Privacy

In farmacia.

Tra fuori e dentro un’escursione termica che nemmeno ad agosto a Sharm el Sheikh dalla spiaggia all’albergo.
Sono in coda aspettando il mio turno alla distanza di sicurezza dietro la linea gialla, che dovrebbe tutelare la privacy delle persone. Sto sudando avvolta come sono dentro sciarpa e giaccone, il mal di testa che pulsa nelle tempie e le pastiglie nella borsa lasciata a casa. Davanti a me una bella ragazza con i capelli biondi legati in un perfetto e raffinato chignon, che mai sarò in grado di replicare sulla mia chioma. E’alta, ancora di più arrampicata su un meraviglioso quanto pericoloso tacco dodici. Ultima, dietro di me, una donna di mezza età con il rossetto brillante steso alla perfezione, per sua sfortuna anche sugli incisivi. Al bancone, davanti al farmacista un uomo, che vedo solo di spalle. La giacca scura elegante col colletto alzato, un taglio di capelli preciso e ordinato che lascia scoperte le orecchie. Che sono così rosse da sembrare in fiamme. Sento che parla col farmacista, ma non capisco bene tutte le parole.

“Quindi ha detto che è da ieri?”

“Ehm..no, sono tre giorni ormai”

“Mi descriva esattamente l’area interessata e quanto è diventato grosso”

“Ehm.. il tschhhhh sishhhhh, le dimensioni sono quelle di un grosso pompelmo”

“Un attimo che controllo. Angelaaa! Il farmaco per l’infiammazione testicolare ce l’abbiamo ancoraaa??”

Mentre il sensibile farmacista urla la sua richiesta alla collega sul retro la ragazza bionda e io ci scambiamo uno sguardo divertito, la signora col rossetto sui denti soffoca una risata e le orecchie dell’uomo al bancone diventano se possibile ancora più rosse. Scuote il capo sconsolato, come avesse ormai perso la fiducia nel genere umano. Esce dalla farmacia a testa bassa e camminando a fatica. La bella signorina bionda sintetizza mirabilmente il pensiero di tutti.

“Da oggi in poi guarderò i pompelmi con occhi diversi”

 

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Un consiglio

“Mamma, sai che sono soddisfatta? Ho avuto proprio un’infanzia felice.”

“Piccola, hai sette anni santo cielo. Ce l’hai ancora, un’infanzia”

“Ah, davvero? Pensavo che in seconda elementare si fosse grandi. E mia sorella invece?”

“Tua sorella è ancora piccola, nonostante sia alta come me e si metta i miei vestiti. Le scarpe non può, perché mi ha già superato col numero”

“Per forza mamma, tu ha il piede di uno gnomo”

“Di Cenerentola, prego. Una che col piede piccolo è andata a vivere in un castello”

“Ma tu dici sempre che il principe azzurro non esiste e che bisogna svegliarsi da sole e che..”

“Va bene va bene basta. Mi domando da chi tu abbia preso questa lingua”

“Mio fratello invece non è più nell’infanzia, vero? È passato di livello ed è diventato un preadolescente puzzolone”

“Tuo fratello è in bilico, con un piede dentro l’infanzia e uno nell’adolescenza. Per questo è così difficile: deve tenersi in equilibrio”

“Io gli darei una spinta, così non ne parliamo più. E tu invece mamma?”

“Amore, io sono grande, altrimenti non potei fare la mamma”

“Ah, ho capito. Ti hanno buttato fuori dall’infanzia, giusto?”
“Mamma? Perché mi guardi così? Non aggrottare la fronte che sennò ti conto le rughe e ti arrabbi. Sai che sei bellissima? In generale, intendo, non ora, eh”

Se un neo genitore mi chiedesse un consiglio, uno solo, per allevare il proprio figlio, risponderei così. Autostima. Così tanta da doverne mettere via un po’, come la legna per l’inverno. Perché ne servirà in abbondanza e non sarà mai abbastanza.

