Giornate miracolose

Ci sono giornate così belle, così meravigliosamente perfette, così inconsapevolmente armoniose. Di benessere e grazia, aria tiepida e luce. Di pace e sorrisi.
Ci sono sicuramente, giornate così. Ma non sono le mie e soprattutto non lo sono in questo periodo.
Un periodo faticoso e poco colorato, funestato da una salute traballante e da piccoli fastidiosi eventi. Niente di grave, eh. Lagnanze e lamentazioni non fanno parte di me, mi infastidiscono negli altri e mi irritano quando sono io a prendere questa deriva.
Tutta questa nobile premessa per dire che non ho intenzione alcuna di lamentarmi, bensì di elencare in ordine sparso e in modo assolutamente oggettivo gli accadimenti della giornata: mattino, sveglia con la congiuntivite bilaterale, il cielo è scuro e non puoi presentarti con gli occhiali da sole per nascondere gli occhi gonfi; fuori piove e la sera prima hai impiegato tempo prezioso a far la piega ai capelli; il figlio grande dimentica il compito di grammatica e alle ore sei e venti del mattino ragioni di preposizioni di moto a luogo, quando l’unico luogo dove vorresti condurti è il letto; è finito il latte per la colazione e la piccola propone di cominciare la giornata con gli avanzi di pasta al ragù; le parole “antibiotico e riposo” dette dal dottore nella stessa frase, che sono un ossimoro quasi come “lasagne ipocaloriche”; un carico di lavatrici ormai fuori controllo, complice la settimana di febbre, che probabilmente condurrà la piccola alla agognata conquista dei pantaloncini corti; l’autoradio inspiegabilmente bloccata su Radio Maria per tutto il pomeriggio.
Tuttavia: la piccola ha fatto i compiti spontaneamente, senza richieste né aiuto, il grande ha sparecchiato e messo i piatti in lavastoviglie, la mezzana ha svuotato la lavatrice e preso dieci in matematica.

Il problema coi miracoli è questo: li cerchiamo guardando in alto. Quando a volte sono sotto i nostri occhi.

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Incomprensioni

“…e poi gli ha detto di smetterla!”

“Caspita, doveva essere proprio arrabbiato”

“Chi era arrabbiato?”

“È una storia lunga che tua sorella mi sta raccontando. Se sei interessato poi ti facciamo un riassunto”

“Chi ha parlato di riassunto? È ora dei compiti? Io non ho nessun riassunto da fare, devo imparare a memoria la poesia e l’ho già studiata da sola, senti qui. La Pasqua è.. La Pasqua fa.. No aspetta non era così ma adesso mi ricordo”

“Mamma, però stavo parlando io!! Devo finire il racconto”

“Si amore, capisco, ma stai parlando da più di mezz’ora ormai e io devo preparare la cena”

“Eccomi! Si mangia? Ho sentito che è pronta la cena. Perché la tavola non è apparecchiata?”

“Non è pronto e la tavola va apparecchiata, che da sola non riesce. Non è come nei tuoi trucchi di magia. E non è possibile che ascoltiate solo l’ultima parola di un discorso, non si capisce niente in questa casa”

“Anch’io voglio vedere il trucco! La poesia la ripasso dopo”

“Non c’è nessun trucco da vedere! Stavo solo dicendo che.. Niente, lasciamo stare perché non ne usciamo più”

“Come uscire, mamma? Non ho ancora finito di raccontare!”

Sarà la sordità selettiva, sarà l’incapacità di rispettare i turni nella comunicazione, sarà quel che sarà ma a casa nostra troppo spesso sembra di stare in un talk show.

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Riti pasquali

Camminano accanto, mano nella mano. Non si capisce chi guidi e chi sia guidato. L’andatura è lenta e incerta, uno perché ha gambe corte e passi nuovi, l’altro tanti passi nelle gambe stanche. Hanno il giubbotto della stessa marca, con lo stemma sul braccio, di quelli che si vedono anche col buio. È una esplosione di colore nella corsia bianca del supermercato. Il grande guarda dritto davanti a sé, lo sguardo alla ricerca di qualcosa. Il piccolo cerca con lo sguardo il viso del grande. All’improvviso si fermano, quasi contemporaneamente, davanti all’espositore delle uova di Pasqua. Si guardano complici, e sorridono.

“Nonno, sei sicuro?”

Dice una voce sottile e nasale, come spesso hanno i bambini più piccoli in questa stagione.

