Come è andata oggi?

“Mami mami mami eccomi qui sono tornata da scuola è andata molto bene oggi perché avevo il panino al prosciutto per merenda anche se il prosciutto l’ho rubato a mia sorella che quando si accorge mi insegue ma vabbè, lo sai che mi sono dimenticata la maglietta di ricambio per l’ora di motoria e allora ho tenuto la felpa tutto il tempo poi dopo ginnastica mi sono rinfrescata con le salviettine perché la maestra dice che puzziamo tremendamente anche se non è mica vero e poi all’intervallo mentre mangiavo il mio panino al prosciutto ho sentito le maestre che dicevano ‘magari oggi cambiamo i posti’ e allora io sono corsa a dare l’allarme e ho avvertito tutti di restare pronti e ho fatto mantenere la calma perché si sono agitati tutti, e poi ci ha cambiato i posti per davvero ma noi ormai eravamo pronti e poi sono vicino a C. e sono contenta anche se non dureremo perché chiacchieriamo troppo, poi ho da fare tre pagine di grammatica e devo studiare inglese ma è tutto sotto controllo e poi sul pulmino al ritorno…”

“Piccola, a tavola”

“…”

In vino veritas, in pasta al pesto silentium.

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Ponte

È la prima pennellata di smalto rosso sulle unghie, la radio alzata al massimo mentre guidi e canti ‘quindi Marlena torna a casa’, perché quella canzone ti entra dentro e vuoi che si senta anche fuori.

È l’ultimo brandello di dignità che ti impedisce di appendere in camera il poster del cantante, tanto carino quanto quasi coetaneo del tuo figlio maggiore.

È una festa improvvisata di adolescenti in salotto, che entrano portando allegria, baccano e una tremenda puzza di piedi, che dicono ‘no grazie ho già mangiato’ anche se tu non gli hai offerto niente e comunque si divorano una buona metà della dispensa.

È la scheda di matematica della piccola, che odia articoli e equivalenze ma non ama molto neanche la proprietà commutativa.

È la serie guardata a notte fonda perché il giorno dopo non si va a scuola, anche se poi ci pensa il gatto a svegliarti alla solita ora.

È il lavoro che non si ferma perché è festa, ma tu sei ormai abituata a vivere con un calendario diverso dove le festività sono solo per gli altri.

È la mezzana fiera di aver passato la rete con le mani, saltando un po’ più in alto, il grande che misura la sua spalla con la mia sorridendo sornione, la piccola che fa il mortale ma ci dice di star pure tranquilli.

È il sushi mangiato a pranzo e cena, ché in un clima da polenta e gorgonzola ci piace essere trasgressivi.

È che ci bastano tre giorni di ponte per sentirci in vacanza anche se il panorama fuori è rimasto lo stesso.

Quello dentro, forse no.

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Tutto sua madre

“Ehi, andiamo che si fa tardi”

“No mother grazie, vado a piedi”

“Forza, prendi il borsone che ti porto all’allenamento”

“No mother grazie, vado a piedi”

“Accidenti come piove, dai salta su che ti do un passaggio”

“No mother grazie, vado a piedi”

“Ma ti senti bene? Che succede? Non hai mai rifiutato un passaggio in vita tua, dai fuori di matto quando ti dico di fare da solo e adesso?”

“Niente mother, ho sola voglia di camminare un po’”

Ecco, lo sapevo che qualcosa aveva preso da me.

Anche lui ha bisogno di uno spazio privato, un angolo di solitudine, un momento di libertà.

Di ascoltare la musica con le cuffiette nelle orecchie e l’aria sulla faccia, delle gocce di pioggia intorno, di respirare l’aria fredda mentre lasci libero il pensiero.

Di rielaborare la giornata, gli eventi, di ascoltare e ascoltarsi.

Di tenere alla solitudine quanto alla compagnia.