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In galleria

Galleria di un centro commerciale, tarda mattinata di un giorno infrasettimanale.
A pochi passi di distanza si trovano delle panchine a esse, strategicamente posizionate di fronte ai negozi di abbigliamento più famosi. Uno spazio pensato per riposarsi dalle fatiche dello shopping, che in realtà diventa luogo di ritrovo o oasi nel deserto per due categorie di persone: le mamme che allattano i neonati e, ben più numerosi, gli uomini che aspettano mogli, compagne, madri o amanti mentre perlustrano ogni anfratto del negozio.
I signori in attesa sono di tutte le fasce d’età, dall’adolescente al nonno, uniti nella sventura di dover aspettare una donna intenta a scegliere un capo di abbigliamento e che hanno udito la frase “ci metto un attimo” qualche mezz’ora prima. Il signore che attira la mia attenzione è un uomo sulla settantina, capelli bianchi, baffi ordinati e squadrati. Vestito di tutto punto, le scarpe in tinta col maglione e il colletto della camicia perfettamente stirato. E’ seduto con le gambe accavallate, un gomito piegato sul ginocchio, la mano che sorregge il mento in un’espressione dubbiosa. La fronte aggrottata, gli occhiali ben saldi sul naso. Lo sguardo rivolto allo smartphone che tiene con l’altra mano, e avvicina e allontana per mettere meglio a fuoco. Scuote la testa e sospira, sconsolato. Frattanto un bella signora e una giovane ragazza, probabilmente moglie e figlia, escono dal negozio con numerosi sacchetti tra le mani. Guardano l’uomo, si fissano e ridono.

“Amedeo, cosa combini?”

“Io? Cosa combina questo affare! Dice che per accedere al wi-fi devo indicare l’indirizzo e-mail e il nome utente. Ho già scritto quattro volte il mio nome e l’indirizzo ma non funziona”

“Papà, scusa, ma che indirizzo hai messo?”

“Quello di casa, no? Che domande sono?”

“Amedeo, senti, ma perché hai bisogno del wi-fi?”

“Come perché? siete via da un’eternità, mi annoiavo e volevo sentire un po’ di musica.”

Eh già. A cosa serve altrimenti il wi-fi.

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A casa

Tarda sera, sul volo di ritorno.

“Allora ragazzi, come ogni volta ci diciamo cosa ci è piaciuto di più durante la vacanza?”

“Io io comincio io!! A me è piaciuto di più il McDonald’s, la teleferica che andava in alto altissimo perché mio fratello era terrorizzato, e poi pucciare i piedi in mare. L’acqua era fredda, però”

“Grazie, piccola. Son soddisfazioni fare tanta strada per apprezzare un buon McDonald’s”

“Tocca a me. Intanto non è assolutamente vero che ero terrorizzato, la pancia mi faceva male anche prima. Comunque il momento più bello è stato vedere lo stadio e il negozio di magia. E comprare la maglia di Bravo, quella originale mica le tarocche che mi proponi si solito, mamma”

“Già, lo stadio. Che emozione. E il museo che ci hanno fatto vedere? Musica da cattedrale, uomini in pellegrinaggio. A un certo punto ho visto gente in adorazione, pensavo ci fossero le spoglie mortali di Messi. In effetti una teca c’era, ma era quella del pallone d’oro. Praticamente un santuario”

“Hai ragione mamma, una noia mortale. I momenti più belli sono ben altri. Quando abbiamo mangiato la paella che era buonissima, i negozi di souvenir dove mi sono data alla pazza gioia e la casa Batlló, dove mi piacerebbe vivere”

“Sorelle, vi ricordate che ridere quando la piccola aveva il virus gastrointestinale e la mamma l’ha dovuta portare in tutti i bar della Rambla per andare in bagno? Si è bevuta almeno dieci caffè e poi era isterica! Ah e poi quando l’hanno fermata per il controllo a campione antidroga in aeroporto! Fighissimo! Sembrava di stare in un reality!”

“Come siete cari. Me lo ricorderò per la prossima volta. Allacciate le cinture, che tra poco si atterra”

La parentesi iberica si è chiusa e ora si torna alla normalità, qualsiasi cosa voglia significare.
E se qualcuno fosse curioso, sono risultata negativa al controllo antidroga e il mio momento preferito è stato davanti a un cappuccino e una brioches, col sole sulla faccia e tre sorrisi intorno.