“Certo che sono sicuro. Coraggio, scegli”

“Ma la nonna ha detto che dovevamo prendere solo la carne per il ragù..”

“Ragazzo, sii uomo. Scegli!”

Il bambino chiamato ragazzo che deve fare l’uomo indugia brevemente con lo sguardo sul nonno. Poi si volta deciso, lascia la mano che teneva e prende con circospezione un uovo alla volta, osservando l’incarto, l’immagine della sorpresa, scuotendoli leggermente per sentirne il rumore.
Solleva e appoggia, scruta e valuta, come un gioielliere con delle pietre preziose. Al termine dell’operazione fa un passo indietro, e punta il dito verso l’espositore.

“Ho deciso. È quello”

Il nonno, che fino a quel momento ha osservato il nipote con le mani intrecciate dietro la schiena e le gambe divaricate come una guardia, allunga un braccio per prendere l’uovo della Juventus. Sorride e annuisce, gonfio di orgoglio, come se si fosse celebrato un rito di iniziazione noto solo a loro. Afferra l’uovo bianconero e lo consegna tra le piccole mani del nipote.

“Ecco qui. Possiamo andare. Ah, mi raccomando: non diciamo niente alla nonna”

D’altronde si sa: i riti iniziatici sono cose da maschi.

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Come un tiro da tre

Lo aspettava da un anno esatto. Come il Natale, il compleanno, le vacanze estive. Come l’alba dopo una notte buia, la pioggia dopo l’arsura, i saldi che dal venti passano al settanta per cento.
È arrivato senza farsi aspettare il Garbosi, il trofeo più amato dai giovani cestisti della zona, intitolato al famoso allenatore che portò alla pallacanestro Varese il primo scudetto. Nelle nostre vite da un paio d’anni questo trofeo ha portato un ragazzino felice, le vacanze di Pasqua in giro per palazzetti e palestre, centinaia di rimbalzi e tiri a canestro. Lo scorso anno ha portato anche un ospite, perché la filosofia del trofeo coniuga sport e accoglienza, vittoria e sconfitta, divertimento e fatica. Divertimento per i ragazzi, che per giorni vivono e respirano la loro passione sportiva; fatica per i grandi, che occupano qualche giorno di rara vacanza per accompagnare giocatori e vedere partite. Genitori che si ritrovano all’alba della mattina di Pasqua davanti a una palestra, mentre il resto del mondo dorme, pronti a tifare per i propri campioni. Che trascorrono la pasquetta al Palazzetto per la solenne cerimonia di chiusura, un momento toccante e carico d’emozione, che si tramuta in lacrime vere e proprie dopo la terza ora di premiazione.
Il trofeo Garbosi è arrivato e se ne è andato, in attesa di tornare il prossimo anno. Ci troverà tutti presenti, in canotta e calzoncini, con le scarpe ben allacciate e una palla da basket nell’uovo di Pasqua.

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Ciao, amico

Non molto aveva in comune con il suo epico omonimo.
Non la voglia di esplorare, l’ardore in battaglia o il saper navigare per mare. Anzi, a dirla tutta soffriva pure la macchina e mal tollerava il guinzaglio.
Ulisse, il cane della nonna ma per la proprietà transitiva cane di tutta la famiglia, ha scelto il pomeriggio di Pasqua per salutarci. Era con noi da diciotto anni ed è stato paziente testimone di tutti i grandi eventi familiari, compresa la nascita dei bambini, uno dopo l’altro. Ne ha annusato le tutine quando erano neonati accogliendoli con la naturalezza del padrone di casa con gli ospiti graditi. Ha trascorso la maggior parte della sua vita con la compagna Penelope, che a differenza della sua omonima, piuttosto che aspettarlo preferiva mangiargli il cibo della ciotola, arraffando sempre i bocconi migliori.
Perché Ulisse era così, tanto buono da essere l’unico cane al mondo a non fare paura alla piccola di casa, nota a tutti per la sua inspiegabile cinofobia.
Era anziano e malato, non ci vedeva né sentiva più tanto bene ma per essere felice gli bastava sapere di avere accanto la mia mamma, che se avesse saputo parlare avrebbe definito nello stesso modo.
Ci ha lasciato nello studio di un veterinario di emergenza, con un dottore buono che ha avuto rispetto per lui e per noi umani che tristi lo accompagnavano. Con noi il primogenito, capace nonostante la giovane età di stare nella spensieratezza quanto restare nella difficoltà.