“Mother, fantastico! Ho guadagnato un mucchio di Sweatcoin camminando! Fighissima questa nuova app! Di questo passo fra due anni ne avrò abbastanza per un nuovo iPhone”

Il primogenito ha scaricato un’applicazione che regala moneta virtuale ogni diecimila passi, per acquisti in un negozio altrettanto virtuale.

E tutte le mie speranze sono state sepolte sotto una montagna di SweatCoin.

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Che sorpresa

Tre, due uno…sorpresa!!

Lui è sulla porta immobile, pietrificato nel gesto di togliersi la giacca, le braccia indietro, la mano stretta intorno al polsino.

La divisa da lavoro immacolata, la camicia bianca che ha stirato lui stesso. Ci tiene a essere sempre in ordine, al lavoro.

Lui è F., diciotto anni compiuti quel giorno, albanese che da tre anni vive qui, in un paesino tra la montagna e il lago, insieme ad altri ragazzi che, come lui, hanno fatto del viaggio la speranza di una vita nuova.

F fa il cameriere in un ristorante colorato, ha cominciato da pochi mesi ma ha già imparato dove vanno le posate, come si porta un piatto, che il cliente ha sempre ragione. Ha imparato a preparare la pastasciutta piccante, quella che brucia in bocca e ti fa lacrimare gli occhi.

Glielo hanno insegnato loro, che sono marito e moglie e i proprietari del ristorante colorato. Hanno chiuso un occhio la volta che ha fatto cadere i bicchieri tornando in cucina, perché se non rompi qualcosa non sei un vero cameriere. Hanno avuto la pazienza di aspettare che imparasse a pronunciare bene tutti i piatti del menù, da proporre ai clienti. Hanno capito che stare lontano dalla famiglia non è mai semplice e spesso doloroso, forse perché anche loro arrivano da un posto che non è quello dove siamo adesso.

Lui in cambio si è sforzato di superare una grande timidezza e ha cercato di imparare il più possibile, con umiltà e impegno.

E ieri sera, proprio in quel ristorante, gli hanno regalato una festa a sorpresa, tutti insieme, pizzaiolo, camerieri, proprietari invitando le persone che accompagnano ogni giorno F e i ragazzi che condividono questa faticosa avventura del crescere.

Lui è rimasto così, con la mascella caduta e una gioia inaspettata.

C’è speranza, ancora.

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Il momento giusto

In macchina, è domenica mattina, la mezzana a fianco, la piccola dietro, il tergicristallo davanti che si muove ipnotico, al ritmo della pioggia che non smette di cadere.

Quei momenti di rara lucidità in cui capisci che io momento è giunto, non puoi procrastinare oltre, la verità deve essere detta ad alta voce e tocca assumersi le proprie responsabilità.

“Piccola, ti devo parlare di Babbo Natale”

“Mami, è presto per scrivere la letterina”

“Mamma, sei impazzita? Non è ancora il momento”

“Il momento per cosa?”

“Silenzio, so quello che faccio. Beh, piccola, vediamo. Ti ricordi l’anno scorso, che mi facevi tutte quelle domande, ma come fa Babbo Natale a girare il mondo in una notte, come può fabbricare tutti quei giochi e i vestiti con le etichette, le renne come fanno a volare?”

“Sì, mi ricordo ma tu sei stata molto convincente nelle risposte”

“Uhm. Sì. Bene. Ecco. In realtà volevo dirti che…”

“Mamma, sorridi”

“Ma…che fai? Mi stai filmando col cellulare?”

“Certo! Faremo milioni di visualizzazioni! Madre imbranata e imbarazzata che cerca di spiegare alla sua bambina che Babbo Natale non esiste…”

“Cosa hai detto?!”

“Ah, brava, guarda un po’. Bel colpo. Stavo cercando le parole giuste…”

“Mamma, quali parole giuste. A me lo hanno detto a scuola quando ero più piccola della piccola ma ho fatto finta di niente perché tu ci tenevi tanto alla letterina, le renne, il latte coi biscotti lasciati sul camino”

“Quindi mami te li mangiavi tu i biscotti? E lo bevevi tu il latte?”

