E fuori è buio

“Mami, stasera tocca a noi? Si va”

“Non me lo ricordare ti prego, vorrei solo mettere il pigiama e andare a dormire”

“Vabbè ma il pigiama lo metti comunque”

“Sì ma salgo in macchina invece che sdraiarmi sotto le coperte”

“Ma di cosa ti lamenti, ci divertiamo un sacco! Cantiamo, ascoltiamo bella musica, fuori è buio…”

“Per la verità tu ti diverti, io cerco di restare sveglia. Tu canti e ascolti la tua musica che non è sempre il mio genere”

“Mami, apprezza il tempo di qualità madre-figlia. È importante, tu hai studiato pedagogia dovresti saperlo”

Una sera a settimana, due se sono proprio sfortunata, devo recuperare la mezzana all’allenamento di pallavolo. La palestra è in un paese di un’altra provincia col doppio nome e si sa, i paesi con due nomi sono sempre in culo ai lupi.

La piccola ed io quindi, in assetto da notte con pigiami e felpone, andiamo insieme a prendere l’atleta nottambula.

Lei è la più felice del mondo, per qualche ignoto motivo quel viaggio serale è la sua gardaland personale.

Intanto, visto il look, ci si augura di non dovere scendere dalla macchina per alcun motivo.

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La parola a…

Mi avevano avvisata qualche mese fa, e la notizia era arrivata accompagnata da un’ansia infingarda e strisciante che si è insinuata un po’ alla volta.

Ogni tanto bussava alla mia porta, senza che nessuno le aprisse.

Mi si diceva che avrei tenuto una docenza in un convegno, nel mese di ottobre.

La mattina del suddetto convegno la signora ansia ha deciso di buttare giù la porta a testate, letteralmente.

Per apparire al meglio appena alzata mi sono spalmata sul viso una maschera idratante-rivitalizzante-antirughe-dimostra vent’anni di meno, guadagnandomi una faccia a chiazze rosse.

Per nascondere il disastro ho buttato sul viso ere geologiche di fondotinta e correttore. Il risultato una via di mezzo tra Moira Orfei -col gatto grasso anziché l’elefante- e la bambola di Squid Game.

Nel frattempo la signora ansia si spostata dalla faccia alla pancia, regalandomi momenti di memorabile angoscia.

Ha poi deciso di accompagnarmi in macchina e si è seduta accanto a me per tutto il viaggio in treno.

Sì, perché nonostante il convegno fosse online ho dovuto mettere settanta chilometri tra il mio intervento e quello che poteva accadere tra le mura di casa.

Gatto col topo, corriere, venditore della folletto, testimoni di Geova, piccola che picchia il grande, mezzana che passa col turbante e le maschere di bellezza, varie ed eventuali.

A parte tremore e secchezza delle fauci, slide che scompaiono dalla mia vista, possiamo dire che è andata. Forse anche bene.

Ma quando l’argomento è l’affido familiare, non può che essere così.

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15 ottobre

Ho ancora quell’agenda, in un cassetto.
Dove ho annotato pensieri, speranze, disegnato faccine e cuori, segnato appuntamenti, tenuto il conto di giorni, settimane, mesi.
L’ultima pagina scritta è quella in cui un dottore dagli occhi buoni mi ha detto che il cuore nella mia pancia non batteva più.
In una stanza sgombra c’era già una carrozzina, un armadio Ikea e due tutine colorate. Una verde e l’altra gialla, perché non sapevo ancora se sarebbe stato maschio o femmina.
Non lo so oggi e non lo saprò mai, ma forse poco importa.
Ho pianto tutte le mie lacrime nel salutarlo, e ho imparato che non è un modo di dire.
Poi, come la vita insegna, il pianto si arresta, la morsa del dolore si fa meno tenace, sorridi senza nemmeno accorgerti.
Ho avuto cinque gravidanze, ho tre figli.
Per due volte qualcosa si è spezzato, per due volte io mi sono spezzata.
Oggi, nella giornata mondiale della consapevolezza della perdita perinatale e infantile ho ripreso in mano quella agenda, e ho pensato a lui o a lei, ma soprattutto a chi oggi vive il dolore di perdere qualcuno che non si è ancora conosciuto.
Amato sì, perché quell’amore nasce dal desiderio di un figlio, ed esplode davanti alle due linee blu di un test di gravidanza.
Oggi so che il ricordo può non fare più male.
Lo dico a me, lo dico a tutte le mamme e i papà che sono dentro a questo dolore.
La vita trova altri modi per farsi sentire.

