Livin’ la vida loca

“Mami mami mami, va che bella giornata”

“Mi sembri felice, piccola”

“Certo, ho un sacco di motivi! È ricominciata la ginnastica e ho ritrovato le mie amiche. A scuola abbiamo cambiato gli incarichi e indovina un po’? Sono segretaria! Posso andare in giro per i corridoi a fare fotocopie e a portare caffè alle maestre. Poi abbiamo cominciato le percentuali in matematica, quelle che fai tu ai saldi con la calcolatrice del cellulare. Ah, abbiamo cominciato i congiuntivi, io l’ho detto che mia madre è cintura nera di grammatica”

“Accidenti quante belle cose, hai ragione a essere felice”

“Già. E tu cosa hai fatto di interessante stamattina?”

“Dunque, fammi pensare, ho fatto i letti e la lavatrice, sono andata al supermercato e ho dimenticato il pane, poi volevo mandare un messaggio ma lo schermo del cellulare non funziona più e quindi invece che chiedere alla nonna come stava ho mandato scimmie che ridono all’idraulico. Ah, ho lavorato un po’ al computer, fatto da mangiare, coccolato il gatto e poi sei arrivata tu, tuo fratello e infine tua sorella”

“Mami, senza offesa. Ma so godermi meglio io, la vita”

In effetti ho molto da imparare, congiuntivi a parte.

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Dopodiché

Dopo due ore di divisioni a due cifre con due ragazzine di quinta elementare, seguendo il metodo che ha insegnato la maestra, semplice e immediato come la stele di Rosetta.

Dopo un’impegnativa seduta on line per iscrivere la piccola alle scuole medie, che mi ha messo in difficoltà fin dai primi passaggi, quando alla voce “sesso” si è aperta una finestra con quattro voci, maschio, femmina, preferisco non rispondere, personalizza.

Dopo una telefonata alle sei del mattino col fidanzato dall’altra parte del mondo, che va a dormire mentre faccio colazione e si alza quando io metto il pigiama.

Dopo il tentativo -insano e vano- di mettere a posto cinque anni di documenti, plagiata dalla serie Netflix sul magico potere del riordino.

Dopo che metà schermo del cellulare ha smesso di funzionare e me ne sono accorta quando ormai avevo inviato il messaggio “tanti culi anche a te e famiglia” per rispondere a un augurio tardivo.

Dopo che l’anelito di shopping da saldi si è infranto contro le bollette di acqua, luce e gas, arrivate insieme come i re Magi.

Dopo i lamenti perpetui e incessanti del primogenito, che si lagna con la costanza della goccia che scava la roccia.

Dopo tutto questo e altro ancora, mi meriterei di bere qualcosa, se solo non fossi astemia.

Mi mangerò il cioccolato che la Befana ha portato alla piccola, è l’unica.

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La mano del signore

“Atterrato, Mother. Ho fame”

“Mamma, arriviamo tra quindici minuti. Sono triste perché non volevo tornare. Ah, devo mangiare”

Sono arrivati a tarda sera, ben oltre la consueta ora di cena e carichi di panni sporchi, valige chiuse a malapena e tante storie da raccontare.

In pochi minuti di ascolto ho scoperto che in Svezia fa molto freddo ma alla Coop vendono la nutella, che la squadra dei grandi ha fatto scherzi perfidi a quella dei più piccoli, che ci si diverte un mondo col gioco “la mano del Signore” che ha poco a che fare con l’Altissimo, trattandosi di uno strizzamento casuale di parti intime maschili che genera incontenibile ilarità. (e probabilmente anche sterilità, ma questa è un’altra storia)

Ho saputo che stare al mare d’inverno è bellissimo, che il cellulare è stato spento per tre giorni perché “bisogna vivere le emozioni senza il filtro di Instagram, mamma” che tra i calzettoni sono finiti i resti di un panino al salame e che stare con le amiche vicino, anche in silenzio, fa tanto bene al cuore.

Il tutto tra un boccone di spaghetti al pesto e l’altro, mentre la piccola appollaiata sullo sgabello giallo della cucina allungava la forchetta per rubare un po’ di pastasciutta dei fratelli ritornati.

Ci sono stati abbracci e disordine, parole e sbadigli, è passata la mezzanotte e s’è fatto silenzio.

Se non ci fossero tutti quei panni da lavare potrei dire di essere proprio felice.

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Sorpresa!

“Una sorpresa, dici?”

“Sì, sarà bellissimo non credi?”

“No”

“Come no?”

“Ma ti pare che ha voglia di vederti? Se ne sta lì bella tranquilla, si diverte, non pensa certo a voi”

“Sarà questione di un attimo, un saluto, insomma, una sorpresa!”

