Come se non fosse successo niente

Dal carrozziere.
Una fiesta grigia, non esattamente l’ultimo modello, per quanto io poco mi intenda di automobili. Semisdraiato a terra un uomo alto con la tuta blu, pulita e perfettamente stirata, in contrasto con le vernici, la polvere e il disordine dell’officina.
In piedi a fianco a lui una signora, con indosso un costoso tailleur rosa, anch’esso un po’ datato, la permanente color mogano perfetta, una borsetta di pelle stretta fra le mani. Si aggiusta gli occhiali sul naso a più riprese, quasi fosse lei l’esperta intenta a valutare l’entità del danno. L’uomo tocca, preme, accarezza la fredda lamiera come un chirurgo l’addome prima dell’intervento. Poi senza muoversi dalla sua scomoda posizione alza lo sguardo verso la signora, in ansia per la diagnosi.

“Beh, è un bel danno. Il paraurti è andato, non posso verniciarlo. va sostituito”

“Sostituito? No no, io sono qui per aggiustarlo. Lo voglio come prima. Come non fosse successo niente”

“Signora, ma qui qualcosa è successa eccome. Guardi un po’. E’ attaccato solo da un lato, striscia per terra, ha sentito che rumore quando guida ,no? Se esce così lo perde per strada”

“Lei non capisce. Lo deve attaccare e riverniciare. Così mio marito non si accorge e non brontola”

“Signora, stia tranquilla. Suo marito capirà, son cose che succedono, non è mica una tragedia”

“Invece si che è una tragedia, lei non capisce! Sono andata contro il muretto per non investire il gatto!”

“Ecco, appunto, vede? Voleva fare un bel gesto, salvare il gatto. Suo marito capirà”

“Capirà? Lei non lo conosce! Lui odia i gatti e si arrabbia perché do da mangiare a tutti i trovatelli del quartiere, dice che poi fanno pipì sulla porta e puzza il balcone. Si è persino inventato di essere allergico, si immagini lei.. E invece fa solo qualche starnuto e gli occhi si arrossano appena un po’, quante storie!”

“Signora, gatto o non gatto qui bisogna sostituire”

“Mai. Si faccia più in là che me ne vado”

La signora con la permanente e amante dei gatti più che del marito sale in macchina e parte, trascinando il paraurti come i barattoli colorati dietro la macchina degli sposi.

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Sulla strada (parte seconda)

Sto camminando sul marciapiede in una giornata di sole, mangiando una vietatissima brioches perché anche oggi l’ora di pranzo è arrivata e se ne è andata senza lasciarsi acchiappare. Tra pochi minuti dovrei essere altrove ma dubito che ce la farò. La voce arriva dall’altra parte della strada,  il saluto si leva alto con un misto di stupore, felicità e incredulità. Lui, con lo zaino sulle spalle e la borsa di ginnastica mi guarda sorridendo. Lui, coi boccoli biondi e una maglietta dei Led Zeppelin. Lui, il diciottenne che qualche mese fa era rimasto folgorato dai miei capelli rossi e aveva tentato un abbordaggio all’uscita della scuola, rischiando che lo investissi, proprio nella stessa strada dove ci troviamo ora. Nessuno dei due attraversa, e il surreale dialogo si svolge come fossimo sulle sponde opposte di un fiume.

“Ma sei davvero tu! Non ci posso credere. Ti ho ritrovata!”

“Ehm..ciao, scusa ma vado di fretta”

“Aspetta aspetta per favore! Ma allora lavori qui? Che orari fai? Perché io guardavo uscendo da scuola nella speranza di vederti. Che bello! Vengo di lì e beviamo una coca cola?”

“Cosa? No, non è il caso. Vai a casa che fai tardi e tua madre si preoccupa, è meglio”

“Le mando un messaggio che arrivo dopo”

“Devo andare, sarà per un’altra volta. Ciao”

“Ma la scuola è quasi finita! Ho la maturità! Poi non ci vedremo più!”

Alla fine non ho bevuto la coca cola, sono salita in macchina salutando probabilmente per sempre il giovanotto alla disperata ricerca di una figura materna.
Speriamo che l’esame di maturità gli vada meglio.

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A volte ritornano

“Siamo qui, siamo arrivati, siamo tutti!”

“Mother!”

“Mamma!”

“Mami!”

