“Ed eccoci a voi con un nuovo video! Amici, questa volta ci sarà mia madre a raccontarci i segreti della sua skin routine serale? Allora mami, dicci. Come si trattano le pelli vecch…mature?”
“…”
“Ed è tutto anche per oggi amici, seguiteci per altri consigli di bellezza! Ciaone!”
La videocamera del cellulare mi inquadra all’improvviso, con l’inganno.
I capelli arpionati sulla testa col mollettone di quando avevo quindici anni e facevo le vasche in corso Matteotti.
Il viso spalmato di olio di argan, che con un velo di impanatura sarebbe perfetto. Due mezzelune di crema sotto gli occhi, nell’eterna illusione che possano davvero fare qualcosa per mascherare le occhiaie. Quando paghi tanto qualcosa deve per forza funzionare, giusto?
Non so come si trattino le pelli mature, ma so come trattare una mezzana traditrice.
Quando decidi di fare una sorpresa alla mamma, per portare un po’ di luce in questa zona fin troppo rossa.
Ti organizzi col ristorante che tanto le piace, perché le porti la cena a domicilio e olè! sorpresa!
Scegli un piatto che le piace pregustando il momento in cui scarterà il carroccio.
Tutta presa dalla tua bella idea non rifletti abbastanza sul fatto che tua madre cena alle diciotto e trenta e arrivare prima significa farle consegnare la cena all’ora di pranzo.
Non immagini che lei penserà a uno sbaglio e proverà a chiamare la sua omonima due vie più in sù, che magari aspettava giusto giusto un succulento stinco con patate.
Ringrazi il cielo che non abbia trovato il numero e invece chiami te per dirtelo.
Scopri che ha già cenato e digerito e quindi perché no, un assaggino prima di andare a letto si può pure fare.
Morale della favola: se vuoi fare delle sorprese, avvisa prima.
Le mani sulla scuola. Sia chiaro, io non vedo l’ora che i nostri ragazzi tornino in classe, sul pullman la mattina, a chiacchierare durante l’intervallo e a cambiarsi in uno spogliatoio puzzolente nell’ora di motoria. Le scuole devono riaprire e non perché non sappiamo dove mettere questi bambini. Lo dico dall’alto del mio privilegio, di chi non rischia di perdere il lavoro perché i figli sono abbastanza grandi per seguire le lezioni da soli. Lo dico perché la scuola è essenziale, necessaria, vitale. Per i nostri bambini e ragazzi, per la società che domani di questi bambini e ragazzi sarà composta. Non voglio che mettano giù le mani dalla scuola. Ce le voglio ben posate sopra, invece. Voglio interventi che riducano le classi pollaio, perché in trenta in una stanza non va bene, pure se il covid non lo avessimo conosciuto mai. Voglio una didattica che sia meno nozionistica e più coinvolgente, il giusto riconoscimento ai docenti che davvero sono lì per accendere il fuoco della curiosità del sapere, non il mero riempire un barile con informazioni varie. Voglio una scuola che non metta i voti al primo posto ma sappia osservare, cogliere, coinvolgere, stimolare, differenziare. Che non usi lo stesso metro di valutazione con tutti perché ognuno ha la propria unità di misura. Che offra capacità di aspirare. Dove l’inclusione sia vista come un’opportunità prima che una fatica organizzativa. Vorrei che questo anno passato fosse servito per mettere in crisi un sistema, dove crisi sta per possibilità, per crepa da cui entra luce. Vorrei che la scuola fosse una priorità, non la prima da sacrificare. Non voglio solo che i nostri figli tornino a scuola. Vorrei tornassero in una buona scuola. E allora su le mani, sulla scuola. E la testa, i pensieri, l’urgenza.
Il primogenito è stato trovato in possesso del mio passaporto.
Credevo volesse passare il confine col Messico indossando una parrucca rossa a boccoli, invece stava completando l’iscrizione a un sito di criptovalute.
A mio nome, oggi, esiste un gioioso account per controllare l’andamento dei bitcoin, prossimo investimento del giovane imprenditore.
La piccola vuole fare l’attrice.
Va scandagliando il web alla ricerca di agenzie e corsi di recitazione, anche se in cuor suo è convinta di essere già brava e pronta così.
