Astute strategie

“Mamma?”

“Mammina?”

“Ma secondo voi sta bene?”

“Parla piano che la svegli, tonta”

“Ma siete sicuri che è viva?”

“Oh piccola, che dici. Che poppante. Si è addormentata sul divano, non vedi?”

“Io non sono una poppanteeee!!”

“Shhh!! Si è mossa! Nascondiamoci presto!”

“No, no. Si è solo girata, tranquille. Bene, parliamo di cose serie: chi la sveglia per la merenda?”

“Io voto per la piccola, che fa gli occhioni e il faccino triste e la mamma non si arrabbia”

“O si arrabbia solo con lei”

“Allora non lo faccio! Traditori”

“Pensa alle merendine, sorella. Non si trovano da nessuna parte, dobbiamo per forza chiederlo alla mamma”

“Le merendine. Va bene, lo faccio ma se si arrabbia dico che siete stati voi, chiaro??”

“Si sì, tranquilla. Dai, falle una carezza e chiamala dolcemente”

“Ehm.. Mammina cara? Come stai? Mamma??”

“Fratelli, non si sveglia”

“Senti che tosse ha. Forse è meglio che andiamo a cercarle da soli le merendine”

Molti animali, di fronte ai predatori, si fingono morti per salvarsi. Mica male come tecnica.

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Alte temperature

Quello che dicono
“Mammina, tranquilla. Che faccia che hai. Senza offesa, eh. Però sei pallida e hai le occhiaie. Fai sentire? Urca se scotti. Non devi fare niente e riposarti, che provvediamo noi a tutto. Pensa solo a guarire”

Quello che succede
Sparecchiamento del tavolo della cucina e trasferimento di pranzo e stoviglie in sala. Televisione accesa mentre si mangia, che nella lista delle proibizioni viene subito prima della celebrazione di una messa nera; accensione simultanea di cellulare, IPad, IPod nano, radiosveglia e probabilmente microonde, tanto per non lasciare nulla di inattivo. Apertura del barattolo nascosto -evidentemente non così bene- di caramelle e dolciumi, avanzi di hallowen probabilmente scaduti. Abbuffata dei suddetti dolci, con conseguenze per ora ignote.
Incessante pellegrinaggio ai piedi del mio letto, per portare alla mia attenzione istanze improrogabili e questioni di primaria importanza.
“Mamma, c’è il sole. Posso mettere i pantaloncini corti di jeans con l’infradito?”
“Mamma, pensavo che da grande non farò più la parrucchiera: sono indecisa tra veterinaria e cantante. Dobbiamo decidere adesso”
“Dov’è la mia divisa di basket? E le scarpe? E il borsone? Sono sicuro che fossero lì fino a qualche giorno fa. Dove le hai messe mamma?”

Quello che faccio
Mi alzo dal letto, infagottata nella felpa più calda, con le guance rosse e le mani gelate, i capelli ingarbugliati e la tachipirina che scorre nelle vene. Arrivo fino al divano, dove mi accascio per riprendermi dalla fatica.

Epilogo
Forse colpiti dalla visione della mamma influenzata, forse preoccupati di non trovare la divisa e le infradito, forse sorpresi dall’avere una coscienza, i tre sciagurati hanno provveduto a sparecchiare, lavare, spazzare e offrire alla mamma un elegante vassoio con tè e biscotti. E un avanzo di pizza.
Quasi quasi mi ammalo anche domani.

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Acqua e neve

“… e il turismo svizzero è particolarmente fiorente per gli impianti sciistici.
Mother, tutti i miei amici sanno sciare e vanno in settimana bianca, tranne me”

“Oh, meno male amore. Ero preoccupata, non sentivo questo ritornello da un po’. E stai studiando senza distrarti da quasi dieci minuti”

“Non scherzare che l’affare è serio. Sarò emarginato e tu fai ironia. Perché non mi hai mai insegnato a sciare?”

“Perché? Vediamo. Perché non so sciare nemmeno io, e non so insegnare ciò che non so”

“E allora perché mi hai fatto fare anni di corsi di nuoto? Tu sai nuotare! Potevi insegnarmelo tu”

“Vedo che oggi non sei affatto polemico, eh? Si, so nuotare, ma ho preferito che fossero altri a insegnartelo per bene. È già stato un trauma portarti a fare acquaticità quando eri solo un neonato”

“Perché, non mi piaceva?”

