Varianti

Il primogenito è stato trovato in possesso del mio passaporto.

Credevo volesse passare il confine col Messico indossando una parrucca rossa a boccoli, invece stava completando l’iscrizione a un sito di criptovalute.

A mio nome, oggi, esiste un gioioso account per controllare l’andamento dei bitcoin, prossimo investimento del giovane imprenditore.

La piccola vuole fare l’attrice.

Va scandagliando il web alla ricerca di agenzie e corsi di recitazione, anche se in cuor suo è convinta di essere già brava e pronta così.

Quando ha saputo che sotto il mio ufficio a Milano stanno girando un film di Ridley scott ha chiesto di accompagnarmi al lavoro, per stare un po’ insieme. Fossi in Lady Gaga, la protagonista, non dormirei sonni tranquilli.

La mezzana mi ha teso un agguato per truccarmi le sopracciglia. Secondo lei non posso presentarmi alla prossima video call in queste tragiche condizioni. Ora sembro Frida Kahlo, ma lei dice che è di moda così.

Le varianti di follia, a casa mia, non si contano più.

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Prendi me

Cara Ado,

-il cara è puro formalismo- è da un po’ che non ci parliamo. Non perché tu non sia presente, chiaro. Difficile dimenticarsi della tua ingombrante esistenza.

Ti sei presa senza ritegno alcuno il primogenito, un ragazzino adorabile che si è trasformato poco alla volta in un contestatore nato, che si oppone con forza ai poteri forti, le istituzioni, la cottura degli spaghetti a undici minuti. Ogni argomento è buono per alzare scudi e lamenti e, in ultimo, colpevolizzare me, sua madre.

Hai adescato la mezzana con lusinghe di bellezza ed eterna giovinezza, tanto che ora passa le giornate tra Skin routine, daily routine, make up estremi e critiche feroci all’ultimo mascara L’Oreal che non allunga le ciglia quanto dovrebbe.

Il tutto nel tempo che dovrebbe altresì essere dedicato allo studio, ma sembra ormai evidente che a te, cara Ado, la scuola non interessi neanche un po’.

Te li ho lasciati, questi figli, seppure a malincuore.

Ma questa volta non ci avrai.

Ti vedo, che infida ti stai insinuando.

La mattina spalanco le braccia per coccolarla e lei mi passa accanto impassibile. Si veste solo di nero e ha preso residenza in camera sua, al civico del suo piano di sotto del letto a castello. Risponde a monosillabi e con evidente fastidio quando provo a dialogare con lei.

Mi guarda con disprezzo mentre ballo per casa facendo le pulizie.

Lo sguardo truce, chiede di essere lasciata in pace e compare gioiosa solo alle parole “a tavola!”

Insomma, adolescenza.

Fatti bastare quello che hai, e lascia la mia piccola.

Piuttosto, prendi me.

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Otto marzo

È nella varietà e meraviglia di tante donne che conosco che trovo ispirazione, spinta a migliorare e conforto.

Ci sono donne che riescono a tenere insieme più pezzi di un giocoliere, trasformando una vita da Cirque du Soleil in un equilibrio il più delle volte stabile.

Ci sono donne che, uno alla volta, hanno aggiunto tasselli alla propria esistenza fino a gestire notevoli complessità, che non si tirano indietro quando se ne aggiunge un altro ma trovano un modo creativo perché si incastri come un tetris.

Ci sono donne stanche, affaticate, gravate dalla solitudine dell’essere il numero primo della famiglia, colei che per abitudine o retaggio culturale porta i pesi maggiori.

Ci sono donne che chiedono aiuto, quando finalmente si accorgono che non c’è fallimento alcuno nell’avere bisogno di qualcuno.

Ci sono donne che hanno affrontato pandemia, Smart working e didattica a distanza per mesi, si sono sentite dire che la scuola non è un parcheggio, che allora era meglio non farli i figli, se non si è in grado di badare a loro. A costo di perdere il lavoro.

Ci sono donne colorate e vitali, che mettono in circolo energie e progetti, anche per quelle di noi che in quel momento sono grigie e stanche, dando vita a una sorellanza salvifica.

Ci sono donne che non ce la fanno, perché non pensano di valere abbastanza per evitare un insulto, uno schiaffo, l’ennesima prevaricazione.

Ci sono donne che tengono il mondo in mano e non lo sanno, che avrebbero mille parole per raccontarsi ma temono che nessuno le ascolterebbe.

Donne che sono storie da scrivere, ognuna con una narrazione diversa.

Le mie figlie sono donne in fieri, abitano il luogo della possibilità, sono il futuro che si costruisce nel presente, il filo sottile dell’auto stima pronto a reggere pesi sempre maggiori. L’obiettivo è non spezzarsi, anche quando il vento della disistima soffia forte.

A loro e a voi, donne speciali della mia vita, nella giornata dedicata, grazie per l’ispirazione, l’allegria e il conforto, per le porte spalancate su diversi punti di vista, per gli abbracci che spero torneremo a darci.