“Le sorprese non si fanno, mai. Non si torna prima dal lavoro senza avvisare, non ci si presenta in ufficio perché stavi passando di lì e soprattutto non si vanno a trovare le tredicenni giocatrici di pallavolo che sono al mare con la squadra. Tu saresti stata contenta alla sua età di vedere i tuoi mentre eri con le tue amiche?”

“Ma io sono più simpatica dei miei genitori”

“Lo credi tu”

La parola sorprendere viene dal latino, letteralmente significa cogliere di sorpresa, soprattutto il nemico.

La faccia della mezzana ha ben rappresentato questa definizione, non appena ci ha visto sorridenti sugli spalti, a tifare per il torneo della befana.

Una via di mezzo tra il soldato giapponese braccato nella giungla, l’urlo di Munch e l’esorcista quando Linda Blair gira la testa a trecentosessanta gradi, la figliola ha ripreso a respirare solo quando è stato chiaro che avremmo mangiato, dormito e trascorso il tempo altrove ma soprattutto non con lei.

Le sorprese basta, solo a Natale.

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Sorpresa!

“Una sorpresa, dici?”

“Sì, sarà bellissimo non credi?”

“No”

“Come no?”

“Ma ti pare che ha voglia di vederti? Se ne sta lì bella tranquilla, si diverte, non pensa certo a voi”

“Sarà questione di un attimo, un saluto, insomma, una sorpresa!”

“Le sorprese non si fanno, mai. Non si torna prima dal lavoro senza avvisare, non ci si presenta in ufficio perché stavi passando di lì e soprattutto non si vanno a trovare le tredicenni giocatrici di pallavolo che sono al mare con la squadra. Tu saresti stata contenta alla sua età di vedere i tuoi mentre eri con le tue amiche?”

“Ma io sono più simpatica dei miei genitori”

“Lo credi tu”

La parola sorprendere viene dal latino, letteralmente significa cogliere di sorpresa, soprattutto il nemico.

La faccia della mezzana ha ben rappresentato questa definizione, non appena ci ha visto sorridenti sugli spalti, a tifare per il torneo della befana.

Una via di mezzo tra il soldato giapponese braccato nella giungla, l’urlo di Munch e l’esorcista quando Linda Blair gira la testa a trecentosessanta gradi, la figliola ha ripreso a respirare solo quando è stato chiaro che avremmo mangiato, dormito e trascorso il tempo altrove ma soprattutto non con lei.

Le sorprese basta, solo a Natale.

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Finché dura

Le notizie dalla Svezia arrivano frammentate e sporadiche, si compongono spiando qualche storia su Instagram e aspettando messaggi dal gruppo genitori che sfidando il freddo e il divieto dei figli li hanno raggiunti lassù col primo volo disponibile.

Quello che so per ora è che il primogenito ha molta tosse, per colazione ha trovato gallette di riso e un fritto non meglio identificato, che non è riuscito a usare la nuovissima carta di credito prepagata perché ha sbagliato il codice.

Così, a occhio, si intravedono ampi margini di miglioramento.

La mezzana prepara divisa e ginocchiere, felpe e magliette, panini e succhi perché è arrivato il suo turno di partire, per il torneo dell’epifania al mare, di precetto ogni anno in questo periodo.

È felice di andarsene da casa come un ergastolano a cui viene ridotta la pena, e viene da chiedersi se non venga torturata dal gatto la notte per nutrire un simile desiderio di fuga.

La piccola tace, osserva e, quando nessuno la vede, sorride. Sfrega le mani soddisfatta come chi ha appena messo a segno un gran colpo.

In effetti si potrebbe definire così trovarsi figlia unica, anche solo per pochi giorni, progettare l’invasione del lettone e chiedere lasagne a pranzo e a cena.

Io sogno viaggi esotici e intanto vado a lavorare, godendomi questo conto alla rovescia di figli, i pochi letti da rifare, i biscotti che durano di più.

Ancora per poco.

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Quaranta a capodanno

“Quaranta tondi tondi”

“Ma sì, vedrai che non è niente”

“Non ti reggi in piedi”

“Starò seduto”

“Non mangi da due giorni”

“Ho bevuto un tè, sono a posto così”

“Hai tossito tutta la notte”

“Però abbiamo visto la serie su Netflix”

“Con la febbre alta deliri”

“Non sono deliri, è filosofia”

“Lassù fa freddo, sai?”

“Cambiare aria mi farà bene”

“Non è che la cambi, ti porta via se non stai attento”

“Mother sto bene, non ti preoccupa…cough cough cough cough”

A pochi giorni dalla partenza per il torneo di basket, il primogenito aveva le stesse possibilità di fare un canestro da metà campo a un secondo dalla fine del derby come di prendersi l’influenza peggiore della sua vita.

Inutile dire che non ha fatto canestro ma ha centrato solo il cestino con la scatola vuota della Tachipirina.