“Piaceva eccome, a te. Il problema ero io. Intanto a un mese dal parto mettermi in costume da bagno non era esattamente il mio più grande desiderio. Poi era inverno. Nella piscina piccola ci si sarebbe potuto cuocere la pasta, tanto era calda. Fare la doccia dopo era un incubo, dovevo tenerti in equilibrio per lavarmi e vestirmi, asciugarti per bene per non farti prendere la polmonite e alla fine mi sono presa io la bronchite. E poi l’insegnante, che con un sorriso beato ci esortava a mettervi sott’acqua. Mi sembrava di affogarti e lei ripeteva serafica che sarebbe stato bellissimo. È mancato tanto così che mi facessi venire una crisi isterica”

“Posso immaginare, mother, non che tu sia tanto tranquilla, eh. Comunque io voglio imparare a sciare”

“Se cominci a imparare Germania, Austria e Svizzera per la verifica di geografia di domani sono più contenta”

“Tu non mi capisci”

“Se vai avanti così ti ci metto ora, sott’acqua”

“E va bene, vada per lo snowboard”

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A volte si vince, a volte si perde (ma ci si diverte)

La domenica delle palme, un bel sole e aria tiepida. La palestra delle scuole elementari del paese, dieci ragazzini in pantaloncini e canotta pronti a sfidarsi nel girone di ritorno. Sugli spalti i genitori, in alto quelli in trasferta, qualche fila più in giù i padroni di casa. Un fischio dà il via alla partita, che si preannuncia adrenalinica. Dalle file più in alto il tifo si fa sempre più caloroso, dagli applausi si passa alle incitazioni prima, alla contestazione poi per arrivare agli insulti.
Madri insospettabili che si trasformano nel più spietato degli ultrà e urlano improperi al giovane arbitro, padri che denunciano complotti e favoritismi, genitori e parenti furiosi e rabbiosi. L’allenatore della squadra ospite, uomo di mezza età con delle sgargianti scarpe rosso fuoco, esorta i suoi giovani atleti a giocarsi il tutto per tutto in ogni modo.
In mezzo a tutto ciò i ragazzi, i nostri ragazzi, attoniti spettatori delle adulte frustrazioni. E si, perché di fronte a un simile spettacolo, oltre alla vergogna emergono alcune questioni. Ma se per una partita di under tredici fra paesi si libera così tanta aggressività, i genitori dei giocatori Nba cosa fanno, si sparano? Si aspettano fuori dai palazzetti per picchiarsi senza pietà?
Il tifo, la competizione, anche una certa dose di aggressività sono naturali quanto inevitabili. Fanno parte del gioco. Ma il limite dovrebbe essere sempre il buon senso e la maturità, oltre alla gratitudine per la passione sportiva dei nostri figli. L’allenatore della nostra squadra, uomo di sport e educazione, ripete spesso ai ragazzi che le partite bisogna vincerle sempre. Dove il verbo vincere significa però dare il massimo, impegnarsi e imparare e non in ultimo divertirsi. Qualunque sia il punteggio finale.
La partita alla fine l’abbiamo vinta noi di pochi punti, con tanto impegno e qualche livido. Ma l’avremmo vinta comunque, come ha commentato la piccola.

“Ma li hai visti, mamma? Quelli non sanno proprio divertirsi, mica come noi”

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Parole, parole, parole

Le parole sono importanti, si diceva in un famoso film.
Io cerco sempre di sceglierle con cura, come in un mazzo di girasoli quando si cerca il fiore più bello.
Provo a maneggiarle con delicatezza, a volte le passo da una mano all’altra come patate che scottano, ma cerco di non scagliarle mai perché fanno l’effetto del sasso lanciato sul vetro. Lo rompono.
E io, a costo di passare alla storia come la madre più noiosa- cosa peraltro non del tutto lontana dal vero, ché su certe questioni sono pesante come l’uranio- sfinisco i miei figli da sempre affinché pensino prima di parlare, scelgano il termine più adatto e possibilmente il tempo verbale giusto, perché poche cose intristiscono come un congiuntivo mancato.
Come i colori, anche le parole hanno la giusta sfumatura e tonalità, che si accorda con qualcosa e stona con un’altra.
È più difficile  scegliere le parole da tacere che quelle da dire, perché costringe chi parla a fermarsi, pensare e soppesare.
Le parole hanno un femminile e un maschile, un singolare e un plurale, sinonimi e contrari, una origine ma soprattutto un significato.
Per ogni pensiero che desideriamo esprimere ce ne è una da scegliere, coi bordi che combaciano come la tessera di un puzzle messa al posto giusto.
Le parole povere non esistono, semmai ci sono parole usate con sciatteria e incuria.
Ci sono parole che stonano, come note sbagliate.
Non c’è vento abbastanza forte da spazzare via delle parole cattive dalla memoria.
Non ci sono parole buttate al vento, semmai parole che il vento porta lontano.
Parole come composizioni o combinazioni, incastri o incanti, melodie o rumori.
Frasi fatte di parole radunate e ordinate, da tenere in tasca o nel cuore. Parole con cui giocare, da combinare e scambiare.
Parole poco pensate portano pena, ha imparato mio figlio in terza elementare.
E pensare poche parole porta più pena, ha aggiunto la piccola.