Il nostro cagnolino, arrivato in una primavera lontana, era un trovatello piccolo dal pelo nero, frutto di così tanti incroci da rendere impossibile risalire a una razza precisa. Era simpatico e buffo, rompiscatole e affettuoso. È andato via in una giornata di festa con le primule, dopo tanto tempo trascorso con noi.
Ciao Ulisse, grazie per la compagnia.

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In deroga

C’è sempre un momento, prima di una scelta, in cui sei ancora in tempo per fermarti. In tempo per un passo indietro, un cambio di treno o di direzione. In tempo per avere paura o coraggio, per prendere o perdere, salire o scendere.
Sabato scorso ho ufficialmente perso la mia battaglia educativa con la figlia di mezzo. In deroga a tutti i miei principi pedagogici, ai miei studi e al buon senso, ho ceduto alle pressioni esogene e endogene. Coerenza e principi si sono infranti contro il potere delle nuove tecnologie. In una giornata primaverile, con un cielo così azzurro e un sole tanto caldo da volersi solo sdraiarsi su un prato, ho raggiunto un gigantesco e trafficato  centro commerciale in compagnia di una bambina eccitata e sorridente. Una bambina che si appresta a ricevere il sacramento della Cresima -che da quest’anno si riceve in quinta anziché in prima media- e i regali che ne conseguono, primo fra tutti il tanto desiderato cellulare. Poco importa che io abbia ripetuto per anni che un desiderio non è un diritto e che ogni cosa ha il suo momento. Siamo riemerse da quella bolgia infernale di persone, carrelli e sacchetti due ore dopo, quando il sole non era più tanto caldo. Tra le mani la preziosa scatoletta, sul viso il sorriso più radioso.

“Mamma grazie, è stato il giorno più bello della mia vita. Ancora meglio di quando a quattro anni sono stata tre giorni all’ospedale e tu sei stata con me notte giorno e la nonna mi ha regalato la barbie sirena”

“Lieta che tu sia felice, un po’ meno della classifica dei tuoi ricordi più belli. Comunque. Ricordati che potrai scaricare whatsapp e applicazioni solo a settembre, quando sarai in prima media”

“Sicuro, mamma cara”

“E che il telefono non si tocca fino alla Cresima”

“Certo, mammina”

Ho l’impressione di avere perso parecchia credibilità.

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Arrivo

“Toc toc! Permesso?”

“Nonna?”

“Nonna??”

“Evviva la nonnaa!!”

È entrata così, preannunciata da un laconico sms che recitava una sola ma determinante parola: “arrivo”. La nonna non auto munita si è presentata a casa nostra di buon mattino, recuperando un passaggio che la conducesse al capezzale della figlia malata e, soprattutto, dai nipoti in stato di abbandono. É arrivata sorridente ed energica, ha preso in mano la situazione e in capo a mezz’ora i tre sciagurati erano lavati, vestiti e chini sui compiti delle vacanze. Il fracasso si è fatto mormorio, le urla sussurri e le mazzate son rimaste mazzate, ché neanche la nonna fa miracoli. Il pranzo è stato servito, la cucina riassettata, i quaderni controllati.
Io a letto, a curare la febbre lasciando a qualcun altro la cura di tutto. Persa in un sonno profondo e senza sogni, un sonno da figlia più che da mamma. Un sonno che sa di fiducia e di infanzia, di tè caldo e coperte pulite. Affidare il timone a qualcun altro, delegare incombenze e responsabilità, liberare la mente da pensieri e parole può solo fare bene, ogni tanto. Certo, sarebbe meglio accadesse durante una vacanza ai tropici e non a letto coi calzettoni, ma accontentiamoci.

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Astute strategie

“Mamma?”

“Mammina?”

“Ma secondo voi sta bene?”

“Parla piano che la svegli, tonta”

“Ma siete sicuri che è viva?”

“Oh piccola, che dici. Che poppante. Si è addormentata sul divano, non vedi?”

“Io non sono una poppanteeee!!”

“Shhh!! Si è mossa! Nascondiamoci presto!”

“No, no. Si è solo girata, tranquille. Bene, parliamo di cose serie: chi la sveglia per la merenda?”

“Io voto per la piccola, che fa gli occhioni e il faccino triste e la mamma non si arrabbia”

“O si arrabbia solo con lei”

“Allora non lo faccio! Traditori”

“Pensa alle merendine, sorella. Non si trovano da nessuna parte, dobbiamo per forza chiederlo alla mamma”

“Le merendine. Va bene, lo faccio ma se si arrabbia dico che siete stati voi, chiaro??”