“Ehm…sì ma era per mantenere la magia del Natale, l’aspettativa, l’incanto…”

“Mamma, stai andando sempre peggio, sappilo. Ma il video sarà una bomba! Piccola, come ti senti? Triste?”

“No. Come se mi avessero pugnalato”

La pioggia continua a cadere, i tergicristalli ad oscillare.

La piccola si sente tradita e mi tiene il muso.

Però avremo milioni di visualizzazioni, eh.

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15

Devo dirti qualcosa.

Sì, proprio a te che hai il ciuffo sugli occhi e gli elastici sulle caviglie per tenere su i pantaloni, come moda comanda.

Devo dirti qualcosa ma non è mica semplice, ci vuole equilibrio e l’equilibrio tra un adolescente e una madre non è cosa da tutti i giorni.

Tu che mi chiami mother, oppure Blo in omaggio a Bloody Mary, che detto così non mi garantirà una candidatura al premio madre dell’anno.

Tu che riesci nella mirabile impresa di suscitare, nell’arco di dieci minuti, amore travolgente e furia omicida.

Che usi lo stesso tono della me stessa adolescente e mi trasformi in mia madre quando ti riprendo.

Che sei capace di riflessioni profonde quanto di stupidere improvvise, e non sempre è dato sapere quando avverrà il cambio di rotta.

Che hai tanti amici e, anche se non lo ammetterò mai, mi fa piacere quando siete tutti qui a casa pure se solo di merenda vi divorate la spesa di tre giorni.

Che dalla sera alla mattina sei diventato più alto di me, che puoi vantare l’esclusiva in famiglia di una tartaruga girata dalla parte giusta sulla pancia.

Che ascolti e mi fai ascoltare il trap e -oh te lo devo proprio dire- certe volte mi fai venire voglia di cancellare Spotify e scaricare l’app di Radio Maria.

Perché crescere è fare un tuffo a bomba da uno scoglio altissimo nel mare profondo. Ma tu sai nuotare bene.

Buon compleanno, figlio grande.

La tua Blo

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Extraterrestre portami via

“Mamma, perché sei passata stamattina? Ti avevo chiesto di non venire”

“Mamma? Da quando? Non sono sempre ‘mami’ per te?”

“Non è questo il punto, ti avevo chiesto di non venire e tu invece eri lì! L’unico genitore poi!”

“Piccola, cerchiamo di darci una calmata. Mi avevi detto che con la classe andavate a fare il pane alle nove. Io sono passata davanti a scuola alle dieci. Non è mica colpa mia se stavate uscendo in fila per due proprio in quel momento. È stato un caso”

“Il caso non esiste, lo dice il maestro shifu”

“Sì ma io non sono Kung fu panda quindi prendilo per quello che è. Che poi, mica ti darà fastidio o imbarazzo incontrare la tua mamma, giusto?”

“…”

“Piccola?”

“…”

La piccola ha un brufolo sul mento, ascolta GionnyScandal che canta

“solo io e te

solo te e me ormai, ormai

chi se ne frega se parla di te

chi se ne frega pure del tuo ex

usciamo a cena e poi sali da me

insieme siamo i nuovi Barbie e Ken”

e la mattina va allo scuolabus da sola.

Non so voi, ma io non sono pronta.

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A momenti

L’euforia di svegliare le figlie il sabato mattina con la voce di Adriano Pappalardo che si diffonde per tutta la loro stanza con un roboante ricominciamo.

“Mami, sei malvagia”

“Silenzio o lunedì comincio con Albano”

La partenza per un fine settimana di pace, su un treno che attraversa una valle e due paesi per ammirare la meraviglia del foliage.

Una piccola passeggiata perché siamo in anticipo, facciamo un giro, sono solo quattro passi. Frasi che ho imparato a temere, a ragione.

