Che cosa farà da grande

“Mami che belli, teneri, cucciolosi!! Sabato è stato meraviglioso, non vedevo l’ora di vederli”

“Piccola, sono contenta che finalmente tu sia riuscita a conoscere i cuccioli di Zelda”

“Anche io. I cuccioli sono tutti neri, tranne uno che ha una macchia bianca sul collo. Chissà da dove è venuta! La sua mamma è nera, il suo papà è cioccolato.

Comunque Zelda è bravissima a fare la mamma: ha una gran cura dei suoi piccoli”

“Proprio come te, mother ahahahah”

“Zitto e mangia”

“E pensa che mi venivano vicini. Mi sono lasciata annusare anche se profumo di gatto”

“Al limite puzzi, di gatto ahahahah”

“Zitto e mangia”

“Mother, ma è il polpettone! Il tuo, polpettone! Sai che non ce la facciamo proprio”

“Mamma, ha ragione lui”

“Mmm…che bontà! Mami, posso avere un’altra fetta? Anche insalata, grazie”

“Fermi tutti. La piccola sta male! Vuole il polpettone della mamma! C’è un dottore in sala?”

“Siete orribili, voi due. Vostra sorella apprezza le cose buone, tutto qui. Tieni, piccola”

“Grazie mille, mami. Belli i capelli, sei andata dalla parrucchiera?”

“Ehm…no, anzi sarebbe proprio il caso di lavarli”

“E il lavoro, oggi? È andato bene?”

“Uhm…sì, ma…ti senti bene?”

“Benissimo! Ah, ti trovo dimagrita”

“Piccola infingarda. No! Non prenderemo un cucciolo!”

“Ahahaha la piccola è stata smascherata!!”

“Basta, non ne voglio più di polpettone”

Forse da grande diventerà una veterinaria affermata.

O più probabilmente un ottimo politico.

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Lisboa

Un continuo saliscendi, su strade lastricate di pietra. I piedi doloranti per un paio di scarpe nuove inadatte al viaggio.

Le scalinate, infinite per il fiato e tonificanti per i polpacci, che all’improvviso ti aprono scenari inaspettati.

Il colore, sulle case e nel cielo, spesso lo stesso. 

Un negozio di sardine simile a un circo, i tavoli in strada e le panchine vicine.

Un fiume che scorre lento sotto lo sguardo di un altissimo Cristo, che sembra tenere le braccia aperte anche per te.

Una torre sull’acqua, dove poggia l’immagine di un rinoceronte. Doveva essere il folle dono di un sovrano a un pontefice, ma il povero animale è naufragato durante il viaggio e non è mai arrivato a destinazione.

La cena in quello che era un carcere femminile e oggi è un luogo dove si mangia e si impara.

Un monastero bianco e imponente, che per secoli ha ospitato preghiere e per ultimo un orfanotrofio.

Un tram giallo antico, funzionante e panoramico che si inerpica tra pendenze e strettoie.

Avere accanto chi è capace sempre di mostrarti i dettagli, che perde il cellulare ma non la testa, che condivide con te la costante meraviglia della scoperta.

Obrigada, Lisbona.

Torniamo a casa con tanta bellezza negli occhi e le parole di Pessoa, che qui ha vissuto, nel cuore.

La vita è ciò che facciamo di essa.

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Di buon mattino

“I shot the sheriff 

But I didn’t shoot no deputy, oh no! Oh! 

I shot the sheriff 

But I didn’t shoot no deputy, ooh, ooh, oo-ooh

Yeah! All around in my home town…”
“Ah, Wily wily

Ah, Nari nari

Fumiamo i casini

Beviamo i problemi

Fammi un applauso con i piedi

Ora che sono ancora in piedi

Qua non ti ascoltan quando hai sete

Ti stanno addosso quando bevi

Habibi

Habibi, habibi, habibi

Habibi, habibi, habibi”
Io con la radio accesa, lui con un paio di enormi cuffie che fanno tanto deejay anni ottanta.