“E’ stato bellissimo e non volevo più tornare. Perché siamo tornati? Perché? Hai idea di quanto sia bello non fare niente in un bel posto? E non mi dire che domani devo già tornare a scuola. Ah, che vita faticosa. Ma.. aspetta un momento.. il wi-fi! Ho ritrovato il wi-fi! Che emozione, quanto tempo! Ho trecentoventisette messaggi sul gruppo classe, vado a leggerli”

“Mamma che bello riabbracciarti. Mi sono divertita tantissimo, ho fatto tante cose e sono stata all’edicola un sacco di volte. Adesso siediti qui comoda che ti racconto dall’inizio cosa abbiamo fatto, detto e mangiato in questi cinque giorni in montagna”

“Eh no, devo parlare anche io! Mami mi sei mancata tantissimo, a parte quando stavo al parco giochi, nel bosco, giocavo con mia sorella e mangiavo. Ma la sera mi mancavi un mucchio. Ho avuto un’idea. La prossima volta prendi un cellulare anche a me così possiamo messaggiarci prima di dormire, quando siamo lontane. Vorrei un Samsung, grazie”

Come Penelope il suo Ulisse, Giulietta il suo Romeo, Arwen il suo Aragorn, Brigitta il suo Paperon De Paperoni, anche io ho atteso pazientemente l’arrivo dei miei tre grandi amori. Nello spazio di un abbraccio la casa è passata da accogliente rifugio a caos primordiale, il silenzio assoluto si è trasformato in una indistinta cacofonia, il gatto dormiente sul divano in un selvatico felino in giro per i tetti. I regali sono stati consegnati, i borsoni disfatti, i panni sono ancora tutti da lavare.
E adesso si ricomincia.

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Interrotte

Di tutte le parole che si possono spendere sul tema della maternità e della cura dei figli non si dovrebbero dimenticare quelle che raccontano aspetti meno edificanti e più faticosi del mestiere di genitore.
Di questi aspetti, forse il meno considerato ma nella mia esperienza il più frequente e che mi è apparso con tutta la sua rilevanza in questi giorni di solitudine, è il fatto di essere interrotti.
Nei pensieri, nelle attività, nel lavoro, nel fare la pipì, nel mangiare, a metà di una canzone che vuoi sentire, una telefonata importante, il prelievo al bancomat, la lettura di un libro o di un giornale, girando il risotto, rifacendo il letto, mettendo lo smalto, asciugando i capelli. Interrotti durante una conversazione con un’amica, mentre ti metti il mascara, stendi il bucato, paghi alla cassa. Mentre prendi il sole, cerchi di addormentarti, fai la ceretta.
C’è sempre una comunicazione, un’urgenza, una improrogabile necessità. Di verificare che la mamma sia sempre lì, che ci senta ancora, che sia pronta in ascolto. Tante volte non è ben chiaro nemmeno a loro la richiesta.
La frequenza con cui ciò accade è allarmante. Facendo un calcolo spannometrico ogni figlio riesce a interrompere pensieri, parole e opere una quarantina di volte al dì. Immagino esista un algoritmo per calcolare esattamente il quoziente di interruzioni quando le creature sono multiple. Il che porta inevitabilmente a uno stato di confusione perenne, dimenticanze continue, colossali pasticci. Entrare in una stanza e chiedersi cosa si fosse mai venuti a cercare, aprire il frigo e non sapere più che ingrediente servisse, prendere il telefono senza sapere chi chiamare.
Diciamo la verità. Questo stato di cose dovrebbe di diritto essere riconosciuto dalla medicina.
Magari come sindrome della madre interrotta.

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Nostalgia canaglia

“Mamma, mi sto divertendo moltissimo. Abbiamo già mangiato la pizza tre volte, sono stata in edicola a comprare un braccialetto, un giornalino, un dvd e altre cose che non ti racconto perché una è un regalo per te e poi adesso devo andare a giocare. Evviva! Ti mando tanti baci. Ti passo mio fratello. Ah, aspetta! Mi hai comprato un regalo?”

“Ciao Mother! Sì, tutto a posto. Sì, mangio. Sì, mi diverto. No, non do il tormento alle sorelle. Perlomeno non più che a casa. I compiti? Beh, diciamo che ci sono state delle complicazioni e degli eventi imprevisti. Il libro di antologia è rimasto a casa e quindi non posso studiare Torquato Tasso. Cosa? Come dici? Devo usare Wikipedia? E ma la connessione a internet va e viene, anche adesso non ti sento tanto bene.. Ti passo la piccola!”

“Ciao mami!!! Sono io! Sì sì sto benissimo. Vado al parco e faccio i compiti. Da te c’è il sole? Da noi si, tranne oggi che piove e fa freddissimo ma abbiamo visto tutti i film di Jurassik Park. Quelli dei dinosauri, insomma. Mi hai comprato qualcosa? E perché hai questa voce felice? Non ti manchiamo??”