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Gianni Rodari

Quanto vorrei che ci fosse Gianni Rodari, a raccontare ai bambini quest’ultimo anno. Quanto aiuterebbe noi grandi a spiegare a Giovannino perché domani non può tornare a scuola con Filippo, giocare con la maestra Sara, mangiare in mensa ché al venerdì c’è la pizza.

Mi immagino che ci direbbe qualcosa come

La Didattica a distanza

È qualcosa che mi stanca

E Davanti ad uno schermo

Non sempre riesco a stare fermo

La mattina mi alzo più tardi

Ma i compiti da solo sono azzardi

Voglio fare l’intervallo

Sarebbe davvero un grande sballo

Vorrei stare con gli altri, uscire in cortile,

Giocare fuori ad aprile,

In fondo di giallo, di rosso o arancione, sono sempre un bambino che gioca col sole.

E se la pandemia

Tutte le feste s’è portata via

Cara maestra,

Continuiamo a imparare,

Che forse anche il virus potremo scacciare

(Perdono, Maestro, ma oggi una bimba mi ha chiesto una poesia)

Quanto manca una narrazione a parola di bambino, che semplifica il complesso lasciandolo tale, che conforta anche i grandi che non sempre sanno come fare.

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Appena in tempo

Il primogenito imprenditore continua imperterrito la scalata al successo, una carta Pokemon dopo l’altra.

Non va a scuola, perché frequenta un istituto in una zona arancione rinforzata.

Per la mezzana gli unici colori di cui interessarsi sembrano essere quelli della palette di ombretti di Chiara Ferragni, le uniche zone degne di nota il contorno occhi e il giro vita.

Non va a scuola, perché frequenta una classe in cui più del venti per cento degli alunni viene da una zona arancione rinforzata.

La piccola legge voracemente, purtroppo non libri ma racconti su wattpad, ma non lamentiamoci troppo. Fa ginnastica in salotto e ogni sera occupa il mio bagno per una estenuante e lunghissima beauty routine.

Va a scuola perché il suo istituto è dietro casa, ma soprattutto perché tutti e tre a casa non penso di poterli sopportare un’altra volta.

Quindi un accorato e sentito appello a chi ci governa. Se proprio bisogna chiudere, ditemelo in tempo.

In tempo per scappare.

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Post it

E’ cominciata nel periodo più buio dello scorso anno, dove era primavera solo fuori mentre tutti noi eravamo dentro.

Con una notifica sul telefono, una fra tante, una come tante.

La richiesta di amicizia su instagram. L’iniziale titubanza –ma questo chi sarà- e una decisione di quelle che sono come il battito di ali di una farfalla che provoca un tifone in un’altra parte di mondo. Da lì il primo messaggio, non su una chat ma scritto a penna, su un foglio di carta –ti ho vista qualche mese fa a una mostra, mi ricordo di te-fotografato e spedito. La prima risposta, anch’essa su post it, fotografato e inviato. Un modo antico di vivere la tecnologia, o moderno di usare la tradizione. Un messaggio dopo l’altro, dalla carta al virtuale, chi sono io, chi sei tu.

Una mattina una nuova immagine, il solito foglietto fotografato –posso venire da te? Vorrei vederti.

L’iniziale titubanza –e se fosse un pazzo?- e una decisione che si è rivelata quella migliore.

Lui che sfida il dpcm con l’alibi della professione, lei che sfida il buon senso e le paure e lo aspetta. Poi le prime aperture, e a far finta di essere congiunti si finisce per essere congiunti per davvero.

Da quel giorno non si sono più lasciati, e lei ce lo ha raccontato ieri sera, davanti a un piatto di lasagne, sottovoce ma con gli occhi che le brillavano e piccola e mezzana che esultavano.

Lei è a nostra Charlot, ex baby sitter e ora, volente o nolente, parte della nostra strampalata famiglia.

E noi, sarà l’età, la pandemia o la lasagna, ma ci siamo sciolte di commozione.

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In affari

Molesto, protervo, polemico.

Ma anche sorridente, ciarliero e imprenditore.

Il primogenito troppo a lungo recluso sembra avere ritrovato uno scopo nella sua infingarda esistenza.

Un motivo valido per alzarsi dal letto la mattina.

Un senso a questa vita, anche se un senso non ce l’ha, come diceva il buon Vasco.

La nuova fiamma si chiama commercio, che non è lo spaccio al parchetto bensì la compra vendita di carte pokemon.

A un passo da maggiore età, voto e patente, il giovane studente si è lanciato coi suoi amici in questa avventura imprenditoriale di prim’ordine.

Acquistano da amici e parenti vecchie carte e le rivendono su EBay.

Il dramma è che qualcuno se le compra pure.