Ognuno che ascolta la sua musica, disprezzando silenziosamente quella dell’altro. 

Fuori è buio, non sono ancora le sette, ma dal lunedì al sabato madre e figlio si dirigono in macchina alla fermata dell’autobus.

Anche io sono stata accompagnata da mio padre, quando andavo al liceo e abitavo lontano. 

A papà piaceva molto cominciare la giornata insieme, poco importava se il suo lavoro cominciasse un -bel- po’ prima della campanella. 

Mi lasciava al bar vicino alla scuola e proseguiva verso il suo posto di lavoro. 

Io aspettavo lì ed è un miracolo che non sia diventata alcolista, malgrado oggi abbia una preoccupante dipendenza dai cappuccini con la cannella.

Il primogenito è più fortunato, e tutto sommato lo sono anche io. 

In quei cinque minuti di macchina, due semafori e una buona dose di sonno, riusciamo a dirci come saranno le nostre giornate. A lagnarci del freddo e dell’interrogazione di chimica. 

A sgridare -io- e a lamentarsi -lui- perché siamo sempre un po’ in ritardo.

A contaminarci con i rispettivi gusti musicali.

Poi io accosto dove non potrei, lui sorride chiudendo la portiera.

E un altro giorno comincia.

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Vedo nero

“Mami, che venerdì nero, sono distrutta”
“Ciao piccola, bentornata. Però oggi è lunedì, non venerdì”
“Ecco, peggio ancora”
“Ehi, sembra una faccenda seria. Che è successo?”
“Allora. Intanto oggi avevo musica e dovevo portare la chitarra”
“E l’hai portata, ti ho accompagnata a scuola io e…”
“Insieme alla chitarra dovevo avere il plettro, che tu tutti i lunedì mi prometti di comprare e tutti i martedi ti dimentichi”
“Oh porca…giusto, il plettro. Ti prometto che domani te lo compro”
“Sì, vabbè. Poi la maestra ha interrogato in scienze. Tutti. Tranne me”
“E tu sei arrabbiata per questo?”
“Certo! Ero preparata, io! Avevo fatto pure la ricerca su Einstein! Sapevo tutto”
“Dai, ti interrogherà la prossima volta”
“E poi, indovina un po’? In mensa c’era il risotto giallo”
“Oh, almeno qualcosa di buono da mangiar…”
“No! È quello che credi! Ma il risotto della mensa è peggio del tuo polpettone”
“Non capisco adesso cosa c’entri il mio polpettone”
“Sai cosa ci mettono nel riso? L’acqua calda! Perché quando arriviamo noi a mangiare è tardi e il risotto sembra lo slime che fa mia sorella, quello con la colla”
“Accidenti, neanche un buon pranzo”
“E non è mica finita qui!”
“Cielo, che altro può essere successo?”
“Scendendo le scale mentre uscivamo la mia amica mi ha dato una gomitata sui denti”
“Oh tesoro, mi spiace! Ti sei fatta male?”
“No. Però capisci che ne erano già successe abbastanza”
“Certo. Capisco. Adesso però sei a casa e puoi rilassarti e riposarti”
“Meno male. A proposito, che si mangia per cena? Lasagne? Pasta al ragù? Tagliatelle? Mmm…ho una fame!”
“Ehm…no. Passato di verdure”
“Scherzi, vero?”
“No”
“L’avevo detto io che era un venerdì nero”
Vado a comprare il plettro, che è meglio.

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Emanuela

Fuori dalla scuola elementare, mattina presto.

Quell’attimo di quiete subito dopo l’ingresso, quando i bambini sono ormai in classe, i genitori in macchina e il marciapiede è libero.

Si sono incontrate lì e pochi passi dopo di sono accomodate nel tavolino d’angolo di un bar del centro.

Con due caffè davanti hanno trovato finalmente un momento per avvicinarsi, loro che si conoscono ma solo da lontano.

Lei con una cascata di ricci e un sorriso che sembra poter sistemare tutto. 