Certo, che mi mancano. I tre fratelli stanno trascorrendo qualche giorno di vacanza in montagna, felici e contenti. Io, invece che aspettarli a casa, ho approfittato di questa inaspettata libertà per andare in un posto dove non ero mai stata, dove il cielo è azzurro con pennellate di indaco, l’aria è pulita, il sole carezzevole, il silenzio totale. Nessuno chiama mamma, o se lo fa non è rivolto a me.
Certo, che mi mancano. Ma tra due giorni saranno di nuovo a casa, giusto in tempo per non mancarmi più.

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Cercasi passione

“Mamma, ho deciso: basta con la pallavolo. Dall’anno prossimo farò equitazione!”

“Ma come basta? Così? Dopo tre anni, dopo il minivolley e i tornei che duravano un giorno intero, gli allenamenti lo zaino e la divisa, dopo il passaggio nell’under dodici, dopo tutti quegli episodi di Mimì Ayuara? Basta? Perché??”

“Perché si. Ho voglia di cambiare. E i cavalli sono animali bellissimi. Quindi, viva l’equitazione!”

“Hai voglia di cambiare. Bene. Facciamo un passo indietro. Prima della pallavolo facevi ginnastica artistica. Prima ancora corsi vari di nuoto, finché abbiamo capito che il cloro ti faceva male alla pelle. Nel mezzo c’è stato l’anno di danza classica, col tutù rosa pallido che costava come le mie scarpe da corsa, le collant introvabili dello stesso punto di rosa, lo chignon che ho imparato a fare guardando i tutorial su Internet. Credevo che con la pallavolo avessimo finalmente trovato la tua passione!”

“Mamma, la pallavolo era la tua passione, non la mia”

“Ecco, mai una gioia. O forse no. Il grande ha fatto la sua scelta, dopo un breve peregrinare da nuoto alle arti marziali. Ma lì stava in kimono a disegnare, insieme al suo amico e compagno di merende quindi forse non conta. Ma ho ancora speranze con la piccola”

“Cosa? Eh? No grazie, voglio fare nuoto il prossimo anno. Piscina aspettami, arrivo!”

Sì, ma dove abitano le passioni? Nella testa, nella pancia, nelle gambe che fremono per andare? Quanto a lungo bisogna esplorare e camminare per trovarla? In quale piega dell’anima, curva del cuore, angolo della mente?
Hanno ragione loro, lo so bene. La passione è come il gusto, ognuno ha il proprio.
E se qualcuno ha già chiaro da piccolo l’amore per la pallacanestro o per le lasagne, altri devono assaggiare ancora prima di scegliere.

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Scelte obbligate

“..e poi guardiamo l’astuccio e le matite, così abbiamo finito il controllo della cartella. Ma cos’è questo foglio accartocciato nel porta merenda? Fammi leggere.. Piccola!”

“Qualcuno mi chiama?”

“Piccola non fare la gnorri, eri qui fianco a me fino un minuto fa. Perché hai nascosto questo avviso? C’è scritto che entro domani bisogna consegnare i soldi per l’acquisto del libro delle vacanze! Se non l’avessi trovato per caso? Eh?”

“No mamma, c’è scritto di scegliere, vedi? C’è la casella del si è quella del no e si deve mettere la crocetta. Io ci ho pensato e no, grazie, il libro delle vacanze non lo voglio”

“No amore, non è così. C’è scritto di scegliere se siamo d’accordo a prenderlo tutti insieme, così costa meno. Ma il libro va preso. Per forza”

“Ah, sono obbligata? Non è giusto. Vado a scuola da settembre. E ci sono andata pure l’anno scorso. Avrò diritto a un po’ di vacanze sì o no?”

Alla fine contro il parere della figliola ho fatto la croce sulla casella del sì.
Tuttavia, sebbene non sia il caso di dirglielo, sono completamente d’accordo con lei.

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Charlot

È bella, bionda e con gli occhi celesti. Minuta ma energica, sottile e aggraziata, simpatica e creativa. L’animo dell’artista con la concreta attitudine della giovane donna, presa in un turbine di attività, lavori e occupazioni. Una di queste si svolge a casa mia, perché lei è Il mio faro nel buio e punto cardinale dell’organizzazione quotidiana. La parola baby sitter non mi è mai piaciuta, nemmeno quando ero io ad esserlo. Tata fa anziana, e lei è esattamente il contrario. Ci hanno pensato le bambine a ribattezzarla e da più di un anno lei è semplicemente la nostra Charlot.
Capace di gestire le molteplicità, ricordarsi il teorema di Pitagora e i complementi di agente e di causa efficiente, gestire le bizze della piccola e le trasgressioni della mezzana, contenere le ansie da studio del primogenito.
Qualche sera fa mentre studiava geometria col grande ha mandato la piccola a lavarsi. E nel bagno si è consumata la tragedia. La dolce bambina ha male inteso la richiesta, pensando di risolvere il problema dell’igiene personale entrando con i piedi in un grosso catino pieno d’acqua, detersivo e capi delicati che provavo invano a smacchiare. Qualcosa però è andato storto e invece che essere lei a entrare è stata l’acqua ad uscire, inondando il bagno. Accortasi del disastro, la bella lavanderina ha fatto la scelta più coraggiosa: nascondersi prima e negare poi, non appena è stata ritrovata. Ecco, se ci fossi stata io mi avrebbero probabilmente sentito urlare fino in Papuasia. Invece la dolce Charlot è riuscita a farla confessare senza scomporsi, nonostante il caos domestico, il pavimento da asciugare e i compiti da finire. Al mio rientro tutti dormivano tranquilli -e puliti- il gatto si è svegliato per un breve spuntino e la casa era asciutta e in ordine. E la nostra super Charlot sorridente e serena, coi capelli ancora in piega.
Quasi quasi mi faccio accudire da lei anche io.