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Vendetta

“Fai la cartella, te l’ho già detto cento volte”

“La sto facendo”

“”Hai le carte in una mano e il cellulare nell’altra, c’è musica nella tua camera e stai cantando. Magari mi sbaglio, ma la cartella non si fa così”

“Posso farti un trucco?”

“Esattamente, quale fra le parole fai-la-cartella ti risulta oscura o incomprensibile?”

“Sono stanco, ho studiato tantissimo francese da solo perché tu non sai una parola e non mi aiuti mai. Che poi, non capisco come si fa a non conoscere il francese”

“Ho studiato il greco antico e il latino, può bastare?”

“No, tanto quelle non le parla nessuno”

“Allora facciamo così. Tu impari per bene il francese e poi me lo insegni, eh?”

“Che fatica, non ce la posso fare”

“Fai la cartella!!!”

“La sto facendo con la forza del pensiero, mother”

Due ore dopo.

“Mother, non si mangia stasera?”

“Certo, sto cucinando con la forza del pensiero”

“Ho capito. Faccio la cartella. Madre vendicativa”

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Privacy

In farmacia.

Tra fuori e dentro un’escursione termica che nemmeno ad agosto a Sharm el Sheikh dalla spiaggia all’albergo.
Sono in coda aspettando il mio turno alla distanza di sicurezza dietro la linea gialla, che dovrebbe tutelare la privacy delle persone. Sto sudando avvolta come sono dentro sciarpa e giaccone, il mal di testa che pulsa nelle tempie e le pastiglie nella borsa lasciata a casa. Davanti a me una bella ragazza con i capelli biondi legati in un perfetto e raffinato chignon, che mai sarò in grado di replicare sulla mia chioma. E’alta, ancora di più arrampicata su un meraviglioso quanto pericoloso tacco dodici. Ultima, dietro di me, una donna di mezza età con il rossetto brillante steso alla perfezione, per sua sfortuna anche sugli incisivi. Al bancone, davanti al farmacista un uomo, che vedo solo di spalle. La giacca scura elegante col colletto alzato, un taglio di capelli preciso e ordinato che lascia scoperte le orecchie. Che sono così rosse da sembrare in fiamme. Sento che parla col farmacista, ma non capisco bene tutte le parole.

“Quindi ha detto che è da ieri?”

“Ehm..no, sono tre giorni ormai”

“Mi descriva esattamente l’area interessata e quanto è diventato grosso”

“Ehm.. il tschhhhh sishhhhh, le dimensioni sono quelle di un grosso pompelmo”

“Un attimo che controllo. Angelaaa! Il farmaco per l’infiammazione testicolare ce l’abbiamo ancoraaa??”

Mentre il sensibile farmacista urla la sua richiesta alla collega sul retro la ragazza bionda e io ci scambiamo uno sguardo divertito, la signora col rossetto sui denti soffoca una risata e le orecchie dell’uomo al bancone diventano se possibile ancora più rosse. Scuote il capo sconsolato, come avesse ormai perso la fiducia nel genere umano. Esce dalla farmacia a testa bassa e camminando a fatica. La bella signorina bionda sintetizza mirabilmente il pensiero di tutti.

“Da oggi in poi guarderò i pompelmi con occhi diversi”

 

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Un consiglio

“Mamma, sai che sono soddisfatta? Ho avuto proprio un’infanzia felice.”

“Piccola, hai sette anni santo cielo. Ce l’hai ancora, un’infanzia”

“Ah, davvero? Pensavo che in seconda elementare si fosse grandi. E mia sorella invece?”

“Tua sorella è ancora piccola, nonostante sia alta come me e si metta i miei vestiti. Le scarpe non può, perché mi ha già superato col numero”

“Per forza mamma, tu ha il piede di uno gnomo”

“Di Cenerentola, prego. Una che col piede piccolo è andata a vivere in un castello”

“Ma tu dici sempre che il principe azzurro non esiste e che bisogna svegliarsi da sole e che..”

“Va bene va bene basta. Mi domando da chi tu abbia preso questa lingua”

“Mio fratello invece non è più nell’infanzia, vero? È passato di livello ed è diventato un preadolescente puzzolone”

“Tuo fratello è in bilico, con un piede dentro l’infanzia e uno nell’adolescenza. Per questo è così difficile: deve tenersi in equilibrio”

“Io gli darei una spinta, così non ne parliamo più. E tu invece mamma?”