“Amore, per di qua”

“Ma è un sacro monte”

“Gia”

“Ma é tutta salita”

“Sarà una passeggiata”

“Ma si chiama calvario”

“Si vede che devi espiare”

La domenica mattina che comincia pigra al tavolino di una pasticceria, sopra la testa un cielo azzurro e dietro le spalle il rosso delle foglie.

Un museo unico che racconta la storia degli spazzacamini, di un’infanzia perduta e del primo vincitore del giro di Francia.

I discorsi rubati ai passanti, che camminano sottobraccio, con calma.

“Stanotte ho sognato tre numeri, li ho giocati e poi ho aggiunto il ventidue di Santa Rita e il ventiquattro di Maria ausiliatrice”

“E Santa Assunta?”

“No, con lei non si vince”

Qui si cammina piano, ci si meraviglia, non si smette di ascoltare e in certi momenti si è immensamente felici.

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Luci e ombre

La mezzana è una creatura dolce, mite, silenziosa finché in possesso di smartphone e connessione funzionante.

Abitudinaria e pacifica, amante della pizza würstel e patatine e dei frappé al cioccolato, raramente si discosta dalla sua quotidianità che ha inizio ogni giorno alle sei e quaranta con il fastidiosissimo suono di una sveglia Ikea.

A differenza del fratello maggiore nonché primogenito mantiene un basso profilo, non chiede abiti di marche famose né invia link su whatsapp dell’ultimo paio di Nike sul mercato.

Semplice e morigerata, troppo pigra per truccarsi o acconciarsi, esce di casa il mattino presto con la cartella, la coda alta e la faccia pulita.

Ma poi.

“Mamma, una mia compagna ha detto che mi vesto sempre uguale, e le mie felpe sono tutte dello stesso colore”

“E quindi?”

“Come, ‘e quindi’? Dobbiamo andare fare shopping”

“No”

“Come no? Mamma! Hai capito cosa ho detto? Mi prendono in giro per come mi vesto”

“Tesoro, ma è vero. Apri il tuo armadio. Ci sono sette felpe della stessa tonalità di azzurro. Senza scritte né immagini. Niente stampe. Metti solo fouseaux grigi o neri. Schifi le magliette colorate che ti compro e le nascondi in fondo al cassetto. Insomma, il tuo sembra il guardaroba di Paperino con le casacche alla marinara tutte uguali”

“Però ho comprato la giacca nuova!”

“Sì, uguale a quella dell’anno scorso”

“È una diversa sfumatura di azzurro”

“Ti porto a fare acquisti solo se prendi qualcosa di colorato”

“Sì, la pizza würstel e patatine”

L’adolescenza è un’età buia, rischiarata solo da uno spicchio di pizza.

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Filosofia pratica

Treno regionale delle 7.52

“Minchia raga”

“Bella zio”

“Oh ma l’hai sentito l’album nuovo? Se spacca”

“Minchia raga”

“Sì è una bomba, è la nuova wave frate”

“Guarda le stories di insta, che dissa l’altro rapper, e tutti muti”

“È il disagio zio, non sei nel mood”

“Minchia raga”

“Che poi ha fatto il botto al concerto”

“L’hanno incastrato zio”

“Era pieno di droga, frate”

“Minchia, raga”

“Ma l’hai visto Ricki con la felpa di Gucci?”

“Ma se è tarocca, si vede da chilometri”

“Boh, è fatta bene”

“Minchia, raga”

“Vabbè frate, cosa c’era per oggi?”

“Materia e forma che sono pensate come distinte ma in realtà sono sempre inscindibili, Il sinolo, quello che è un tutt’uno indivisibile di materia e forma.

Tutto ciò che esiste ma non è sostanza, che è comprensibile solo in relazione alla sostanza”

“Già. Tutti gli uomini per natura tendono al sapere”

“Fedez?”

“Aristotele”

“Minchia raga”

I ragazzi di oggi sono bilingui, non c’è altra spiegazione.

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