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Un amore dorato

Lei è bassa, ma issata su un paio di vertiginose zeppe. Indossa solo due colori, nero e oro, ma senza parsimonia alcuna. Una cintura stretta in vita allarga i fianchi morbidi, una scollatura generosa rivela forme giunoniche. Ha un profilo perfetto, di quelli che si spengono sui primi piani e incantano di lato. Il viso è truccato con cura, un tripudio di pagliuzze dorate appiccicate anche dove non dovrebbero. Sorride persino con le orecchie, dove scintillano due cerchi tintinnanti.
Un insieme che mai indosserei e che fa domandare il perché, ma su questa donna è tanto eccentrico da risultare armonico, portato con la disinvoltura di chi ha da tempo sorpassato il giudizio.
Lui è alto, magro e grigio. Negli abiti, gli occhi e capelli. Nei gesti misurati coi quali sistema la spesa nei sacchetti, mentre la sua dorata compagna paga e racconta alla cassiera come si sono conosciuti e innamorati.
“È arrivato così, quando non c’era più speranza, o forse sì ma nessuno dei due la riusciva a trovare. Ci siamo incontrati e abbiamo litigato tanto, ma tanto, che adesso possiamo amarci per sempre. Io l’ho inondato di colori e lui mi ha un po’ smorzata, ma forse serviva proprio quello”
L’uomo in grigio la guarda e la bacia, così, davanti alla cassiera e a noi tutti dietro.
Sorride e saluta, anche lui ora con le pagliuzze dorate appiccicate sul viso.

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Tacchini e pavoni

In posta.

Io, con il biglietto P035 osservo con sgomento il display luminoso, che beffardo mostra il tempo infinito di attesa in questo luogo ameno.
Appoggiata al muro come priva di un baricentro, osservo con invidia le persone sedute. All’improvviso un signore spazientito si alza e annuncia che non trascorrerà un altro attimo della sua esistenza in questo posto. Ne approfitto accomodandomi velocemente sulla sedia rimasta libera, proprio accanto a due signore sedute composte con la borsetta appoggiata sulle gambe. La più anziana delle due estrae dalla tasca un nuovissimo ed esageratamente grande smartphone dal nome orientale, e racconta all’amica di averlo ricevuto in dono dal nipote prediletto, che ha preferito una marca più nota. La signora sembra padroneggiare perfettamente lo strumento, pur non avendo le sembianze di una nativa digitale. Tra un click e l’altro illustra all’amica meno tecnologica le gioie del mondo virtuale, inimmaginabile alleato per scoprire come togliere le macchie di vernice, cuocere un roast beef perfetto e perseguitare figli e nipoti chattando su whatsapp. Nel mentre alza lo sguardo e i suoi occhi incrociano i miei. Si rimette gli occhiali che tiene al collo con una cordicella rosa e mi fissa attentamente.
“Signorina, ma lei è quella che scrive sul blog?”

“Ehm..si, sono io” rispondo con apparente imbarazzo anche se, a ben guardare, sono così orgogliosa che mi manca solo di aprire la coda come un pavone.

“Pinuccia, hai visto, la signorina scrive delle cose bellissime! La leggo tutti i giorni! E non sai come mi è utile quando tengo i nipoti!”

“Signora, grazie, mi fa davvero un gran piacere. E’ bello essere apprezzati”

“Mia cara, ci mancherebbe. Lei è un vero talento, l’ho detto pure a mia figlia. Brava, continui così, che mi dà un sacco di idee”

“Grazie ancora, nemmeno mia madre fa tutti questi complimenti”

“E sbaglia! Glielo dica pure, perché la sua ricetta di ieri del tacchino con ripieno di fave era una bomba!”

Ecco, appunto. La signora ha sbagliato blog, e qui il pavone ha lasciato posto al tacchino.

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