Quando ha saputo che sotto il mio ufficio a Milano stanno girando un film di Ridley scott ha chiesto di accompagnarmi al lavoro, per stare un po’ insieme. Fossi in Lady Gaga, la protagonista, non dormirei sonni tranquilli.
La mezzana mi ha teso un agguato per truccarmi le sopracciglia. Secondo lei non posso presentarmi alla prossima video call in queste tragiche condizioni. Ora sembro Frida Kahlo, ma lei dice che è di moda così.
Le varianti di follia, a casa mia, non si contano più.
-il cara è puro formalismo- è da un po’ che non ci parliamo. Non perché tu non sia presente, chiaro. Difficile dimenticarsi della tua ingombrante esistenza.
Ti sei presa senza ritegno alcuno il primogenito, un ragazzino adorabile che si è trasformato poco alla volta in un contestatore nato, che si oppone con forza ai poteri forti, le istituzioni, la cottura degli spaghetti a undici minuti. Ogni argomento è buono per alzare scudi e lamenti e, in ultimo, colpevolizzare me, sua madre.
Hai adescato la mezzana con lusinghe di bellezza ed eterna giovinezza, tanto che ora passa le giornate tra Skin routine, daily routine, make up estremi e critiche feroci all’ultimo mascara L’Oreal che non allunga le ciglia quanto dovrebbe.
Il tutto nel tempo che dovrebbe altresì essere dedicato allo studio, ma sembra ormai evidente che a te, cara Ado, la scuola non interessi neanche un po’.
Te li ho lasciati, questi figli, seppure a malincuore.
Ma questa volta non ci avrai.
Ti vedo, che infida ti stai insinuando.
La mattina spalanco le braccia per coccolarla e lei mi passa accanto impassibile. Si veste solo di nero e ha preso residenza in camera sua, al civico del suo piano di sotto del letto a castello. Risponde a monosillabi e con evidente fastidio quando provo a dialogare con lei.
Mi guarda con disprezzo mentre ballo per casa facendo le pulizie.
Lo sguardo truce, chiede di essere lasciata in pace e compare gioiosa solo alle parole “a tavola!”
Insomma, adolescenza.
Fatti bastare quello che hai, e lascia la mia piccola.
È nella varietà e meraviglia di tante donne che conosco che trovo ispirazione, spinta a migliorare e conforto.
Ci sono donne che riescono a tenere insieme più pezzi di un giocoliere, trasformando una vita da Cirque du Soleil in un equilibrio il più delle volte stabile.
Ci sono donne che, uno alla volta, hanno aggiunto tasselli alla propria esistenza fino a gestire notevoli complessità, che non si tirano indietro quando se ne aggiunge un altro ma trovano un modo creativo perché si incastri come un tetris.
Ci sono donne stanche, affaticate, gravate dalla solitudine dell’essere il numero primo della famiglia, colei che per abitudine o retaggio culturale porta i pesi maggiori.
Ci sono donne che chiedono aiuto, quando finalmente si accorgono che non c’è fallimento alcuno nell’avere bisogno di qualcuno.
Ci sono donne che hanno affrontato pandemia, Smart working e didattica a distanza per mesi, si sono sentite dire che la scuola non è un parcheggio, che allora era meglio non farli i figli, se non si è in grado di badare a loro. A costo di perdere il lavoro.
Ci sono donne colorate e vitali, che mettono in circolo energie e progetti, anche per quelle di noi che in quel momento sono grigie e stanche, dando vita a una sorellanza salvifica.
Ci sono donne che non ce la fanno, perché non pensano di valere abbastanza per evitare un insulto, uno schiaffo, l’ennesima prevaricazione.
Ci sono donne che tengono il mondo in mano e non lo sanno, che avrebbero mille parole per raccontarsi ma temono che nessuno le ascolterebbe.
Donne che sono storie da scrivere, ognuna con una narrazione diversa.
Le mie figlie sono donne in fieri, abitano il luogo della possibilità, sono il futuro che si costruisce nel presente, il filo sottile dell’auto stima pronto a reggere pesi sempre maggiori. L’obiettivo è non spezzarsi, anche quando il vento della disistima soffia forte.