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Hazzard

Ore 7.00, freddo, buio, sonno

“Blo, siamo in ritardo”

“Blo, quello davanti a noi è il mio bus, se lo perdo mi devi portare a scuola”

“Blo, sorpassalo e non ci pensiamo più, forza”

“Siamo in ritardo perché non trovavi la mascherina che avevi già sotto il mento. Ho i pantaloni della tuta e il pezzo sopra del pigiama, non ti porto proprio da nessuna parte. Non sorpasso con la doppia linea continua in una strada stretta, e poi non accetto consigli da chi è a pagina quattro del libro di scuola guida”

E poi, con una manovra che neanche Hazzard, nel piazzale della stazione mi metto di traverso davanti al pullman per fermarlo. Una manovra che Tom Cruise in Mission impossible spostati proprio. Un’agilità da stunt-man consumato.

Il primogenito scende lanciandosi dal finestrino raccogliendo insulti e maledizioni di vario genere da parte del piazzale intero, capitanato dall’autista del bus.

Da oggi chiamatemi Daisy Duke.

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Per giusta causa

Vostro onore,

Posso spiegare.

La giornata era cominciata col vomito del gatto sul divano. Sì, quello a spruzzo, come l’esorcista per intenderci. Quindi pulizia del vomito prima di colazione.

La piccola doveva imparare “a Zacinto” a memoria. L’ho scoperto non guardando il registro elettronico, ma sentendo lei che per tutta la casa declamava “io odio Ugo-io odio Ugo” con l’intonazione di un coro degli ultras.

Il giorno prima avevo bucato una gomma, e la mia conoscenza in campo di pneumatici si può riassumere in “la macchina del capo ha un buco nella gomma, e noi l’aggiusteremo con il chewing-gum”.

La mezzana, maestra di truffe e raggiri, mi aveva raccontato una fantasiosa storiella per poter uscire pur trovandosi in punizione, e giuro che è stata così affabulatrice che quasi quasi ci sono cascata. Quasi.

Signor giudice, dimenticavo che il primogenito è sceso alla fermata sbagliata del bus, lasciandomi in attesa in un altro posto, solo perché la mattina mentre gli dicevo dove scendere aveva le cuffie nelle orecchie con la musica a palla e non ha ascoltato una sola parola.

Vostro onore, spero comprenda.

Se abbandonerò figli e felino in tangenziale, avrò avuto le mie ragioni.

(Sempre che qualcuno mi sistemi la ruota, altrimenti in tangenziale non arrivo)

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Ti sblocco un ricordo

Era in fondo a un cassetto, che faceva fatica a chiudersi.

Se ne stava lì incastrato, impolverato e scarico, miracolosamente intatto.

Il nostro vecchio tablet s’è riacceso nel tempo di una cena, riconsegnandoci un pezzo di memoria familiare.

Un lampo sullo schermo ed ecco la piccola, quando lo era davvero, la esse strisciante e i boccoli chiari.

La mezzana con l’apparecchio ai denti e la frangetta, la stupidera e i selfie.

Il primogenito coi capelli a scodella, la voce da Paperino, gli abbracci alle sorelle, le coccole con la mamma.

Il gatto un batuffolino tenero e puccioso, non il felino di Satana dei giorni nostri.

Io con meno rughe, meno chili, i capelli sempre rossi, il sorriso tirato di chi, anche davanti a tanta bellezza, fatica a essere felice.

Uno alla volta, chi per terra e chi sul divano, abbiamo osservato quei noi stessi lontani nel tempo, riconoscendo crescite miracolose e impietosi invecchiamenti.

Ci siamo ritrovati nello stesso ricordo, tutti con una versione diversa.

Ho guardato quei tre piccoli sullo schermo e i tre grandi che mi sedevano accanto, con una consapevolezza nuova.

Che di strada se n’è fatta tanta, anche quando non ce ne siamo accorti e pensavamo d’esser fermi.

Che se la nostalgia è il desiderio di tornare, un desiderio inappagato, allora no, non sono nostalgica.

Ho la consapevolezza di essere passata attraverso fatiche grandi, alle quali per fortuna non ero preparata. Lo avessi saputo, dubito che avrei accettato.

Che i ricordi, un po’ come i dolori del parto, si edulcorano in fretta, ma va bene così.

Che di ricordi ne costruiamo ogni giorno un po’ di più, e so che domani, a differenza di oggi, riderò con tenerezza dei disastri dei miei tre adolescenti.

Che recuperare un ricordo è come infilare la mano nel cappotto dello scorso anno e trovarci un venti euro arrotolato: felicità.

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Amenità varie

Il primogenito chiede con insistenza una dieta a base di pollo e riso, per aumentare la massa muscolare come consigliato dal suo personal trainer.

Va in palestra da una sola settimana e ha già sviluppato il suo già ben strutturato delirio di onnipotenza.

La mezzana ne combina una più di Bertoldo, e dall’alto della mia pluriennale e pluripremiata competenza pedagogica ho deciso di regalarle un soggiorno premio al monastero di clausura delle Romite Ambrosiane, nella ridente località del Sacro Monte.