Lei tanto bella ma con una simpatia che mette a tacere le gelosie femminili.

Lei che tutti conoscono e tutti salutano, forse perché spinge la carrozzina più colorata del paese.

Lei che ha tirato fuori dalla borsa il libro per avere una dedica, anche se forse l’autografo glielo avrei dovuto chiedere io.

Perché lei è una donna che ha capito.

Che ha attraversato il bosco buio della paura e della disperazione, quello dove i lupi sono cattivi e sembra non ci sia né luce né speranza.

Lei che da quel bosco non è scappata, ma è riuscita a cogliere i fiori. 

Lo ha abitato, facendone un posto accogliente e sicuro per sé e per i suoi bambini.

Lo ha arredato, perché ci ha fatto pure costruire un bellissimo parco giochi dove tutti i bambini possono giocare, anche se le gambe non li sostengono e le braccia non li sollevano.

Lei che non ama i complimenti ma i racconti, che riesce a sorridere davanti agli strampalati regali di compleanno del marito, che sotto quei ricci ha ancora tante idee e progetti.

Per rendere quel bosco un posto buono per tutti.

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Fatiche


Ha combattuto una guerra di laser coi suoi amici, bardato come Dart Fener a carnevale. La battaglia dà appetito quindi per merenda ha ingurgitato imbarazzanti quantità di pizza prima e marshmallow poi, riuscendo a digerire come me dopo una cena a base di tisana benessere.

Ha arbitrato una partita di pallacanestro portandosi a casa, oltre che i consueti insulti, qualche complimento dai giocatori.

Ha girato il paese con gli amici la sera di halloween, coi capelli dipinti di blu e una ferita finta nel braccio, rimediando qualche liquirizia e mezzo biscotto.

Carta d’identità alla mano, ha guardato al cinema con gli amici uno spaventoso film dell’orrore, che fino a pochi giorni prima non avrebbe potuto vedere, e dal quale sarà tormentato fino alla maggiore età.

Ha finito di leggere un classico, la storia di un ragazzino che dopo una lite coi genitori va a vivere sugli alberi e ci trascorre la vita intera, anche senza la connessione wi-fi.

Ha recuperato il tragico esordio della verifica di matematica, compreso qualcosa in più di fisica e si è appassionato al laboratorio di chimica.

Ha imparato nuovi trucchi di magia, litigato per il caricabatterie con sua sorella, pensato di farsi i dreadlocks.

Ha pagato il biglietto del treno a prezzo pieno e con sua somma indignazione ha capito di essere penalmente imputabile per le sue azioni.

La prima settimana di vita da quattordicenne è passata cosi, tra novità e consuetudini, brevi scemenze e fugaci consapevolezze, momenti di grazia e di disgrazia.

Che bella fatica diventare grandi.

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E il tuo nome sarà Maria

“Mother! Ho preso una decisione! Si cambia!”
“Ma dai? Si comincia a studiare seriamente? Aspetta che chiamo le tue sorelle e intoniamo l’Alleluia”
“Ma ti pare? E comunque io studio già, quindi non sei divertente. No, si cambiano i capelli!”
“Puoi essere più preciso? Mi sta salendo una strana inquietudine”
“Mah, sono indeciso. Da un lato vorrei fare i dreadlocks…”
“Va bene, mi siedo”
“Oppure rasare tutto sotto e farli schiacciati tutti davanti sulla faccia”
“Piccola, chiama aiuto. La mamma non si sente tanto bene”
“Su su mother! Sono tutte cose belle! Devo solo decidermi. Adesso però esco che vado al campetto coi miei amici e poi all’allenamento. Saluta Antonio!”
Due minuti dopo
“Mami, guarda che ha dimenticato il borsone di basket”
“Va bene piccola, lo chiamo e glielo dico, grazie”
“Mami, ma il cellulare sta suonando in camera sua! Ha dimenticato anche quello! Ahahahah guarda qui che nome esce quando lo chiami tu? Ahahah!”
“Maria”
Ecco, sono stata memorizzata come una qualunque Maria. 