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Una profumata felicità

Una mattina di sole, in una piccola piazza quadrata con un campanile al centro. Le case colorate a fare cornice, in un salotto a cielo aperto con sedie e tavolini sparsi tra gli alberi.
Una mamma, un ragazzino e due bambine. Seduti a fare colazione con le giacche appese alle sedie.
Il sole scalda facce sorridenti, ché a quest’ora si dovrebbe essere a scuola o al lavoro.
E invece loro sono lì, in quell’altrove festoso, con le brioches appena sfornate e un cappuccino buonissimo. Sono lì con le briciole sul naso, con gli occhi strizzati per il sole, a dire di parole che finiscono in esse, a ridere di ricordi e progettare l’oggi o al massimo il domani. Sono lì in quell’attimo, un avvolgente presente. Sono lì a farsi scaldare il viso e anche un po’ il cuore.
La felicità può essere così banalmente semplice che se non stai bene attento non ti accorgi nemmeno che c’è.
È come un olio essenziale: ne basta una goccia per profumare di nuovo la vita.

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Lost in Barcellona

“Io non resto qui dentro un minuto di più, chiaro? E se cade giù tutto?”

“Piccola ascolta, non cadrà nulla, siamo al sicuro. È una basilica, mica una grotta. Dai, vieni a vedere che bella”

“Scherzi? Mai. C’è pure una gru. Torniamo quando è finita, che è meglio”
“El rei de la màgia! El rei de la màgia!! Mamma, grazie. Sei la migliore. Oggi voglio bene perfino alle mie sorelle, va. Ancora non ci credo: El rei de la màgia!!”
“Guarda che belli mamma, i disegni di Picasso da piccolo!”

“Ehm.. No tesoro. Hai sentito l’audio guida? Li ha fatti da adulto, è un periodo della sua pittura”

“Ah, capisco. Quanto hai pagato per entrare?”

“Non fare la spiritosa. Piuttosto guarda qui: ha dipinto sua madre, visto che bravo? La sua mamma!”

“Anche io all’asilo ti ho dipinta, non ti ricordi?”

“Certo che ricordo. Mi hai disegnata in un bar pieno di bottiglie e hai raccontato alla maestra che passavo il mio tempo lì. Proprio io che sono astemia”

Barcellona è una città meravigliosa con una moltitudine di luoghi da visitare. Il nostro tour prosegue leggermente al di fuori delle rotte classiche.
La piccola che si rifiuta di entrare nella basilica, il grande che oltre allo stadio ambiva solo a fare acquisti in un famoso negozio di illusionismo, la mezzana trasformata per l’occasione in critico d’arte.
E la mamma con la cartina in mano che cerca orientamento, metro e strade.
Insomma, qui ci si diverte come matti.

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In trasferta

“Io voglio vedere lo stadio. Sarà mitico”

“Neanche per idea. Andiamo allo zoo. Ci sono gli scimpanzé, così quello stolto di mio fratello trova compagnia”

“Niente zoo. Lo sai che gli animali soffrono. Si va al mare!”

L’aereo è atterrato da pochi minuti e non si sono ancora slacciati le cinture di sicurezza, ma già litigano. Il volo è andato bene, come si suol dire. Il grande ha finto indifferenza e coraggio ma ha studiato compulsivamente il pieghevole sulla sicurezza aerea imparando come usare una maschera di ossigeno. La mezzana ha cercato di farsi comprare qualunque cosa del conveniente catalogo “bistro & boutique”, la piccola ha stretto amicizia con Ignacìo, aitante steward che grazie a lei ha arricchito notevolmente il suo bagaglio linguistico.
La penisola iberica ha accolto in una bella mattina di sole una mamma con le occhiaie, che mesi fa in un momento di euforia ha pensato bene di prenotare un volo all’alba per avere più tempo.
I tre sono dunque sbarcati in forma smagliante, mentre io mi sarei fatta qualche altra ora di volo pur di riposare un po’.
La piccola ha sorriso a tutti ripetendo “hola” con l’entusiasmo del turista già integrato, il grande ha vaneggiato di tour allo stadio per toccare l’erba che accoglie i piedi della fortissima squadra. La mezzana, incurante della stagione, si è portata un paio di infradito perché dove c’è il mare c’è la spiaggia.
Per i prossimi cinque giorni saremo qui in trasferta, ospiti di una città con una cultura millenaria, un’eccentrica basilica ancora da terminare, mercati, mostre e musei. Oltre ovviamente allo stadio, l’acquario e lo zoo.

Io, loro e la Lonely Planet.
Hola!

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Vuoi essere mia amica?

“Ti piace il nome Serena, mamma?”

“Si piccola, molto. La mia amica del cuore alle scuole elementari si chiamava proprio così”

“Amica del cuore? E perché noi non l’abbiamo mai vista?