La piccola ha iniziato la terza media con l’entusiasmo dei detenuti nel braccio della morte e l’allegria di una hit di Masini.

Ha già preso una nota sul diario per non avere fatto un compito, anche se lei spergiura che era solo per conoscenza.

Di chi, non si sa.

In aggiunta ai due felini stanziali di casa, s’è aggiunto un terzo gatto con evidenti problemi di Alzheimer, visto che non si ricorda di abitare nella casa accanto. A differenza dei miei, però, non vomita sul pavimento.

No, lui piscia.

Per il resto, tutto bene.

Settembre, è tempo di migrare.

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Relax, Take It Easy

Sei sola in casa.

Hai controllato in ogni stanza, ne sei certa. Nessun figlio all’orizzonte, solo un felino che russa acciambellato sul letto.

Decidi che puoi farlo, te lo meriti, questa vita da schiava Isaura non ti appartiene.

Riempi la vasca alla temperatura giusta, abbassi le luci, metti un po’ di musica su Spotify che, per una congiunzione astrale più unica che rara non è in uso alla progenie.

Versi una dose abbondante di un bagno/doccia/rilassante/profumato/rinvigorente della stessa consistenza dell’olio per friggere, uno degli elisir di bellezza della mezzana.

Ti immergi sorridente e grata, giuri a te stessa che non risponderai al campanello né al telefono.

All’improvviso, caracollante e goffo come sempre, il piccolo felino sbuca dalla porta, incuriosito dall’insolita scena.

Con l’agilità di un cinghiale salta sul bordo della vasca, appoggiando i morbidi cuscinetti delle zampe su una chiazza del benefico olio da bagno, innescando una reazione a catena che lo catapulta diretto nell’acqua alta.

Come se avesse le molle salta immediatamente fuori dalla vasca, non prima di avere artigliato tutto quello che trovava.

Le mie ferite sono solo superficiali, la prognosi è sciolta e il gatto quasi asciutto.

Da domani, doccia.

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16

Sei sbocciata all’improvviso, come fa l’Echinopsis. Sai cos’è?
È una pianta, un cactus per la precisione.
Sì, lo so che può sembrare poco lusinghiero il paragone con una pianta grassa. Ma ha una particolarità: se ne sta lì buona buona e poi, una notte, mentre tutti dormono, fiorisce ed è un’esplosione di colori e bellezza.
È successo anche a te, negli ultimi mesi.
Sei sbocciata in grazia e beltà, come la bella addormentata. Ci hai fatto l’onore di scendere dall’iperuranio e forse quello che hai trovato non t’è dispiaciuto. Hai preso coraggio e fatto esperienze, sei uscita dal guscio e stretto nuove amicizie.
In tutto quello che fai c’è cura, a eccezione dell’ordine nella tua stanza che, diciamocelo con franchezza, è davvero pietoso.
Tu con la tua beauty routine, i top che fanno vedere la pancia e i grattini la sera sul lettone.
Sei attenta e partecipe, a volte pure troppo. Ti sintonizzi sulle emozioni degli altri e sai restarci, anche quando sono cariche di dolore.
Vorresti avere cura di me ed è bellissimo. Però, amore mio te lo devo dire, sono ancora io quella che si prende cura di te.
Perché vederti crescere è un onore e un privilegio grande, anche quando ti sgrido perché non studi abbastanza, quando mi accompagni al supermercato solo perché vuoi un mascara nuovo, o discutiamo per l’orario di rientro serale, sempre troppo presto per te e troppo tardi per me.
Ecco, in ogni momento sono orgogliosa di essere la mamma di quella faccetta lì, così simile a me è così tanto più bella.
Oggi compi sedici anni e assomigli sempre più alla donna che sarai.
Io, però, vedo ancora la piccoletta scatenata che ha sempre avuto fretta di crescere.
Buon compleanno, mezzana del mio cuore.
Buon compleanno, mia adorata Sveva.

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Try hard

In treno

“Minchia Bro”

“Bella fra”

“Oh, ma l’hai visto il prof nuovo di tecnologia? Sembra Salvatore Aranzulla”

“Io ho visto cosa è diventata la Martina di quarta c. Tanta roba, troppa grazia”

“Sì fra, ma sta con quello grosso, lascia stare”

“Oggi motoria, c’ha fatto correre una vita, ho lasciato giù i polmoni. Però ho traiardato* mica male, bro”

“Ma quanto siamo su ‘sto treno? Era meglio la Dad, meno sbatti”

“Eh ma così non vedevi la Martina, fra”

Minchia bro, bella fra.

Bentornati. Un po’ ci eravate mancati.

*neologismo da try hard, sforzarsi

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