Si erano sbagliati. 

Non era solo “donna, partorirai con dolore”, il castigo divino.
Proseguiva con “e avrai un figlio adolescente”

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Zucca o zucchina?

“Mami mami che bello! Tra poco è Halloween e si va a fare dolcetto o scherzetto!”
“Cosa? Non se ne parla. Noi non festeggiamo questa festa pagana, non adoriamo il demonio! Non celebriamo le tenebre ma la luce!”
“Mami, scherzi?”
“Certo. Ho già cambiato le pile della zucca da mettere sul terrazzo”
“Ah, beh, allora…comunque io mi metto il pigiamone di Stich e giro tutte le case del paese! Però le caramelle non mi piacciono. Chiederò lasagne”
“Piccola, se si chiama dolcetto o scherzetto ci sarà un perché. Non puoi chiedere una teglia di lasagne”
“Pasta alla carbonara?”
“No”
“Pasta al ragù?”
“Nemmeno”
“Tortellini panna e prosciutto? Quelli sono sani, hanno dentro gli spinaci”
“Guarda che stiamo a casa”
“Mami, uffa! Togli sempre tutto il divertimento!”
Certo. 

Altrimenti che gusto c’è a fare la madre?

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Fuoco

“Mamma, perché un bosco? Cosa può farti di male? È lì per tutti, non è di nessuno”
Brucia.

Brucia da giorni, la nostra montagna.

Le fiamme alte, il fumo, una nuvola scura nel cielo.

Il fuoco è potente, tanto quanto è criminale la mano che lo appicca.

Perché provocare un incendio non è altro che questo. Un gesto criminale.

Ma la nostra montagna è ancora lì, e non è sola. Vigili del fuoco, volontari, canadair e elicotteri, che ormai ininterrottamente lavorano per spegnere quelle fiamme. 

Con una città che attende, spera, osserva. 

Ci si abitua alla bellezza, delle cose, delle persone e anche della natura. 

Ci si dimentica di quel monte, che ci guarda dall’alto, da sempre, che abita questi luoghi da molto prima di noi. 

Ci si dimentica che distruggere è sempre più veloce che costruire.

Ci si ricorda di quanto le persone possano essere eroiche, nello svolgere il proprio lavoro.

Ci si stupisce di poter essere così in apprensione, come se quel monte fosse un parente, un amico, una persona cara. 

E allora aspettiamo, con gli occhi in alto, verso la montagna.

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Taaaac!

Luci basse, odore indefinibile, di vetustà e finestre aperte di rado.

Una porta pesante che cigola mentre si apre e quando si richiude alle spalle.

Un signore non vecchio né giovane, coi capelli bianchissimi e una collana dorata e luccicante al collo.
“Buongiorno, avrei bisogno di tre marche da bollo da sedici euro”
“Eccole sciura bella”
“…”
“Eh no, il bancomat! Only cash, sciura bella”
“Ah, va bene, tanto c’è la banca qui fuori”
“No! Non c’è”
“Ma fino all’altro ieri era lì…”
“Sciura bella ascolta un cretino. Sono cinquant’anni che apro questo negozio ogni mattina e lo chiudo ogni sera. Se ti dico che la banca non c’è, non c’è”
“E quindi?”
“E qui di prendi la prima a sinistra, la seconda a destra e taaac! Il bancomat”
“Ok. Bene. Vado. Un’ultima cosa. Lei può farmi una fotocopia?”
“Eh no bella sciura. Però se vai dai CIAINA qui avanti, gli occhi a mandorla che riparano i telefonini, te la fanno”
“Capisco. Grazie. Arrivo subito”
“A dopo bella sciura”
Io credevo fosse una figura mitologica, come gli unicorni, i neonati che dormono tutta la notte e la taglia trentotto dopo i quarant’anni.

Invece il milanese imbruttito esiste, e vive con noi.

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