“Beh, sono passati tanti anni e abita in un altro paese”

“Insomma, ti ha scaricata”

“Sei sempre gentile tu, vero? La preadolescenza ti ha regalato anche questa squisita delicatezza. Comunque no, non mi ha scaricata, anche se..”

“Anche se??”

“Anche se ho dovuto combattere per tutto il tempo con la sua perfida cugina, che aveva la nostra età e voleva essere la sua amica del cuore. Lei passava con Serena molto più tempo e io ero gelosa”

“Che storia triste mother. Sei sola e senza amici”

“Ha parlato l’anima della compagnia. Di amici ne ho eccome, sono molto fortunata”

“Ah, gli amici di Facebook?”

“No tesoro, gli amici veri sono quelli delle passeggiate, le telefonate e i cappuccini. Dello shopping coi saldi, le chiacchiere davanti alla pizza e gli abbracci quando sei triste”

“Ricapitolando: scaricata da Serena, tutti quelli su Facebook che non sono amici. Ah, che vita difficile, mother. Mi dispiace”

“Mamma non ascoltarlo che è un puzzone. Facciamo così: la piccola e io saremo le tue amiche del cuore e staremo sempre insieme! Andiamo a fare shopping, domani?”

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Buoni consigli

Tutti seduti nella sala d’aspetto, le sedie di plastica blu ordinate contro le pareti dipinte di fresco.

“Su, stai buono che non succede niente. Il dottore ti visita senza farti male, lo sai”

“Ma che carino, quanto ha?”

“A maggio fa i due anni”

“Ma davvero! Sembra più grande! Il mio ne ha tre e sono quasi alti uguali”

“Il suo com’è?”

“Monello. Molto monello. Mi fa disperare. Però sono contenta che mi dorme tutta notte”

“Anche il mio”

“Beate voi! Non potete capire, la mia la notte ha sempre fame, non riesco a darle il ritmo giusto. La mattina son distrutta. La dottoressa ha detto che le femmine fanno così”

“Ha provato con la camomilla? Io l’ho data al mio all’inizio, appena è arrivato a casa, e ha funzionato. Basta non esagerare”

“Dice? Proverò. Però che meraviglia, guarda che occhi magnetici”

“Grazie, anche la sua è bellissima. Col mangiare come va?”

“Ma, insomma. È molto selettiva, vuole sempre le stesse cose. E dire che ho provato a farle assaggiare di tutto”

“Ah, ma son tutti così! Stia tranquilla che non muoiono di fame. Come diceva sempre mia nonna, quando hanno appetito arrivano!”

Altro che la sala d’aspetto del pediatra. È in quella del veterinario che si apprendono trucchi, segreti e misteri della genitorialità.

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Piccole donne (crescono)

Il venerdì pomeriggio, ogni tre settimane, è mio il turno andata e ritorno del gruppo catechismo della quinta elementare. Tre bambine, a volte quattro, cinque con la piccola che non c’entra ma accompagna. Punto di ritrovo un supermercato ormai chiuso, equidistante dalle abitazioni di tutte.
Una dopo l’altra le giovani fanciulle arrivano, la cartelletta in una mano, l’altra alzata al cielo come saluto per la mamma, che le osserva da lontano. Sono troppo grandi per essere accompagnate e troppo piccole per essere lasciate sole.
È il periodo dei saluti a distanza, degli sguardi che seguono, del rientro a casa con le braccia conserte e il pensiero che si, magari la prossima volta può arrivare fin qui da sola.
È il tempo delle contraddizioni, di un corpo quasi grande ma un pensiero ancora bambino, che ti fa ascoltare la musica da adolescenti e guardare i cartoni animati quando nessuno ti vede. Loro sono allegre e sorridenti, lontane ancora per poco da malumori e montagne russe.
Qualcuna è già alta come la sua mamma, altre no ma si incomincia a indovinare le donne che saranno, come uno schizzo a matita prima del colore di un quadro. Gli elastici colorati nei capelli, orecchini luminosi ai lobi.
I capelli lunghi, le parole in codice, i gesti aggraziati. Le piccole imperfezioni della pelle, primo segnale di una infanzia che sta per terminare. Le parole, tante, continue, diverse.

“Senti che bella canzone questa!”

“Ha vinto Sanremo. Giovani proposte. L’ha scritta un tizio che abita qui”

“Si, e andava a scuola con mio zio”

“E noi ora l’ascoltiamo. Tutto torna”

“Già. È come un cerchio. Nella vita tutto torna”

La filosofia è femmina, pure se va in quinta elementare.

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