ricordato un tempo lontano e chi non c’è più, chi c’è adesso e come si sta. Abbiamo passeggiato nel parco di una bella villa, tra ragazzini che si sbaciucchiavano sui prati, signore col cane e bambini sulle altalene, senza il cappottino azzurro perché faceva troppo caldo.Da madre ti dimentichi a volte di essere anche e ancora figlia. Che quella è la tua mamma e non solo la nonna dei tuoi bambini. Che molto di quello che sei, forse anche di quello che non sei, arriva da chi è venuto prima di te. Io ho ricevuto la creatività, la fantasia, la testardaggine nonché una pericolosa inclinazione a volere sempre avere ragione. La tenerezza, la cura e certamente non il pollice verde. Per questo speriamo nelle nuove generazioni.

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Amici

Guglielmo ti ha invitato a iscriverti al suo gruppo chiuso di amanti della cicoria saltata in padella, ma è un invito strano visto che poi ti trovi comunque iscritto. È un po’ come chiedere a qualcuno di venire a cena da te e apparecchiare per lui anche se dice no.
Il tuo amico Antonino ha pensato potesse piacerti la sua pagina di poesie composte in prima elementare, e il tuo like compare nella sua bella paginetta, tra il suo faccione sorridente e l’ode al rododendro.
Stephanie ha condiviso un evento in cui ci sei anche tu. La sua iperbolica festa di compleanno alla discoteca La Pantera. Peccato che tu non abbia idea di chi sia Stephanie e alla discoteca La Pantera non ci andresti neanche morta.
Aurelio, con una costanza che ha del miracoloso, ti scrive ogni mattina in privato “Kaffè?”

E tu non solo non vuoi conoscere Aurelio, ma auspichi pene corporali per chi utilizza le kappa in parole che non siano kebab, koala e kiwi.
Franco ti ha iscritta al gruppo ragazze gnocche e lì non ti lamenti perché quando mai ti ricapita di essere chiamata ragazza. 
Samantha ha detto che era con te e altre centodieci persone all’evento “dimagrisci dieci chili in dieci giorni”. Peccato, averlo saputo prima sarei andata volentieri. 
Facebook è un paese strano, dove si parla senza sapere, si condivide senza conoscersi, si fa senza avere il permesso. 

E se ti piace, mi raccomando, scrivi amen e condividi.

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Salvezza in offerta

“Signora bella! Ascolta a me!”
“Ehm…buongiorno. Scusi ma vado di fretta”
“Nostro signore nella sua infinita misericordia saprà aspettarti”
“Oh, bene. Grazie ma devo fare la spesa”
“È il nostro spirito che deve essere nutrito, bella signora! Non i carrelli della spesa”
“Beh, forse il parcheggio di un supermercato non è il posto migliore per la predicazione”
“Ogni luogo è buono per portare la parola del salvatore! Donna! Vuoi tu essere salvata?”
“Io veramente vorrei solo trovare l’euro per il carrello”
“Il signore ti aiuterà, bella signora, se tu ti affidi a lui!”
“Gentile a preoccuparsi ma faccio da sola”
“La superbia non ti deve appartenere! Concediti al signore, bella signora”
“Oh! Finalmente! Ecco l’euro! Se si sposta prendo il carrello, scusi”
“Non ti concedi dunque?”
“Sono già impegnata, grazie comunque”
Un cappello di paglia su una testa canuta e una camicia a quadri infilata in un paio di pantaloni troppo larghi, stretti in vita con una cinta. Il novello evangelista aspetta nel parcheggio di un supermercato, non per chiedere un euro bensì per offrire la salvezza eterna. In offerta speciale.

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Amor de fradei amor de curtei (trad. amore tra fratelli è amore di coltelli)


Mio fratello e io condividevano la stanza. Lui dipinse baffi e corna col pennarello indelebile sul mio poster di Louis Miguel, primo amore mai dimenticato. Per vendetta raccontai alla mamma che l’enciclopedia degli insetti che lui teneva sull’ultimo ripiano della libreria conteneva in realtà l’opera omnia del fumetto pornografico.
Eravamo alle medie. Io in terza, mia sorella in prima. Un giorno mi vide fumare fuori da scuola con alcuni compagni. Era il mio primo tiro e mi aveva anche fatto schifo. Lei lo raccontò a mamma e papà durante il pranzo di natale, a parenti riuniti. 
Ai miei fratelli maggiori non piaceva il mio fidanzatino dei sedici anni, colpevole di essere juventino e noi una famiglia di interisti. Un giorno, mentre mi stavo preparando per uscire con lui, furono loro ad aprirgli la porta e raccontargli che mi ero fidanzata con un altro. Non l’ho mai più rivisto, nonostante abbia cercato in ogni modo di spiegargli.
Mia sorella ha raccontato alla ragazza che mi piaceva e che invano provavo a conquistare, la più bella della scuola e per questo più invidiata, che ero gay.
Mio fratello minore ha passato i primi dieci anni della sua vita a darmi fastidio. Credo fosse una missione.
Le mie sorelle sono molto unite, così tanto che è come essere figlio unico senza una però una stanza propria ma l’eredità da dividere.
Mio fratello a cinque anni ha convinto la mamma a lasciargli spingere la carrozzina con me neonata dentro e ha cercato di lanciarmi giù per una discesa. 
Mio fratello maggiore mi ha ripetuto per anni che io sono stato adottato. Per avvalorare la sua tesi mi ha anche donato una copertina lacera che a suo dire stava nella cesta in cui sono stato trovato.
Ogni volta che mi capita di conoscere delle fratrie cerco di farmi raccontare i loro rapporti.

Quando a casa mia scatta la lite, volano mazzate e parole grosse tra i tre consanguinei, io cerco conforto in queste storie.

E mi dico che in fondo, essere figlia unica non è stata la disgrazia che mi figuravo.

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