Tra dubbi e perplessità -mie- entusiasmo e felicità -suoi- il ragazzo rimesso in forze salirà domani mattina su un aereo diretto in Svezia, insieme al resto della squadra.

Un trolley giallo pieno di felpe, calzettoni e antibiotici. Il cappuccio sulla testa e le cuffiette nelle orecchie.

Mi sembra un buon modo per cominciare il nuovo anno.

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Di Natale, ancora

Il pomeriggio del giorno di Natale ero in macchina, destinazione lavoro.

Di umore ombroso, immersa in quella vittimistica sensazione tanto sgradevole quanto a volte comoda di essere sola e raminga mentre il resto del mondo scia sulle Dolomiti, mette in valigia il pareo per le spiagge di Zanzibar o allunga le gambe nella piscina di una spa.

Guidavo così, coi pensieri persi e i gesti automatici di chi percorre una strada quotidianamente.

A svegliarmi dal torpore un cappotto rosso, sul lato sinistro della strada.

Un cappotto rosso indossato da una donna bionda, la cintura stretta in vita, i capelli sciolti, lunghi e lisci.

La schiena china, verso qualcosa sul ciglio della carreggiata. 

Una strada normalmente trafficata, a volte pericolosa.

Tra le mani una fila di lucine intermittenti, come quelle che si appoggiano sull’albero di Natale. Solo che non c’erano alberi, sul ciglio di quella strada, ma una piccola croce, un mazzo di fiori gialli e, appoggiata alla croce, la foto sorridente di una giovane ragazza. 

La signora col cappotto rosso sistemava le lucine intorno a quella croce e a quella foto con la delicatezza di una madre che rimbocca le coperte la sera, su bene in alto così non prendi freddo, la naturalezza di chi è nel salotto di casa sua a piegare i panni, la lentezza di chi fa le cose con cura, nonostante l’auto parcheggiata con le quattro frecce accese, poco più avanti.

Se ne vedono spesso di quelle croci, ai lati delle strade. Si passa oltre con la velocità di impegni e appuntamenti, con la sicurezza stupida di essere al sicuro, con la falsa convinzione che capiti solo agli altri.

Si passa e si guarda, ma non si vede, finché un cappotto rosso e delle lucine lampeggianti te lo mostrano, un pomeriggio di Natale, quando ti senti sfortunato perché stai andando a lavorare e non in vacanza, perché non sei con i tuoi figli o sul divano di casa tua.

E allora guido, lavoro, sorrido e racconto.

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Strike

Se c’è una cosa peggiore di un adolescente maschio, è un adolescente maschio malato.

Il primogenito, per non perdere l’allenamento e rispolverare antichi talenti, da ormai due giorni veleggia per i quaranta di febbre, tossisce come una cassa di risonanza e la notte delira di prendere il borsone e andare all’allenamento che si fa tardi.

Di giorno leva il suo lamento per un destino cinico e baro che lo confina a letto durante le tanto sospirate vacanze natalizie, con l’aggravante dell’imminente nonché tanto desiderato viaggio in direzione del nord d’Europa.

La mezzana documenta le ultime ore del fratello come il più agguerrito dei fotoreporter, armata della nuova macchina fotografica trovata sotto l’albero di Natale.

La piccola gioca con le Barbie, fa il karaoke col microfono donato dalla nonna finché qualcuno esasperato non glielo porta via con la forza.

Io non dormo la notte e stasera vado a giocare a bowling per lavoro, per quanto possa sembrare un ossimoro.

Che fatica le vacanze.

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Quattro verticale

“Serena, conduttrice dell’ottavo nano? Sedicesimo presidente degli Stati Uniti?

Perugia è il capoluogo di?”

“Ma da quando hai cominciato? Bello, eh, però non puoi perseguitarmi tutto il giorno a farmi domande, altrimenti lo risolvo io”

“Mami mami mami sono pronta per cucinare. Dimmi cosa devo fare e io lo farò . Dimmi cosa devo impastare e io impasterò. Dimmi cosa devo cuocere e io cuocinerò”

“Cuocerò, amore. Aspettiamo tua sorella e cominciamo”

“No mamma ti prego, io la mia parte la faccio stasera”

“Lavi i piatti?”

“No, mangio”

“Vieni qui e lava l’insalata, va”

“Mami metto la musica”

“Va bene basta che non siamo Albano e Romina come al solito”

“Felicità! È un bicchiere di vino con un panino la felicità! È lasciarti un biglietto dentro al cassetto, la felicità

È cantare a due voci quanto mi piaci, la felicità, felicità felicità felicitaaaaa”

Il primogenito fa finta di fare i compiti e poi si sdraia sul divano con le parole crociate, sua nuova passione.

La mezzana svicola dai doveri e va in cerca solo di piaceri.

La piccola modella polpette e impasta biscotti, mescola e assaggia, cantando a gran voce Felicità.

Domani è Natale.

Auguri, a tutti

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