Quando ha detto di volere reinvestire i primi guadagni ho sperato si riferisse a un bel regalo alla sua mamma. Neanche a dirlo, il ragazzo intendeva acquistare un mazzo di carte particolarmente raro da rivendere.

“Diventerò ricco, Blo” ha affermato solennemente, mentre preparava pacchetti vari da inviare agli acquirenti.

Non sarà una innovativa startup, ma non è neanche lo spacciatore all’angolo.

Per adesso ce la facciamo andar bene così.

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Un anno fa

Sarà che un anno fa ancora ne comprendevo poco o nulla, ero al cinema con fidanzato e piccola a vedere un film che parlava di libertà, cani e spazi aperti.

Sarà che pochi giorni dopo mi sarei trovata al supermercato con un carrello pieno di tutto, dell’utile e del superfluo, a preoccuparmi per la mancanza del lievito che per dirla tutta non avevo mai usato granché.

Che i miei figli sono rimasti a casa da scuola e ho pensato “una intera settimana? Come farò?” e per me il vero lockdown è cominciato lì.

Sarà che il grande se l’è goduta i primi giorni stando fuori con gli amici, mettendo le tende al campetto da basket, ma è stata solo questione di tempo e poi, un allenamento dopo l’altro, si è spenta anche la lucina dello sport.

Sarà che poco alla volta s’è fatto buio, è il buio fa paura.

Sarà che un giorno dopo l’altro abbiamo acceso piccole luci, cucinato, cantato, fatto ginnastica, dipinto gli striscioni di andrà tutto bene, passeggiato nel bosco e poi neanche più quello, e ancora consolati, abbracciati, rinforzati e forse oggi, che un anno è passato, ci sembra che tutta quella fatica pesi un po’ di più.

Perché la quotidianità s’è fatta diversa, ha tolto abitudini e ritualità facendocene costruire una diversa, liquida, mutevole.

È passato un anno e io ho ancora bisogno, ogni tanto, di dirmi che andrà tutto bene.

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Dis

Dispotico, disinteressato, disagiato, disturbato, distratto, disagevole, disappunto, disinformato, disordinato, disperato, disperso, discolo, dissenteria, distopico, disumano.

Il prefisso dis rende le parole brutte, negative, antipatiche.

C’è chi quel prefisso se lo porta addosso, perché confonde le lettere, non impara le tabelline, scrive senza l’apostrofo o con una acca in meno.

Perché le parole ballano quando devi leggerle e quella maledetta della b fa di tutto per sembrare una p.

Perché all’indietro non riesci proprio a contare, mannaggia al conto alla rovescia, e le dita diventano la tua calcolatrice personale, pure se sei grande e magari non lo sapevi che eri un dis anche tu. Perché in corsivo scrivi come un medico le ricette, senza però avere ancora la laurea.

Dislessia, discalculia, distortrografia, disgrafia, noi ne abbiamo un po’ per uno, quasi tutti. E abbiamo imparato che siamo anche disciplinati, discettiamo e dissertiamo, siamo discreti e disegniamo disinvolti, siamo disponibili e distinti.

Che il dis è un prefisso ma in realtà viene dopo, prima ci siamo noi con le nostre diversità, caratteristiche, talenti e difetti.

E come disse la piccola, la disgrafia non è una disgrazia.

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Volare via

Dall’altra stanza arriva la tua musica, colonna sonora delle nostre giornate.

È rap, trap, qualcosa che non conosco. Me la fai ascoltare e la spieghi, con la pazienza che si usa coi bambini che cercano di imparare le divisioni a due cifre.

Ti suona il telefono, ciao bro, non c’ho sbatti adesso, ci vediamo domani.

Le serie televisive, oggi anime giapponesi, domani documentari su Chernobyl.

I video che mi mandi sull’artico che si scioglie, le tigri che si estinguono, l’inquinamento che avanza.

La fiamma della politica che si accende, uno sguardo implacabile sugli adulti che ci dovrebbero guidare.

La tenerezza che sta nascosta, probabilmente nel fondo di quell’armadio che ti chiedo sempre di sistemare, capace di uscire quando sei fuori, con altri, lontano da noi.

Le incertezze su un futuro che ha sparigliato le carte, in un’età che dovrebbe metterne a disposizione un mazzo intero.

Le ansie e le fatiche, l’euforia per gli allenamenti di pallacanestro che riprendono e lo sconforto perché no, dovete aspettare ancora un po’ ragazzi.

Dovevi volare via, come si fa a questa età, più fuori che dentro, più altrove che a casa.

Invece resti appollaiato qui, perché il tempo si è dilatato e a questa tua adolescenza zoppicante hanno tolto le trasgressioni che mi sarei aspettata ed ero -forse- pronta ad affrontare.

Intanto ti guardo, dovresti abbassare la musica, ma va bene così.

Continuo a meravigliarmi dell’uomo che stai diventando, che si intravede sullo sfondo di una adolescenza da recuperare.

La recupereremo, bro.

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