“Amore, io sono grande, altrimenti non potei fare la mamma”

“Ah, ho capito. Ti hanno buttato fuori dall’infanzia, giusto?”
“Mamma? Perché mi guardi così? Non aggrottare la fronte che sennò ti conto le rughe e ti arrabbi. Sai che sei bellissima? In generale, intendo, non ora, eh”

Se un neo genitore mi chiedesse un consiglio, uno solo, per allevare il proprio figlio, risponderei così. Autostima. Così tanta da doverne mettere via un po’, come la legna per l’inverno. Perché ne servirà in abbondanza e non sarà mai abbastanza.

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In galleria

Galleria di un centro commerciale, tarda mattinata di un giorno infrasettimanale.
A pochi passi di distanza si trovano delle panchine a esse, strategicamente posizionate di fronte ai negozi di abbigliamento più famosi. Uno spazio pensato per riposarsi dalle fatiche dello shopping, che in realtà diventa luogo di ritrovo o oasi nel deserto per due categorie di persone: le mamme che allattano i neonati e, ben più numerosi, gli uomini che aspettano mogli, compagne, madri o amanti mentre perlustrano ogni anfratto del negozio.
I signori in attesa sono di tutte le fasce d’età, dall’adolescente al nonno, uniti nella sventura di dover aspettare una donna intenta a scegliere un capo di abbigliamento e che hanno udito la frase “ci metto un attimo” qualche mezz’ora prima. Il signore che attira la mia attenzione è un uomo sulla settantina, capelli bianchi, baffi ordinati e squadrati. Vestito di tutto punto, le scarpe in tinta col maglione e il colletto della camicia perfettamente stirato. E’ seduto con le gambe accavallate, un gomito piegato sul ginocchio, la mano che sorregge il mento in un’espressione dubbiosa. La fronte aggrottata, gli occhiali ben saldi sul naso. Lo sguardo rivolto allo smartphone che tiene con l’altra mano, e avvicina e allontana per mettere meglio a fuoco. Scuote la testa e sospira, sconsolato. Frattanto un bella signora e una giovane ragazza, probabilmente moglie e figlia, escono dal negozio con numerosi sacchetti tra le mani. Guardano l’uomo, si fissano e ridono.

“Amedeo, cosa combini?”

“Io? Cosa combina questo affare! Dice che per accedere al wi-fi devo indicare l’indirizzo e-mail e il nome utente. Ho già scritto quattro volte il mio nome e l’indirizzo ma non funziona”

“Papà, scusa, ma che indirizzo hai messo?”

“Quello di casa, no? Che domande sono?”

“Amedeo, senti, ma perché hai bisogno del wi-fi?”

“Come perché? siete via da un’eternità, mi annoiavo e volevo sentire un po’ di musica.”

Eh già. A cosa serve altrimenti il wi-fi.

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A casa

Tarda sera, sul volo di ritorno.

“Allora ragazzi, come ogni volta ci diciamo cosa ci è piaciuto di più durante la vacanza?”

“Io io comincio io!! A me è piaciuto di più il McDonald’s, la teleferica che andava in alto altissimo perché mio fratello era terrorizzato, e poi pucciare i piedi in mare. L’acqua era fredda, però”

“Grazie, piccola. Son soddisfazioni fare tanta strada per apprezzare un buon McDonald’s”

“Tocca a me. Intanto non è assolutamente vero che ero terrorizzato, la pancia mi faceva male anche prima. Comunque il momento più bello è stato vedere lo stadio e il negozio di magia. E comprare la maglia di Bravo, quella originale mica le tarocche che mi proponi si solito, mamma”

“Già, lo stadio. Che emozione. E il museo che ci hanno fatto vedere? Musica da cattedrale, uomini in pellegrinaggio. A un certo punto ho visto gente in adorazione, pensavo ci fossero le spoglie mortali di Messi. In effetti una teca c’era, ma era quella del pallone d’oro. Praticamente un santuario”

“Hai ragione mamma, una noia mortale. I momenti più belli sono ben altri. Quando abbiamo mangiato la paella che era buonissima, i negozi di souvenir dove mi sono data alla pazza gioia e la casa Batlló, dove mi piacerebbe vivere”

“Sorelle, vi ricordate che ridere quando la piccola aveva il virus gastrointestinale e la mamma l’ha dovuta portare in tutti i bar della Rambla per andare in bagno? Si è bevuta almeno dieci caffè e poi era isterica! Ah e poi quando l’hanno fermata per il controllo a campione antidroga in aeroporto! Fighissimo! Sembrava di stare in un reality!”

“Come siete cari. Me lo ricorderò per la prossima volta. Allacciate le cinture, che tra poco si atterra”

La parentesi iberica si è chiusa e ora si torna alla normalità, qualsiasi cosa voglia significare.
E se qualcuno fosse curioso, sono risultata negativa al controllo antidroga e il mio momento preferito è stato davanti a un cappuccino e una brioches, col sole sulla faccia e tre sorrisi intorno.

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