A loro e a voi, donne speciali della mia vita, nella giornata dedicata, grazie per l’ispirazione, l’allegria e il conforto, per le porte spalancate su diversi punti di vista, per gli abbracci che spero torneremo a darci.
Quanto vorrei che ci fosse Gianni Rodari, a raccontare ai bambini quest’ultimo anno. Quanto aiuterebbe noi grandi a spiegare a Giovannino perché domani non può tornare a scuola con Filippo, giocare con la maestra Sara, mangiare in mensa ché al venerdì c’è la pizza.
Mi immagino che ci direbbe qualcosa come
La Didattica a distanza
È qualcosa che mi stanca
E Davanti ad uno schermo
Non sempre riesco a stare fermo
La mattina mi alzo più tardi
Ma i compiti da solo sono azzardi
Voglio fare l’intervallo
Sarebbe davvero un grande sballo
Vorrei stare con gli altri, uscire in cortile,
Giocare fuori ad aprile,
In fondo di giallo, di rosso o arancione, sono sempre un bambino che gioca col sole.
E se la pandemia
Tutte le feste s’è portata via
Cara maestra,
Continuiamo a imparare,
Che forse anche il virus potremo scacciare
(Perdono, Maestro, ma oggi una bimba mi ha chiesto una poesia)
Quanto manca una narrazione a parola di bambino, che semplifica il complesso lasciandolo tale, che conforta anche i grandi che non sempre sanno come fare.
Il primogenito imprenditore continua imperterrito la scalata al successo, una carta Pokemon dopo l’altra.
Non va a scuola, perché frequenta un istituto in una zona arancione rinforzata.
Per la mezzana gli unici colori di cui interessarsi sembrano essere quelli della palette di ombretti di Chiara Ferragni, le uniche zone degne di nota il contorno occhi e il giro vita.
Non va a scuola, perché frequenta una classe in cui più del venti per cento degli alunni viene da una zona arancione rinforzata.
La piccola legge voracemente, purtroppo non libri ma racconti su wattpad, ma non lamentiamoci troppo. Fa ginnastica in salotto e ogni sera occupa il mio bagno per una estenuante e lunghissima beauty routine.
Va a scuola perché il suo istituto è dietro casa, ma soprattutto perché tutti e tre a casa non penso di poterli sopportare un’altra volta.
Quindi un accorato e sentito appello a chi ci governa. Se proprio bisogna chiudere, ditemelo in tempo.
E’ cominciata nel periodo più buio dello scorso anno, dove era primavera solo fuori mentre tutti noi eravamo dentro.
Con una notifica sul telefono, una fra tante, una come tante.
La richiesta di amicizia su instagram. L’iniziale titubanza –ma questo chi sarà- e una decisione di quelle che sono come il battito di ali di una farfalla che provoca un tifone in un’altra parte di mondo. Da lì il primo messaggio, non su una chat ma scritto a penna, su un foglio di carta –ti ho vista qualche mese fa a una mostra, mi ricordo di te-fotografato e spedito. La prima risposta, anch’essa su post it, fotografato e inviato. Un modo antico di vivere la tecnologia, o moderno di usare la tradizione. Un messaggio dopo l’altro, dalla carta al virtuale, chi sono io, chi sei tu.
Una mattina una nuova immagine, il solito foglietto fotografato –posso venire da te? Vorrei vederti.
L’iniziale titubanza –e se fosse un pazzo?- e una decisione che si è rivelata quella migliore.
Lui che sfida il dpcm con l’alibi della professione, lei che sfida il buon senso e le paure e lo aspetta. Poi le prime aperture, e a far finta di essere congiunti si finisce per essere congiunti per davvero.
Da quel giorno non si sono più lasciati, e lei ce lo ha raccontato ieri sera, davanti a un piatto di lasagne, sottovoce ma con gli occhi che le brillavano e piccola e mezzana che esultavano.
Lei è a nostra Charlot, ex baby sitter e ora, volente o nolente, parte della nostra strampalata famiglia.
E noi, sarà l’età, la pandemia o la lasagna, ma ci siamo sciolte di commozione.