“Si sì, tranquilla. Dai, falle una carezza e chiamala dolcemente”

“Ehm.. Mammina cara? Come stai? Mamma??”

“Fratelli, non si sveglia”

“Senti che tosse ha. Forse è meglio che andiamo a cercarle da soli le merendine”

Molti animali, di fronte ai predatori, si fingono morti per salvarsi. Mica male come tecnica.

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Alte temperature

Quello che dicono
“Mammina, tranquilla. Che faccia che hai. Senza offesa, eh. Però sei pallida e hai le occhiaie. Fai sentire? Urca se scotti. Non devi fare niente e riposarti, che provvediamo noi a tutto. Pensa solo a guarire”

Quello che succede
Sparecchiamento del tavolo della cucina e trasferimento di pranzo e stoviglie in sala. Televisione accesa mentre si mangia, che nella lista delle proibizioni viene subito prima della celebrazione di una messa nera; accensione simultanea di cellulare, IPad, IPod nano, radiosveglia e probabilmente microonde, tanto per non lasciare nulla di inattivo. Apertura del barattolo nascosto -evidentemente non così bene- di caramelle e dolciumi, avanzi di hallowen probabilmente scaduti. Abbuffata dei suddetti dolci, con conseguenze per ora ignote.
Incessante pellegrinaggio ai piedi del mio letto, per portare alla mia attenzione istanze improrogabili e questioni di primaria importanza.
“Mamma, c’è il sole. Posso mettere i pantaloncini corti di jeans con l’infradito?”
“Mamma, pensavo che da grande non farò più la parrucchiera: sono indecisa tra veterinaria e cantante. Dobbiamo decidere adesso”
“Dov’è la mia divisa di basket? E le scarpe? E il borsone? Sono sicuro che fossero lì fino a qualche giorno fa. Dove le hai messe mamma?”

Quello che faccio
Mi alzo dal letto, infagottata nella felpa più calda, con le guance rosse e le mani gelate, i capelli ingarbugliati e la tachipirina che scorre nelle vene. Arrivo fino al divano, dove mi accascio per riprendermi dalla fatica.

Epilogo
Forse colpiti dalla visione della mamma influenzata, forse preoccupati di non trovare la divisa e le infradito, forse sorpresi dall’avere una coscienza, i tre sciagurati hanno provveduto a sparecchiare, lavare, spazzare e offrire alla mamma un elegante vassoio con tè e biscotti. E un avanzo di pizza.
Quasi quasi mi ammalo anche domani.

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Acqua e neve

“… e il turismo svizzero è particolarmente fiorente per gli impianti sciistici.
Mother, tutti i miei amici sanno sciare e vanno in settimana bianca, tranne me”

“Oh, meno male amore. Ero preoccupata, non sentivo questo ritornello da un po’. E stai studiando senza distrarti da quasi dieci minuti”

“Non scherzare che l’affare è serio. Sarò emarginato e tu fai ironia. Perché non mi hai mai insegnato a sciare?”

“Perché? Vediamo. Perché non so sciare nemmeno io, e non so insegnare ciò che non so”

“E allora perché mi hai fatto fare anni di corsi di nuoto? Tu sai nuotare! Potevi insegnarmelo tu”

“Vedo che oggi non sei affatto polemico, eh? Si, so nuotare, ma ho preferito che fossero altri a insegnartelo per bene. È già stato un trauma portarti a fare acquaticità quando eri solo un neonato”

“Perché, non mi piaceva?”

“Piaceva eccome, a te. Il problema ero io. Intanto a un mese dal parto mettermi in costume da bagno non era esattamente il mio più grande desiderio. Poi era inverno. Nella piscina piccola ci si sarebbe potuto cuocere la pasta, tanto era calda. Fare la doccia dopo era un incubo, dovevo tenerti in equilibrio per lavarmi e vestirmi, asciugarti per bene per non farti prendere la polmonite e alla fine mi sono presa io la bronchite. E poi l’insegnante, che con un sorriso beato ci esortava a mettervi sott’acqua. Mi sembrava di affogarti e lei ripeteva serafica che sarebbe stato bellissimo. È mancato tanto così che mi facessi venire una crisi isterica”

“Posso immaginare, mother, non che tu sia tanto tranquilla, eh. Comunque io voglio imparare a sciare”

“Se cominci a imparare Germania, Austria e Svizzera per la verifica di geografia di domani sono più contenta”

“Tu non mi capisci”

“Se vai avanti così ti ci metto ora, sott’acqua”

“E va bene, vada per lo snowboard”

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